4 – Rio

Arrivammo a Rio che era mezzanotte, il tassista ci lasciò davanti al mare, nell´Avenida Atlantica, all´inizio di Copacabana. Poi tornò indietro e ci chiese se avevamo bisogno di un appartamento, noi accettammo e pagammo uno sproposito per un bilocale nella Prado Junior. Per toglierci il cruccio, caricammo due puttane con le quali passammo la serata, bevendo, in stanza. La mia, ricordo che aveva i capelli di false trecce tipo rasta, era nera.. quando uscirono io lessi sui cuscini la scritta “Abas Rio” e credetti che significasse “Abbasso Rio” e che la ragazza l´avesse fatta col rossetto per manifestare l´indignazione verso quella vita. Invece era il logo dell´agenzia di affitti.

Cercammo una guida turistica che ci portasse al Maracanã, al Cristo e trovammo Marta la quale, di notte, ci levava nei locali notturni. Dove io conobbi Márcia, bianca coi lineamenti da nera, riccioli fino alle spalle, sorriso perfetto.. abitava a Ipanema, lavorava a Barra da Tijuca, era fidanzata con un americano della CNN e, mentre aspettava il visto di permanenza per trasferirsi negli Stati Uniti, lo tradiva. Io divenni uno degli amanti, il più povero. Márcia infatti mi pagava da bere, mi chiamava “italiano romantico” o “bebè” ed io, sorseggiando caipirinha, la fissavo. Fabio e altri italiani cercarono di avvisarmi: “Non la guardare così, in Brasile non puoi innamorarti..”.

Frequentavamo discoteche per turisti e prostitute, ma anche ristoranti o il centro della città, coi suoi locali, il samba, il pagode; lei di giorno lavorava, di notte usciva con noi. Ricordo che quando decideva di ballare si sfilava il fermacapelli di legno e lasciava che i riccioli le sfiorassero le spalle.. di notte era mia, solo mia, nella sua stanzetta di Ipanema. Mi riceveva con un bicchierino di non so quale liquore, poi si spargeva sul corpo degli oli profumati e si concedeva come nessuna donna aveva fatto prima, con me. Sarà stata l´aria di Ipanema, il viaggio, l´esotismo, il pericolo, il fatto d´esserne solo l´amante o gli spari che si sentivano dalle vicine favelas; saranno stati i racconti circa il marito della sorella, un poliziotto morto ammazzato perché corrotto o perché troppo onesto, la voglia di Márcia di lasciare il Brasile, il suo falso amore per l´americano o il mio desiderio, la speranza di cambiare, la prolungata astinenza italiana e la perdita di inibizioni, di fatto erano ore e ore di sesso. Lei diceva che mi amava, io sapevo che mentiva ma volevo che continuasse, fino al mattino. Ascoltavamo i Radio Head, tutta la notte. Verso le quattro ci addormentavamo, alle sette suonava il suo cellulare, lei si preparava per andare al lavoro e io tornavo a casa a piedi, per il lungomare. Facevo colazione in un bar, osservavo sonnolento la linea dell´orizzonte e canticchiavo Olha que coisa mais linda, la canzone della Ragazza di Ipanema.. Finché Iemanjá, in un bel giorno di luglio, mi avvisò – era solo un´illusione. Io stavo pensando che, se avessi potuto, avrei continuato a vivere così per sempre, non mi importava d´esserne l´amante se, quando lei andava a lavorare, potevo camminare in quella spiaggia meravigliosa, bere un´acqua di cocco, ammirare le isole all´orizzonte.. entrai nell´oceano, c´erano delle belle onde, decisi che avrei provato a fare surf col corpo, mi sarei tuffato cioè non “contro” le onde, ma nella direzione della spiaggia, assecondando il movimento del mare, cercando di prendere velocità.. al primo tentativo sbattei contro il fondale e mi ruppi una spalla. Quella sera tornai nella stanza di Márcia, nell´appartamento che divideva con un´altra ragazza e con la padrona di casa e, con l´osso rotto, ci feci all´amore fino al mattino. Il dolore poteva trasformarsi in piacere ed io cominciavo a capire come vivevano i brasiliani. Ma non ero brasiliano e la sera successiva le chiesi di lasciare il ricco della CNN per stare con me, a Milano o a Rio, avrei lavorato come professore e saremmo stati felici, facendo l´amore tutte le notti per dieci, forse venti anni. Lei quasi mi scoppiò a ridere in faccia, io però sentivo che era lusingata da quella ingenuità che sconfinava nella poesia. Gli altri amanti erano cinici; un direttore del Banco do Brasil, sposato con figli, la portava nei motel e le pagava un fisso mensile, c´era un tipo dell´Uruguai che la faceva bere e adorava vederla pazza mentre ballava (quando era ubriaca, lei era capace di tutto); poi un collega di lavoro con cui faceva all´amore quando non c´era proprio nessun altro e adesso io, l´italiano con pochi dollari cuciti sotto alla maglietta. Ci salutammo alla stazione degli autobus, io, con la spalla rotta, partii per Salvador dove mi aspettava Fabio (nel frattempo c´eravamo divisi); fu un viaggio massacrante e venne interrotto dai Sem Terra che bloccarono la strada e bruciarono pneumatici. Ma io pensavo solo alla mia segretaria e reggevo una foto di noi due che ci baciavamo. Mi pareva impossibile che tutto sarebbe finito così.. A Bahia incontrai il mio amico inserito nel clima locale con una donna, Gisele, che ci portò a visitare un Terreiro di Candomblê; era chiuso perché la Mãe de Santo era morta da poco, ma io ricordo la casa bianca e un nero con gli occhi azzurri sulla porta. Gisele chiese a Fabio di pagarle il viaggio per cominciare una nuova vita insieme, ma il pesarese non ne volle sapere. Così tornammo in Italia da soli, a metà agosto. Ci separammo a Bologna, io presi il treno per Milano. Quando rientrai nel mio appartamento a San Giuliano Milanese e osservai fuori dalla finestra la Via Emilia, il campo di calcio della Sangiulianese e i drogati che compravano la cocaina dai nigeriani sotto casa, pensai che il pesarese aveva avuto ragione: non ero più lo stesso. Ci impiegai del tempo per capire cosa davvero fosse cambiato. Ero innamorato sì, ma non ero pazzo e sapevo che non c´era nessuna speranza di soffiare Márcia all´americano e poi chiunque l´avesse sposata avrebbe dovuto accettare d´essere cornuto. Il Brasile però mi aveva lasciato una sensazione di libertà e forse la possibilità di ricominciare, a Rio. Ma cosa avrei fatto? Il professore.. intensificai le lezioni private per mettere da parte più soldi possibili. Uscii poco, credo che nemmeno mi ubriacai. Volevo andarmene, l´avevo deciso. Telefonai alla brasiliana una volta sola, a Capodanno, e ci parlai per pochi istanti. Scambiammo qualche email nelle quali le dissi che avevo intenzione di tornare, lei mi rispose che era una buona idea ma non mostrò nessuna effusione. Studiai portoghese, ascoltai musica brasiliana, lessi romanzi e poesie. Scoprii Jorge Amado, Rubem Fonseca, Carlos Drummond de Andrade (era stata lei a regalarmi una raccolta di poesie intitolata “Amar se aprende amando”) e poi Machado de Assis, Caetano Veloso, Gilberto Gil e Chico Buarque de Hollanda. Mi ricordo di me, in mezzo alla nebbia, cantando Chega de Saudade; la realtà non mi toccava più, ero diventato impermeabile a tutto perché avevo un sogno. La solitudine metropolitana, la tristezza della periferia di Milano, le droghe e l´Italia berlusconiana per me non esistevano, avevano cessato di esistere dal momento in cui ero sbarcato dall´aereo; il cambiamento era stato radicale perché non voluto, non cercato (io sarei andato in Messico, fu Fabio a decidere per il Brasile). In Brasile però non avevo contatti, a parte un amore che non sarebbe durato, ma finalmente possedevo una carta di credito e misi in affitto l´appartamento (nel caso, potevo contare con l´aiuto di mio padre e mia madre). Come diceva la mia amica Paola, il rum e coca bevuti in aereo avevano un sapore speciale ed in quel secondo viaggio, in cui atterrai l´8 marzo, a Rio ci arrivai ubriaco. A prendermi venne la guida turistica che ci aveva portati al Maracanã. Lei poi riuscì a farmi ospitare da un ragazzo che diceva di essere evangelico, voleva aiutare il prossimo e non mi avrebbe chiesto dei soldi. Dopo una settimana però lui mi disse che era meglio se contribuivo alle spese e io non eccepii. Dopo un´altra settimana ci fu la finale del Campionato Carioca di calcio, il Flamengo vinse, lui si ubriacò, trasgredendo i principi in cui credeva. Io intanto giravo per le scuole di lingue, per le università, avevo stampato dei volantini, cercavo qualche lezione privata di italiano. E telefonavo a Márcia, volevo rivederla, ma lei mi aveva detto che la sorella stava male, doveva operarsi al cuore, Márcia sarebbe rimasta in ospedale. Io e il padrone di casa dormivamo nella stessa stanza a Copacabana, via Prado Junior, un monolocale che la madre del ragazzo veniva a pulire; in quelle occasioni mi chiedeva di stare attento al figlio, di aiutarlo a non ricadere nel vizio (la donna aveva un´espressione sfinita, ma dolce); lui la sera ascoltava musica gospel e alle volte la lasciava per tutta la notte, diceva che gli faceva bene. Un giorno tornò a casa stralunato, nervoso (poi la guida mi disse che aveva ricominciato con la cocaina), così al mattino ci prendemmo a botte perché io volevo dormire e lui ancora ascoltava la radio. Allora mi trasferii da Marta e dal suo fidanzato cileno.. intanto cercavo un appartamento a un prezzo ragionevole e telefonavo a Márcia. Telefonai anche a un´italiana di San Donato Milanese che avevo saputo abitava nella favela Rocinha e lei mi diede appuntamento a mezzogiorno davanti all´hotel Meridien. Si stava avvicinando la Pasqua ed io assistii a un litigio furibondo tra la guida turistica e il cileno. Lei, una nera muscolosa, aveva rubato il suo passaporto per impedirgli di partire. Lui aveva minacciato di andarsene comunque, allora lei l´aveva preso a schiaffi e l´avrebbe riempito di botte se non fosse arrivata la polizia (chiamata da lui) a separarli. La donna fu poi intimata a rimanere a un chilometro di distanza dal cileno. In quello stesso pomeriggio arrivai all´appuntamento con Barbara, l´italiana, con mezz´ora di anticipo. Camminai davanti all´albergo, fissai il mare, l´orizzonte, i baracchini sulla spiaggia (ricordo un caldo soffocante per me che venivo dall´inverno di Milano) quando sbattei contro due persone, alzai la testa per chiedere scusa e riconobbi Márcia con quello che doveva essere l´americano. – Matteo, il mio amico italiano – la mia amante non fece una piega.

– Piacere

– Piacere

Ci presentammo e decidemmo che ci saremmo visti una di quelle sere per conoscerci meglio. Dieci minuti dopo arrivò l´italiana piena di energie e di parole, ma io la interruppi per raccontargli del mio primo viaggio a Rio, della ragazza di Ipanema, della sorella malata e dell´incontro con lei e col fidanzato americano.

– Sai una cosa? – Barbara era bionda, viso volitivo – Sei un coglione!

 

7

3 – Il trauma infantile

Ero un bambino biondo, coi riccioli d´oro, sembravo un angelo; mia madre, tutta orgogliosa, diceva che assomigliavo ai maschi della sua famiglia. Durante il primo anno di asilo, la maestra si chiamava Mavi, mi faceva disegnare e un giorno disse ai miei genitori che ero intuitivo perché avevo espresso il “presagio” della pioggia. Avevo fatto intendere che avrebbe piovuto, anche se, di fatto, nel disegno non avevo fatto piovere (io mi sentivo un dio). Poi lei rimase incinta e venne sostituita da due signore, una delle quali, mentre l´altra stava in classe, abusava di me, del mio compagno Jacopo e di Michela.

Quello che io ricordo è che lei mi mise in castigo in una stanzetta buia perché io avevo mostrato il mio pistolino a Jacopo e Michela e forse avevo toccato le loro parti intime. Ma quello che sognai 34 anni dopo è che lei ci chiese di spogliarci e di toccarci perché le piaceva osservare; poi ci puniva. L´asilo era quello di Via Martiri di Cefalonia a San Donato Milanese; io ero nelle classi dipinte di rosso; era il 1980. A quei tempi non si parlava dei problemi dell´infanzia, dei casi di pedofilia negli ambienti cattolici e gli adulti avevano sempre ragione. Difatti, quando mi rifiutai di tornarci, Marco e Giusi (mio padre e mia madre) andarono a chiedere spiegazioni e quelli dissero che era tutto normale; i miei genitori ci credettero perché non erano abituati a mettere in discussione l´autorità. Chi aveva torto ero io che mi buttavo per terra davanti al sentierino, all´erbetta tagliata fina, ai giochi, all´altalena di quel campo di concentramento.. quando visitai Auschwitz – Birkenau e entrai nello stanzone nel quale dormivano i prigionieri, appoggiai la mano sulla sponda del letto e mi ricordai di me e dei miei amici in fila che dovevamo andare in bagno a lavarci i denti perché poi avremmo fatto un riposino.. per me l´asilo era diventato un campo nazista! Decisi che non ci sarei più tornato e Marco mi incastrò nella vasca da bagno a pancia in giù, estrasse la cintura dai pantaloni e me le diede di santa ragione (fu la prima e ultima volta in cui mi picchiò). Io ricordo la sua faccia disgustata per quello che stava facendo, mia madre però aveva il terrore.. cosa avrebbero detto i vicini, gli amici, i conoscenti quando avrebbero saputo che Matteo non era andato all´asilo perché s´era rifiutato? Giusi aveva paura che io potessi diventare come suo fratello, ricoverato in manicomio e mai più recuperatosi anche per colpa dei farmaci e dell´elettroshock. Matteo non voleva andare all´asilo, esponeva la famiglia al giudizio popolare, quindi aveva dei problemi, forse un disturbo psicotico! Non riuscirono a capire che, di fatto, a una delle maestre piaceva guardarci mentre ci toccavamo e poi ci puniva chiudendoci in una stanza buia, a turno.. Quelle donne, per il solo fatto di lavorare nella cittadina di San Donato Milanese, feudo dell´Ente Nazionale Idrocarburi, l´ENI, che dava da vivere a tutti noi, nonni compresi, che da Pesaro si facevano mandare i soldi da mio padre, erano della brave persone e io avevo sbagliato a ribellarmi.

Per fortuna, Marco decise di portarmi in ufficio con lui e al mattino mi comprava una pizzettina rossa che io mangiavo lentamente, osservandolo; poi mi lasciarono dalla signora del secondo piano (noi abitavamo al primo di Via Europa al 7), che si chiamava Marianna. Era una donna friulana, con un tono di voce aristocratico. Capelli corti castani, un bel corpo.. il marito invece era remissivo e pareva così buono.. avevano due figli, uno dei quali, Filippo, divenne mio amico e io più avanti lo difesi davanti a quelli del condominio che lo accusavano di essere omosessuale.. ma lui era omosessuale e non si sentiva in colpa, anzi!

La signora Marianna al mattino arieggiava l´appartamento e, prima di cominciare con le pulizie, metteva nel giradischi “Quadri di un´esposizione” di Modest Mussorskiy; il disco comprendeva anche “Una notte sul Monte Calvo”; grande era il piacere che mi davano i violini che descrivevano l´incontro delle streghe per il sabbah notturno, l´impeto, la paura, il terrore e, all´alba, il rintocco delle campane e poi la calma.. sarò sempre grato alla Marianna che mi fece ascoltare Mussorskiy rivelandomi il mio amore per l´arte! Una volta, mentre lei puliva la sala, io rimasi da solo in cucina, aprii una rivista dove scorsi il viso di una bella donna, forse nella pubblicità di un rossetto, ricordo che baciai quelle labbra di carta e avevo voglia di infilarci la lingua. Poi, quando Marco mi venne a prendere, mi preoccupai dell´opinione della padrona di casa quando si sarebbe accorta che avevo sporcato la rivista di saliva.

Quando mi iscrissero alla prima elementare, Marco e Giusi avevano paura che la reazione sarebbe stata la stessa dell´asilo e che io avrei seguito le gesta di mio zio Paolo, il pazzo di Pesaro, nemico giurato dei preti e seduttore fallito delle cassiere del supermercato. Non immaginavano lo stupore e il piacere del giorno in cui la maestra ci spiegò l´alfabeto; non presentivano l´amore che avrei provato per le parole con le quali già potevo costruire delle frasi e cercare di esprimere la confusione e la bellezza che mi tormentavano.

2 – L´arrivo

Chiesi al tassista di portarci dove stavano festeggiando. Quello mi intese e si diresse verso il Pelourinho, il centro storico. In macchina girava lo sguardo verso me e verso Fabio, seduto dietro. Parcheggiò davanti a un mini market; ci chiese uno sproposito e noi pagammo senza battere ciglio. Lui uscì dall´abitacolo gridando di felicità. Entrò nel mercato, poi riapparve con la spesa fatta; ricordo che comprò vari cartoni di latte Parmalat per i figli.

Ed eccoci io e Fabio Savoldelli, davanti all´ostello. Pousada Jô. C´era una luce strana, forti odori. Il vento muoveva le cime delle palme. Molta gente ci guardava, era pieno di neri ed io non ci ero abituato.. era il 2003 e l´Italia era diversa, meno meticcia di quella attuale.

Io non avevo la carta di credito, era il primo viaggio intercontinentale. Tenevo una busta con mille dollari, sopra alle mutande. Non mi fidai della proprietaria che ci indicò delle piccole casseforti, in fila sulle scale. Se avessimo voluto, lei ci avrebbe dato un lucchetto.. Fabio era il mio specchio, io ero lo specchio di Fabio. Famelici, pieni di vita, di ansie, di desideri ma anche di tensioni, venivamo da situazioni definitive, “eravamo alla frutta”. Lui s´era separato dopo anni di convivenza, io facevo l´insegnante in una scuola privata in centro Milano, mi ubriacavo quasi tutti i giorni, prima di entrare in classe mi facevo uno o due bicchieri di rosso… Il Pelourinho è un quartiere di casette colorate, in stile coloniale, circondato da favelas. Molti turisti, poliziotti e povera gente.. in lontananza il mare maestoso e un ascensore, l´Elevador Lacerda che permette di accedere al Mercato, con gli odori di acarajé, di olio di cocco, di olio di dendê e le grida, le donne vestite di bianco con i foulard attorcigliati attorno alla testa; bambini, mocciosi dappertutto.. il mio primo approccio si chiamava Icaro, aveva nove anni, parlava italiano, la faccia da scugnizzo.

– Zio, vuoi che ti vado a comprare dei sandali?

Beh, in effetti, pensai, avrei proprio bisogno di un bel paio di..

– Ho solo una banconota da 50, quanto ti serve?

– Non ti preoccupare, te li vado a cambiare.

 

Mi fidai, gli porsi il denaro e lui sparì tra i vicoli.

Io nemmeno mi arrabbiai. Ero intontito dal viaggio, dagli odori, dai neri, dalle nere, c´era una certa agitazione e Jô, la proprietaria della pousada, ci aveva detto che eravamo arrivati nel giorno della festa di San Giovanni. Ed eravamo nel Pelourinho, il centro di Salvador, dove venivano portati gli schiavi e, dopo essere stati esaminati, erano venduti. Alle volte venivano frustati e uccisi in piazza, in quella stessa piazza che adesso ci riconosceva come turisti in cerca di emozioni. Molti baracchini che vendevano bibite e io volevo provare la caipirinha. Ne bevvi quattro o cinque di seguito. Il sole tramontò e noi seduti ai tavolini ci stavamo ubriacando come facevamo in Italia. Dopo il settimo bicchiere, io mi alzai, raggiunsi un baracchino colorato, pieno di frutta, lessi i nomi delle bibite e decisi che avrei sperimentato il Capeta, che allora non sapevo significasse Demonio. Ma non avevo più soldi in tasca, allora misi la mano sotto alla maglietta, estrassi una banconota da dieci dollari e, veloce come il vento, una bambina si intromise e mi portò via i soldi. Anche questa volta non me la presi.

Adesso era buio e l´oscurità in Brasile è più nera che in Europa.. quando mi accorsi che Fabio stava comprando dell´erba, era troppo tardi. Il mio collega di viaggio, il bel Savoldelli dai capelli neri, figlio unico come me, viziato, coccolato, come me al limite della tossicodipendenza o della psicosi, aveva fatto amicizia con Junior e Puma.

– Io faccio capoeira e sono buono – affermò Junior (dopo tutta quella caipirinha, ormai capivo il portoghese!) – Lui invece è cattivo..

Parevano usciti da un fumetto. Puma col berrettino di lana, la barba, i pantaloni sporchi della tuta dell´Adidas; Junior grassottello, in bermuda. – Non vogliamo niente, grazie.

– Niente, un cazz.. – Fabio parlava in dialetto – io voglio sballare! – e allora sballiamo!, pensai io e cominciò una lunga trattativa tra il mio collega e i due. Eravamo nella piazza centrale, quella con la casa di Jorge Amado e il museo, tra i baracchini, i negri festanti, le donne con i foulard bianchi, i mocciosi, gli odori di spezie.. Fabio entrò in una via laterale, era sorvegliata dalla polizia ma forse c´era un accordo tra le parti; quando tornò, credo che ci sedemmo in un tavolino e fumammo assieme ai nostri due amici.

– Io sono buono, faccio capoeira – gli offrii da bere perché mi stava simpatico; Puma invece non diceva niente, ci fissava, chi eravamo, cosa eravamo per lui? In quel momento non ci pensavo, eravamo appena sbarcati e stavamo “sballando” da matti.. ricordo io e lui in macchina, a Pesaro; passando sotto il cavalcavia Fabio disse “dopo questo viaggio, non saremo più gli stessi” e io non sapevo che pensare.. Stessa reazione quando un comune amico, Bolo, in spiaggia, aveva profetizzato “per me, tu non torni”.. e poi i numerosi amici, conoscenti di Fabio e Bolo, quando avevano saputo che andavamo in Brasile, ci avevano preso in disparte tra i lettini e ci avevano raccontato le loro esperienze a Copacabana con le puttane.

Non ricordo quando ci separammo da Junior e Puma. Quello con la tuta però aveva cominciato a infastidirci chiedendoci altri soldi per l´erba che Fabio gli aveva già pagato. E io mi innervosivo e invitavo il mio amico ad andarcene. Alle tre entrammo in una discoteca con musica reggae, vicino al Pelourinho e bevemmo ancora, stavolta della birra. C´erano delle ragazzine con le borsette, parevano prostituirsi. Fabio trovò una donna e le chiese di venire con lui nell´ostello, ma Jô gli proibì di portarla in stanza.

Al mattino, con un mal di testa terrificante, stavamo mangiando frutta e pane e osservando la luce, i colori; tutto pareva strano, un´incredibile energia nell´aria, una forza spirituale fatta di lacrime, sesso, poesia e istinti di morte, grida disperate piene di vita, canzoni, un´impossibile leggerezza.. – Avrete dei problemi – affermò Jô, la bella Jô, amorevole come una mamma. Fuori dall´ostello ci aspettavano Puma e Junior, vestiti come la sera precedente (e forse avevano dormito per terra). “Te l´avevo detto, cazzo!”, imprecai perché io ero un drogato, un alcolizzato, ma mantenevo sempre una candela accesa, un filo diretto col mio angelo custode..

– Puma vuole che gli paghiate l´erba

– E tu digli di non romperci i coglioni! – Fabio s´era innervosito.

– Io sono buono, ma lui.. – replicò Junior.

Eravamo in strada, in mezzo ai rifiuti, ai camion della spazzatura e Jô ci osservava. Era una donna sulla trentina, capelli corvini, corpo da ballerina.. – Se volete, vi faccio da guida turistica, voi mi pagate quello che potete –  questa fu la proposta di Junior, quasi un compromesso.

Andammo così in spiaggia, al Forte, io, Fabio e Junior. Puma a cinquanta metri, seduto, con la tuta, sulla sabbia, ci fissava. – Finché resterò con voi, non vi succederà niente.. -. Provai a rilassarmi, a non pensarci. Il mare era bello, calmo, si vedevano gli scogli sotto. C´erano delle famiglie come a Pesaro, persone che correvano, in molti mangiavano piatti di pesce appena pescato e fritto sul posto.. Ma Puma, senza mangiare, senza bere, impassibile, voleva i suoi soldi. Prendemmo l´autobus e lui si sedette dietro, negli ultimi posti. Ricordo dei ragazzi, forse drogati, che battevano sulle sedie e gli usciva la bava dalla bocca mentre cantavano. Ricordo una piazza, un mercato, strapieno di gente, molte grida, gli odori e la luce erano diversi, erano strani, a Rio de Janeiro non trovai quegli odori, quella luce e nemmeno quell´energia. Pareva che tutto il male e tutto il bene del mondo potessero realizzarsi in quella piazza a qualsiasi momento. Mangiammo del pesce, del riso e dei fagioli. Junior ci ringraziò per il pranzo, io ogni tanto lo guardavo indicandogli l´amico seduto a pochi metri da noi, muto, senza sete, senza fame, che aspettava il resto dell´erba. – Fabio, dagli i soldi e mandalo affanculo.

– Poi ce ne chiederebbe degli altri!

La sera non uscimmo dall´ostello e io cominciai a sentire nostalgia dell´Italia, pensai che il Brasile non era fatto per me e ipotizzai di telefonare a mia madre. “Ero alla frutta”, di nuovo. “Sono sempre al capolinea, in Italia come in Brasile”.. lo spettro della depressione divenne realtà quando, la mattina, dopo aver bevuto il caffè ed esserci preparati per incontrarci con Junior che ci avrebbe mostrato le chiese della città, scorgemmo Jô con il viso preoccupato. Fuori dalla porta della pousada, davanti alla scalinata piena di bambini che giocavano con delle specie di biglie e gridavano e parevano aver dormito per strada tanto erano sporchi, vidi Puma e Junior. Io ero ansioso e pieno di rabbia verso Fabio che aveva provocato quell´inconveniente e non era capace di risolverlo e verso Puma che avrei voluto affrontare. Ma la candela della ragione (il filo diretto col mio angelo custode) consigliava di rimanere calmo, almeno di fingermi calmo. Non volli parlare nemmeno con Junior perché era chiaro che anche lui non era buono, nonostante la capoeira, i valori del maestro e tutte quelle stronzate. Credo che nel tragitto verso l´ascensore Lacerda, vidi anche Icaro, il bambino dei sandali, che mi salutò, senza preoccuparsi di avermi fottuto 50 reais. In prossimità dell´ascensore Fabio il pesarese si avvicinò all´edicolante (poi scoprii che a Salvador come a Rio la maggior parte dei proprietari di un´edicola sono discendenti di italiani) e gli chiese un pacchetto di Marlboro. Quello, magro coi baffi, ci fissò, capì al volo che eravamo italiani e disse qualche parola sull´Italia. Io non replicai, anzi lo scrutai. Lui notò, dietro di noi, gli individui. – Sono vostri amici? – chiese e io rimasi muto, con lo sguardo da cane bastonato. L´uomo mise la mano vicino alla cassa, estrasse una P38 e la puntò verso i due mulatti. – Andate via, figli di puttana! – gridò e i due compari finalmente ci lasciarono in pace.

Ritornammo a Salvador un mese dopo perché dovevamo prendere il volo per Bologna. Io avevo rotto la spalla a Rio, mi ero innamorato di una carioca che pensavo non avrei più rivisto e Fabio aveva incontrato una baiana, Gisele, con la quale anni dopo avrebbe convissuto a Pesaro. Dormimmo nella stessa pousada e, durante la colazione a base di mango, papaia, prosciutto, pane, burro e caffè, chiesi a Jô notizie dei nostri amici. Lei disse che Puma non l´aveva più rivisto e Junior, quello buono, che seguiva i consigli del maestro di capoeira, era in prigione perché aveva tentato di uccidere la madre.

1 – Il bar

Sono seduto in questo bar, da 10 anni. Non ricordo la prima volta. Le cameriere sono cambiate. Ce n´era una.. che importanza ha?

Il tempo non è cambiato. Tendenzialmente caldo. Con qualche giorno piovoso. E vento, molto vento. Siamo a Barra da Tijuca, Rio de Janeiro. E io sono un professore di italiano. A questo tavolo, segnato dal numero 13, mi raggiungono i miei alunni. Sono tavoli all´aperto. Mentre io gli spiego la grammatica (ormai a memoria e senza più guardarli in faccia) fisso gli avventori, mia vera attrazione. Questo è un centro imprenditoriale.. Mi è già venuto a noia, quello che sto scrivendo. Meglio erano i sette romanzi che ho già scritto in questo bar, 6 in italiano, 1 in portoghese. Adesso ve li racconto.. No, adesso vi presento Marilia, l´attuale cameriera, la più simpatica. Un viso piccolo, capelli corti, è bianca, maglietta chiara, con lo stemma del bar sopra, grembiale marrone, con lo stesso stemma. Vive in un gruppo di favelas qui vicino. Oggi non sono più favelas, ma quartieri poveri. Meno malfamati di un tempo, controllati dalla polizia, spesso corrotta. La violenza però è diminuita e Marilia è più tranquilla. Non so se è sposata. Con me è sempre gentile, quando ha saputo che mi piace cantare e che avevo inciso, amatorialmente, due canzoni, le ha volute ascoltare e mi ha fatto i complimenti. Oggi mi chiama per nome, prima mi chiamava professore. Quasi tutti mi chiamano professore, qui. Sono rispettato ed io mi sento un po´ un imbecille, ma è il mio lavoro. Sono un professore. Da più di 20 anni. Lezioni private, principalmente, ho avuto anche qualche classe, ma preferisco le lezioni private, mi coinvolgono meno. E mi lasciano più tempo per pensare e per scrivere. E se vi raccontassi, dettagliatamente, i miei 7 romanzi?

In questo bar ho avuto diverse crisi di diarrea. Anzi forse è il cibo qui mangiato e i troppi caffè che mi hanno causato un´infiammazione cronica intestinale che, spesso, mi fa stare male. Tante, troppe volte mi sono alzato dal tavolo 13 e sono corso verso il bagno (che è dall´altra parte del centro). Le crisi mi lasciano un po´ depresso e sognante. E fatalista, è stata la diarrea a trasformarmi in un fatalista. Oggi non ho più paura di niente, e la morte è l´ultimo dei miei problemi.