Biglietto di compleanno

compleanno

 

Ti faccio gli auguri anche io,

in fondo è da molto che ci conosciamo,

ci frequentavamo come due estranei

all´inizio poi, piano piano,

abbiamo imparato a rispettarci…

Ricordi quando il vento era troppo forte per entrambi,

tu eri un pulcino, io un bambino

ignaro di aver già partecipato al gioco delle sfere

di cristallo

lo stallo, poi lo sballo, le droghe, il rock´n´roll

che tempi, mio Dio, che tempi!

Adesso che ci siamo rassegnati a quest´unica

incarnazione e poi all´eternità

che viene dalla polvere,

a braccetto ce ne andiamo

per le vie di Rio de Janeiro

in questo strano carnevale.

La maschera di pelle e ossa

pare reale

le dita, allusioni a una vita perduta

per sempre.

Per questo ti faccio gli auguri, vecchio mio

e puoi contarci,

un giorno ti seppellirò e onorerò

la tua memoria

tra le scorie della storia.

Ma adesso goditelo il Carnevale,

perché non ti è rimasto nient´altro.

E tu lo sai e lo sa la folla

che si agita, si bacia e ci crede

come fosse la prima volta.

 

ferrovia

Il lungomare di Pesaro è celestiale,

paralizzato dalla ferrovia,

ipnotizzato dal monte.

Non se ne esce vivi, davvero

e poi ho visto una tartaruga morta sul bagnasciuga,

in quest´inverno primaverile

da fine del mondo.

 

Stavo correndo, cercavo un po´ di solitudine

e qualche incontro occasionale,

astenersi perditempo.

Ho trovato una linea compatta, sicura

e un crepitio di onde

più tiepido dello sciacquone del bagno

eppur poetico e

dubbioso come la mia anima

mezz´europea

mezzo latino americana.

 

In Italia sono più sereno, ripetitivo come sempre,

mangio a più non posso

manco il mondo debba finire per davvero.

Sono più sicuro e sento la mancanza d´irridere la stupida vita

carioca.

Vengo dal Brasile, d´altronde, terra di mezze misure…

 

Torno in Brasile perché la calma non mi si addice.

E se davvero, come sembra, il mondo finirà

che si muoia combattendo, per Dio!

Eppure qualcosa nel lungomare di Pesaro,

la sotterranea utopia delle amicizie tutte maschili e filosofiche,

la sottile striscia di sabbia che congiunge Pesaro a Fano, con le casupole

e il suono di salsa e merengue così romagnolo

nonostante le Marche,

mi dicono che… ma forse mentono!

 

La verità è che nulla so, ancor meno

perché mi senta vivo.

Avrei mille motivi per non esserlo,

non ultimi gli assurdi sogni delle scorse notti

ma vivo sono e speranzoso,

pieno di fede in un futuro

che pare non esserci mai stato.

 

 

 

 

 

terra

Se le case degli amici fossero delle regge,
se i consigli dei poeti smuovessero il gregge
verso orizzonti meno normali
se la ripetizione di gesti banali,
consueti, come accendere una sigaretta,
farsi una birretta
non fosse un insulto al sovrannaturale
ma una preghiera rispettosa della tradizione
se ogni questione fosse solo una questione,
ogni gesto una promessa,
se tutto questo fosse vero, ecco il mondo
non sarebbe così nero,
depredato, violentato,
un vecchio ai confini del precipizio
ultracentenario suicida
che non desta la benché minima invidia
negli extraterrestri, ma commiserazione,
quasi schifo per i nostri bizzarri modi di pensare
e di fingere di volerci bene.

Per un amico

rose bianche

 

Tu sei pazzo

come un razzo, come il suono

abitudinario di uno strillone

che vende i giornali, sempre tutti uguali.

 

Tu sei buono come il tuono

come la rabbia della natura che,

insicura, vorrebbe essere altro da ciò che è

e grida, irrompe, distrugge

simulando una forza che non possiede.

 

Sei bianco come il mio piede sinistro

così diverso dal destro

sei naturale, sei artificiale

sei un uomo debole e forte

che, nel pensiero, rifiuta i compromessi

ma, in realtà…

 

Hai tentato il volo e Pai Oxalá è stato misericordioso.

Avevi ragione: questa non la meritavi.

E adesso, che raccogli i pezzi,

ascolta la voce di un tuo umile scudiero:

sii sincero con te stesso,

prendi il mostro per le corna,

amalo e ama ogni singolo essere umano

a cui ti venga voglia di tendere la mano.

Pesaro

pesaro

 

Perché quando cammino per le vie di Pesaro

mi viene voglia di uccidere qualcuno?

Forse perché nessuno mi pare quello che è,

tutti nascosti dietro gli stivali, i giubbotti

o forse perché i padri dicono porca paletta

e non porca puttana?

Le commesse sono troppo ragionevoli e mi costringono

a non usare l´ironia. Se vivessi qui, dovrei

adeguarmi, rassegnarmi alla solitudine, all´odio

da lontano.

Se vivessi qui, dovrei moderarmi o accettare

d´essere additato.

Se vivessi qui, dovrei sentirmi un pazzo o

uno sfigato.

Ma io non vivo qui e quello che penso lo urlo di nascosto. Sarà

pur meschino,

ma cosa posso fare se i genitori attorno

alla pista di pattinaggio

mi sembrano pagliacci o spaventapasseri

impagliati?

Cosa posso fare se mi paiono tutti nascondere

le reali intenzioni,

se dietro quegli occhi, se dentro quei

giubbotti io i mostri li vedo come

ai raggi X e sono bicefali e

volgari?

Passeggiamo per via Branca, quindi. Salutiamoci, se ci riconosciamo quando ci incontriamo. Raccontiamoci le vacanze

e parliamo a bassa voce dei tumori o di quelli che si sono buttati dal balcone.

Guardiamo le vetrine, che cambiano ogni anno, la luna alta in cielo e la stazione un po´ più in qua.

Quanto è bella la stazione che porta a Roma, Napoli o Milano, che porta lontano, è la parte più bella

della città.

Poesia di Capodanno

fogos

 

In questa sedia, a questo tavolo

ci si appoggiavano prima di me.

Invece di scrivere, cucinavano

o si facevano la barba

bestemmiando in pesarese. Si chiedevano

gli stessi perché.

Speravano in un futuro migliore. A turno se ne se ne sono andati

lasciando noi che a nostra volta partiremo

e lasceremo qualcun altro che si porrà le stesse domande

seduto a questo stesso tavolo

in un´ora come questa

in un inverno con questa luce.

 

Mi dicono che sono come loro, sono uguale a loro

anche se uso una mitragliatrice e i nemici hanno cambiato

i connotati,

anche se ho i denti più affilati e nelle tasche dei pantaloni

nascondo i miei coltelli,

anche se ogni goccia del mio sangue

sarà spesa nella lotta,

e io ci credo.

Per questo, quando le teste dei nemici

ruzzoleranno una ad una tra le radici

della foresta,

farò una festa,

una grande festa tropicale

gelida e bollente

e sarà piena di gente (tra vivi e disincarnati).

Ci saranno torte a quattro strati,

mangeranno e si divertiranno tutti.

E se tra i flutti delle navi devastate dalle bombe

qualche superstite, galleggiando tra le onde, chiederà pietà

gli sarà concessa,

i moribondi saranno trattati come sani,

l´ordine finalmente regnerà

e il ciclo riprenderà il suo corso

in nome dell´Unione,

generazione dopo generazione.

Cristo è stato crocifisso in uno shopping center

presepe

 

Cristo è stato crocifisso

in uno shopping center.

Hanno inserito il suo nome

nelle caselline

e poi hanno digitato enter.

 

Cristo è stato crocifisso

in un negozio.

L´hanno picchiato a sangue

perché sporcava il pavimento

e l´atmosfera

con quei pensieri così ingombranti

che parevano elefanti.

 

Cristo era il mendicante

davanti al Comune

nell´equinozio di primavera

mentre leggevano poesie

tra le quali le mie.

 

Chi ha visto Cristo

fuori dalla chiesa

ai piedi della croce,

chi ha sentito la sua voce

sarà salvato.

Chi ha comprato il regalo

o il vestito e poi

ha ascoltato la lettura

del Vangelo

come fosse quella delle notizie

del telegiornale

andrà all´inferno e

verrà cucinato alla graticola

come un animale.

 

E le mie poesie?

Le leggeranno,

in molti le capiranno,

in molti rimarranno indifferenti.

Quasi nessuno si chiederà

se la libertà

tanto cantata

sia fittizia

perché la verità

non fa notizia.

Io stesso non me lo chiedo più

e quando osservo lo shopping center

alle mie spalle,

quando lo scorgo sopra la collina,

adesso che cammino a valle,

quando guardo mia moglie con

l´occhio destro,

quello più schivo,

mi dico che è un miracolo,

una specie di addio,

perché il Cristo Crocifisso

l´ho visto solo io,

e sono ancora vivo.

Natale ai tropici

natale

 

Le parole “Natale ai tropici”

mi ricordano uno di quei film con Boldi e Calà

che io vedevo con mia nonna nei cinema del

centro di Pesaro

e non ne uscivamo mai soddisfatti.

Lei sperava di vedermi ridere (almeno io)

e io ridevo perché lei pensasse che

spendere quei soldi e accompagnarmi

fosse servito a qualcosa.

Oggi però il mio Natale tropicale si tinge

del ricordo della Pierina

coi capelli grigi, il cappotto nero

e gli occhi irriducibilmente dolci.

E del nonno Aurelio che aspettava a casa,

austero.

La casa è la stessa dei miei genitori oggi, vicino al mare,

dalle gambe ritte e forti,

costruita dal padre della Pierina.

Casa dei Gennari e dei Rossi,

gente di poche parole, pessimista,

abituata a soffrire

e a resistere.

Gente arcigna e fatalista.

Gente amara.

Vorrei che il mio Natale fosse quello di una volta,

tutti attorno allo stesso tavolo

a scrutarci insindacabili.

Invece è tutto differente, ai tropici.

Mia moglie è al mare con sorella, figli e nipoti,

io in casa con mia figlia, indisposta.

È l´unico giorno dell´anno in cui i negozi di Copacabana

sono “tutti” chiusi.

Natale senza freddo, senza neve…

E non posso mangiare quello che vorrei!

Allora, Pierina, non mi rimani che tu

coi ravioli in brodo, i dolci solo alla fine del

pasto, la tua efficienza ai fornelli,

la ferrea volontà (così simile a quella di mia moglie)

affinché tutto andasse come doveva andare.

Ricordati che tuo nipote ti ama ancora, come allora,

ti amerà sempre, fino alla fine e oltre.

Come stai facendo tu,

lassù.

 

 

norvegia

 

Mi ripiglio dalla Sindrome del Nord

coi suoi castelli, le costruzioni.

Il tempo è indivisibile

seppur diviso in minuti, secondi,

è una nostra convenienza

il tempo continuo, dico, è indivisibile

la logica lontana, lo spazio tra una stella e una stella

è il senso.

 

Mi ripiglio dalla Sindrome del Nord,

dal valore e il peso del peccato,

dalle opinioni di chi ha studiato

dalla violenza di chi non ha studiato

ed è immigrato

dalle minacce, dagli insulti, peggio ancora

se nelle bocche di sedicenti

religiosi.

 

Mi ripiglio dalla Sindrome del Nord,

dai ricordi, dal passato

dall´attaccamento al passato come un

quadro, un vaso, un viso

che non accetta di entrare, annegare

nel flusso, sotto il dolce canto

di una mamma africana

regina delle cascate e dei piccoli

fiumi.

 

Mi ripiglio dalla Sindrome del Nord

e, in un certo senso, mi rifugio

nella Sindrome del Nord.

Nell´organizzazione, nell´educazione,

nella cultura libresca, nei musei,

nella ambulanze, negli ospedali,

nelle scuole pubbliche delle città del Nord.

E lascio il Sud al suo destino irrazionale,

che poi è anche il mio.

atacama

 

Io sono un cane sciolto, lo sono sempre stato.

Non ho stato, non ho patria, non mi sento assolto

né condannato.

Chi incontro incontro, mangio i resti se non posso partecipare

a un banchetto prelibato.

Non mi vergogno per necessità, perché qualcosa si deve pur mangiare.

Eppure quella sensazione di libertà

l´azzurro del cielo nel deserto mescolato al rosa

in Atacama

le onde, la spuma e i deltaplani che, invece di precipitare, atterrano leggeri

a Rio

i pensieri che si schiudono al futuro, al bello, a Dio

danno un senso al mio girovagare e lo daranno un giorno

quando magro, solo, esausto

morrò in un qualche vicolo

senza aver mai dato retta

ai cani schiavi di padroni.