“La figlia di Almir”, cap. 15

assempleia

 

15.

 

Ora l´attendeva la ricerca di Júlio e chissà se l´avrebbe trovato, mentre pensava queste cose l´uomo che lo aveva aiutato prestandogli un vestito, delle scarpe e soprattutto permettendogli di fare una doccia gli diede una leggera gomitata nel costato per indicargli che era arrivato il momento di pagare. I fedeli intonarono un canto: “Gloria a Dio, Dio io ti lodo con tutta la mia anima, senza paura, senza tentennamenti, adesso che sono nel cammino della fede, non ho più timore delle tenebre, non ho più timore della malattia, perché tu sei con me, mio Dio” e, mentre lo dicevano, si battevano sulla testa con una busta nella quale avevano inserito i cinquanta soldi, che ognuno di loro dava in offerta alla Chiesa Evangelica di Porto Seguro.

Almir non sapeva se ognuno offrisse proprio cinquanta soldi, ma il confratello gli aveva detto così e lui nella busta ne aveva messi cinquanta. Anche Almir si mise a recitare il suo gloria a Dio con devozione e un poco di risentimento a causa della preziosità di quel denaro per lui, per Gracinha, per il nascituro, per i suoi undici figli… espresse con devozione la sua fiducia e fede, si battè la busta contro la testa come facevano gli altri dicendo “grazie Padre mio” e poi “Dio sono un peccatore, perdonami” e poi ancora “Signore mio, vicino a te sono dentro a una fortezza”. Queste ripetizioni gli provocavano una piacevole sensazione di ebetudine, che durò finché un fratello in giacca e cravatta passò con un cestino a raccogliere le offerte. La riunione era conclusa, potevano andarsene in pace.

Il capo carismatico intonò una ultima canzone di gratitudine, rivolgendosi al nostro Signore Gesù così benevolo da accogliere nella sua chiesa tanti peccatori che finalmente avevano scelto la giusta strada. Almir condivideva, è chiaro, le parole del pastore, cioè riteneva sinceramente che la chiesa l´avesse aiutato ad uscire dal tortuoso cammino nel quale si era avventurato dopo la fuga della bella Jasmine dai capelli di seta. Il confratello avvicinò la bocca al suo orecchio destro, gli disse “piacere Henrique”, lui rispose “Almir”, i due si strinsero la mano e Henrique invitò il baiano di Una a cambiarsi d´abito. Doveva riporre i vestiti dove li aveva presi, infilarsi di nuovo i pantaloncini sporchi, la maglietta già l´aveva sostituita con una pulita, era stato previdente a portarsela da casa e quindi non aveva bisogno che Henrique gliela prestasse, il confratello gli avrebbe però lasciato i suoi sandali, perché questi sì gli erano necessari, ma lui doveva ricordarsi di tornare a visitarli nella loro assemblea, per pregare insieme a loro e fare un´altra offerta. Almir non rispose niente, soltanto deglutì con forza al pensiero di dover spendere altri cinquanta soldi per una doccia. L`amico gli porse un paio di ciabatte bianche con le suole rovinate, la marca cancellata e l´attaccatura plastificata che separava il pollice dall´alluce, quasi distrutta.

– I miei amati sandali… – disse l´evangelico – con loro ho camminato e faticato, ho sofferto cercando Dio e fuggendo il demonio, ora li lascio a te, perché tu possa camminare per le strade del Signore.

– Grazie fratello – replicò il marito di Gracinha, ma sentiva una punta di angoscia dentro al cuore.

 

– Mi accompagneresti da Júlio? – fece la richiesta dopo essersi svestito di camicia e pantaloni ed essersi presentato nella sua solita tenuta da uomo tropicale.

– Júlio chi?

– Júlio, quello che abita vicino al mare, che ha un cane grosso, lavora per un fazendeiro, è stato in Una per l´Unaca, che mi hanno detto che è un ente del governo che aiuta la natura a sopravvivere.

– Ah, Júlio!

– Sí proprio lui, mi ci accompagnerai?

– Non credo di sapere dove abita, tu mi perdonerai fratello, ma devo visitare alcuni confratelli in difficoltà e devo parlare col pastore, dobbiamo organizzare l´assemblea di questa sera, oggi è giorno di preghiere.

 

Il baiano lo guardò sconsolato mentre scompariva dietro la porticina verde, nella quale lui stesso era entrato per farsi un bagno e cambiarsi due volte d´abito.

Si infilò i sandali bianchi semidistrutti e prese la direzione della spiaggia che, se non si ingannava, doveva essere alla destra del ponte, da quella parte erano andati i turisti assieme alle donne. Aveva voglia di bere una cachaça come ai vecchi tempi e la voglia aumentò quando la plastica infradito del sandalo destro si ruppe e lui se lo tolse, lo prese in mano e lo gettò via. Di nuovo scalzo, anche se di un piede solo, pensò che in quel momento Henrique e il pastore stavano contando il denaro raccolto nell´ultima assemblea; gli parve assurdo procedere in quel modo mentre loro pensavano a questioni economiche, allora abbandonò anche l´altra ciabatta tra la polvere della strada. Era più leggero adesso e non aveva paura. Il fatto di aver speso cinquanta soldi con la Chiesa Evangelica di Porto Seguro in fondo lo faceva sentire più tranquillo, con meno impegni, meno doveri, perché la ricchezza impone degli obblighi, un pensiero intorno a come spendere o a come non spendere, l´assenza di denaro alle volte è una benedizione, non si pensa più a niente, ci si lascia vivere. Sorridendo raggiunse la fine della strada asfaltata dove cominciava la foresta, lui amava tutta quella vegetazione, ci era nato dentro; sentì una fitta nello stomaco ed era la fame, aveva ancora cinquanta, forse cento soldi, erano abbastanza per un abbondante pasto, anzi erano sufficienti per dieci abbondanti pasti, ma lui non aveva voglia di pensare a certe cose. Quando si è pieni di angosciose questioni che vagano come cellule dentro la testa spesso si giunge alla conclusione che non c´è una soluzione e allora il cuore si fa più leggero e la testa sperimenta un´ebrezza simile all´ubriachezza. L´unico vero problema era il morso della fame che prendeva lo stomaco di Almir. Lui avrebbe potuto decidere di spendere qualche soldo o qualche moneta che si era portati da Una nascosti dentro le mutande, camminando tra gli alberi poi si ricordò che quel giorno non aveva telefonato a Gracinha… la foresta si infittì… come teleguidato, Almir attraversò un palmeto. Vide gli alberi da cocco e si ricordò di Maria Bethânia che con le palme dei piedi appoggiate al tronco era capace di salire fino in cima e far cadere il cocco giù.  Il baiano di Una arrivò fino al mare che era a poche centinaia di metri dalla foresta. Le palme in controluce disturbavano l´oceano che segnava placido la linea dell´orizzonte, lo disturbavano nel senso che il mare da solo avrebbe disegnato con maggiore perfezione la linea dell´orizzonte di quanta ne raggiungesse così frastagliato di palme. La fame si fece spasmodica, Almir quasi sbavava, però aveva deciso di non spendere altri soldi, sarebbe morto piuttosto di sprecare altro denaro, dopo averne sperperato tanto per arricchire la Chiesa di Porto Seguro, che era molto più esosa di quella di Una. Il sole sembrava una bestia feroce pronta a morderti alla gola e questo era normale nell´estate baiana, ma Almir sudava come aveva sudato poche altre volte in vita sua, forse come quando ancora era un robusto e forte negro senza moglie e si incontrava con quelle cagnette baiane, che appena vedono un uomo vero si bagnano tutte. La testa cominciò a girare, le orecchie a ronzare, il cervello a martellare dal di dentro come il motore di una Fiat Palio quando gli abitanti di Una ci mettevano dentro una miscela di benzina adulterata, che inquinava il doppio rispetto a quella normale.

Il baiano si appoggiò alla sabbia, perso in una riflessione intorno all´inquinamento prodotto dai gas di scarico delle automobili; una delle ultime trasmissioni che aveva assistito alla televisione con Gracinha aveva parlato del problema del disboscamento della Amazzonia e del buco nella fascia di ozono che favoriva l´aumento della temperatura, forse era a causa del buco che in quel pomeriggio faceva così caldo… la feroce bestia baiana lo morse alla gola, il sudore aveva reso la sua seconda maglietta più sporca di quella con cui aveva viaggiato in autobus… “devo telefonare a Gracinha” pensò sdraiandosi a terra. Si era addormentato o forse era svenuto. Era difficile dirlo per i giovani turisti che, impegnati nel corteggiamento delle mulatte, non fecero caso al malore e alla stanchezza di quell´uomo e lo considerarono un abitante del luogo che, abituato ai pigri ritmi locali, si concedeva un riposo pomeridiano.

 

 

 

 

 

 

 

Il titolo “Una, Bahia” sta cambiando per “La figlia di Almir” – questo è il capitolo n. 14

porto s.

 

14.

 

 

Almir si svegliò sui gradini della sua amata chiesa evangelica. I gomiti gli facevano male, come la schiena e il sedere, ma non era uomo di lamentele, era uomo di preghiere: “Dio ti ringrazio per questo risveglio, per questo giorno di sole e per tutti i giorni che mi dai, ti ringrazio per quelli che ho vissuto fino adesso nella gioia e nel dolore, nella speranza e nella disperazione, e per quelli che vivrò… non ti chiedo niente per me, solo ti imploro di aiutare Gracinha e il figlio che ha in grembo e gli altri che mi hai mandato perché io li accudissi e li crescessi”. Recitò un Padre Nostro, poi si rese conto che aveva bisogno di un bagno, nessuno l´avrebbe scambiato per un padre di famiglia così sporco e cencioso, senza sandali, a petto nudo, con un semplice zaino sulle spalle. La piazza stava riempiendosi di gente che andava al lavoro caricando sacchi e sacchetti, passarono alcuni uomini seduti su un carretto trainato da un asino, ancora girovagavano i turisti che ridevano al lato di donne avvenenti, “sono un bel ridere le loro vacanze” pensò Almir e subito si pentì di averli giudicati senza conoscerli. Si passò la mano destra sul corpo come per spolverarsi, poi decise di telefonare a Gracinha, la cabina a forma di orecchio era sempre nello stesso posto e nella tessera gli erano rimaste delle unità… Il telefono là in Una suonò, suonò, ma nessuno venne a rispondere. Lui provò un´altra volta e la cornetta fu alzata dal vicino.

– Chi parla?

– Sono Jorge.

– Amico mio! Come stai?

– Bene, dove sei?

– Sono in viaggio, sto cercando un lavoro, purtroppo quelle persone malvage di cui ci hai parlato mi hanno costretto a prendere questa decisione.

– Vuoi che chiamo tua moglie? – chiese l´uomo che pensava: “Sei un povero idiota, se ti raccontavo che cercavano coltivatori sulla luna che facevi, partivi per la luna?”.

– Non ho più credito! Dille tu per favore di passare dal mio padrone e di chiedergli di darle quello che mi spetta come buonuscita, dille di spiegargli che me ne sono dovuto andare a causa di gravi problemi personali, ma di non raccontargli il vero motivo della mia partenza, hai capito?

– Farò quello che mi hai chiesto.

– Grazie, vicino! Ci fossero più persone come te e il mondo sarebbe migliore.

Il credito si esaurì di colpo e la conversazione fu interrotta. “Queste unità finiscono subito” pensò l´evangelico, “Non ha i soldi per chiamare la moglie e parlarle per cinque minuti” si disse compiaciuto Jorge e subito andò a riferire a Gracinha.

 

Mentre i turisti abbandonavano la piazza per raggiungere la spiaggia, a Porto Seguro era cominciata la prima riunione giornaliera della Chiesa Evangelica. Almir pensò fosse arrivato il momento buono per andare in chiesa a meditare e per chiedere a un fratello come poteva raggiungere la casa del suo conoscente Júlio. I fedeli parlottavano abbracciandosi calorosamente, sicuramente si salutavano così tutte le volte che si incontravano. Vestivano cravatte dai colori forti, camicie bianche e doppiopetto nero, la maggioranza era di pelle scura, c´erano prevalentemente maschi. Il baiano di Una si avvicinò a un devoto.

– Dio ti benedica fratello, io sono Almir di Una, sono qui per incontrare un amico di Porto Seguro, come vedi sono sporco e scalzo, avrei bisogno di fare una doccia e di un paio di sandali, sono pieno di problemi e di figli e ho deciso di costruire una nuova vita per me e per la mia famiglia a Porto Seguro.

– Chi è il tuo amico di qui?

– Si chiama Júlio, ha lavorato in Una, è un uomo alto di pelle chiara, conosce un fazendeiro.

– Non sai il suo cognome?

– No, ma so che abita vicino al mare in una piccola casa e che ha un cane grosso dal pelo rosso, me ne parlava sempre…

– Forse ho capito chi è… Dopo la funzione ti porterò da lui.

– Dio ti benedica fratello, ma Gesù non ha detto chiedi e ti sarà dato? Io ti sto chiedendo aiuto perché sto passando un momento difficile: potresti trovare il modo di farmi fare un bagno e di darmi un paio di scarpe o di sandali?

 

Il fedele dalla cravatta rossa, gli occhiali neri, le scarpe lustre e le calze bianche osservò meglio il baiano di Una e si rese conto che davanti a sè aveva un uomo impolverato che aveva dormito fuori casa per una o due notti. Poteva essere un mendicante, uno sbandato o un drogato, ma aveva detto di far parte della Chiesa…

– Ti posso trovare dei sandali e un bagno dove lavarti, ma tu, fratello in difficoltà, ti ricordi ogni mese di onorare la Chiesa e di offrire un po´ dei tuoi guadagni, anche se sono pochi?

– Ogni mese dò cinquanta soldi alla Unione Evangelica di Una… Tutti i giorni prego e leggo la Bibbia!

– Allora vai nella nostra congregazione, entra dalla porticina, fatti un bagno, infila il paio di pantaloni che troverai nel primo cassetto accanto alla porta, calza le scarpe che sono vicino al comodino, poi prepara il cuore, purificalo per fare la tua offerta di questo mese!

– Grazie fratello – disse Almir, contento di potersi lavare, non contento di dover fare un´offerta anche a Porto Seguro, lui infatti era abituato a contribuire alla prosperità e alla sopravvivenza della chiesa di Una… Ma decise di non protestare.

Si pulì ed era un altro uomo. Aveva indossato la maglietta bianca che era nello zaino, aveva calzato le scarpe e vestito i pantaloni che aveva trovato nel cassetto. Gli stavano un po´ larghi, ma dovette adattarsi… A Porto Seguro non c´era Gracinha a rammendargli e accorciargli i vestiti! Entrò in chiesa assieme al correligioso. Le finestrone di vetro erano uguali a quelle di Una, gli abiti, le cravatte, il modo di rivolgersi anche e lui si sentì a casa. Un negro dai baffi duri e ispidi stava nel centro di un cerchio idealmente disegnato dai fedeli e gridava infervorato: “Gesù è grande, fratelli, Gesù vi ama, amiamo Gesù, non c´è niente di meglio di amare Gesù. Quando incontrate qualcuno che non lo segue voi cercate di farlo entrare nel cammino del Signore, quando conoscete qualcuno che adora il diavolo e si perde nel bere e nel vizio, voi abbracciatelo e gridategli “vattene Satana, vai via!” e lui sarà liberato. Provate adesso fratelli, provate, abbracciatevi e ditevi che Gesù vi ama e ordinate al diavolo di andarsene, che se per caso è arrivato fino a qui, ora saprà che questo non è il suo posto”.

 

I fratelli si strinsero ognuno nelle braccia dell´altro dicendo “Gesù ti ama” poi si separarono e si riabbracciarono esclamando “Vattene Satana”. Batterono ognuno il petto contro il petto del compagno e si osservarono in tono di sfida, ma chi sfidavano realmente era il diavolo che forse si nascondeva tra di loro.

– Ora che avete imparato come si fa, potrete ripetere questo gesto fuori dalla chiesa quando incontrerete il demonio nelle persone che non seguono il cammino evangelico e adesso cantiamo.

– Ho incontrato Gesù – intonò il pastore – ero caduto nel vizio, accogliendo il demonio, grazie a Gesù sono salvo!

 

Almir sorrise con dolcezza all´amico di cui non sapeva il nome, dichiarò il suo amore per il bene, per Gesù, e l´odio per il male. Cantò il ritornello della canzone che recitava “vincerò il nemico” e seguì tutto con attenzione, riconoscente per le scarpe e i pantaloni, pronto, anche se un po´ triste per questo, a sborsare i cinquanta soldi che aveva promesso alla Chiesa Evangelica di Porto Seguro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Una, Bahia” – Capitolo 13.

Una -

13.

 

Jorge non stava in sè dalla gioia e raccattava la spazzatura sorridendo ai turisti dell´hotel Transamerica. Poi tentava di produrre qualche suono in inglese, lingua che gli era ostica e gli stranieri lo guardavano e pensavano che era un povero mentecatto, ma lui sosteneva il loro sguardo con un forte sentimento di sfida, come ad affermare “tanto io cambio vita”. Anche in casa le cose erano cambiate, la moglie non gli provocava più quel senso di afflizione e di disgusto, la sporcizia e la maleducazione dei figli non gli sembravano il peggiore dei mali che potessero colpire un uomo maschio, adulto e sano di mente. Perché gli bastava sbirciare nella direzione della casa del vicino, sentire i pianti dei bimbi, ascoltare le grida indiavolate e isteriche della padrona, di quell´insopportabile donna che era Gracinha che aveva sempre riservato a lui e sua moglie un´espressione mal camuffata di sufficienza. Gli bastava immaginare o ricordare Almir in fuga e lui lo aveva visto sgattaiolare via da Una come un furfante, aveva atteso per alcune notti e giorni alla finestra, aveva rinunciato a due giorni di salario e si era finto malato pur di non perdersi la scena del vicino che abbandonava la casa e i figli per rivederli chissà quando… Gli bastava immaginarsi le sofferenze che Almir doveva passare in quel momento per sentirsi parzialmente felice, non era completamente felice perché per esserlo mancava ancora una parte del piano.

Si vestì coi pantaloni migliori che aveva, indossò quella camicia a righe azzurre e bianche che la moglie gli aveva regalato cinque anni prima e che lui aveva messo una, forse due volte, si pettinò meticolosamente disegnando quella riga verso sinistra che piaceva tanto a sua madre e uscì di casa. Dopo mezz´ora di cammino si trovava davanti alla tenuta del fazendeiro per cui lavorava il suo vicino.

Gonzalo faceva la ronda come sempre, Jorge gli si rivolse in tono familiare: – Ti ricordi di me?

– Chi sei?

– Quello che è venuto tempo fa a chiedere se c´era lavoro.

– Quello della spazzatura e della moglie grassa?

– Sono tornato perché mi hanno detto che Almir se ne è andato e si è liberato un posto.

– Tu sai dove è andato?

– No, cioè lui è mio vicino e la moglie dice che hanno deciso di costruirsi una vita da un´altra parte.

– È strano che è partito senza dire nulla.

– È vero.

– Come ti chiami?

– Jorge

– Vieni che il padrone già mi aveva detto di chiamarti.

Prima di incontrare quello che lui sperava sarebbe diventato il suo nuovo datore di lavoro, si sistemò la camicia e si stirò i capelli con un rapido movimento delle mani.

– Signore… c´è quello della spazzatura che dice di voler lavorare al posto di Almir!

 

-Fallo entrare!

Il suono della voce uscì dalla casupola di legno costruita al centro della coltivazione del grano, nella quale il fazendeiro si ritirava per fare i conti e controllare le ricevute che gli venivano presentate dai suoi impiegati, relative alle spese del concime, dei prodotti insetticidi e della manutenzione dei macchinari. Jorge pensò che finalmente era giunta la sua occasione. Con facilità e leggerezza d´animo si sarebbe licenziato dai suoi tre lavori per assumerne uno solo, che lo avrebbe maggiormente gratificato. Per quanto riguardava Almir, non si sentiva in colpa e credeva che il baiano color ebano si fosse dimostrato un po´ stupido, credendo immediatamente alla storia che lui gli aveva raccontato. Avrebbe dovuto fare domande, verificare, in fondo chi gli garantiva che lui gli stesse dicendo la verità? Si era dimostrato un sempliciotto e, come si dice, “chi è causa del suo male pianga se stesso…”. Quella sera festeggiò l´assunzione con la moglie e i quattro figli. Tornare stanco e trovarli sporchi di polvere e di caffè non gli diede il solito fastidio, anzi, come un padre premuroso bagnò un asciugamano e lo passò sulle mani e sui piedi dei bambini.

– Oggi sei di buon umore – disse la donna che stava seguendo i momenti finali della telenovela delle sette.

– È un giorno speciale e io sento che d´ora in poi le cose miglioreranno!

– Però ora calmati che lo sai che se ti emozioni troppo diventi euforico e l´euforia ti fa cadere in depressione – puntualizzò la signora che non era così stupida come sembrava.

 

 

 

 

“Una, Bahia” cap. 12

deserto

 

12.

Donna Gracinha si recò nella casa di Conceição che era mattino presto. Un caldo afoso nonostante l´ora rendeva difficili i movimenti, il sudore cadeva come il pianto dei processanti che inseguono l´idolo ginocchioni in una domenica di Pasqua o in un Venerdì Santo.

Vestiva un abito lungo che non le nascondeva il pancione.

– È maschio o femmina? – chiese Conceição.

– Non sono ancora andata dal medico.

– E cosa aspetti?

– Che ritorni Almir!

– Dov´è?

– È per questo che sono venuta, volevo parlare con Maria Bethânia, volevo dirle che il padre è dovuto fuggire perché hanno minacciato di ucciderlo, posso entrare?

– Sono sola, i bambini sono al fiume con Wilson, ma adesso entra, entra pure.

 

La casetta era accogliente, il colore tendeva al rosso, le stanze erano decorose, pulite. La moglie di Almir riconobbe la mano di Maria Bethânia che aveva lavorato, pulendo, anche quando aveva vissuto con loro, in verità lei l´aveva obbligata a farlo, aveva preteso che si rendesse utile perché non ne sopportava l´arroganza.

– Almir è scappato perché è stato minacciato di morte. È una vecchia storia accaduta a Ilheus molti anni fa, ancora prima che nascesse Maria, una sera lui uscì con un amico a bere, il giorno dopo trovarono l´amico morto ammazzato e sospettarono di mio marito, che invece non c´entra niente. I figli del defunto però ancora credono che sia stato lui a ucciderlo, hanno saputo dove vive e hanno detto che si vendicheranno, a noi l´ha detto Jorge, il nostro vicino, a lui l´ha detto un poliziotto di Ilheus.

– E Almir dov´è?

– È scappato, abbiamo deciso di costruirci una nuova vita lontani da Una, io sono venuta per avvisare Maria, perché se lo viene a sapere da qualcun altro è peggio…

– Come farà la bambina a rivedere il padre?

– Appena lui avrà trovato un lavoro e sarà più tranquillo le farà sapere come raggiungerlo.

– Gracinha – Conceição le strinse la mano – ce la fai con tutti quei figli in casa, non vuoi che te ne tengo uno io?

– C´è una cosa che potresti fare… Vieni a trovarci con Maria così Nivea rivede la sorella e si calma… Chiede sempre di lei e dice che vuole fuggire!

 

La moglie di Wilson osservò la donna incinta mentre trascinava le gambe, lungo la strada… Non c´era una nuvola e gli alberi non parevano produrre strisce d´ombra. La nuova matrigna della primogenita di Almir contemplò quella figura che camminava sotto un sole insopportabile, con un altro figlio in grembo; si chiese come potesse reggere le gravidanze, il marito poi era dovuto scappare, accusato di un omicidio che non aveva commesso, è proprio vero che il cielo non ha pietà dei più poveri… Dall´altro lato della strada apparvero i suoi familiari cantarellando. Walace reggeva un grosso pesce, forse una Piaba, che pareva ancora vivo, perché apriva e chiudeva gli occhi, Wilson sorrideva tra i baffi, mano nella mano con le figlie… La sagoma di Gracinha era ormai scomparsa dalla linea dell´orizzonte, liquefatta sotto il sole.

 

– Come è andata? – chiese la moglie, la madre.

– Il papà ne ha presi tre, uno grossissimo, poi ne ha lasciati andare due, perché ha detto che non si possono uccidere troppi animali in un giorno solo e noi li abbiamo rincorsi nell´acqua, ma l´acqua è diventata profonda e le ginocchia affondavano!

 

Conceição si fece coraggio:  “Maria devo parlarti” disse alla piccola Bethânia che deglutì di un colpo solo tutta la saliva che aveva in gola. Wilson appoggiò sul tavolo il pesce e l´erba che aveva raccolto; si trattava di una pianta medicinale, gli avevano detto che era ottima per il mal di cuore.

– Il tuo babbo è partito, per un po´ di tempo non potrà tornare in Una, non è andato lontano e ha detto che tu lo potrai visitare appena troverà un lavoro…

– Dove è andato?

– Non so, ha lasciato Gracinha, i tuoi fratelli e le sorelline nella loro casa così si possono organizzare per raggiungerlo e non devono fare tutto in fretta, in una volta sola.

– Perché è partito? – lo sguardo di Maria si stava intristendo e riempiendo di quel liquido che il cuore produce quando ha bisogno di sfogarsi e di non rimanere incastrato nel petto.

– Due persone che lo accusano di un omicidio che non ha commesso vogliono ucciderlo!

– Come ucciderlo?

– Loro vogliono ucciderlo ma non lo faranno perché lui è scappato e adesso lavora da un´altra parte, è lui che ha chiesto a Gracinha di avvisarti, lei è passata, ha detto di dirti che Almir ti ama e che sei la preferita!

La matrigna strinse la mano della figliastra.

– Se mio padre muore io rimarrò sola!

– Non è vero perché tu sei figlia mia e anche di Wilson…

La ragazzina non fece altre domande. Priscilla la osservava ed era al tempo stesso invidiosa e amica… Le davano fastidio tutte le attenzioni che Conceição le riservava, però capiva quanto fosse complicata l´esistenza di Maria. I baffi di Wilson ora nascondevano la solita espressione malinconica… “Cuciniamo il pesce” esclamò, Walace si diresse ai fornelli, Conceição si preparò a tagliuzzare aglio e cipolla e anche Priscilla dimenticò velocemente i problemi di Almir. L´unica che per parecchio ricordò tutte le parole pronunciate in quel pomeriggio fu Bethânia. Lei inoltre pensò: “Se mio padre non ha fatto male a nessuno, perché vogliono ucciderlo?”.

 

 

 

 

 

 

 

“Una, Bahia” cap. 9, 10 e 11

negro lavoura

9.

Intanto Maria Bethânia cresceva nella famiglia di Wilson e Conceição e già aveva più di undici anni. Frequentava svogliatamente la scuola elementare, imparava a leggere e a scrivere navigando in un mare di imperfezioni linguistiche, dovute forse alla sua difficile situazione e al sovraffollamento scolastico. Già era diventata una bambina grandicella, quasi una ragazzina, le stava cominciando a crescere il petto, lei sognava di avere un seno prosperoso come alcune compagne di tredici anni, e ogni giorno davanti allo specchio diceva: “È grosso, lo vedo, tra poco sarà come quello di Joana, Marize, di Jussara” ma era solo un´impressione, in realtà le sue tette erano quelle di una undicenne, era l´immaginazione che la proiettava in avanti, la trasportava tra le braccia dei giovani più attraenti dalle spalle forti, dallo sguardo intelligente e di pelle chiara, come Wilson. A lei piacevano gli uomini bianchi, i bambini, i ragazzi e gli adolescenti del suo stesso colore non le interessavano. Wilson lavorava seduto sulla sua sedia, saltuariamente tentava la sorte e giocava a quello stesso gioco clandestino che dava riso, carne e fagioli a tutta la famiglia. Sognò una notte che un amico gli consegnava un assegno del valore di cinquecentoottantacinquemila e gli diceva “vallo a ritirare subito, è per te”. Il giorno dopo giocò il cinque, l´ottantacinque, il cinquecentoottantacinque e il cinquantotto, cioè il gorilla, il serpente, la capra (nel bicho si usavano solo numeri di due cifre, ma lui fece mentalmente un contro strano e si decise per la capra) e l´elefante. Tornò a casa soddisfatto, convinto che avrebbe vinto, perché i sogni non mentono ed era la prima volta che sognava dei numeri. Conceição lo accolse raggiante nel vederlo finalmente sorridere, era preoccupata infatti perché la faccia del marito si era riempita di rughe, lo sguardo era sempre stato un poco triste… Ultimamente però, di mattina presto, Wilson si era svegliato gridando “mi fa male il petto”, sentiva dolore vicino al polmone e gli doleva il braccio, tremava, aveva tremato per dieci minuti buoni. La moglie era riuscita a convincerlo a farsi vedere da un medico e adesso lui stava facendo gli accertamenti.

– Ho sognato il cinquecentoottantacinque, l´ho giocato, questa volta vinciamo e costruiamo il secondo piano della nostra casa.

– E come lo costruiamo?

– Facciamo tre stanze, una per Maria Bethânia, una per Walace e una per Priscilla, così noi ce ne stiamo tranquilli al piano terra e se riusciamo, affittiamo una camera e avremo una piccola rendita.

– Va bene Wilson, però una parte dei soldi me li devi dare che Ester ha bisogno del mio aiuto, il marito l´ha picchiata ancora e lei deve finire di pagare il poliziotto Pedro!

– Non ho ancora vinto niente e tu già stai buttando via i soldi!

– Come buttando via? Wilson, io sto aiutando Ester poverina, il marito la picchia, ti immagini se tu mi picchiassi, come potrei difendermi, dovrei anche io pagare qualcuno e qui in Una l´unico che fa questo tipo di lavori è Pedro…

– Pedro un caralho! Conceição tu butti via il mio denaro, prima decidi di adottare una bambina sapendo che la nostra situazione è difficile, poi aiuti tutti quelli che bussano alla nostra porta e non capisci che ti stanno fregando!

– Non dire così amore mio, non essere ingiusto con Ester, lei non mi sta fregando, ha bisogno del mio aiuto, se io fossi al suo posto farei la stessa cosa…

Era una partita persa quella con Conceição, era uno sforzo insostenibile cercare di convincerla della furbizia degli altri. Ed in fondo anche Wilson sfruttava l´ingenuità della moglie, che mai avrebbe sospettato che il compagno avesse un´amante e lui invece si incontrava con Angelica, alle volte da lei, mentre il marito lavorava, oppure al fiume o nel bosco. Gli veniva un gran mal di testa quando pensava ad Angelica, la pelle bruciata dal sole, la fighettina tenera e profumata come una fragola, il desiderio gli cresceva dentro, la sognava, cominciava a possederla nell´immaginazione e già la stava cercando o aspettava febbrile l´ora e il giorno dell´incontro. Lui si sentiva colpevole, perché Conceição gli credeva, si fidava, perché era il papà di Walace e Priscilla e ora di Maria Bethânia e voleva essere responsabile. Ma il corpo di Angelica era irresistibile, quelle cosce scultoree, i peli corti, rasati, l´olio che si spargeva dappertutto, da lei non voleva nient´altro, non avrebbe mai lasciato sua moglie per l´amante, ma non credeva di poter rinunciare a quell´orgasmo che lo lasciava triste e soddisfatto.

 

10.

Una mattina alle cinque fu Walace che svegliò la madre: “Papà sta male!”. Il babbo stava gridando, gli occhi semichiusi come se fosse un attacco epilettico e magari lo era, il medico gli aveva detto che gli esami erano a posto, solo doveva prendere delle pastiglie prima di addormentarsi e lui le prendeva. Priscilla pianse mentre il padre allungava le braccia penzolanti nel vuoto, incosciente o semicosciente, gridolini soffocati gli uscivano dalla gola. Poi avrebbe raccontato a Maria Bethânia, che tutto osservava con grande angoscia, che lui capiva perfettamente quello che gli succedeva, osservava e interpretava le reazioni di chi gli stava intorno, ma non riusciva a fare niente, sentiva quel forte dolore al petto che lo lacerava e il fatto che percepisse, che intendesse tutto, lo rendeva triste. Quando si riprendeva dagli attacchi, era spossato e depresso. Il medico continuava a dirgli che gli esami del sangue erano nella norma, Wilson non aveva denaro sufficiente per permettersi un dottore privato e si doveva accontentare di quello che passava il governo. Era sempre preoccupato, la malinconia, che fin da piccolo lo aveva accompagnato, si era impadronita di lui, adesso vedeva nei volti delle persone solo difficoltà e rassegnazione. Era arrivato ad odiare Celinho il barista, che gli aveva ribadito che Maria Bethânia stava crescendo bene e che entro pochi anni lui avrebbe potuto trarne piacere. Il baiano era infastidito da queste chiacchiere, col tempo aveva imparato ad apprezzare Maria e a volerle bene, non perché fosse una buona studentessa, lei era una pessima alunna come i suoi figli, ma perché era una ragazzina cosciente della propria situazione, che cercava di approfittare delle occasioni che la vita le offriva, collaborava ai lavori domestici e non si lamentava mai. Anche Maria Bethânia ora lo rispettava, lo ringraziava, nelle sue preghiere serali, per il riso, la carne, i fagioli, le salsicce, per i vestiti, le scarpe, il sapone, i profumi che le comprava permettendole di essere quell´adorabile mulattina che era diventata. Quando lo vide rivoltarsi nel letto come un appestato, lamentarsi come un moribondo, affossare gli occhi come un epilettico, si spaventò quasi come quando aveva capito che la madre l´aveva abbandonata. Come avrebbe fatto senza il suo papà adottivo, come avrebbe potuto Conceição mantenere la famiglia con il solo lavoro alla mensa dell´asilo? Lei sarebbe forse tornata da babbo Almir, avrebbe dormito ancora dividendo il letto con Nivea, Telma e Judite? Non poteva pensarlo, non lo voleva nemmeno immaginare, se Wilson fosse morto e Conceição fosse stata costretta ad abbandonarla al suo destino, si sarebbe cercata un´altra famiglia o sarebbe andata a lavorare, già i vicini di casa le avevano chiesto di pulire le loro stanze in cambio di qualche soldo e le avevano proposto di accudire i bambini più piccoli, se Wilson fosse morto e Conceição fosse stata costretta ad abbandonarla, lei si sarebbe arrangiata! I due, Wilson e Maria, al momento andavano d´amore e d´accordo, il patrigno non si lamentava in eccesso del denaro speso da Conceição per il mantenimento della figliastra e stava cercando di contenersi nelle lagnanze anche intorno al denaro speso dalla moglie in altro modo. E ci riusciva nonostante il suo cuore fosse costantemente afflitto e i pensieri vagassero in zone lugubri, piene di cattivi presagi. Non  lo rallegrò nemmeno la vincita al gioco del bicho, quando uscì l´ottantacinque, il gorilla, solo commentò con Celinho: “Lo dicevo io che le scimmie mi portano fortuna!”. Ritirò i soldi assieme allo stipendio, glieli consegnò l´uomo delle schede e del denaro, che passava, un pomeriggio sì uno no, a visitarlo mentre, seduto, lavorava… “Sorridi almeno oggi, che è il tuo giorno fortunato!” commentò quello, “Se fosse il mio giorno fortunato, non sentirei l´angoscia che sento” replicò lui. Affidò poi il denaro alla moglie, “Fanne quello che vuoi”  disse, “ma non dimenticare di far ristrutturare le stanze dei bambini”. Conceição separò subito i mille che voleva dare a Ester e si sentì al settimo cielo perché poteva aiutare un´amica a cui voleva tanto bene.

 

11.

Almir stava preparando i bagagli, se ne andava, sbaraccava. Dona Gracinha lo aiutava, gli undici figli, compresa la piccola Jaqueline Maria, facevano quello che potevano, raccattavano una cosa qui, l´appoggiavano là, poi arrivava un altro ragazzino che raccoglieva l´oggetto lasciato incustodito in un angolo da un fratello o da una sorella e lo spostava da un´altra parte. Così quando l´uomo chiese alla donna: – Dove hai messo il mio spazzolino da denti?

– L´ho appoggiato sul tavolo – rispose la mamma incinta, affaticata, ma il grande padre era accanto al tavolo, lo spazzolino non lo scorgeva nemmeno di sbieco e si infuriò: – Chi diavolo lo ha spostato?

Nivea amava fare la spia, soprattutto quando si trattava di denunciare uno dei figli di Gracinha, “È stato Binho” disse, “l´ho visto io”.

– Non sono stato io a rubare lo spazzolino, io l´ho solo preso e l´ho messo sulla sedia!

– E chi l´ha toccato poi? – gridò Almir.

– Poi l´ha preso Ana, l´ho vista io – aggiunse Gracinha che non sopportava di osservare il suo uomo con l´espressione del volto tanto triste,  – e se adesso non mi dice dov´è, questa volta la picchio!

– Io non l´ho preso! – rispose la vocina di Ana.

– Ah… non l´hai preso tu e non hai visto chi l´ha preso? E io invece sono sicura che è qui da qualche parte, forse fra le tue calze, che ti piace sempre fare confusione fra le calze, e infatti eccolo qui! Guarda! Lo spazzolino del papà! Questa la paghi Ana, perché oltre ad esserti immischiata nelle cose degli adulti, hai mentito, e non si può mentire né ai bambini né agli adulti!

 

La madre era tesa e scaricò la tensione sul fondoschiena e sulle gambe di Ana, che si mise a piangere come stesse per morire, allora Nivea non riuscì a trattenere il commento “I figli di Gracinha sono delle pappemolli”.

Sfortuna sua, la matrigna percepì nitidamente il suono e il significato di quelle parole.

– Cos´hai detto?

– Niente!

– Ti ho sentita sai, e se non hai il coraggio di ripeterlo ad alta voce davanti a tutti, ci sarà anche per te una buona razione di botte!

– Non ho detto niente!

– Ti ordino di ripetere quello che hai detto adesso!

Il tono della donna era minaccioso ma la figliastra era una dura: – E se non lo ripeto cosa fai?

 

Questo per lei era troppo. Prese Nivea per le spalle, la sdraiò sul letto, dove di solito dormiva con Telma, Judite e Jaqueline Maria, che si trovava in un angolo della sala nella quale tutte le figlie trascorrevano la notte, gli unici ad avere un proprio spazio erano i maschietti, frutto del precedente matrimonio della grande madre. Le gambe della figliastra sbatacchiarono contro gli infissi in legno, Gracinha la alzò per guardarla dal basso verso l´alto e la bambina sbattè la testa contro il soffitto mentre l´uomo osservava impotente. L´educazione della prole era ormai prerogativa della moglie.

Nivea fu appoggiata al materasso, di schiena, le vennero abbassati i calzoncini corti e le mutandine; Gracinha si tolse la cintura, “Adesso, peste, o mi ripeti cosa hai detto e ti prenderai dieci cinghiate o te ne rimani in silenzio e di cinghiate ne prendi trenta!”.

– Ho detto che i figli tuoi sono delle pappemolli, Gracinha!

– E perché lo hai detto?

– Perché Ana quando l´hai picchiata si è messa ad urlare come se la stessi ammazzando, noi figlie di Almir non gridiamo mai!

Le diede solo dieci cinghiate e lo fece controvoglia perché quella risposta l´aveva resa consapevole del motivo della confusione, cioè l´imminente partenza del marito e poi le doleva il ventre, era incinta infatti e se lo scordava…

Il grande padre nel frattempo aveva preso lo spazzolino e l´aveva messo tra le cose che si sarebbe portato via. Avevano deciso che sarebbe partito da solo per Porto Seguro, là avrebbe incontrato un suo conoscente e avrebbe valutato la possibilità di lavorare per il fazendeiro che aveva bisogno di un tuttofare.

Gli pesavano la testa e le spalle, gli pareva impossibile che, dopo tanti anni, ancora dovesse scappare a causa di una storia che lui considerava chiusa. Cosa volevano da lui i figli di Alexandre, non l´aveva ammazzato lui il loro padre e, anche se l´avesse ammazzato, era acqua passata!

La moglie gli si avvicinò e lo aiutò a preparare il bagaglio.

– Almir… tu adesso vai, parla col fazendeiro e noi poi ti raggiungeremo… ricordati che siamo la tua famiglia, Dio ci ha scelto per formare questa grande unione e adesso sta mettendo alla prova le nostre convinzioni, la nostra fede…

Lui avrebbe voluto rincuorarla, avrebbe voluto crederle, ma si sentiva svuotato, oltraggiato dalla sorte, dal destino e forse anche da Dio.

– Amore mio, ricostruiremo la nostra casa a Porto Seguro -, affermò con le lacrime agli occhi

– Non piangere Almir -, gli rispose Gracinha.

– Non sto piangendo…

 

Il giorno dopo il baiano abbandonò Una come un ladro. Il sole splendeva incerto e qualche nuvola annunciatrice di pioggia gli dava la speranza di un viaggio piacevole e non troppo sudato. Calzava dei sandali mezzi rotti, che gli si sfilavano dai piedi quasi ad ogni passo, dopo un po´ si decise e li abbandonò per strada. Poi però pensò che quei sandali avrebbero costituito una traccia in più per i suoi inseguitori o chissà erano soltanto il segnale del passaggio di un uomo impaurito, che si lascia alle spalle tutto ciò che può…

Arrivò a Porto Seguro che era quasi notte. Nella stazione dell´autobus c´erano due o tre soggetti dai visi duri, le guance rosse, il naso paonazzo, che aspettavano i turisti più sprovveduti, quelli che approdano ai luoghi di villeggiatura nelle ore peggiori, per tentare di carpirgli qualche soldo offrendosi come guide turistiche o, in mancanza di una risposta, per cercare di derubarli. Il baiano passò inosservato, nessuno avrebbe creduto che fosse un turista o che avesse del denaro con sé, lui in realtà aveva qualche soldo che era ben nascosto nelle mutande. A tracolla portava uno zaino verde tipo militare, scalzo, non indossava maglietta alcuna. La pelle emanava un odore forte. Prima di andare dal proprietario terriero pensò di passare dalla casa dell´amico che si chiamava Júlio, aveva più o meno la sua età… Si erano conosciuti anni addietro a Una dove quello aveva lavorato per l´Unaca, l´ente che cura l´abbattimento degli alberi e la successiva ricostituzione delle foreste, che stimola lo sfruttamento della terra e delle piante secondo criteri ritenuti sostenibili e promuove esperimenti di innesto o di crescita indotta, che possano portare a nuove scoperte alimentari. Júlio aveva già dato lavoro a Almir in Una per tre giorni ed era rimasto impressionato dall´indefesso faticatore baiano. Lui lo aveva ricambiato con una buona mangiata di pesce. Il baiano sapeva che l´amico abitava sulla costa, vicino alla parte turistica della città e che la fazenda dove forse sarebbe andato ad installarsi era invece nell´entroterra, vicino alle colline. Attraversò un ponte e dopo mezz´ora di cammino si trovò nella via principale di Porto Seguro. C´erano molti locali notturni, turisti di varie nazionalità erano portati a passeggio da mulatte ridacchianti, “Dio fai che le mie figlie non finiscano così” recitò, ma poi si ricredette perché, se una delle figlie avesse sposato un turista straniero, forse si sarebbe salvata… Camminò a vanvera, chiese a un signore che se ne stava seduto sui gradini di una chiesa se sapesse dove abitava Júlio.

– Júlio chi?

– Quello che lavorava in Una per l`Unaca, adesso vive a Porto Seguro, lavora per un fazendeiro là nella foresta!

Il tizio non lo conosceva e se per caso lo conosceva, in quel momento non gli veniva in mente chi potesse essere.

– Vuoi venire a bere una cachaça? – gli propose

– No grazie, sono evangelico.

Aveva con sé una tessera telefonica, si avvicinò alla cabina azzurra a forma di grande orecchia, digitò il numero della cabina posta davanti alle due case, la sua e quella di Jorge, ma l´apparecchio non sembrava funzionare; estrasse la carta e la reintrodusse, segnava quaranta unità nel display; fece il numero, questa volta il telefono suonò. Gracinha stava aspettando notizie del suo uomo e rispose dopo pochi squilli…

– Sto bene, sono qui, adesso vado a casa di Júlio, l´ho già incontrato certo, è venuto a prendermi alla stazione, come stanno le bimbe?

Mi raccomando, va domani da Conceição, spiega a Maria Bethânia quello che è successo, che se lo verrà a sapere da altri starà male, va bene Gracinha?

Ti richiamo.

 

Estrasse la carta, adesso segnava undici unità, erano rapide a diminuire… Nel bar dell´angolo scintillavano mille luci, c´era un uomo che suonava una chitarra, gli sarebbe piaciuto restare ad ascoltarlo, ma non sapeva dove passare la notte. Aveva fame ma era meglio risparmiare il denaro per l´indomani.

– Scusate – chiese a un tipo seduto al tavolo – sapete dov´è la chiesa evangelica di Porto Seguro?

Il signore gli indicò una struttura bianca nell´angolo della piazza, vicino alle panchine. Il baiano la raggiunse quasi correndo, era impaziente di vedere quelli che chiamava i suoi fratelli, magari avrebbe ascoltato un sermone, ma il tempio era chiuso, il culto della sera doveva essere terminato da poco.

Non l´avrebbe fatto in altri luoghi perché non avrebbe sopportato di immaginare Gracinha osservandolo in quella situazione; sarebbe stato imbarazzante se lei lo avesse trovato sdraiato, dormendo per terra come un ubriaco, ma davanti alla chiesa evangelica lo fece, appoggiò lo zaino sotto la testa e tentò di dormire il sonno dei giusti, sui gradini.

Sognò Jasmine dai capelli lanosi, sopra di lui come una cavallerizza. La possedeva da sotto. Lei gridava, lui ricordò le frasi: “O mio bel negrone dove vai? Quanti chilometri farai?”.

Era una porca Jasmine… Lui le fece sentire la sua terga dura che lei glielo diceva che le piacevano i negri perché erano ben forniti e così fu una notte agitata la prima che trascorse a Porto Seguro!

 

 

 

 

 

 

“Una, Bahia” cap 6, 7 e 8

6.

 

Jorge faceva pensieri tristi mentre l´acquazzone gli tormentava le caviglie zuppe di fango, non aveva creduto che sarebbe stato così faticoso raggiungere la casa del poliziotto suo amico. Camminava e malediceva la pioggia, anche se per portare a compimento i suoi propositi non era poi tanto differente se pioveva o c´era il sole, solo sarebbe cambiata la forma, col sole le caviglie sarebbero rimaste pulite, i pantaloncini corti non si sarebbero inzuppati. Lui aveva l´ombrello sì, ma il temporale era insistente, il vento tormentato quasi quanto l´animo di Wilson e l´ombrello volò via. Senza copertura e col solo cappello in testa, si presentò nella casa del gendarme di Ilheus, sofferente, claudicante, la stanchezza e l´improvviso malumore quasi lo fecero desistere dai suoi piani. Invece bussò.

– Chi è? – gridarono da dentro.

– Sono Jorge, sono venuto a parlarti, ti ho telefonato ieri!

– Sei bagnato?

“Domanda idiota” pensò lui che era zuppo, stanco, irritato, ma con l´intelligenza in fibrillazione, il cuore in subbuglio, desideroso di fare tutto il male possibile a quel negro del suo vicino che era stato così volenteroso e risparmiatore da meritare un castigo. Il poliziotto era pardo, cioè un miscuglio chiaro di nero e bianco, mostrava una discreta pancetta dovuta al benessere conseguente i guadagni, certo più illeciti che leciti. Come quasi ogni poliziotto baiano, oltre al normale servizio di ordinanza, esercitava lavori extra in aggiunta al tedioso e poco remunerativo impiego quotidiano. Da queste attività, per lo più minacce, estorsioni, assassinii, talvolta vigilanze notturne, protezioni personali,  dipendeva la parte più cospicua delle sue entrate. La moglie era seduta davanti alla televisione a godersi un noiosissimo film, ottimo per un terribile giorno di pioggia, nel quale uscire di casa sarebbe stata la peggiore delle follie. Il baiano di Una fu fatto sedere sul sofà giallognolo. La moglie del padrone di casa abbandonò la televisione per preparare il caffè.

– Cosa vuoi? – chiese, un po´ rudemente, il poliziotto.

– Sono venuto a chiederti di ricambiare il favore che ti ho fatto quando tuo figlio violentò quella ragazzina là in Una e io parlai con Pedro e lo convinsi a lasciar perdere…

– Sei stato un amico, davvero… Domanda quello che vuoi…

– Ti ricordi di Almir, il negro che abitava qui a Ilheus, che rimase coinvolto in un fatto di sangue e poi venne a vivere in Una?

– Ricordo.

– Voglio che tu ritrovi i documenti che parlano di quell´episodio e li utilizzi per fotterlo un ´altra volta o li dai a una persona che possa farlo al posto tuo.

– Con questo siamo pari?

– Con questo siamo pari.

 

La moglie portò il caffè. Jorge bevve due tazze piene, lo fece per scaldarsi, perché in realtà a lui il caffè non piaceva, avrebbe sorseggiato con più godimento un bicchiere di birra o di cachaça… Lui e l´amico chiacchierarono per una mezzoretta mentre la signora rassettava la casa… Poi l´uomo invidioso se ne andò che ancora pioveva a dirotto, non aveva fatto in tempo ad asciugarsi che già si bagnava di nuovo… Maledisse in quel suo portoghese con pochi congiuntivi il dio della pioggia, che nella sua testa era un dio diverso da quello del sole. C´era un dio per la primavera e un dio per l´inverno, un dio del vento e un dio delle stelle, ogni elemento naturale, ogni giorno e stagione erano prodotti da dei differenti. Concezione opposta a quella di Almir, che nelle differenze cercava l´unità. Forse era per questo che Jorge aveva deciso di fare del male al suo vicino, perché inconsciamente odiava la continua ed implacabile unità dell´universo e amava la differenziazione, la separazione. Secondo lui, ogni cosa doveva stare al proprio posto, ogni posto era diverso da un altro e aveva un nome differente. Jorge non riusciva ad accettare che avrebbe potuto esistere un nome, un giorno, che li avrebbe riassunti tutti… Arrivò alla stazione degli autobus di Ilheus con i calcagni e le dita marroni. Starnutiva e malediceva il dio della pioggia che l´avrebbe lasciato a letto con l´influenza, ma allo stesso tempo era contento, perché l´amico gli aveva assicurato che avrebbe chiamato in una delle prossime sere nel telefono pubblico che si trovava davanti alle due case di legno, la sua e quella di Almir.

 

7.

 

Passò i giorni successivi osservando la cabina azzurra come fosse un feticcio. Si era convinto che da quella telefonata, da quel poliziotto di Ilheus dipendesse il suo futuro. Trascorse due mattine a letto con un po´ di febbre, solo si alzava per controllare che la moglie stesse bene, seduta davanti alla televisione, sempre più grassa, lo sguardo perso nelle telenovelas, “Ieri Bruno ha baciato Cintia che lo tradiva con Rafael” gli disse in uno di quei pomeriggi cercando di interessarlo e lui la guardò come si osserva un soprammobile. Gli faceva un po´ pena e un po´ schifo, ma era la madre dei suoi quattro figli che seminudi sedevano per terra mentre il grasso del burro che mangiavano in continuazione gli colava dalle bocche. Jorge trovava macchie di burro, di latte e caffè in qualunque angolo della casa. Sua moglie puliva una volta alla settimana, lui lavorava come uno schiavo e, quando poteva, andava al bar ad ascoltare cosa si raccontava e a rendersi dolorosamente conto che era diventato uno dei tanti bersagli dell´ironia popolare. Nessuno però osava calunniarlo oltre un certo limite quando lui era presente, tutti consapevoli che in Una se ci si spinge lontani nell´insinuare si può finire accoltellati. Le malelingue si scatenavano quando lui non c´era e dicevano che la moglie obesa era handicappata, i figli erano putridi e sgradevoli e lui, quando raccattava la spazzatura, odorava di gatto morto. In molti ridevano, sorseggiando cachaça e parlando delle sue sfortune, alcuni poi si pentivano e provavano pena, altri continuavano la conversazione a casa con le mogli, i figli, i fratelli e i parenti tutti.

Pochi giorni dopo il suo breve viaggio il telefono suonò e fu lui a rispondere per primo, probabilmente la famiglia vicina nemmeno si era accorta dello squillo. Venne così a sapere cosa aveva combinato Almir a Ilheus anni prima. Un sorriso cattivo e cinico gli si dipinse sul viso, gli occhi brillarono, per un attimo si sentì felice. Il poliziotto di Ilheus era stato di parola, gli aveva fornito l´informazione di cui aveva bisogno, adesso toccava a lui. Pensò che d´ora in poi, quando fosse andato al bar, non avrebbe dovuto sopportare le continue allusioni di quegli idioti che passavano le giornate a bere birra e nessuno che avesse il coraggio di dirgli cosa pensasse, tutti che chiedevano come stava la moglie, come stavano i figli, sapendo che vivevano in uno stato deplorevole e lui non riusciva a fare nulla per cambiare la situazione! Avrebbe potuto andarsene certo, ma non era una sua caratteristica, quella della fuga, preferiva affrontare la realtà con l´odio negli occhi! Ripose la cornetta nel gancio e si recò nella fazenda del proprietario terriero; la raggiunse dopo mezz´ora di cammino. L´entrata della tenuta era segnata da due statue di legno a forma di toro, con due grosse paia di corna dalle quali cadevano intrecciate alcune corone di fiori, che potevano apparire folcloristiche ma che in realtà erano lì per portare fortuna e garantire prosperità. Chiese a Gonzalo, l´assassino su commissione che gironzolava per i campi con la funzione di guardiano, se il fazendeiro poteva riceverlo.

– Cosa vuoi da lui?

– Voglio solo dirgli che se ha bisogno di un uomo che organizzi la raccolta e la triturazione, può pensare a me.

– Al momento non abbiamo bisogno di nessuno!

– Ma se per caso avrete necessità di qualcuno pensate a me, che ho già lavorato in una tenuta a Ilheus, mi potete mettere alla prova quando volete…

Gonzalo gli rispose che avrebbe riferito al proprietario che adesso era molto occupato.

– Con chi devo dirgli che ho avuto il piacere di parlare?

– Digli che hai parlato con Jorge, quello della spazzatura e della moglie obesa!

Il killer (col cappello da cow boy) lo guardò allontanarsi e non gli si spegneva il sorriso che quell´ammissione di debolezza aveva causato… ma anche Jorge sorrideva del piacere che gli dava immaginare Almir sofferente e in fuga, con tutti i dieci, undici figli che si tenevano per mano, piangendo e lamentandosi per il fango sulle ginocchia e sulle caviglie e per la fame.

 

8.

 

La parte più difficile del piano stava per arrivare, mentre il sole cadeva perpendicolare e Almir era andato al fiume per controllare se le esche avessero funzionato e i pesci abboccato. Gracinha stava cucinando il pesce del giorno prima, la famiglia avrebbe consumato un pranzo prelibato. Nivea, Telma e Judite osservavano la madre tagliare le erbette, preparare il sugo ed avevano l´acquolina in bocca, i fratelli adottivi giocavano a rincorrersi nel cortile, quando bussarono alla porta. Gracinha smise di cucinare e andò ad aprire.

– Chi è? – gridò il baiano muscoloso che era appena rientrato con due trairas in mano da poggiare vicino ai gamberetti, donati dal fazendeiro.

– È il signor Jorge, il nostro vicino!

“Che diavolo vorrà il signor Jorge, che in tanti anni mi ha rivolto due o tre volte la parola?” pensò Almir lavandosi le mani poi: – Arrivo! – gridò.

– Entrate, entrate pure… Gracinha invitò il vicino a farsi avanti e così i due uomini si incontrarono. Si sedettero sul divano giallognolo, il padrone di casa chiese alla moglie di preparare un caffè.

– Sono venuto per parlarti di una cosa delicata, che mi hanno rivelato in un viaggio che recentemente ho fatto ad Ilheus.

– Ditemi Jorge, dite pure.

Jorge gli dava del tu mentre il padre di Maria, così abituato in chiesa e, da piccolo, dalla severa madre fervente cattolica, si rivolgeva con umiltà e discrezione alle persone che non conosceva bene.

– Sono stato a Ilheus ad incontrare un amico e alcune persone mi hanno riferito delle cose sul tuo conto che penso sia meglio che tu sai… Mi hanno detto che i due figli dell´uomo che tu hai ucciso venti anni fa hanno scoperto dove abiti e vogliono vendicarsi, mi ha detto un amico poliziotto che sa che io sono tuo vicino, che venti anni fa tu sei uscito di sera con un collega di lavoro, dopo che avete ricevuto il salario avete bevuto assieme in un bar, poi ve ne siete andati, il giorno dopo il tuo collega è stato trovato sgozzato, col portafogli pieno di soldi, senza graffi sul corpo e con un coltello affianco. La polizia ha pensato che tu fossi il colpevole, ma quando ha ritrovato l´intero stipendio nelle sue tasche ti ha lasciato stare. I due figli del morto non ti hanno ancora perdonato e il mio amico ha saputo che vogliono vendicarsi e mi ha chiesto di avvisarti, perché lui pensa che sei innocente.

Almir rimase a bocca aperta. Credeva che quella storia fosse stata sepolta assieme al suo collega, sentirsela raccontare con quella naturalezza dalla bocca di Jorge lo sconvolse, gli sembrò fosse diventata di nuovo di pubblico dominio… Sentì una specie di fremito mentre si guardava intorno, insicuro.

– Grazie per avermi informato, sei stato un amico!

– Di niente Almir… se non ci diamo una mano tra noi, chi penserà ai poveri diavoli?

 

Jorge uscì di casa fingendo tristezza e partecipazione al dolore di quell´uomo così ingenuo, ma in cuor suo esultava e si compiaceva delle sue capacità teatrali. Almir era piombato in una zona oscura e inquieta del proprio animo, era come imploso dentro se stesso, di nuovo davanti a questioni e pericoli che credeva di aver superato, ma era inutile recriminare, la sua vita fin da ragazzino era stata una lotta e proseguiva nella stessa forma.

– Gracinha – gridò.

– Un attimo e il caffè è pronto!

– Non lo vogliamo più, Jorge se ne è andato, vieni Gracinha che ti devo parlare!

– Arrivo Almir – rispose lei un poco preoccupata ma non troppo, perché c´era una parte dell´animo di quella donna che era inguaribilmente ottimista.

 

– Jorge mi ha dato una pessima notizia.

Lei si sedette sul divano.

– Mamma c´è il caffè fatto sulla credenza! – gridò Nivea, la più sveglia del gruppo. Lei non replicò.

– Vent´anni fa, amore mio, io abitavo a Ilheus, ero giovane, non ero sposato e non avevo figli, lavoravo nei campi e nella foresta, come ora, assieme a amici e colleghi, non tutti erano amici, tutti però lottavamo per guadagnare il nostro pane  quotidiano che anche allora non mancava, grazie a Dio… una sera, dopo aver ricevuto lo stipendio, io e altri del paese siamo andati a bere birra, io bevevo molto, ma non mi ubriacavo tutte le sere, esageravo solo il sabato e la domenica, tutti i giorni però non mi mancava la voglia di un bel bicchiere o di una cachaçinha, ancora adesso a pensarci mi viene…

– Almir! – lo riprese la moglie.

– Scusa amore, è il ricordo… ti dicevo che ero uscito di sera, era un venerdì credo, il padrone ci pagava ogni venerdì, abbiamo bevuto in quattro o cinque, seduti in un bar, poi ce ne siamo andati, cioè siamo rimasti solo in due e ci siamo alzati dal tavolo, eravamo io e un collega alto, forte, non ricordo il nome, doveva essere Alan o Alexandre, eravamo  claudicanti per la birra e per la cachaça, ci siamo salutati vicino a un albero, era un banano, uno dei banani più grandi di Ilheus, io ho continuato solo fino alla casa della mia vecchia. Il giorno dopo hanno trovato Alan o Alexandre, forse Alexandre, con la gola spezzata, lo stipendio ancora in tasca e il coltello insanguinato in mano, hanno saputo che io ero stato l´ultimo a salutarlo, ci hanno visti mentre ci allontanavamo dal bar, un uomo in bicicletta ci ha notati accanto al banano, la polizia ha sospettato di me, mi ha portato in caserma, mi ha interrogato, io ho detto e ripetuto che lo avevo lasciato accanto all´albero e poi non sapevo dove era andato, come fosse morto, mi hanno trattenuto per due giorni. Il terzo giorno mi hanno rilasciato perché era evidente che non avevo rubato niente, i soldi erano rimasti nelle tasche del morto, il coltello Alexandre, sì Alexandre, ce l´aveva in mano, forse si era suicidato, per me poteva anche essersi suicidato, anche se non era triste, ma solo ubriaco… Purtroppo i due figli del mio collega hanno creduto e continuano a pensare che io sono l´assassino di loro padre, qualcuno deve averglielo ripetuto e deve riperterglielo anche oggi, sapevo già che avevano minacciato di vendicarsi, Jorge l´ha confermato, mi ha detto che un amico di Ilheus gli ha spifferato che i due figli di Alexandre ora hanno scoperto dove vivo, sanno cosa faccio qui e vogliono venire ad ammazzarmi… tu sai che io non ho i soldi per pagare qualcuno per difendermi, Pedro è caro e io non mi voglio immischiare in queste cose, allora penso che sia meglio andarcene a Porto Seguro, conosco una persona che ci vive, potrebbe aiutarci, già mi aveva proposto di lavorare per un fazendeiro di là, forse è meglio accettare.

– E come faremo con la casa che stiamo costruendo? – chiese lei, perplessa.

– L´abbandoneremo così come è, senza terminarla, chissà un giorno con l´aiuto del buon Dio riusciremo a tornare e a finirla o chissà ne costruiremo un´altra a Porto Seguro.

– Sia fatta la volontà del Signore, Almir… io ti seguirei in capo al mondo – rispose la grande madre che gli credette e non mise in dubbio la sua innocenza; Almir d´altronde non cercò di giustificarsi, raccontò però solo quello che voleva raccontare o che gli faceva comodo che lei sapesse… La verità, se lui cioè avesse o meno ammazzato il collega di lavoro, vi confesso che nemmeno io la conosco (anche se, a conti fatti, credo fosse innocente).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Una, Bahia”, cap. 5

 

bonfim

 

5.

 

Almir riprese le sue attività con una figlia in meno in casa, ma intanto era nata la sua quinta di nome Jaqueline Maria che già aveva festeggiato i tre anni di età… Maria Bethânia si era sistemata nella casa di Conceição come fosse nella propria, chiamava Conceição e Wilson per nome, ma per lei erano come sua mamma e suo papà. Ogni domenica andava a visitare il suo vero padre che non le faceva mancare un piatto di riso, carne e fagioli, quando non c´era carne a sufficienza ne lasciava da parte un po´. Maria Bethânia avrebbe volentieri rifiutato tutto quel cibo per non togliere un pasto dalla bocca dei fratelli e delle sorelle, ma il babbo si sarebbe offeso e allora cedeva. Il lavoro di Almir procedeva bene, il proprietario terriero nella fazenda aveva innumerevoli alberi da frutto, infinite coltivazioni e Almir riusciva ad assicurarne il buon andamento, organizzando la semina e la trebbiatura del grano, la lavorazione del caffè, la raccolta del cacao, era il tutto fare e il proprietario valorizzava il suo lavoro. Nonostante i numerosi figli, Almir stava costruendo una casa di mattoni, è il caso di dire che ogni mattone era il prodotto del sudore della fronte di quel baiano muscoloso. Dona Gracinha stava attenta alle coltivazioni del loro orticello, si interessava ai prodotti finali, che raccoglieva e vendeva nel mercato o in fiera. Le figlie di Almir crescevano, spesso domandavano, Nivea per prima, dove vivesse Maria Bethânia e lui diceva che una famiglia di Una aveva desiderato una mulattina e lui aveva pensato fosse una buona possibilità per Maria, quella di andar via di casa, adesso poi c´era più cibo per tutti e Nivea e le sue sorelle avrebbero dovuto esserne contente. Ma la ragazzina non lo era e chiedeva: – Quando è che me ne vado anch´io?

– Perché te ne vuoi andare?

– Perché il letto è troppo piccolo e i piedi di Judite puzzano anche se li lava dieci volte!

Il baiano non replicava, affidarsi a Dio non era la soluzione per tutto e allora discusse con Dona Gracinha, le chiese se conosceva altre famiglie che volessero una bambina mulatta, anche se Nivea era meno scura di Maria Bethânia.

– Mi hanno detto che Pedro il poliziotto vorrebbe adottarne una perché la moglie non riesce a dargli figli.

– Con Pedro il poliziotto non ce la lascio!

– Allora quando vado alla fiera posso chiedere alle mie amiche…

 

Questa volontà di dare le figlie in affidamento a famiglie che potessero mantenerle e che le avrebbero cresciute con affetto era un atteggiamento positivo, se si pensa all´economia domestica, perché le bocche da sfamare diminuivano. Ma forse Almir avrebbe dovuto insistere con la moglie e convincerla ad usare metodi anticoncezionali o a lasciare che lui li usasse e il numero si sarebbe fermato a undici… Purtroppo su questo punto la Bibbia e la Chiesa Evangelica di Una sembravano essere d´accordo, niente preservativo cioè, fare l´amore serviva a procreare. La donna era così di nuovo incinta, fuori uno dentro l´altro, questa volta quando lo scoprì ebbe un attimo di sconforto; fu Nivea che glielo fece notare.

– Gracinha ti è cresciuta la pancia

– È vero, forse sto aspettando un bambino.

– Un altro? – disse la ragazzina che aveva ereditato lo spirito critico di Maria Bethânia – non eri contenta con tutti noi?

–  Non siamo noi che decidiamo di avere un figlio, è Dio che ce lo manda

– Dio te ne ha mandati molti per farti felice?

– Certo Nivea che è così.

La figlia adottiva si accontentò di questa spiegazione, vedeva la matrigna quasi sempre sorridente e credeva che lo fosse perché era contenta di crescere tutti questi bambini e bambine.

Con la grande mamma in felice attesa, il grande papà lavorava come un cavallo imbizzarrito, senza fermarsi, senza riposo, gli addominali scolpiti erano il segno evidente della fatica e della salute. Sfortuna sua però, e di tutti quelli sui quali si posa l´occhio dell´invidia, il negro aveva per vicino di casa un uomo chiamato Jorge. Padre di due maschi e due femmine e marito di una donna volgare, grassa e brutta che in tanti anni non aveva stretto nessuna amicizia con le comari del paese. Jorge da un po´ di tempo osservava, analizzava, scrutava il buon Almir e lo invidiava. Sembra impossibile che un uomo possa invidiare un altro uomo, padre di dieci bambini, ma il motivo di questo sentimento non erano gli affetti del baiano muscoloso, bensì i mattoni che con sudore, fatica e rabbia lui stava mettendo uno sopra l´altro, costruendo così la propria casa. Jorge sapeva che il proprietario della fazenda faceva affari d´oro, fornendo frutta, caffè, grano, ortaggi e cacao a una multinazionale americana, che comprava in Una e rivendeva a Salvador ed associava la casa di mattoni agli affari del fazendeiro. L´invidia nacque da quello sguardo proteso sull´orto del vicino e sulla costruzione che stava definendosi a poco a poco, dietro alla catapecchia di legno nella quale viveva la famiglia. Anche lui abitava in una baracca, per mantenere i figli raccattava rifiuti, lavorava saltuariamente come muratore e puliva la strada che passava davanti all´Hotel Transamerica, centro economico di Una e orgoglio della città. Ma tutto questo non bastava per comprare i mattoni necessari e per pagare gli operai che avrebbero progettato e costruito la casetta adatta a lui, alla moglie grassa e volgare che passava la maggior parte della giornata davanti alla televisione, ai due figli maschi e alle due femmine, altrettanto brutti, grassi e volgari. Jorge ebbe allora come uno scintillio di intelligenza e decise di interessarsi del passato di Almir.

Sapeva che il suo vicino era nato a Ilheus e in una domenica di pioggia uscì di casa come fosse un ladro, vestito con una giacca pesante nonostante il caldo, con cappello e ombrello, le gambe glabre in bella mostra a causa dei pantaloncini corti, e si diresse verso la stazione dei pullman in tempo per prendere il primo autobus del mattino per Ilheus. Gli avevano detto al bar che Almir si era trasferito in Una dopo aver avuto problemi con la giustizia e lui conosceva un poliziotto di là che gli doveva un favore. Mentre l´acqua gli scorreva  tra le dita dei piedi mal protette dai sandali, pensò che, per il vicino di casa, era arrivato il momento di saldare il conto…