Il fumo della pipa va lontano

Adesso disponibile su Audible di Amazon:

 

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audiolibro

Sto correggendo assieme all’attore Claudio Carini i capitoli recitati de “Il fumo della pipa va lontano” che uscirà come audio libro il 20 giugno. La voce calda di Claudio, sussurrata, che racconta dei litigi tra me e mia madre, e della San Donato degli anni 80 e 90, mi emoziona profondamente. Spero chissà che la stessa emozione possa assalire i cuori di chi ascolterà. Chissà…

 

il fumo della pipa itunes (1)

Il 25 aprile

bandiere

Stanotte ho sognato Enzo. Era un po’ più grasso di come l’avevo visto l’ultima volta, circa due anni fa. Era un po’ gonfio. Eravamo in centro a Milano, forse perché oggi è il 25 aprile e io, lui e molti altri e altre ci ritrovavamo tutti gli anni per festeggiare la liberazione dal nazifascismo. Succedeva soprattutto negli ultimi tempi che magari non ci vedessimo mai durante l’anno, il 25 però ci si incontrava tra Porta Venezia e Porta Romana o magari nella Piazza della Repubblica e si camminava insieme, ci raccontavamo tra uno slogan e l’altro le rispettive esistenze, ci si abbracciava e si sorrideva perché finalmente primavera era arrivata ed era un bel ricordo la primavera del 1945, l’inizio di un’epoca che avrebbe visto i nostri nonni e genitori nella ricostruzione di un Paese e poi noi nel consolidamento di valori quali il rispetto, la fraternità, la giustizia. Sfilavamo per le vie del centro e c’erano un po’ tutti, c’erano Marco, Luca e Enzo dei Vox D’Accion, banda ska punk degli anni 90 e c’eravamo io, Ricky, Izzu e Bubu dei Kyre, banda punk rock degli anni 90; c’erano Barbara e Francesca che non erano più Barbara e Francesca degli anni 80 quando eravamo dei bambini e io le amavo silenziosamente da lontano (e di nascosto) ma due donne mature arcigne, che ogni volta che leggo Elena Ferrante me le immagino nelle vesti di Lenù e Lila. E c’era Timoteo senza nemmeno l’ombra di un pelo o di un capello che, figlio di irriducibili comunisti, nipote di un nonno partigiano, in prima fila a ridosso del cordone di braccia aggrovigliate insieme, in mezzo a belle bandiere sventolanti gridava “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung, evviva il compagno Ernesto Che Guevara!”. E noi lo seguivamo, lo imitavamo, ripetevamo quello che diceva lui; almeno io lo facevo, sempre, anche se tra tutti i nomi citati ce n’era uno, Mao Tse Tung, le cui gesta non conoscevo affatto; Marx, Lenin e Guevara rientravano però tra i rivoluzionari degni del massimo rispetto.

Passavamo sotto i balconi dei palazzi borghesi del centro, quelli solidi con le balaustre sporgenti e antiche, signorili, e molti tra gli inquilini uscivano e gridavano insieme a noi sventolando bandiere rosse. Altri, la maggioranza forse (a me parevano tali perché ritenevo che Milano fosse una città troppo borghese e troppo diversa da Reggio Emilia o da Bologna) dai balconi ci insultavano o ci disprezzavano osservandoci silenziosamente da dietro le finestre, forti e orgogliosi del fatto che il fascismo proprio a Milano è nato, ed anche il movimento di Berlusconi (e vi si è diffusa la Lega Nord). Noi gridavamo a favore di un sentimento, di una necessità di giustizia che ci ardeva in petto, gridavamo la gioia di vivere e di essere lì in quel momento a ricordare i liberatori della patria, dell’Italia, i Padri della Costituzione e della Democrazia Italiana che avevano inculcato ai nostri nonni, padri e madri e a noi stessi quei valori che mai avremmo scordato.

Il 25 aprile era un giorno di festa; se faceva freddo il maglione vestito sarebbe stato immancabilmente di colore rosso; se pioveva, dopo aver camminato e gridato ci saremmo rintanati in uno dei mega-store del centro; se faceva caldo i festeggiamenti sarebbero continuati fino a sera in una birreria o stravaccati in qualche parchetto o al Parco Nord di San Giuliano attorno al quale abitavamo tutti quanti.

Oggi però io vivo a undicimila chilometri da dove sono nato, in un Paese che mi ha accolto e che ho amato tanto. Oggi Enzo, che mi è apparso in sogno, già se n’è andato, è passato a miglior vita, come si dice e, dove vivo io, il venticinque aprile è una data come altre, si lavora, nessuno commemora niente.

Oggi nuovi venti di inquietante fascismo si aggirano per il pianeta e in molti vogliono rinnegare i valori di uguaglianza e libertà in nome di un odioso autoritarismo.

Enzo, che in sogno aveva il viso gonfio, è morto a causa di un attacco cardiaco. E anche se vivessi ancora a Milano e mi fossi recato in centro a festeggiare, lui non l’avrei incontrato. Può darsi che avrei visto Mauro, Marcello o Pepè ma Enzo no, non l’avrei incontrato. E forse proprio per questo mi è apparso di notte in sogno, per ricordarmi che il tempo passa, fugge e finisce pure e noi non dobbiamo buttare via nemmeno un minuto, nemmeno un secondo.

I nemici sono sempre gli stessi, cambiano i nomi, le latitudini e le armi, ma i nemici sono gli stessi.

Ci vogliono indurre all’infelicità e al silenzio, come hanno sempre fatto, in modo che loro possano regnare in un mondo sempre più disuguale, a misure diverse per poveri e per ricchi.

Vogliono zittirci, sì, e farci rinchiudere in noi stessi. E a me viene in mente il mio amico (non era un amico fraterno a cui dicevo tutto ma pur sempre un amico) che cantava nei Vox D’Accion; saltellava sul palco, sembrava un pugile il mezzo al ring, curvo, a guardia bassa, sospettoso, circospetto, pronto a sferrare il pugno. E gridava: “Rojo el Pueblo, Rojo el Pueblo, Rojo el Pueblo!”.

Ecco, Enzo, avevi ed hai ragione: il popolo è rosso, continua rosso dello stesso colore del sangue che ci scorre nelle vene e che in un pomeriggio come tanti nelle tue si è bloccato e non ha raggiunto il cuore.

 

 

Ivanilda

 

 

Vivevano nella parte alta della favela, a ridosso della roccia. Io li ho conosciuti lì. Due famiglie legate alla ONG di un’amica, che si occupa di bambini e che oggi è riuscita a farsi registrare come “Asilo della Prefettura” e ciò significa che riceverà aiuti economici dal Comune.

Le loro case erano povere, costruite in un luogo pericoloso perché pieno di narcotrafficanti che si nascondevano in quelle vie impervie con molte curve e vicoli, vicoletti di difficile accesso.

Quando le giornate erano calme, andarli a trovare era un piacere. Mi hanno offerto carne e birra, insieme abbiamo visto delle partite alla televisione, ricordo ad esempio la finale Milan Liverpool della Coppa dei Campioni. Il primo tempo finì tre a zero per il Milan ed io, juventino annoiato, decisi di andarmene. Scendendo mi fermai in questa e quella casa a chiacchierare delle vicissitudini della favela, del lavoro che svolgevamo insieme, dei donatori, dei progetti e di quisquilie o cose importantissime che riguardavano le nostre significative/insignificanti esistenze. Quando raggiunsi l’entrata della favela, il Liverpool aveva pareggiato tre a tre e Shevchenko aveva sbagliato un gol praticamente a porta vuota.

Invidiavo il loro senso di comunità così distante dal sentimento di isolamento che aveva caratterizzato i miei ultimi anni a San Donato/San Giuliano Milanese. Nonostante la povertà e le poche aspettative (i figli difficilmente sarebbero andati all’università e per me questa era una gran pena, per me che ero nato nel comune italiano col maggior numero di laureati in rapporto alla densità demografica) nonostante le difficoltà, le fogne a cielo aperto e le croniche mancanze di quei beni materiali che invece per me erano stati di facile accesso, gli abitanti di queste zone disadorne della favela mi insegnarono quanto era potente l’effetto della generosità, della condivisione, dell’aiuto reciproco. Vivevano praticamente senza privacy, i pochi momenti di solitudine ognuno di loro doveva conquistarseli magari con una camminata in riva al mare, insomma per nessuno era naturale avere una stanza propria, una propria libreria, un divano rosso o uno stereo come invece era toccato in sorte a me. Io però, figlio unico di un figlio unico, di solitudine avevo sofferto; venivo da lunghi inverni passati da solo in casa a leggere Dostoiévski, lunghi inverni di quella lunga adolescenza che mentre la vivevo non sapevo mi avrebbe marcato, nel bene e nel male, per sempre.

Sono passati molti anni da quei nostri incontri e molte cose sono cambiate nelle loro vite e nella mia.

Alcuni di loro, estenuati dalle abitudini cruente di narcotrafficanti e polizia, hanno deciso hanno provato a cambiare. Alcuni di loro si sono illusi che andare a vivere in una zona di Milizia fosse una buona scelta; la Milizia (formata da poliziotti, militari, agenti dello Stato fuori servizio, in pensione o ancora attivi, legati a politici, imprenditori e faccendieri vari) da più di vent’anni vende un’immagine di sé che la dipinge come alternativa al narcotraffico. I quartieri di Milizia (tutta la zona ovest, ed ora anche parte della zona sud e poi quasi tutta la Baixada) vengono considerati tranquilli, con poche armi a vista, quartieri nei quali se non ti metti contro i miliziani, se non “fai le pulci” ai loro traffici, non hai problemi. I miliziani vendono servizi internet, bottiglioni del gas, aprono negozi, ristoranti, riscuotono una tassa da ogni residente, tassa chiamata “Io ti progetto da me stesso” e costruiscono case e condomini abusivamente, dovunque ci sia della terra disponibile. Lo Stato non riesce/non vuole fiscalizzare (spesso perché connivente). Gli appartamenti vengono venduti a prezzi inferiori (la metà) di quelli di mercato. E due tra le famiglie dei miei amici, dei miei conoscenti della favela hanno scelto di cambiare aria, attratti dalla possibilità di vivere in un condominio come si deve e non in una casa scavata nella roccia che per raggiungerla devi scalare tutte le sere una collina.

La cuoca dell’asilo, la cuoca della ONG ha venduto tutto quello che aveva, si è indebitata con la banca e ha comprato un bell’appartamento in un bel condominio, senza registro negli uffici del Comune ma chi gliel’ha venduto le ha garantito (a lei e a centinaia di inquilini) che il registro non era importante, le costruzioni erano a posto, poteva stare tranquilla.

Ieri mattina il palazzo nel quale abitava con la figlia e la nipote è venuto giù. Lei non c’era, era al lavoro in favela.

Ora, trentaquattro ore dopo il crollo, è seduta accanto alle macerie aspettando un miracolo, quello di rivedere la figlia e la nipote, vive.