“Cristo si è fermato a Rio”, Edizioni Unicopli, raccolta di racconti

Vi presento il racconto che apre la raccolta “Cristo si è fermato a Rio” pubblicata da Edizioni Unicopli di Milano, nel giugno 2019.

Il centro

La luce soffusa, azzurrognola davanti al Centro Spiritista Lar do Amor non pare artificiale. Eppure viene dal lampione; della luna, in questa serata, non c’è nemmeno l’ombra. Il prete italiano è seduto sul muricciolo, gambe tra le braccia, braccia sulle ginocchia, indossa una tuta da ginnastica, e pensa. Fra poco entrerà. Ha già adocchiato almeno due membri che sono passati attraverso la porta marrone, sotto alla scritta azzurra “Casa dell’Amore”. Loro non l’hanno notato, non lo conoscono bene, l’hanno visto due volte soltanto in due distinte sedute distanti almeno tre mesi l’una dall’altra. Ma lui oggi è tornato, pieno di problemi, di preoccupazioni, di frustrazioni. E anche un po’ annoiato.
Don Matteo guarda l’orologio, è ora, può entrare anche lui senza dare troppo nell’occhio, senza indurre nessuno a pensare che è arrivato presto, che è un tipo ansioso… Lui è ansioso, è angosciato, vive accerchiato dai pensieri che, come fantasmi, gli nascondono il cammino. Se ne vorrebbe liberare, ma Dio sembra non volere ciò che vuole lui. I desideri del Creatore paiono distanti, differenti, quasi indifferenti…
– E’ la prima volta? – gli chiede una signora ben vestita, sulla porta.
– No, la terza – risponde l’italiano che, su un tavolino di fianco all’ingresso, firma con nome e cognome ben leggibili il blocco delle presenze. Lui sa che il lunedì seguente quei nomi, quelle parole, verranno sottoposti all’attenzione degli spiriti incorporati in uno o una dei medium che stasera, sorridenti, al secondo piano, leggono il Vangelo.
Il prete cattolico, apostolico, non romano ma milanese, ricorda la visita della settimana scorsa a un terreiro di Umbanda, religione affine ma diversa dallo spiritismo kardecista del Lar do Amor. La prima grande differenza è l’estrazione sociale dei frequentanti e il colore della pelle, anche se Lina, una dei leader del centro Lar do Amor, è negra. E’ l’unica. Nel terreiro di Aboliçao, quartiere periferico, pericoloso, accerchiato di favelas oggi in guerra l’una con l’altra, di negri ce n’erano parecchi. La grande diversità risiede poi negli spiriti che vengono chiamati, invocati; nell’Umbanda sono più rudi, più diretti, il contatto con i visitanti è immediato, qui, nel centro kardecista, è filtrato, nessuno degli ospiti parla direttamente con gli spiriti, sono i dirigenti della casa che ci parlano e, se i disincarnati hanno qualcosa da dire a uno dei partecipanti all’ultima sessione, il messaggio verrà recapitato ma non nella sua interezza bensì nel modo nel quale Lina o uno dei colleghi decideranno di comunicarlo.
Don Matteo è in crisi, per questo frequenta così tanti centri religiosi. Lui, che è scappato da Milano perché non sopportava le chiese di provincia sempre piene di gente poco attenta alle questioni celesti e attaccatissima a quelle materiali, ora non sa più cosa è venuto a fare in Brasile, a Rio, all’ombra della statua del Cristo Redentore (dalla sede del centro spiritista, nel quartiere Humaita’, la statua del Cristo si vede per davvero). Il prete era convinto di esserci venuto per salvare delle vite, per aiutare il maggior numero possibile di adolescenti a uscire dal narcotraffico. Ma adesso non sa più se è vero. Mentre sale dietro alla nera le scale che dal pianterreno portano al secondo piano, quello adibito alla Lettura, Matteo pensa al futuro e lo vede pieno di tristezza.
– Siediti qui – gli dice la donna con i capelli grigi, gli occhiali e un occhio semi chiuso.
Il prete non è solo. Oltre alla dirigente, ci sono una decina di persone che lui non aveva visto nelle precedenti visite. Matteo chiude gli occhi e subito li riapre perché rischia di addormentarsi. E’ stanco, non si sente bene.
– Allora adesso che ci siamo tutti, prego il nostro fratello di presentarsi. Qualcuno di voi deve conoscerlo, ma, per molti, è uno nuovo. Allora, fratello italiano, parlaci di te! – Lina è simpatica, è affabile, e il prete non capisce perché quelle parole gli diano fastidio.
– Ciao a tutti, io sono Matteo, sono cattolico, sono un prete di Milano. Vivo in Brasile da qualche anno e collaboro nella favela Rocinha con un’organizzazione non governativa chiamata Unione delle Donne per il Miglioramento della Roupa Suja, Roupa Suja è il nome di un quartiere della favela; ecco, ero contento, entusiasta di quello che stavo facendo fino a quando nella favela è scoppiata la guerra, che è una vera e propria guerra senza nessuna etica, senza inibizioni: corpi mozzati, uomini e donne bruciati vivi e sparatorie continue… Le persone dell’organizzazione hanno detto che non possono garantire la mia incolumità, mi hanno chiesto di restarmene calmo per un po’ da un’altra parte, io mi sono sentito un peso e ho preso in affitto un appartamento a Copacabana ma… mi annoio da morire! Sto pensando di tornare in Italia a Milano da mia madre mentre fino a pochi mesi fa ero sicuro che questa era la mia missione, la missione che Gesù mi ha affidato ma cosa posso fare, farmi ammazzare per testimoniare con il martirio l’attaccamento ai valori del Vangelo? Se morirò come farò a salvare qualche promettente adolescente dal narcotraffico, come farò a farlo studiare? Una soluzione non c’è e io devo far passare il tempo a Copacabana accerchiato da chiese evangeliche efficientissime e da altrettanto efficienti postriboli. L’altro giorno mentre camminavo per la Nossa Senhora alle cinque del mattino, una prostituta mi ha adocchiato, ha agitato la borsetta e io ho sentito il morso della tentazione. Per fuggirvi sto frequentando tutti i possibili centri religiosi, Umbanda, Spiritismo e sto partecipando ogni domenica a tre, quattro messe ma niente riesce a calmarmi, solo la favela ci riuscirebbe, e la realizzazione dell’ideale che mi sono prefissato… -.

I partecipanti alla sessione lo guardano perplessi. Lo sfogo del religioso di Milano è interessante, e profondo, e ha sollevato questioni capitali come “sarà poi vero che veniamo al mondo con una missione da compiere”? Tutti però pensano che la pazienza è un’arte e a loro gli spiriti questo hanno insegnato, che ogni cosa avviene quando deve avvenire e che è inutile farsi prendere dal panico, dall’ansia. A dirlo al prete è Caetana, un donnone con degli occhiali enormi e lo sguardo solidale. E Matteo la ascolta attentamente, tentando di succhiare da quelle parole comprensive il segreto liquido di pace e tranquillità. Se poi non riuscirà a calmarsi, non c’è bisogno che torni a Milano dalla mamma. Può sempre trovare una prostituta a Copacabana, quartiere famoso nel mondo intero per l’avvenenza e la leggerezza delle donne che vi abitano. Don Matteo, barba lunga, calvizie incipiente, un uomo vergine sulla cinquantina, forse ha trovato la soluzione dei problemi che gli sovviene fulminea come un’intuizione: niente favela, niente giovani da salvare, niente Vangelo, niente Gesù ma il profumo delizioso e nauseabondo di una vagina femminile, da penetrare.

 

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In cerca di un editore…

Estratto del capitolo 4 de “Il fumo della pipa va lontano”, audiolibro pubblicato da Recitar Leggendo Audiolibri, in vendita nei vari store online – E ALLA RICERCA DI UN EDITORE PER LE VERSIONI E BOOK E CARTACEA!

Le scrissi, le dedicai anche una poesia che finiva con un verso tipo “Sono un delfino che cerca un posto tranquillo dove andare a morire”. Gliela portai, andai a chiamarla sotto casa molto tardi di sera, lei mi fece anche salire, la madre, la mia potenziale futura suocera, mi disse che le ero mancato, mi diede qualcosa da mangiare. Barbara si impietosì, ero ridotto a uno straccio, bevevo solamente e le confessai che mi ero fatto il primo trip, cosa che la lasciò alquanto preoccupata (almeno queste erano le mie intenzioni, preoccuparla, farle pena). Le feci pena, lei si dichiarò disposta a ripensare alla sua decisione ma io capii che si era innamorata di un altro, lo capii dal suo tono di voce.

– Chi è? – gridai ed eravamo io e lei chiusi nella cameretta mentre i genitori e il fratello guardavano o fingevano di guardare la televisione in cucina.

– Non te lo posso dire.

– Chi è, lo voglio sapere – insistetti, drammatico (la mia tendenza al dramma continua fino ad oggi).

– E va bene, se proprio lo vuoi sapere mi sono innamorata di Marco, il batterista dei Vox D’Accion.

No, Marco il batterista dei Vox D’Accion, no!

– Quando siamo andati in gita insieme qualche mese fa, ci siamo baciati.

– Vi siete baciati?

– Sì, ci siamo baciati.

Barbara e Marco il batterista si erano baciati.

E fu allora che mi vennero in mente Barbara e Francesca in motorino che cantavano a squarciagola la canzone “La solitudine” di Laura Pausini, quella che fa “Marco se n’è andato e non ritorna più. Ha gli occhi di un bambino un poco timido…”. Capii, pensai che loro la cantavano perché Francesca sapeva che a lei piaceva Marco e non più Matteo e fomentava questi sentimenti incitandola a gridare insieme quella canzone.

Il mio odio per Laura Pausini e per la musica leggera italiana crebbe a dismisura. Crebbe anche l’amore per la musica punk e per il Partito Comunista (che non esisteva più, i reduci del partito già si chiamavano Rifondazione Comunista).

Marco il batterista era però di Rifondazione, come me. E suonava come me in una banda locale. Solo che lui era più bello di me e ci sapeva fare certamente più di me. L’avevo persa, per sempre…