Pubblicazione di “Helena”

Tra un mesetto circa pubblicherò il mio romanzo erotico “Helena – Questo sì che è amore” per Prospero Editore di Milano. Il libro resterà in vendita nella versione cartacea presso il sito dell’editore per 60 giorni. Se venderemo almeno 90 copie, poi verrà distribuito nelle librerie italiane. Se non raggiungeremo le copie necessarie sarà stata una bella esperienza, e i diritti torneranno a me assieme a qualche copia omaggio.

Alcuni di voi l’avevano letto, gliel’avevo mandato io via email. A qualcuno mi pare fosse piaciuto.

E’ la storia di una prostituta carioca che si racconta a un cliente mentre fanno sesso online.

E’ scritto al femminile, l’io narrante è Helena.

Quando esce, vi avviso.

VENERDI’ SANTO

C’è troppo silenzio, ero abituato al casino.

C’è troppo casino, ero abituato al silenzio.

È la noia, non succede mai niente.

Non mi annoio mai; quando non lavoro

faccio il volontario in favela o gioco a calcetto.

È la mancanza di sesso.

Il sesso non mi manca, è la mancanza d’amore.

Sono innamorato della vita.

Non ho più amici, i miei sono in Italia ma al calcetto faccio nuovi amici,

se sto male è colpa di…

C’è troppo silenzio, i cinguettii non sono udibili perché

attutiti dagli impianti dell’aria condizionata, il ronzio degli

impianti mi fa compagnia e le voci dei vicini; l’altro giorno, qui fuori, seduto, cercavo

refrigerio da un’incomprensione e ho sentito che lei non aveva stirato come voleva lui o qualcosa del genere. Litigavano.

C’è troppo rumore, la discoteca della Figueiredo si fa sentire

fino all’alba.

La discoteca della Figueiredo non la sento da prima della

pandemia, è chiusa, se sto male non è colpa di nessuno.

È colpa di…

Prostrarmi davanti a un altare mi faceva bene.

Credere agli spiriti mi faceva bene.

Ci credo ancora ma non so più se loro credono a me,

se su di me ci scommettono, se sono un buon cavallo,

uno su cui puntare qualche spicciolo o magari un bel

gruzzolo.

Non so se loro credono al mio potenziale, se sono

troppo vecchio, se il treno ormai l’ho perso.

Non so se pensino che non ne valga la pena.

È un do ut des, anche dall’aldilà. Io ti

ammazzo un agnello, tu mi fai guarire dalla depressione.

Perché dalla depressione si guarisce col sangue. L’agnello

l’ho tirato in ballo perché fra poco è Pasqua e quel

povero Cristo l’hanno crocifisso per noi.

Almeno così dicono.

CRONOMETRO BIOLOGICO

Mento anche a me stesso

per vivere 5 minuti in più.

Fuori piove, grandina, l’acqua contro i vetri è inquieta

come le anime di chi pernotta in questo albergo.

Un via vai impressionante di stenografe carine che

hanno fatto la gavetta con Dostoevskij,

trafficanti d’armi che, dopo l’Afghanistan,

hanno sfruttato Iraq e Libia,

preti ansiosi di perdonare tutti e di farsi perdonare

i peccati veniali di gioventù,

saccopelisti appena tornati dalla città di Antofagasta,

in pieno deserto,

che hanno un sacco di storie da raccontare.

Ci sono tutti. Tutti in questo albergo, contenti d’essere qui e

di stare insieme.

Ma fuori piove, i chicchi di grandine spaccano le tegole dei tetti,

paiono bombe venute da chissà dove.

Eppure non siamo a Kiev, non siamo nel Donbass e nemmeno a Mosca.

A Mosca, scrivono i giornali, non è cambiato niente e si beve vodka come prima.

Io mento a me stesso perché 5 minuti sono 5 minuti.

Quante cose si possono fare in 5 minuti.

TOPI

1.

Grattacieli. Nuvole. Pioggia.

Città piccola e città grande.

Ho provato a insegnare queste parole a due bambini di 6 anni

il cui padre è italiano.

Sono gemelli non più identici,

ora li distinguo; Matteo è l’istintivo,

Gabriel il razionale.

Gabriel scrive correttamente dentro le righe,

Matteo scarabocchia ma ricorda meglio le parole

quando le pronuncia divertendosi.

Oggi si è tappato il naso,

forse perché gli ero troppo vicino e

mi puzzava l’alito.

Grattacieli. Nuvole. Pioggia.

Penso a queste parole

mentre ascolto Amy Winehouse

la decadente,

Amy Winehouse la divina.

La vedo su Youtube a un concerto per Nelson Mandela;

canta su un palcoscenico pieno di neri.

Lei, bianchissima, con la voce da nera più di tutti.

In favela, su un muro scrostato,

c’è il ritratto di Nelson Mandela.

2.

Un amico manda il video

del padre che si fa la quarta dose

e io mi dovrei coscientizzare.

Un altro manda video sulla guerra in Ucraina che sarebbe un’invenzione

dei telegiornali.

Intanto l’Italia non si qualifica ai Mondiali,

la Juve perde.

Io leggo poesie di Louise Glück,

brava a dipingere paesaggi.

Grattacieli. Nuvole. Pioggia.

Un aeroplano, dirottato da arabi,

si schianta sulle Torri Gemelle – è il segnale: il Nuovo Secolo.

Grattacieli. Nuvole. Pioggia.

Spazzatura in strada accumulata.

Nell’Anita Garibaldi

c’è un uomo magro con gli occhi azzurri che,

da quando è disoccupato,

chiacchiera tutto il giorno mentre i tassisti,

tra una corsa e l’altra, giocano a carte su tavolini improvvisati,

davanti alla panetteria.

Grattacieli. Nuvole. Pioggia.

Alba. 

Ad aprile a Rio, per la prima volta, ci sarà un secondo Carnevale.

Grattacieli. Nuvole. Pioggia.

I cani riposano, i gatti fanno la ronda,

i topi si rallegrano per lo sciopero dei netturbini.

Eppure è nato il figlio di Valeria.  

3.

Grattacieli. Nuvole. Pioggia.

Pioggia, soprattutto.

Vento. Grandine.

Rondini e avvoltoi.

Un’aquila a guardare tutti e tutto dall’alto;

capisce, pensa, decide e domina dall’alto.

Da molto in alto.

Da chilometri.

Da su, molto su, lei guarda giù. Ci fissa.

Noi se possiamo la imitiamo.

La imitiamo se possiamo.

Se possiamo. Se riusciamo,

la imitiamo.  

Se no, imitiamo i topi

che festeggiano lo sciopero.

Imitiamo i topi

che scavano i rifiuti,

fuggono,

s’ammalano,

si fanno incidere nei laboratori,

si fanno schiacciare dalle macchine e

sull’asfalto rimane una forma ovoidale

e una coda.

Quando Valeria era incinta,

dal vaso sanitario è uscita una pantegana grigia

che ha scorrazzato per la casa.

Gli ospiti sono saliti in piedi sulle sedie.

Il topo li aveva spaventati tutti. Li ha terrorizzati fino a quando il marito,

padre di famiglia,

non l’ha spiaccicato al pavimento con la scopa.

DIVENTARE PESCI

Ho nostalgia delle Guerre Puniche,

delle Invasioni Barbariche.

È la tecnologia che ci annulla.

Sono tornato in favela a insegnare le tabelline.

Adolescenti banditi, scuola allo sbando

ma conta lo spirito.

La carne…

Abituiamoci a vivere senza, a provare desideri sessuali

in potenza, a fantasticare sul Bene e sul Male, a farne solo

nell’intelletto.

Tanto prima o poi una centrale scoppia,

tanto gli Stati Uniti perderanno perché sono i più deboli,

tanto negli ultimi anni ci hanno già annichilito.

Siamo inermi, lo dice la Bibbia,

dice anche di farci tradurre in cinese, al più presto,

tanto si diventa tutti pesci,

se il mare è inquinato, uccelli,

se l’aria è irrespirabile si diventa extraterrestri.

Proposta editoriale

Grazie all’intuizione di un’amica, ho rivisto e corretto un romanzo che avevo cominciato a scrivere più di dieci anni fa. All’epoca, cercavo una ragione, il perché ero andato a vivere in Brasile e, raccontando la mia storia, m’ero convinto che l’avrei trovata. Poi, scrivendolo e vivendo qui in Brasile, mi ero accorto che non mi interessava più giustificarmi. E poi, davanti a chi? La mia amica ha capito che alla prima versione del testo – che ho pubblicato nel formato audiolibro – mancava qualcosa, cioè il controcanto brasiliano. Mi ero limitato a raccontare la parte italiana. Allora, scartabellando nel computer, ho trovato vari testi, vecchi racconti, testi autobiografici e no, che facevano al caso. Ho rivisto tutto, ho aggiunto 15 capitoli all’antica versione e ne è nato un romanzo nuovo che, mi pare, finalmente funzioni. Come sempre, e ancora di più in epoca pandemica, mi muovo ora a tentoni, cercando editrici italiane che valutino il testo. La versione audiolibro, con meno capitoli, è online, in vendita, ma io, d’accordo con l’editore, ho ceduto solo i diritti per l’audiolibro, quindi posso pubblicare il romanzo come ebook o cartaceo, con chi possa esserne interessato. Mi piacerebbe, nel caso, tenermi i diritti per l’audiolibro, che potremmo completare con le parti mancanti. Segue un estratto, che non è l’inizio, ma dà una idea della storia e dello stile.

13

Piovigginano fili d’acqua leggeri che sbattono contro le mattonelle del pavimento del cortile, rimbalzano e schizzano sulle mie caviglie scoperte. Io tolgo il piede dal sandalo e accavallo le gambe mentre fumo, così mi bagno solo una caviglia, l’altra, sospesa, è protetta ora, come il resto del corpo, dalla chioma dell’albero.

Non fa freddo. È piacevole osservare l’acqua che cade, sentire il profumo di una primavera tropicale che per noi europei è quasi estate, il profumo di lavanda e di fresco che viene dalle foglie e dai fiori bianchi; è bello chiudere gli occhi e ascoltare il ticchettio della pioggia, il ritmo lieve delle gocce che sbattono sul pavimento infinite, finite, eterne e con le ore contate, come noi.

È bello fumare ad occhi chiusi e sbuffare fuori il fumo che raggiunge le foglie e porta via, porta lontano i miei pensieri neri che si mescolano al ricordo che ho dello spirito di Pai Joaquim, come un padre per me, si mescolano alla mia silenziosa invocazione di misericordia e pace. Non so dove abiti Pai Joaquim, non so dove sia in questo momento, non so nemmeno se esista, so che ci ho parlato qualche volta e lui sapeva cose di me che io non gli avevo detto e che il mio amico Celio, che lo incorporava, non conosceva. Pai Joaquim conosceva Aurelio, il nonno, e sapeva che tutti i giorni si faceva la barba con una lametta che custodiva in una cassetta di legno assieme alla spuma, a una spazzola con la quale si spalmava la spuma sulla faccia, a uno specchio rettangolare e un pettinino. Aurelio si sedeva al tavolo della cucina, preparava il kit barba con accuratezza e, fissandosi le lunghe ciglia grigie da diavolo, si radeva il viso lentamente, la lametta produceva un suono duro, una specie di crack che rimbombava nelle mie orecchie mentre lo osservavo. Non so se al nonno piacesse che io rimanessi in cucina con lui, ma certamente non gli dava fastidio. Si radeva fino all’altezza del collo, ci teneva a sentirsi perfetto, pulito. La nonna intanto già sferragliava, preparava le pentole e la teglia, raccoglieva le verdure dai sacchetti sparsi per terra (si era alzata presto e alle otto già era tornata dal mercato) e le metteva a bagno nell’insalatiera, dentro al lavandino.

  • Piera – diceva il nonno – cosa c’è oggi per pranzo?
  • Oggi faccio una minestra con le poracce che hai raccolto ieri al mare. E dell’insalata.
  • C’è un po’ di prosciutto?
  • Sì, Aurelio. L’ho comprato stamattina.

Lui era felice di sapere che avrebbe mangiato bene. Ci teneva al pranzo (la sera si cibava degli avanzi), era un momento cruciale della giornata. Se mangiava male, se pranzava male, poi dormiva male durante la pennichella delle due, si svegliava male e la giornata prendeva direzioni inaspettate. Se mangiava bene significava che la Piera ci aveva messo l’anima in quello che aveva cucinato, significava che lei ancora l’amava e si preoccupava per il suo appetito. D’altronde Aurelio già era anziano e, al di là di qualche passeggiata con il fratello e con Corrado, di pochissime partite a bocce sulla sabbia o in cortile con noi, al di là di sporadiche gite nel “moscone” durante le quali pescava qualche pesce, fondamentalmente si annoiava. Gli erano rimaste solo la Pierina e la televisione. In tv guardava la boxe e si incazzava davanti al telegiornale inveendo contro i politici.

La moglie era una ragione di vita.

Probabilmente lui si sentiva vivere attraverso le attività frenetiche di lei, partecipava sì ad alcune di esse, spesso cucinavano insieme il pesce ed era il nonno l’addetto alla graticola, ma per la maggior parte del tempo lei si muoveva sola. Si alzava prestissimo e, quando ne sentiva l’ispirazione, la Pierina andava a pregare in bicicletta nella chiesetta di San Francesco, costruita sulle pietre dell’acciottolato etrusco del centro di Pesaro.  Io la ricordo vestita di nero ma può essere che la mia immaginazione la voglia assimilare a una vecchina siciliana dedita al rosario, lei invece era pesarese e in chiesa le piaceva accendere qualche candela, recitare un Padre Nostro, un Ave Maria e poi raggiungere le signore di una certa età che, sedute nelle prime file, recitavano, sì, il rosario tutte insieme. Una diceva le prime parole, ripeteva una frase di una preghiera e le altre la seguivano. La nonna non aveva tempo di restare fino alla fine delle orazioni, per una ventina di minuti però si concentrava, non so a cosa pensasse, forse alla famiglia, al marito, al figlio o a me, forse chiedeva a Dio di proteggermi. Lei in Dio ci credeva, era devota, pensava che esistesse una volontà superiore alla quale noi dobbiamo rassegnarci. Era cosciente di non essere l’artefice del suo destino, cioè lei ci provava ma senza la volontà di Dio nulla poteva. Il marito credo la pensasse come lei, lui però con Dio si incazzava, si incazzava per il Male sulla terra, si incazzava coi politici o quando il suo campione di boxe preferito perdeva e allora bestemmiava.

  • Aurelio! – gli diceva la Pierina con tono di rimprovero. E lui la fissava, inquieto.

Il nonno aveva degli splendidi occhi grigio chiari, era bello da anziano ed era stato bello da giovane. La nonna era piccolina, gentile, era la mia fatina buona. Era premurosa con tutti noi ma litigava spesso con la sorella e con mia madre. Con Renata, la sorella, il litigio durò anni. Cominciò per motivi economici legati all’eredità del bisnonno e poi si trasformò in un rancore da parte di Renata che io non capii mai ma so che fece male alla nonna, la rattristò dopo la morte di Aurelio, la fece sentire ancora più sola. Con mia madre invece si lanciavano continue frecciatine nascondendo subito l’arco e la mano e io, che assistevo, mi arrabbiavo con Giusi e prendevo le difese della fatina. La nonna era gelosa della nuora che le aveva rubato l’unico figlio e voleva che Giusi trattasse Marco come un re. Quello che mia madre faceva, il modo in cui sistemava il letto, stirava, puliva la casa non andava mai bene perché non ci metteva lo stesso amore che ci metteva lei. Giusi, dal suo canto, covava rabbia, si sentiva trattata male e umiliata, costretta, quando veniva a Pesaro da Milano, a pernottare dalla suocera perché la madre e il fratello erano malati, erano depressi e io nella loro casa non ci volevo stare. Si sentiva umiliata dalla suocera perché sapeva che in realtà l’avrebbe dovuta ringraziare ma lei non voleva farlo, lei voleva mandarla a quel paese. Mio padre faceva da paciere tra le due e io ho sempre ammirato l’arte diplomatica di Marco appresa forse nel lavoro all’Eni dove ebbe anche un centinaio di dipendenti tra i quali molte donne che, a suo dire, gli diedero delle gatte da pelare.

Ma non è che la casa della nonna Rina e dello zio Paolo a Pesaro, in via Del Maino, non lontano dalla parrocchia del Cristo Re, fosse quella delle streghe. Era un bell’appartamento al primo piano, nell’atrio del palazzo si respirava un’aria fresca, frizzante e le scale lucide parevano di marmo. Quando si entrava però la sensazione di fresco spariva e subentrava quella di chiuso, le finestre non le aprivano mai e il bagno puzzava. Era mia madre che apriva tutto e credo sia nata lì la sua abitudine (che io odiavo) al mattino presto in pieno inverno di spalancare le finestre della nostra casa di Milano e quella di pulire, ripulire e pulire un’altra volta fino a che le mattonelle e i vetri brillassero di tanto trasparenti.

L’atmosfera nell’appartamento della nonna e dello zio era opprimente, la sofferenza di entrambi era palese. La nonna viveva nel terrore che arrivasse qualcuno e le rubasse i pochi risparmi, i pochi soldi che le aveva lasciato il marito prima di morire in un incidente d’auto. E già era successo che alla sua porta bussassero fattucchiere offrendole la formula magica che avrebbe riscattato il figlio dalla schizofrenia in cambio di un lauto pagamento e lei aveva ceduto, ci era cascata e aveva continuato a pagare fino a quando la figlia l’aveva avvisata della truffa. In quelle occasioni mia madre si lamentava della sorella perché diceva che faceva pochino per Paolo e per la Rina, li visitava raramente, non si preoccupava, lasciava tutto il peso di quell’incombenza sulle esili spalle della Giusi. Mio padre comunque l’aiutava, insieme risolvevano i problemi della nonna e dello zio, li accompagnavano dai medici, in farmacia, e anche da loro ci sedevamo tutti insieme a mangiare per il sacro rituale che era il pranzo in quel di Pesaro negli anni della mia infanzia.

Mia nonna spesso serviva ravioli in brodo e lo zio praticamente li beveva succhiandoli dal piatto, io ridevo, la nonna diceva “Ma Paolo, mangia bene!” e lui rispondeva in dialetto “Ma dai che non posso neanche mangiare come mi piace!”. La mamma allora mi lanciava un’occhiataccia con i suoi splendidi e terribili occhi azzurri uguali a quelli della Rina; chi aveva gli occhi castani erano il padre e la sorella, mio zio non ricordo di che colore avesse gli occhi.

Dopo i ravioli arrivavano la carne lessa e le erbette e magari qualche cascione fritto, immancabili erano il formaggio stracchino e il commento di mio padre: “Ma come mangiate pesante in questa casa!”. Era un vanto il suo, quello di venire da una famiglia nella quale si cucinavano fritti che non erano così pesantemente intrisi d’olio.

Mia madre veniva da una famiglia che aveva avuto un certo prestigio quando il nonno Gianni era stato presidente del Consorzio Agrario di Pesaro, poi però, dopo la malattia di Paolo, le cose erano andate male e, a detta dei più, erano caduti in disgrazia. Per questo la Pierina, la fatina, nutriva un sentimento ambiguo verso di loro: da un lato li considerava dei signori che avevano avuto del potere e dei soldi, dall’altro credeva di avergli fatto un favore perché aveva accettato che il figlio si sposasse con una donna dei Pasquini nonostante loro fossero, come si diceva in giro, “caduti in disgrazia”. E mia madre di fronte a queste congetture non reagiva certo bene…

I pranzi dalla Rina si concludevano con il panettone che Paolo adorava e poi con l’immancabile regalo da parte dello zio. Dai miei cinque anni fino a quando ero già più alto di lui, mio zio mi regalò una macchinina giocattolo in tutte le ricorrenze in cui ci vedevamo. Stesso modello, diversi colori, rosse, blu, verdi, lui era felicissimo di consegnarmela dopo avermi detto: “Vedi, Matteo, ti ho fatto un regalino”. Io gliela scartavo davanti.

  • Ti piace, ti piace? – mi chiedeva.
  • Certo che mi piace, zio – gli rispondevo.

Ricordo che davanti al tavolo della cucina c’era un vecchio giradischi che mi incuriosiva ma non funzionava mai. I colori della sala nella quale pranzavamo o raramente cenavamo tendevano all’azzurro acqua mentre quelli della cucina della nonna Piera erano giallo sole. Il tavolo attorno al quale eravamo seduti era lungo, ampio, tutto era imponente e vecchio in quella casa anche la sedia nello studio, questo sì fortemente illuminato; la sedia di legno, larga, sulla quale la nonna si metteva quando faceva i conti delle spese, era antica e esprimeva una certa nobiltà, almeno il ricordo di un passato con uno tocco di nobiltà (si diceva che un parente fosse stato vescovo a Roma). Su quella sedia la Rina era nel suo trono, china sulle carte tutte scritte fitte in una splendida calligrafia e sui fogli, foglietti e fogliettini pieni di numeri. “Vedi Marco, mi hanno fregato!” diceva e mio padre era l’addetto alla revisione dei conti. Teneva la contabilità di tutti, della nonna e dello zio Paolo, di Aurelio e della Pierina e la nostra a San Donato. Oggi, quando vado in Italia, mi aiuta ancora a tenere d’occhio i miei conti e a capire dove se ne vanno a fine mese i soldi che guadagno e quelli che mi manda lui…

La nonna seduta nella sua sedia quando ci vedeva sulla porta faticava a venirci a salutare, alzarsi per lei era difficile, era grossa. Aveva i capelli fini, le guance lisce. La ricordo con una vestaglia azzurra e verde a quadrettoni, la bocca un po’ sporca a causa dell’ultimo dolcetto post cena, io che mi avvicino e le dico “Nonna, sei sporca qua” e le passo un dito sulle labbra. Lo zio lo ricordo con i pantaloni eleganti, di flanella, le ciabatte marroni, grosse, quasi dei ciabattoni, una cintura nera e la pancia sporgente sotto una maglietta bianca della salute uguale a quella che indosso io, mentre fumo; lo zio con il suo sguardo un po’ perduto ma sorridente e noi tre, io, la mamma e il papà che abbiamo fretta di raggiungere la macchina parcheggiata sotto che ci riporterà a Milano, a San Donato, alla nostra vita di tutti i giorni.

L’ultimo sguardo glielo lanciavo dalla rampa delle scale, loro erano usciti di casa e con le  mani sulla balaustra ci osservavano. Erano soli, spauriti, parevano due orfani.

14

Nel terreiro, durante un rituale per Obaluaê, io solo pensavo a mia figlia. Julia infatti era con la sorella, la madre stava lavorando e sarebbe tornata molto tardi, era quasi mezzanotte… I medium nel rettangolo ampio e piastrellato nel quale si svolgono i lavori spirituali erano posseduti dalle entità, cioè da quell’unico orixá che è Obaluaê, signore del passaggio dalla morte alla vita, dalla vita alla morte, signore delle malattie e delle guarigioni. È, questa, un’incorporazione forte: gli uomini e le donne posseduti si piegano a novanta gradi e camminano piano, muovendo le mani; dopo averle poste una sopra l’altra simulano la presa di qualcosa, forse di un bastone o di uno strumento di lavoro. Le loro schiene e teste vengono ricoperte da un bianco lenzuolo perché nessuno può vedere Obaluaê in faccia. Piegati a questo modo, vestiti di bianco, agitando le mani, i medium e le medium ringhiano, emettono cioè un verso rauco, rabbioso che pare quello di un animale o di un essere umano che si lamenta. Nel rettangolo che configura la parte centrale del terreiro di Abolição, vicino a Méier, ringhiavano in venti. E quando lo spirito se ne è andato, in venti sono caduti a terra e noi che non eravamo posseduti abbiamo tenuto le loro teste sollevate dal pavimento. Alcuni dopo l’incorporazione di Obaluaê vomitano, ma fortunatamente nessuno ha vomitato l’altra sera anche se Tainá, una delle spiritiste più sensibili, dopo la sessione è stata male… Mentre succedevano queste cose, io entravo e uscivo dal rettangolo di gioco, salivo le scale col telefono in mano per chiamare prima a casa, poi mia moglie.

«Allora le sono venute a prendere alla festa?»

«Non ti preoccupare. La mia amica le riporta indietro».

Ero preoccupato per Julia e per la mia figlia acquisita Milena che, senza che la madre fosse in casa, dovevano tornare da una festa, aprire la porta, andare a dormire e aspettare me che ero al terreiro per l’incorporazione di Obaluaê. Sentivo i tamburi, gli schiamazzi, le mani che battevano, i medium che, posseduti, ringhiavano e aspettavo che al telefono di casa rispondesse qualcuno. Julia e Milena infatti non hanno il cellulare e io non avevo il numero dell’amica di mia moglie che le stava accompagnando e avrebbe aspettato che fossero entrate. Nel terreiro mi sono chinato per reggere la testa di Guilherme ed evitare che si facesse male nel momento di quasi svenimento che segue la fuga dello spirito dal rettangolo di gioco (e dal suo corpo). Nel terreiro ho retto Elaine che s’era lanciata all’indietro con le mani alle tempie, tutta sudata dopo che l’energia, lo spirito di Obaluaê se n’era andato. Poi sono corso di nuovo al secondo piano a telefonare a casa e finalmente ho sentito la vocina di Julia, che un po’ mi ricorda quella di mia nonna, al telefono.

Il giorno dopo sono andato a una festa in favela, con mia moglie. Nella favela Rocinha, quartiere Vila Verde, per arrivarci devi salire dieci minuti di scale tra spazzatura e cani magri. La luce è soffusa, fragile, ci sono baretti ai lati della stradina, qualche ubriaco, qualche bevitore del sabato sera. Dietro l’angolo, sul muro c’è scritto “qui i proiettili sono vaganti”. Scale ritorte, scalette, scalini sdrucciolevoli e cani sempre troppo magri ci hanno accompagnato fino alla casa dell’amica. Io non dovevo bere, non potevo bere. E mi ero ripromesso di fumare meno, magari di smettere. Ma la festa era bella, la gente simpatica, le canzoni aggressive, tutti danzavano tranne me e Charles, un figlio di Cearenses (del nord est brasiliano), un tipo bianco di pelle e calmo, la cui moglie si sballottava tra il popolo danzante su e giù, giù e su, assieme alla mia. Ho lasciato Charles da solo e sono andato a ballare, male, come al solito, ma ho ballato. E fumato, e bevuto. Mi sono divertito e la notte si è trasformata in uno splendido incontro a tu per tu con Maria, un incontro simile a quelli che ci concedevamo più di dieci anni fa, quando in favela ci vivevamo anche noi, quando ci conoscevamo da poco (e non eravamo ancora sposati).

Nelle poche ore in cui ho dormito ho poi sognato che ero a San Donato nella provincia di Milano, dove sono nato. Ero in via Primavera davanti alla villetta che era stata di Lorenzo e Francesca, una bella villetta a due piani con giardino. Una casa accogliente nella quale oggi non vivono più i miei amici, non ci vive nemmeno la loro sorella; la casa infatti è un ostello frequentato soprattutto dai parenti dei pazienti ricoverati nel Policlinico di San Donato, uno degli ospedali più specializzati d’Europa (per operarsi al cuore ci vengono anche dalla Svezia).

Ero davanti a quella casa che per me ha significato tante speranze, sogni, qualche amore, ma soprattutto una bella amicizia. Ero davanti all’ostello e cercavo i miei amici ma sapevo che loro non c’erano perché Lorenzo lavora in Turchia e Francesca ha seguito il marito in Cina. Mi mancavano, mi mancava l’atmosfera accogliente di quell’ambiente e loro madre che con me e con tutti era sempre gentile. Era la più bella villetta di San Donato; la porta dello scantinato, per noi della combriccola, era sempre aperta. Ma oggi, se ci tornassi, troverei un ostello, solamente, perché Lorenzo è in Turchia e Francesca in Cina (e la terza sorella, Giulia, quella che conosco meno e quando è nata l’annusavo e Francesca mi diceva che ero pazzo – o forse si preoccupava che potessi farla cadere dal lettino – Giulia è in Scozia dove ha appena concluso gli studi di psicologia).

Ho appena rivisto e sistemato le mie poesie e alcuni brani in prosa. Ne ho scritte delle nuove e ho creato un file unico, un’opera di prosa e poesia, di natura intimistica, che spazia dall’attualità, dalla vita a Rio de Janeiro ai tempi dell’epidemia ai miei primi giorni in Brasile a inizio secolo, fino ai ricordi d’infanzia negli anni ’80 tra Pesaro e Milano. Tra i testi c’è spazio anche per l’incontro con gli Orixás.

Se qualche editore è interessato a una lettura in vista di una possibile pubblicazione (senza però una mia partecipazione alle spese…)…

(brano scritto nel 2012)

A Copacabana, agli inizi, non avevo motivi per restare. Avevo perso la ragazza di cui ero stato amante che assomigliava alla donna che stamattina si cambiava le scarpe al bar, stessa aria sexy e gelida, stesso sguardo capace di farti raggiungere la vertigine del piacere e di sradicarti dalle fragili fondamenta con una giravolta dello schienale della sedia. Un’immagine per questa signora (alla quale, tutto sommato, devo il timbro nel passaporto): seduta alla scrivania, i piedi arrogantemente sopra il tavolo, la gonna che sfila a metà coscia.

Mi ricordo di me che camminavo sul lungomare, non so dopo quale bevuta, e osservavo, come faccio ancora, le onde dell’oceano chiedendogli informazioni, un vaticinio, mostrandogli attraverso gli occhi tutto il mio amore, e una voce che mi diceva tu non te ne vai, tu rimani. Fu la prima volta che pensai a me come a un uomo coraggioso. Potevo tornare, dichiarare fallito l’esperimento della fuga in Brasile: in fondo Vasco Rossi, uno dei miei attuali mentori, non aveva scritto che lasciare l’Italia per l’Africa, il Messico (e perché no? Il Brasile) era una fregatura?

Io poi ero proprietario di un appartamento tra le case popolari di Serenella, a San Giuliano Milanese, sopra al bar del Pugliese e agli spacciatori di droga venuti dalla Nigeria (che il Pugliese stipava nei suoi appartamenti a prezzi altissimi). I miei genitori vivevano a San Donato, in Via Europa, in uno splendido condominio col giardino. Potevo andare da loro. Ma l’oceano aveva detto che dovevo restare. Chi ero io per contraddirlo?

Frequentavo questa coppia stravagante, composta da una guida turistica isterica e, forse, ladra e un professore cileno che pensava solo ad andare a puttane, facendo arrabbiare la guida. Lei (che si chiamava Marta ed aveva la pelle lucida, scura) mi disse che lui, Jorge, dai capelli grigi, magro, pieno di peli sul petto e riseccato dal sole, in Cile aveva per amante la moglie del figlio.

Una volta, ubriaco, arrivai a casa loro alle sei del mattino e mi gettai sul tappeto davanti al letto, dove dormii. Poche ore dopo mi svegliai nel mio vomito; telefonai a mio padre e gli dissi che andava tutto bene, che avevo quasi trovato un lavoro… In effetti avevo consegnato il numero del mio telefonino a un corso di lingue della Siqueira Campos, a Copacabana, gestito da un altro cileno… Avevo accompagnato Jorge nelle sua ricerche e, sfruttando l’occasione, mi ero fatto avanti. Chiamarono. Quando il cileno si presentò per candidarsi all’insegnamento dello spagnolo gli dissero che in realtà volevano me. Non avevo un visto di lavoro, non parlavo bene il portoghese, ma il sabato mattina alle nove in punto era prevista la prima lezione di un corso intensivo di italiano. Ricevetti il libro di testo il sabato stesso. Ricordo che un sole eccessivo batteva contro le pareti azzurrognole. La lavagna era mal fissata alla parete e mentre ci scrivevo quella cedeva, costringendomi a reggerla con entrambe le mani. Parlai un pessimo portoghese, alcuni alunni mi chiesero da quanto tempo vivevo in Brasile, uno commentò che corso di merda, raccattano gli insegnanti in spiaggia!

In molti abbandonarono l’aula e io spiegai il presente del verbo essere e del verbo avere ai rimasti. Alla fine della lezione, una ragazza bionda dagli occhi azzurri alzò la mano e mi chiese se davo lezioni private. Io risposi di sì; così il lunedì pomeriggio la visitai a Leblon, quartiere altolocato vicino alla collina Dois Irmãos, dove vive la créme della créme della società carioca.

Era una puttana. Me lo disse subito. Veniva da Rio Grande do Sul ed era l’amante di un italiano, un sardo proprietario di una catena di supermercati, sposato e con figli. Lui le mandava mille euro al mese e stava pensando di abbandonare la famiglia per lei. Le telefonava tutte le sere alle nove per rassicurarsi che fosse in casa e non si prostituisse più. Lei gli parlava (per questo aveva bisogno di me) e poi usciva per lavorare. Faceva la puttana come scelta di vita, non era sfruttata, veniva da una buona famiglia; siccome l’italiano le pagava anche l’affitto, i mille euro e i guadagni serali erano tutti per lei.

Studiò con regolarità e imparò in fretta la mia lingua.

Grazie a lei, io riuscii a creare un metodo: scelsi un libro di testo e decisi di dividere ogni lezione in due parti, una di sola grammatica, l’altra di conversazione.

Con lei viveva un’altra donna che credo si chiamasse Bruna. Aveva il viso pienotto e i capelli fino al collo. Era triste e, spesso, con un occhio pesto. Si lamentava dei clienti, del fidanzato, della madre, del padre. Noi l’ascoltavamo con una certa pena. Bruna poi, per spirito di emulazione, decise che avrebbe imparato l’italiano (ero diventato il professore delle puttane!).

Lei però non studiava un bel niente e chi imparava adesso ero io, esperto ormai della vita di una prostituta depressa, che beveva vodka tutto il giorno, anche durante le lezioni.

Una volta la incontrai di mattina presto, vicino all’appartamento nella Prado Junior, dove vivevo a quel tempo con un amico della guida turistica, col quale poi avrei litigato (fu quando decisi di trasferirmi in favela). Io mi stavo dirigendo al corso nella Siqueira Campos (che mi manteneva come professore benché non fossi in regola) e Bruna barcollava, appena uscita dalla discoteca; si appoggiò al muro del bar, poi fece qualche passo e si fermò davanti alla farmacia. Era in minigonna, il rossetto le macchiava la faccia, i tacchi appesi alle mani, scalza.

Mi scorse, mi abbracciò e mi diede un bacio in bocca.

  • Professore –  gridò in italiano – io ti voglio scopare!

Le lezioni, di fatto, erano servite a qualcosa.

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