Audiolibro_Il fumo della pipa va lontano_

Rei Congo

Segue il link per l’acquisto dell’audiolibro.

 

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Incipit di “Questo sì che è amore”, lungo racconto inedito

Segue l’incipit, la prima parte, intera (per farvi capire davvero dove la storia va a parare):

 

questo sì che è....          **

Sono nuda.

Davanti a me la webcam del mio cellulare.

Sono bella, le mie forme ti faranno eccitare. Ho i capelli corti, rasati a zero, i miei occhi sono verdi, le guance paffute di una ragazzina, i seni, mio Dio che seni, appuntiti, turgidi, li vuoi leccare?

Non puoi, ma puoi vederli attraverso la webcam. Vai in bagno, ti ripeto, vai in bagno, è ora.

Sei andato in bagno? Tieni il cellulare in mano? Sei nudo pure tu? Dove sei seduto?

Siediti per terra, meglio se nel box doccia. Ce l’hai uno sgabello? Siediti sullo sgabello, se vuoi ti puoi toccare… Mi vedi?

La vedi la mia bocca e la mia lingua che mi lecca le labbra?

Mi chiamo Helena, ho venticinque anni, sono di Rio de Janeiro.

Mi sono laureata in Legge proprio quest’anno, mio padre è orgoglioso di me; io un po’ meno, mi annoio, sai, e non so che fare della mia vita.

Io mi voglio divertire. Ti vuoi divertire anche tu?

Ecco, adesso ti mostro la pancia e il sesso, depilato.

Ti stai toccando? Bravo, toccati almeno mi fai sentire utile, mi sembra di servire a qualcosa.

Io voglio farti sborrare. E’ bello quando vieni pensando a me. E’ qualcosa di simile all’amore, non credi?

Hai mai amato qualcuno? Io sì: Francisco. Era il ragazzo più bello del quartiere, il padre lavorava per una multinazionale, la mamma era casalinga. Abitavamo a Barra da Tijuca, in un condominio e Cisco era il mio compagno di giochi, da bambina.

Ho perso la verginità con lui, nella sauna del condominio. Se qualcuno ci avesse visti, l’avrebbe detto ai nostri genitori. Certo, è possibile che le telecamere ci abbiano filmato ma nessuno si è lamentato.

Cisco era delicato, si preoccupava di farmi godere, era lento nel sesso nonostante fosse molto giovane, era paziente.

Quella volta mi prese da dietro, io tenevo le mani contro la parete, un piede appoggiato sul ripiano in legno della sauna, l’altro sul pavimento scivoloso. La mia preoccupazione maggiore fu quella di non cadere e di non fargli capire che mi stava facendo male. Volevo essere sua, volevo che mi scopasse che mi fottesse volevo essere la sua cagna la sua pecora e lui lo sapeva, aveva capito che per me il sesso e l’amore non avevano senso se non mi facevano male.

Mamma e papà mi hanno amato molto, cosa credi? Ancora ricordo al mattino il babbo in giacca e cravatta; dalla finestra del quattordicesimo piano nel quale abitavamo entravano i raggi ustionanti del sole di Barra da Tijuca, la mamma in piedi ai fornelli preparava del pane abbrustolito con burro spalmato sopra, la spremuta d’arancia di un litro era nell’apposita caraffa a centro tavola, i biscottini al cioccolato in un piattino, eravamo una famiglia perfetta, lo siamo stati  a lungo, cioè fino a quel maledetto giorno nel quale, zaino in spalla, dissi alla mamma:

  • Oggi dopo scuola vado a giocare a pallavolo in spiaggia. Per te è ok?
  • Certo, Helena. Fare sport è una cosa buona.

Aveva gli occhi tristi, la mamma.

Quel pomeriggio ero poi andata in spiaggia, avevo lasciato il cellulare nello zaino. Ero sudata e sporca, mi ero divertita un sacco, presi il cel e vidi le chiamate, da uno stesso numero. Ebbi come una premonizione o era soltanto panico. Corsi a casa e prima che mi abbracciassero e coprissero gli occhi con le mani la vidi, la vidi sul selciato, la testa in una posizione innaturale, vidi le ambulanze, i vicini, i vigili del fuoco e il babbo che piangeva.

  • E’ la prima volta che piangi – commentai e davvero non lo avevo mai visto piangere.

La zia subito mi spinse verso i campi da tennis e le piscine, nessuno voleva che vedessi ma cosa c’era di male ad osservare la propria madre, il corpo che ti ha partorito improvvisamente morto?

La seppellirono tre giorni dopo.

Il babbo al cimitero tenne il capo chino, fissò i sassi, le pietrine della ghiaia. Io vestivo una gonna blu, una maglietta bianca, fu davanti alla bara con dentro la mia mamma che decisi di rasarmi. E avevo capelli lunghi coi boccoli, alla mamma piacevano tanto, pettinarmeli era uno dei suoi passatempi.

Perché lo aveva fatto? Perché si era buttata dalla nostra finestra, dal quattordicesimo piano?

Sei ancora lì? Lo vedi che mi sono messa una mano tra le cosce? Dimmelo che vorresti che fosse la tua! Lo sarà, se farai il bravo passeremo dal virtuale al reale, basta che fingi di innamorarti di me. E che mi paghi.

Il primo a pagamento è stato un amico di mio padre. Avevo sedici anni, era passato un anno dalla morte della mamma e il babbo era diventato un altro uomo, taciturno, scorbutico, depresso, viaggiava in continuazione e mi lasciava in casa con la Neuza, la domestica. Lei, poverina, non si è accorta di niente. Io invece l’avevo notato il signore del tredicesimo piano che mi guardava le tette, nell’ascensore. E mi sorrideva, io ricambiavo, che altro potevo fare? Non mi piaceva piangermi addosso come faceva il babbo, giudicarmi una sfigata perché mia madre si era suicidata, il mondo è pieno di mamme che si buttano dalle rampe delle scale o dai tetti, i figli dei suicidi non possono, non devono sentirsi in colpa!

Una sera di un fine settimana nel quale il babbo era a Brasilia e Neuza a casa a Belfort Roxo con il figlio che aveva la febbre, io rimasi da sola e invece di chiamare gli amici, le amiche e Francisco che era il mio fidanzatino, quando l’amico del babbo mi fissò sfacciatamente le tette, lo guardai dritto negli occhi (eravamo soli, nell’ascensore).

  • Le vuoi toccare? – chiesi a bruciapelo.

Quello deglutì. Fece cenno di sì abbassando due volte la fronte.

  • Allora, vieni – continuai. Mi seguì dentro casa, io chiusi la porta e lo lasciai fare, lui mi mise le mani addosso, io mi feci sfilare la maglietta, rimasi in piedi (capelli rasati a zero, occhi verdi e reggiseno nero) davanti a quell’uomo.
  • Caro il mio dottore, questa scopata ti costerà 500 reais – dissi riconoscendo dentro di me un coraggio e una sfacciataggine che non sapevo di avere.

Lui mi osservò, era perplesso. Io gli passai le dita sulle labbra, una gliela infilai in bocca.

  • Adesso scendi, vai al bancomat qui sotto e prendi i soldi. Io ti aspetto a letto, pronta. Potrai abusare di me, farmi quello che vuoi. Però mi devi pagare.
  • Certo, certo – balbettò il dottore, un uomo con la pancia sui cinquanta; una moglie, due figli e un cane ad aspettarlo a casa.

 

Dopo di lui ce ne furono altri, davvero molti, ma non tutti a pagamento. Francisco per avermi non dovette pagarmi mai. Però si insospettì e siccome era amico di uno degli addetti alla sicurezza del condominio, si fece dare la registrazione delle immagini prodotte durante un fine settimana dalle telecamere del quattordicesimo piano. Il via vai di uomini attempati fuori e dentro la nostra porta lo fece riflettere, io poi gli avevo detto che quel week end non potevo stare con lui perché avevo la febbre.

  • Cosa sono venuti a fare quei tizi da te? – mi chiese a brutto muso.

Cosa potevo rispondergli?

Non sono mai stata brava a dire le bugie, le bugie le devono dire le mogli ai mariti ma io sono una puttana e le puttane dicono la verità.

Tanto il peggio doveva ancora succedere e successe quando lo venne a sapere mio padre. Fu una doccia gelata, il babbo ascoltò al bar del condominio una conversazione tra il suo amico medico e un signore, il medico non si era avveduto della presenza di mio padre al tavolo di fianco e, ridendo, smargiasso, aveva detto:

  • Abbiamo una zoccola qui nel condominio. Una ragazza gostosissima.
  • Sì, e chi è? – gli aveva risposto l’altro.
  • E’ la figlia di quello del quattordicesimo e di quella che si è ammazzata.
  • Ne ho sentito parlare, sì… E’ davvero bella come dicono?
  • Di più, di più. E’ molto meglio di quello che dicono. A me ha fatto perdere la testa.
  • Vorrei provarla anch’io.
  • Te la consiglio. Vale ogni centesimo che spenderai!

Il babbo reagì nell’unico modo in cui sapeva reagire. Non mi punì, punì la Neuza con il licenziamento poi decise che lui aveva già lavorato troppo, chiese le dimissioni e  affermò che si sarebbe occupato di me. Mi controllò, mi sequestrò il cellulare, mi iscrisse all’università; per un anno intero, in cui non riuscii a scopare con nessuno, gli dimostrai che se volevo mi impegnavo e studiavo, presi ottimi voti, lui ne fu orgoglioso, tornò a fidarsi di me. D’altronde sapeva quanto avevo sofferto per la morte della mamma e pensava che le mie scelte fossero conseguenza del dolore.

Per un anno intero, passato tra l’università e il nostro appartamento a studiare i manuali del Diritto, riflettei su due episodi: il dialogo con Cisco quando mi aveva sbattuto in faccia le immagini di me che aprivo e chiudevo la porta lasciando entrare e uscire così tanti uomini e quello col babbo che aveva appena saputo che sua figlia era una troia.

Cisco era un ragazzino, aveva perso la verginità con me e mi amava, quando mi rinfacciò le frequentazioni da puttana gli tremò il labbro inferiore, gli sudarono le mani che io tenevo strette alle mie. Avrei voluto dirgli “Non devi amarmi perché non valgo niente” ma nemmeno io sapevo perché facevo quelle cose, stavo meglio se mi sentivo desiderata, è questo che mi spinge oggi a chiederti se mi desideri.

Ti stai toccando?

Guardami, guardami, mi sto passando la mano sulle tette, mi strizzo il capezzolo destro con le dita della mano sinistra!

Il cazzo è duro? Fremo di desiderio a pensare al tuo cazzo duro tra le mie cosce, nel mio culo e tu, giovane stallone, a fottermi da dietro, sono la tua vacca, sono la tua vacca, ti griderò, e tu non riuscirai a credere all’enorme dose di piacere che ti invaderà le tempie, non riuscirai nemmeno a immaginare di passare anche solo un mese senza fottermi.

Io sono così, sono irresistibile. Cisco era geloso e aveva tutte le ragioni ma come potevo dirgli (sono uguale alle altre, mento) che a me fottere con quei cinquantenni arrapati e veloci a letto era piaciuto, cioè non mi era piaciuto il sesso che lasciava a desiderare (con Francisco era centomila volte meglio), mi era piaciuta la sensazione di potere, la stessa che mi fa godere adesso davanti alla webcam a pensare che il tuo cazzo è duro perché stai pensando a me.

Fare eccitare gli uomini è segnale di bellezza, farli godere è il nostro servizio, essere pagate è soltanto giusto. E poi, diciamoci la verità, i mariti non le pagano le mogli a cui comprano vestiti, macchine, gioielli, a cui intestano le case, terreni, titoli in banca, i mariti non pagano profumatamente ogni goccia di sperma versato nei preservativi o dentro alle vagine lubrificate delle consorti?

Io però queste cose al bel Francisco dai capelli lunghi e neri non le potevo dire, non le avrebbe capite, non le avrebbe accettate, lui sognava di costruire una famiglia con me, di fare dei figli, di seguire gli esempi dei suoi genitori e dei miei. Si dimenticava però che mia madre si era ammazzata buttandosi dalla finestra della cucina, mia madre che fino a quel giorno era stata un esempio di perfetta mogliettina, si era sacrificata, aveva detto basta ai pensieri da depressa che la convivenza con me e con il papà le aveva causato nella testa.

Questo pensavo e non potei rivelarlo nemmeno al babbo quando con lo sguardo bonariamente rivolto a me e il pensiero fisso al ricordo della moglie mi fece sedere in uno dei divani della nostra sala.

La sala del nostro appartamento a Barra da Tijuca era ampia, illuminata da tre grandi finestre dalle quali si vedevano in basso i campi da tennis e, sopra, i palazzi degli altri condomini, era accogliente, soffici erano le pelli dei divani, invitanti i cuscini, da piccola su quei cuscini, su quel divano mi ero addormentata più di una volta e la mamma mi aveva preso in braccio quando il film della sera era finito e lei e il papà andavano a riposare. Su quel divano avevo anche fatto all’amore un paio di volte con Francisco e, se non ricordo male, anche con uno dei portinai del nostro palazzo. La voce intorno alle mie prestazioni sessuali si era ormai diffusa e il signor Aguille, un messicano immigrato in Brasile una decina di anni prima, si era presentato alla mia porta con un mazzetto di banconote da dieci e da cinquanta.

  • Sono per lei – aveva dichiarato.

(Mi parve così timido!)

  • Grazie, Aguille – gli risposi – Non doveva disturbarsi. Se me lo avesse chiesto gli avrei fatto uno sconto, ma siccome non me l’ha chiesto…

Avevo comprato una mini cassaforte con combinazione e appena il portinaio mi diede i soldi io corsi in camera a metterli via. Stavo ormai sognando ad occhi aperti, lo facevo da quando era morta la mamma, forse sognavo per non pensare pensieri sgradevoli. Volevo viaggiare, mettere da parte un po’ di soldi e viaggiare, magari scappare per sempre e non tornare più a Rio, la città nella quale la mamma aveva preferito morire.

Quando tornai in sala mi catapultai sul cazzo di Aguille, un cazzo puzzolente di un portinaio sudato, gli sbottonai i pantaloni e glielo presi in bocca; l’esperienza e un certo talento naturale mi avevano insegnato come fare un buon pompino.

Regola numero uno: baciare il pene come se fosse una bocca, guardarlo fissamente come se davanti a noi ci fossero due occhi, come se il pene fosse lo strumento attraverso il quale il nostro interlocutore ci comunicherà che ci ama.

Regola numero due: non aggredire il pene, non intimidirlo, offrirgli quindi le nostre labbra, la nostra lingua poco a poco, con discrezione cominciare a succhiarlo prima come se fosse un ghiacciolo, succhiarlo come se da quel movimento, da quell’atto dipendesse il nostro refrigerio, poi come se fosse un gelato, quindi con piacere, assaporandolo col pensiero rivolto agli ingredienti usati per ottenere quel gusto inconfondibile (cioè il sapore “Cazzo di portinaio sudato”). Regola numero tre: mantenere un certo ritmo, non accelerare né decelerare, essere costanti nel muovere bocca e lingua, né troppo rapidi né troppo lenti. Regola numero quattro: fare qualche pausa strategica per riprendere il fiato e scappellare il pene del cliente con le dita mentre gli neghiamo la bocca, appena il fiato si è ripreso dobbiamo però cacciarci il cazzo tutto in gola e fare eccitare il cliente, dobbiamo farlo sentire potente come un toro.

Regola numero cinque: quando ci siamo rotte i coglioni dobbiamo succhiarlo con voracità facendogli credere che la nostra bocca è una vagina e che lui ci sta fottendo, dobbiamo fargli perdere il controllo di se stesso, farlo “ringhiare”, solo così si ricorderà di noi per sempre.

Regola numero sei: quando viene non dobbiamo allontanarlo, anzi dobbiamo tenergli le palle tra le dita e inchiodarci il suo pene in gola, dobbiamo farlo con rassegnazione sentendoci un po’ come Gesù in croce.

Regola numero sette: dobbiamo ingoiare lo sperma del cliente facendogli credere che lo stiamo facendo per lui, perché lo stimiamo e gli vogliamo bene. Poi dobbiamo sorridergli, riconoscenti.

Quando feci il pompino ad Aguille non ricordo se seguii tutte le regole. Ricordo bene però la sua espressione sfinita. Era in piedi accanto al sofà,  io me ne stavo seduta e giocherellavo col suo giocattolino. Sul tavolino avevo poggiato un pacchetto di Kleenex, che gli porsi. Lui mi fissò stralunato, consapevole di aver speso bene i propri risparmi.

Ero seduta nello stesso posto quando il babbo mi disse che sapeva che mi stavo prostituendo, la voce girava nel condominio e pareva che lo sapessero tutti.

Mio padre è una persona perbene che ha fatto una vita perbene, è nato in una buona famiglia, in un buon quartiere, Leblon, pieno di possibilità; chi è venuta dal basso è la mamma (che non c’è più), la mamma è venuta dalla Bahia.

I miei si sono conosciuti a una festa, durante il carnevale, al Copacabana Palace. Forse è per questo che io amo quell’hotel che da fuori pare una torta di panna montata con le bandierine di Francia, Italia, Germania, Usa, Messico e Argentina piantate sopra (e di altri paesi tra i quali Angola e Arabia Saudita), forse lo amo perché mi ricorda l’incontro tra mamma e papà. Lui in giacca e cravatta, laureato in economia già lavorava nel consiglio di amministrazione della banca (poi si è licenziato e ha rischiato il capitale nel mercato finanziario), lei era una cameriera. Il babbo mi ha detto che fu amore a prima vista. Lei con quei capelli raccolti dietro in treccine, la divisa con la gonna blu, le dita affusolate e il sorriso disarmante; prima di andarsene già mezzo ubriaco lui le chiese un appuntamento. Si scambiarono i numeri di telefono.

Io al Copacabana Palace ci sono stata con alcuni clienti. Ne ricordo uno, un arabo con i capelli bianchi. Lui aveva chiamato l’agenzia per ballerine che si occupava ai quei tempi di arruolarci e la signora, la Rosa Cristal, mi aveva telefonato; aveva detto:

  • C’è un arabo che vuole ragazze molto magre per passare la notte con lui. Dovrete ballare, fare lo spogliarello. Ti interessa?

Ero appena rientrata nel giro, mi prostituivo per arrotondare (il papà mi dava la paghetta) e per divertirmi un po’. Stavo studiando all’università Estacio di Barra da Tijuca, avevo dato degli esami tra i quali Diritto Civile, Filosofia del Diritto, avevo la mezza idea di diventare una criminologa.

Rosa Cristal mandò un van a prendermi. Io intanto mi ero chiusa in bagno, mi stavo truccando; sul ripiano del lavandino avevo appoggiato la borsetta dorata con le paillettes, mi stavo passando il nero sulle ciglia davanti allo specchio che per anni aveva riflesso l’immagine della mamma, quando bussarono. Era il papà.

  • Esci stasera? – chiese.
  • Sì, esco con le mie amiche! – gridai.
  • Dove andate?
  • C’è una festa a Copacabana, andiamo a casa di quel mio amico che abita davanti al mare.
  • A che ora tornerete?
  • Per non farti preoccupare ho chiesto a Paula di farmi dormire da lei. Prima di andare a letto comunque ti mando un messaggio.
  • Helena, mi devo fidare? – disse il papà dall’altra parte della porta. Lui non ebbe il coraggio di aprirla e di guardarmi in faccia e io non ebbi il coraggio di mentirgli fissandolo cinicamente negli occhi.
  • Certo, babbo, vado solo a una festa. Non berrò nemmeno molti drink – risposi.

Nel cellulare era arrivato un messaggio, il van mi stava aspettando sotto casa.

Prima di uscire mi fermai un istante con la mano sulla maniglia della porta di casa, quella blindata, curvai il collo e i miei occhi captarono lo sguardo ingenuo di mio padre.

  • Sei bellissima – sussurrò lui – Sei uguale a tua madre.

Mentre aspettavo l’ascensore  nel pianerottolo del quattordicesimo piano  pensai a quelle parole e al fatto che anche io forse un giorno mi sarei ammazzata come mia madre. Forse era quello che volevo, quello a cui anelavo, era lo spirito di autodistruzione che mi spingeva a fottere con uomini di cui non me ne fregava niente.

Mi sentii in colpa. Mio padre aveva fatto di tutto per me e io lo ricambiavo ingannandolo.

Adesso ero dentro all’ascensore e mi osservavo allo specchio: minigonna oro con le paillettes, molto simile alla borsetta, scarpe appuntite coi tacchi (per ballare e fare lo spogliarello me le sarei tolte). Ma ciò che destava attenzione, ciò che attraeva e mi rendeva fatale erano i capelli rasati e gli occhi verdi. Ero diversa da tutte, ero unica, lo sono ancora, almeno spero di esserlo adesso che ho già venticinque anni e sono stata con tantissimi uomini (e qualche donna), adesso che vivo da sola in un monolocale a Copacabana che mi devo pagare con i soldi delle marchette, adesso che di giorno lavoro come tirocinante in uno studio legale e il week end mi diverto in giro per la città, adesso che il babbo non mi dà più soldi e, con le lacrime agli occhi, mi ha cacciata di casa e mi ha gridato che io non lo merito, né io né mia madre lo abbiamo mai meritato, è colpa della mamma, secondo lui, se la mia tendenza alla deviazione, alla trasgressione è esplosa e si è impossessata di me, della mia vita.

Almeno tu non mi abbandonare.

Faccio quello che vuoi, tu però non mi abbandonare. Lo so che ci sei, la luce verde della webcam continua accesa, significa che mi stai osservando, mi stai ascoltando.

Sono nuda davanti alla telecamera. Sono seduta ma adesso mi alzo, li vedi i miei seni? Sono piccoli e sodi, gli uomini impazziscono se gli avvicino i capezzoli alla bocca, li succhiano come se io fossi la mamma e dal nettare che stilla dal mio petto dipendesse il futuro più immediato. Ti annoiano questi discorsi?

Cosa vuoi che faccia? Vuoi che mi masturbi, che mi metta a gridare? Non posso, questo è un monolocale in un palazzo popolare pieno di gente e di spifferi, se gridassi mi sentirebbero tutti. Ma se vuoi, se ti fa piacere io lo faccio. Per te farei qualsiasi cosa.

Perché non parli? Perché non mi dici che ci sei, perché non ti mostri, perché non mi racconti un po’ di te? Perché non mi mostri il tuo cazzo che deve essere enorme e io lo so che è enorme e duro, non sai quanto mi piacerebbe tenerlo tutto in bocca e passarci sopra la lingua, leccartelo, morderlo delicatamente senza farti male e, quando vieni, assaggiarlo, degustarlo come un biscotto inzuppato nel latte. Sì, decisamente mi piacerebbe un casino farti un pompino. Ma tu hai pagato per spiarmi attraverso la webcam e per starmi ad ascoltare mentre io ti faccio eccitare. Dimmelo però per favore se non ti eccito, se ti annoio, sai, ultimamente mi sento insicura perché non ho più vent’anni, quando avevo vent’anni mi sentivo invincibile, immortale, ero così bella, il mio culo era così perfetto che tutti, proprio tutti gli uomini (e anche qualche donna) si fermavano a fissarlo quando camminavo per strada con gli short attillati. Adesso però i fianchi si sono allargati… Sei ancora lì? Ti dicevo dell’arabo… Il van ci lasciò davanti al Copacabana Palace. Scendemmo in tre, io, Jocilene e Sandra (il nome Paula che avevo pronunciato davanti a mio padre non me l’ero inventato, Paula esisteva, era una compagna di corso all’università, il babbo l’aveva incontrata qualche volta in casa; Paula mi copriva, era l’unica all’università a “sapere”).

Jocilene era una studentessa come me, lei però era povera, veniva dalla favela e moriva di paura che la madre scoprisse cosa faceva di notte; Sandra invece era tranquilla; più vecchia di noi non parlava mai di sé, era una vera professionista.

Entrammo attraverso la porta girevole, scortate dagli sguardi dei buttafuori. Il Copacabana Palace ci accolse come donnicciole invitate all’ultimo momento al ballo dello straniero, del petroliere.

Lui era in piscina. Noi varcammo la porta a vetri che separava lo spazio adibito a feste, convegni e colazioni dall’area della piscina. I tavolini erano ricoperti da tovaglie sgargianti, c’erano camerieri (tutti uomini) in livrea; coktail ricolmi di frutta erano distribuiti agli ospiti.

Ci indicarono un tavolo ai bordi dell’acqua. Fui la prima a sedermi, accavallai le gambe. Le mie compagne mi imitarono. Eravamo nervose.

Chi era questo arabo, ci chiedevamo, e ridevamo al pensiero del suo pene che doveva essere così piccolo… Ne avevamo già parlato tra noi via cel dopo la telefonata di Rosa Cristal, ci eravamo dette che gli arabi a letto erano una frana, “Meglio per noi” aveva commentato Sandra, “così finiamo in fretta e torniamo a casa a dormire”.

Quando uscì dall’acqua e si sedette sul bordo della piscina, un uomo in giacca e cravatta gli si avvicinò e ci indicò. Lui ci osservò e noi sentimmo i suoi occhi scuri sul petto, sulle gambe, tra le labbra. L’arabo si soffermò a lungo su di me e io capii che gli ero piaciuta.

Quella notte ci fece ballare mentre lui, sdraiato nella suite con balcone e vista Oceano Atlantico, nudo, col cazzo in tiro, ci fissava. Comunicammo un po’a gesti un po’ in inglese. Io l’inglese l’avevo studiato all’università e nelle scuole private che il babbo mi aveva pagato a Barra da Tijuca ma la lingua e le parole di quell’uomo erano difficili da decifrare. Capimmo comunque quando ci disse di bere e bevemmo soprattutto caipirinha ma anche birra e vodka liscia da bicchieri che lui stesso ci riempì. Ci voleva ubriacare e noi lo assecondammo e ridemmo, quanto ridemmo mentre ci spogliavamo e poi nude ballammo, sambammo davanti a lui. L’arabo gridava”Samba, samba!” e noi a passo di samba sfilavamo davanti al suo letto enorme come se fossimo in una passerella o nel Sambodromo della Sapucai’ (chi davvero sambava da dea era Jocilene della Rocinha, la mulatta, lei sì che ci sapeva fare, io e Sandra al confronto eravamo delle principianti ma per quell’uomo, per il gringo andavamo più che bene).

Lui non beveva, non fumava, gridava ogni tanto strane parole, quasi dei versi e, con il pene in mano, ci fissava seduto sul letto.

  • You kiss her and she kiss you. This way, this way – disse il cliente con le braccia aperte a mimare un grande abbraccio.

Capii al volo e fui la prima ad assecondarlo (ero sempre la più disinibita), presi il mento di Jocilene tra le dita e le diedi un sonoro bacio in bocca. Lei mi fissò, sorpresa (non parlava bene l’inglese e non aveva inteso le parole dell’arabo) ma non si sottrasse e quando le offrii la lingua mi lasciò fare, mi abbracciò, la mia lingua dentro la sua bocca, la sua lingua dentro la mia, le accarezzai un seno, lei mi mise una mano tra le gambe, inserì il suo dito nella mia fighettina, io divaricai le ginocchia e fu allora che mi accorsi che l’uomo si era alzato e, in piedi dietro di me, voleva che mi curvassi. Lo assecondai. Sandra però gli si era avvicinata. “Devi metterti un preservativo” gli disse in portoghese, quello non capì o fece finta di non capire. “No sex without condom” ripetei io, a novanta gradi col busto curvo nella direzione del balcone; “No condom, no condom” replicò lui e mi spinse contro la parete. L’arabo mi spinse con una certa violenza e quando mi trovai fuori, sul balcone, con le mani sul davanzale e quell’uomo piccoletto dietro che voleva mettermelo nel culo mi aspettai che le mie colleghe facessero qualcosa, mi difendessero o corressero  nella hall per avvisare qualcuno. Invece sparirono nel nulla e quella fu l’ultima notte in cui lavorammo insieme.  Anche dopo, mentre il cliente mi violentava all’aria aperta sotto il chiaro di luna davanti a una vista mozzafiato (il mare, le onde, le piattaforme e i pescherecci) io continuai a sperare che Jocilene e Sandra apparissero alla porta della stanza con la polizia o un buttafuori; nel delirio di quei momenti pensai che uno specialista in diritti umani o un professore di sociologia avrebbe fatto irruzione e insegnato all’arabo le buone maniere. Invece nessuno venne in mio aiuto e lui, mani sulle natiche, unghie dentro alla mia carne, lui mi penetrò per minuti che mi parvero ore col suo pene grande e grosso e mentre lo faceva grugniva come un porco e io a ogni spinta emettevo un grido che poteva sembrare di piacere ma era di dolore.

China a novanta gradi, le mani sulla sponda del balcone non guardavo più il mare ma i ghirigori sul pavimento e speravo che lui finisse il più rapidamente possibile. Quello però mi stantuffava facendomi sentire una cavalla, e non finiva mai.

Io accolsi il suo pene dentro al mio ano con ripugnanza, con odio verso me stessa e pensai alla mamma che da una finestra accanto a un balcone come quello (a un piano più alto di quello) si era buttata.

Quando lui eiaculò, rimasi nella stessa posizione cercando di recuperare le forze. Il mio ano sanguinava, me ne accorsi passandoci una mano sopra. E’ mai possibile che nessuno in spiaggia o per strada si è accorto di noi? Perché non hanno avvisato la polizia? E’ possibile che nessuno si è accorto che mi ha violentata?

Rientrai nella stanza camminando a gambe larghe e grande fu la sorpresa di trovarlo lì, ai bordi del letto, ancora in erezione. Quell’arabo aveva preso una pastiglia.

Mi avrebbe distrutta.

Pretese infatti di fare del sesso canonico, sul letto, lui sopra e io sotto, senza preservativo. Per farlo venire finsi di godere, finsi che mi piaceva ma non ci fu verso, lui fu lento e inesorabile, mantenne per mezz’ora sempre lo stesso ritmo.

Riuscii ad abbandonare la sua stanza e il Copacabana Palace alle quattro del mattino. Un taxi mi portò a casa della mia amica Paula, a Barra da Tijuca. Durante il tragitto verso l’Avenida das Americas provai a concentrarmi sulla spiaggia, sui colori scuri della notte e a non pensare.

Paula per fortuna si accorse di quanto stavo male e mi lasciò dormire con lei, nel lettone. Mi lasciò piangere, mi tenne la testa tra le braccia e io pensai che ero un orfana, quello ero, una puttana orfana di madre.

**

“Cristo si è fermato a Rio”, Edizioni Unicopli, raccolta di racconti

Vi presento il racconto che apre la raccolta “Cristo si è fermato a Rio” pubblicata da Edizioni Unicopli di Milano, nel giugno 2019.

Il centro

La luce soffusa, azzurrognola davanti al Centro Spiritista Lar do Amor non pare artificiale. Eppure viene dal lampione; della luna, in questa serata, non c’è nemmeno l’ombra. Il prete italiano è seduto sul muricciolo, gambe tra le braccia, braccia sulle ginocchia, indossa una tuta da ginnastica, e pensa. Fra poco entrerà. Ha già adocchiato almeno due membri che sono passati attraverso la porta marrone, sotto alla scritta azzurra “Casa dell’Amore”. Loro non l’hanno notato, non lo conoscono bene, l’hanno visto due volte soltanto in due distinte sedute distanti almeno tre mesi l’una dall’altra. Ma lui oggi è tornato, pieno di problemi, di preoccupazioni, di frustrazioni. E anche un po’ annoiato.
Don Matteo guarda l’orologio, è ora, può entrare anche lui senza dare troppo nell’occhio, senza indurre nessuno a pensare che è arrivato presto, che è un tipo ansioso… Lui è ansioso, è angosciato, vive accerchiato dai pensieri che, come fantasmi, gli nascondono il cammino. Se ne vorrebbe liberare, ma Dio sembra non volere ciò che vuole lui. I desideri del Creatore paiono distanti, differenti, quasi indifferenti…
– E’ la prima volta? – gli chiede una signora ben vestita, sulla porta.
– No, la terza – risponde l’italiano che, su un tavolino di fianco all’ingresso, firma con nome e cognome ben leggibili il blocco delle presenze. Lui sa che il lunedì seguente quei nomi, quelle parole, verranno sottoposti all’attenzione degli spiriti incorporati in uno o una dei medium che stasera, sorridenti, al secondo piano, leggono il Vangelo.
Il prete cattolico, apostolico, non romano ma milanese, ricorda la visita della settimana scorsa a un terreiro di Umbanda, religione affine ma diversa dallo spiritismo kardecista del Lar do Amor. La prima grande differenza è l’estrazione sociale dei frequentanti e il colore della pelle, anche se Lina, una dei leader del centro Lar do Amor, è negra. E’ l’unica. Nel terreiro di Aboliçao, quartiere periferico, pericoloso, accerchiato di favelas oggi in guerra l’una con l’altra, di negri ce n’erano parecchi. La grande diversità risiede poi negli spiriti che vengono chiamati, invocati; nell’Umbanda sono più rudi, più diretti, il contatto con i visitanti è immediato, qui, nel centro kardecista, è filtrato, nessuno degli ospiti parla direttamente con gli spiriti, sono i dirigenti della casa che ci parlano e, se i disincarnati hanno qualcosa da dire a uno dei partecipanti all’ultima sessione, il messaggio verrà recapitato ma non nella sua interezza bensì nel modo nel quale Lina o uno dei colleghi decideranno di comunicarlo.
Don Matteo è in crisi, per questo frequenta così tanti centri religiosi. Lui, che è scappato da Milano perché non sopportava le chiese di provincia sempre piene di gente poco attenta alle questioni celesti e attaccatissima a quelle materiali, ora non sa più cosa è venuto a fare in Brasile, a Rio, all’ombra della statua del Cristo Redentore (dalla sede del centro spiritista, nel quartiere Humaita’, la statua del Cristo si vede per davvero). Il prete era convinto di esserci venuto per salvare delle vite, per aiutare il maggior numero possibile di adolescenti a uscire dal narcotraffico. Ma adesso non sa più se è vero. Mentre sale dietro alla nera le scale che dal pianterreno portano al secondo piano, quello adibito alla Lettura, Matteo pensa al futuro e lo vede pieno di tristezza.
– Siediti qui – gli dice la donna con i capelli grigi, gli occhiali e un occhio semi chiuso.
Il prete non è solo. Oltre alla dirigente, ci sono una decina di persone che lui non aveva visto nelle precedenti visite. Matteo chiude gli occhi e subito li riapre perché rischia di addormentarsi. E’ stanco, non si sente bene.
– Allora adesso che ci siamo tutti, prego il nostro fratello di presentarsi. Qualcuno di voi deve conoscerlo, ma, per molti, è uno nuovo. Allora, fratello italiano, parlaci di te! – Lina è simpatica, è affabile, e il prete non capisce perché quelle parole gli diano fastidio.
– Ciao a tutti, io sono Matteo, sono cattolico, sono un prete di Milano. Vivo in Brasile da qualche anno e collaboro nella favela Rocinha con un’organizzazione non governativa chiamata Unione delle Donne per il Miglioramento della Roupa Suja, Roupa Suja è il nome di un quartiere della favela; ecco, ero contento, entusiasta di quello che stavo facendo fino a quando nella favela è scoppiata la guerra, che è una vera e propria guerra senza nessuna etica, senza inibizioni: corpi mozzati, uomini e donne bruciati vivi e sparatorie continue… Le persone dell’organizzazione hanno detto che non possono garantire la mia incolumità, mi hanno chiesto di restarmene calmo per un po’ da un’altra parte, io mi sono sentito un peso e ho preso in affitto un appartamento a Copacabana ma… mi annoio da morire! Sto pensando di tornare in Italia a Milano da mia madre mentre fino a pochi mesi fa ero sicuro che questa era la mia missione, la missione che Gesù mi ha affidato ma cosa posso fare, farmi ammazzare per testimoniare con il martirio l’attaccamento ai valori del Vangelo? Se morirò come farò a salvare qualche promettente adolescente dal narcotraffico, come farò a farlo studiare? Una soluzione non c’è e io devo far passare il tempo a Copacabana accerchiato da chiese evangeliche efficientissime e da altrettanto efficienti postriboli. L’altro giorno mentre camminavo per la Nossa Senhora alle cinque del mattino, una prostituta mi ha adocchiato, ha agitato la borsetta e io ho sentito il morso della tentazione. Per fuggirvi sto frequentando tutti i possibili centri religiosi, Umbanda, Spiritismo e sto partecipando ogni domenica a tre, quattro messe ma niente riesce a calmarmi, solo la favela ci riuscirebbe, e la realizzazione dell’ideale che mi sono prefissato… -.

I partecipanti alla sessione lo guardano perplessi. Lo sfogo del religioso di Milano è interessante, e profondo, e ha sollevato questioni capitali come “sarà poi vero che veniamo al mondo con una missione da compiere”? Tutti però pensano che la pazienza è un’arte e a loro gli spiriti questo hanno insegnato, che ogni cosa avviene quando deve avvenire e che è inutile farsi prendere dal panico, dall’ansia. A dirlo al prete è Caetana, un donnone con degli occhiali enormi e lo sguardo solidale. E Matteo la ascolta attentamente, tentando di succhiare da quelle parole comprensive il segreto liquido di pace e tranquillità. Se poi non riuscirà a calmarsi, non c’è bisogno che torni a Milano dalla mamma. Può sempre trovare una prostituta a Copacabana, quartiere famoso nel mondo intero per l’avvenenza e la leggerezza delle donne che vi abitano. Don Matteo, barba lunga, calvizie incipiente, un uomo vergine sulla cinquantina, forse ha trovato la soluzione dei problemi che gli sovviene fulminea come un’intuizione: niente favela, niente giovani da salvare, niente Vangelo, niente Gesù ma il profumo delizioso e nauseabondo di una vagina femminile, da penetrare.

 

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In cerca di un editore…

Estratto del capitolo 4 de “Il fumo della pipa va lontano”, audiolibro pubblicato da Recitar Leggendo Audiolibri, in vendita nei vari store online – E ALLA RICERCA DI UN EDITORE PER LE VERSIONI E BOOK E CARTACEA!

Le scrissi, le dedicai anche una poesia che finiva con un verso tipo “Sono un delfino che cerca un posto tranquillo dove andare a morire”. Gliela portai, andai a chiamarla sotto casa molto tardi di sera, lei mi fece anche salire, la madre, la mia potenziale futura suocera, mi disse che le ero mancato, mi diede qualcosa da mangiare. Barbara si impietosì, ero ridotto a uno straccio, bevevo solamente e le confessai che mi ero fatto il primo trip, cosa che la lasciò alquanto preoccupata (almeno queste erano le mie intenzioni, preoccuparla, farle pena). Le feci pena, lei si dichiarò disposta a ripensare alla sua decisione ma io capii che si era innamorata di un altro, lo capii dal suo tono di voce.

– Chi è? – gridai ed eravamo io e lei chiusi nella cameretta mentre i genitori e il fratello guardavano o fingevano di guardare la televisione in cucina.

– Non te lo posso dire.

– Chi è, lo voglio sapere – insistetti, drammatico (la mia tendenza al dramma continua fino ad oggi).

– E va bene, se proprio lo vuoi sapere mi sono innamorata di Marco, il batterista dei Vox D’Accion.

No, Marco il batterista dei Vox D’Accion, no!

– Quando siamo andati in gita insieme qualche mese fa, ci siamo baciati.

– Vi siete baciati?

– Sì, ci siamo baciati.

Barbara e Marco il batterista si erano baciati.

E fu allora che mi vennero in mente Barbara e Francesca in motorino che cantavano a squarciagola la canzone “La solitudine” di Laura Pausini, quella che fa “Marco se n’è andato e non ritorna più. Ha gli occhi di un bambino un poco timido…”. Capii, pensai che loro la cantavano perché Francesca sapeva che a lei piaceva Marco e non più Matteo e fomentava questi sentimenti incitandola a gridare insieme quella canzone.

Il mio odio per Laura Pausini e per la musica leggera italiana crebbe a dismisura. Crebbe anche l’amore per la musica punk e per il Partito Comunista (che non esisteva più, i reduci del partito già si chiamavano Rifondazione Comunista).

Marco il batterista era però di Rifondazione, come me. E suonava come me in una banda locale. Solo che lui era più bello di me e ci sapeva fare certamente più di me. L’avevo persa, per sempre…