Proposta editoriale

Grazie all’intuizione di un’amica, ho rivisto e corretto un romanzo che avevo cominciato a scrivere più di dieci anni fa. All’epoca, cercavo una ragione, il perché ero andato a vivere in Brasile e, raccontando la mia storia, m’ero convinto che l’avrei trovata. Poi, scrivendolo e vivendo qui in Brasile, mi ero accorto che non mi interessava più giustificarmi. E poi, davanti a chi? La mia amica ha capito che alla prima versione del testo – che ho pubblicato nel formato audiolibro – mancava qualcosa, cioè il controcanto brasiliano. Mi ero limitato a raccontare la parte italiana. Allora, scartabellando nel computer, ho trovato vari testi, vecchi racconti, testi autobiografici e no, che facevano al caso. Ho rivisto tutto, ho aggiunto 15 capitoli all’antica versione e ne è nato un romanzo nuovo che, mi pare, finalmente funzioni. Come sempre, e ancora di più in epoca pandemica, mi muovo ora a tentoni, cercando editrici italiane che valutino il testo. La versione audiolibro, con meno capitoli, è online, in vendita, ma io, d’accordo con l’editore, ho ceduto solo i diritti per l’audiolibro, quindi posso pubblicare il romanzo come ebook o cartaceo, con chi possa esserne interessato. Mi piacerebbe, nel caso, tenermi i diritti per l’audiolibro, che potremmo completare con le parti mancanti. Segue un estratto, che non è l’inizio, ma dà una idea della storia e dello stile.

13

Piovigginano fili d’acqua leggeri che sbattono contro le mattonelle del pavimento del cortile, rimbalzano e schizzano sulle mie caviglie scoperte. Io tolgo il piede dal sandalo e accavallo le gambe mentre fumo, così mi bagno solo una caviglia, l’altra, sospesa, è protetta ora, come il resto del corpo, dalla chioma dell’albero.

Non fa freddo. È piacevole osservare l’acqua che cade, sentire il profumo di una primavera tropicale che per noi europei è quasi estate, il profumo di lavanda e di fresco che viene dalle foglie e dai fiori bianchi; è bello chiudere gli occhi e ascoltare il ticchettio della pioggia, il ritmo lieve delle gocce che sbattono sul pavimento infinite, finite, eterne e con le ore contate, come noi.

È bello fumare ad occhi chiusi e sbuffare fuori il fumo che raggiunge le foglie e porta via, porta lontano i miei pensieri neri che si mescolano al ricordo che ho dello spirito di Pai Joaquim, come un padre per me, si mescolano alla mia silenziosa invocazione di misericordia e pace. Non so dove abiti Pai Joaquim, non so dove sia in questo momento, non so nemmeno se esista, so che ci ho parlato qualche volta e lui sapeva cose di me che io non gli avevo detto e che il mio amico Celio, che lo incorporava, non conosceva. Pai Joaquim conosceva Aurelio, il nonno, e sapeva che tutti i giorni si faceva la barba con una lametta che custodiva in una cassetta di legno assieme alla spuma, a una spazzola con la quale si spalmava la spuma sulla faccia, a uno specchio rettangolare e un pettinino. Aurelio si sedeva al tavolo della cucina, preparava il kit barba con accuratezza e, fissandosi le lunghe ciglia grigie da diavolo, si radeva il viso lentamente, la lametta produceva un suono duro, una specie di crack che rimbombava nelle mie orecchie mentre lo osservavo. Non so se al nonno piacesse che io rimanessi in cucina con lui, ma certamente non gli dava fastidio. Si radeva fino all’altezza del collo, ci teneva a sentirsi perfetto, pulito. La nonna intanto già sferragliava, preparava le pentole e la teglia, raccoglieva le verdure dai sacchetti sparsi per terra (si era alzata presto e alle otto già era tornata dal mercato) e le metteva a bagno nell’insalatiera, dentro al lavandino.

  • Piera – diceva il nonno – cosa c’è oggi per pranzo?
  • Oggi faccio una minestra con le poracce che hai raccolto ieri al mare. E dell’insalata.
  • C’è un po’ di prosciutto?
  • Sì, Aurelio. L’ho comprato stamattina.

Lui era felice di sapere che avrebbe mangiato bene. Ci teneva al pranzo (la sera si cibava degli avanzi), era un momento cruciale della giornata. Se mangiava male, se pranzava male, poi dormiva male durante la pennichella delle due, si svegliava male e la giornata prendeva direzioni inaspettate. Se mangiava bene significava che la Piera ci aveva messo l’anima in quello che aveva cucinato, significava che lei ancora l’amava e si preoccupava per il suo appetito. D’altronde Aurelio già era anziano e, al di là di qualche passeggiata con il fratello e con Corrado, di pochissime partite a bocce sulla sabbia o in cortile con noi, al di là di sporadiche gite nel “moscone” durante le quali pescava qualche pesce, fondamentalmente si annoiava. Gli erano rimaste solo la Pierina e la televisione. In tv guardava la boxe e si incazzava davanti al telegiornale inveendo contro i politici.

La moglie era una ragione di vita.

Probabilmente lui si sentiva vivere attraverso le attività frenetiche di lei, partecipava sì ad alcune di esse, spesso cucinavano insieme il pesce ed era il nonno l’addetto alla graticola, ma per la maggior parte del tempo lei si muoveva sola. Si alzava prestissimo e, quando ne sentiva l’ispirazione, la Pierina andava a pregare in bicicletta nella chiesetta di San Francesco, costruita sulle pietre dell’acciottolato etrusco del centro di Pesaro.  Io la ricordo vestita di nero ma può essere che la mia immaginazione la voglia assimilare a una vecchina siciliana dedita al rosario, lei invece era pesarese e in chiesa le piaceva accendere qualche candela, recitare un Padre Nostro, un Ave Maria e poi raggiungere le signore di una certa età che, sedute nelle prime file, recitavano, sì, il rosario tutte insieme. Una diceva le prime parole, ripeteva una frase di una preghiera e le altre la seguivano. La nonna non aveva tempo di restare fino alla fine delle orazioni, per una ventina di minuti però si concentrava, non so a cosa pensasse, forse alla famiglia, al marito, al figlio o a me, forse chiedeva a Dio di proteggermi. Lei in Dio ci credeva, era devota, pensava che esistesse una volontà superiore alla quale noi dobbiamo rassegnarci. Era cosciente di non essere l’artefice del suo destino, cioè lei ci provava ma senza la volontà di Dio nulla poteva. Il marito credo la pensasse come lei, lui però con Dio si incazzava, si incazzava per il Male sulla terra, si incazzava coi politici o quando il suo campione di boxe preferito perdeva e allora bestemmiava.

  • Aurelio! – gli diceva la Pierina con tono di rimprovero. E lui la fissava, inquieto.

Il nonno aveva degli splendidi occhi grigio chiari, era bello da anziano ed era stato bello da giovane. La nonna era piccolina, gentile, era la mia fatina buona. Era premurosa con tutti noi ma litigava spesso con la sorella e con mia madre. Con Renata, la sorella, il litigio durò anni. Cominciò per motivi economici legati all’eredità del bisnonno e poi si trasformò in un rancore da parte di Renata che io non capii mai ma so che fece male alla nonna, la rattristò dopo la morte di Aurelio, la fece sentire ancora più sola. Con mia madre invece si lanciavano continue frecciatine nascondendo subito l’arco e la mano e io, che assistevo, mi arrabbiavo con Giusi e prendevo le difese della fatina. La nonna era gelosa della nuora che le aveva rubato l’unico figlio e voleva che Giusi trattasse Marco come un re. Quello che mia madre faceva, il modo in cui sistemava il letto, stirava, puliva la casa non andava mai bene perché non ci metteva lo stesso amore che ci metteva lei. Giusi, dal suo canto, covava rabbia, si sentiva trattata male e umiliata, costretta, quando veniva a Pesaro da Milano, a pernottare dalla suocera perché la madre e il fratello erano malati, erano depressi e io nella loro casa non ci volevo stare. Si sentiva umiliata dalla suocera perché sapeva che in realtà l’avrebbe dovuta ringraziare ma lei non voleva farlo, lei voleva mandarla a quel paese. Mio padre faceva da paciere tra le due e io ho sempre ammirato l’arte diplomatica di Marco appresa forse nel lavoro all’Eni dove ebbe anche un centinaio di dipendenti tra i quali molte donne che, a suo dire, gli diedero delle gatte da pelare.

Ma non è che la casa della nonna Rina e dello zio Paolo a Pesaro, in via Del Maino, non lontano dalla parrocchia del Cristo Re, fosse quella delle streghe. Era un bell’appartamento al primo piano, nell’atrio del palazzo si respirava un’aria fresca, frizzante e le scale lucide parevano di marmo. Quando si entrava però la sensazione di fresco spariva e subentrava quella di chiuso, le finestre non le aprivano mai e il bagno puzzava. Era mia madre che apriva tutto e credo sia nata lì la sua abitudine (che io odiavo) al mattino presto in pieno inverno di spalancare le finestre della nostra casa di Milano e quella di pulire, ripulire e pulire un’altra volta fino a che le mattonelle e i vetri brillassero di tanto trasparenti.

L’atmosfera nell’appartamento della nonna e dello zio era opprimente, la sofferenza di entrambi era palese. La nonna viveva nel terrore che arrivasse qualcuno e le rubasse i pochi risparmi, i pochi soldi che le aveva lasciato il marito prima di morire in un incidente d’auto. E già era successo che alla sua porta bussassero fattucchiere offrendole la formula magica che avrebbe riscattato il figlio dalla schizofrenia in cambio di un lauto pagamento e lei aveva ceduto, ci era cascata e aveva continuato a pagare fino a quando la figlia l’aveva avvisata della truffa. In quelle occasioni mia madre si lamentava della sorella perché diceva che faceva pochino per Paolo e per la Rina, li visitava raramente, non si preoccupava, lasciava tutto il peso di quell’incombenza sulle esili spalle della Giusi. Mio padre comunque l’aiutava, insieme risolvevano i problemi della nonna e dello zio, li accompagnavano dai medici, in farmacia, e anche da loro ci sedevamo tutti insieme a mangiare per il sacro rituale che era il pranzo in quel di Pesaro negli anni della mia infanzia.

Mia nonna spesso serviva ravioli in brodo e lo zio praticamente li beveva succhiandoli dal piatto, io ridevo, la nonna diceva “Ma Paolo, mangia bene!” e lui rispondeva in dialetto “Ma dai che non posso neanche mangiare come mi piace!”. La mamma allora mi lanciava un’occhiataccia con i suoi splendidi e terribili occhi azzurri uguali a quelli della Rina; chi aveva gli occhi castani erano il padre e la sorella, mio zio non ricordo di che colore avesse gli occhi.

Dopo i ravioli arrivavano la carne lessa e le erbette e magari qualche cascione fritto, immancabili erano il formaggio stracchino e il commento di mio padre: “Ma come mangiate pesante in questa casa!”. Era un vanto il suo, quello di venire da una famiglia nella quale si cucinavano fritti che non erano così pesantemente intrisi d’olio.

Mia madre veniva da una famiglia che aveva avuto un certo prestigio quando il nonno Gianni era stato presidente del Consorzio Agrario di Pesaro, poi però, dopo la malattia di Paolo, le cose erano andate male e, a detta dei più, erano caduti in disgrazia. Per questo la Pierina, la fatina, nutriva un sentimento ambiguo verso di loro: da un lato li considerava dei signori che avevano avuto del potere e dei soldi, dall’altro credeva di avergli fatto un favore perché aveva accettato che il figlio si sposasse con una donna dei Pasquini nonostante loro fossero, come si diceva in giro, “caduti in disgrazia”. E mia madre di fronte a queste congetture non reagiva certo bene…

I pranzi dalla Rina si concludevano con il panettone che Paolo adorava e poi con l’immancabile regalo da parte dello zio. Dai miei cinque anni fino a quando ero già più alto di lui, mio zio mi regalò una macchinina giocattolo in tutte le ricorrenze in cui ci vedevamo. Stesso modello, diversi colori, rosse, blu, verdi, lui era felicissimo di consegnarmela dopo avermi detto: “Vedi, Matteo, ti ho fatto un regalino”. Io gliela scartavo davanti.

  • Ti piace, ti piace? – mi chiedeva.
  • Certo che mi piace, zio – gli rispondevo.

Ricordo che davanti al tavolo della cucina c’era un vecchio giradischi che mi incuriosiva ma non funzionava mai. I colori della sala nella quale pranzavamo o raramente cenavamo tendevano all’azzurro acqua mentre quelli della cucina della nonna Piera erano giallo sole. Il tavolo attorno al quale eravamo seduti era lungo, ampio, tutto era imponente e vecchio in quella casa anche la sedia nello studio, questo sì fortemente illuminato; la sedia di legno, larga, sulla quale la nonna si metteva quando faceva i conti delle spese, era antica e esprimeva una certa nobiltà, almeno il ricordo di un passato con uno tocco di nobiltà (si diceva che un parente fosse stato vescovo a Roma). Su quella sedia la Rina era nel suo trono, china sulle carte tutte scritte fitte in una splendida calligrafia e sui fogli, foglietti e fogliettini pieni di numeri. “Vedi Marco, mi hanno fregato!” diceva e mio padre era l’addetto alla revisione dei conti. Teneva la contabilità di tutti, della nonna e dello zio Paolo, di Aurelio e della Pierina e la nostra a San Donato. Oggi, quando vado in Italia, mi aiuta ancora a tenere d’occhio i miei conti e a capire dove se ne vanno a fine mese i soldi che guadagno e quelli che mi manda lui…

La nonna seduta nella sua sedia quando ci vedeva sulla porta faticava a venirci a salutare, alzarsi per lei era difficile, era grossa. Aveva i capelli fini, le guance lisce. La ricordo con una vestaglia azzurra e verde a quadrettoni, la bocca un po’ sporca a causa dell’ultimo dolcetto post cena, io che mi avvicino e le dico “Nonna, sei sporca qua” e le passo un dito sulle labbra. Lo zio lo ricordo con i pantaloni eleganti, di flanella, le ciabatte marroni, grosse, quasi dei ciabattoni, una cintura nera e la pancia sporgente sotto una maglietta bianca della salute uguale a quella che indosso io, mentre fumo; lo zio con il suo sguardo un po’ perduto ma sorridente e noi tre, io, la mamma e il papà che abbiamo fretta di raggiungere la macchina parcheggiata sotto che ci riporterà a Milano, a San Donato, alla nostra vita di tutti i giorni.

L’ultimo sguardo glielo lanciavo dalla rampa delle scale, loro erano usciti di casa e con le  mani sulla balaustra ci osservavano. Erano soli, spauriti, parevano due orfani.

14

Nel terreiro, durante un rituale per Obaluaê, io solo pensavo a mia figlia. Julia infatti era con la sorella, la madre stava lavorando e sarebbe tornata molto tardi, era quasi mezzanotte… I medium nel rettangolo ampio e piastrellato nel quale si svolgono i lavori spirituali erano posseduti dalle entità, cioè da quell’unico orixá che è Obaluaê, signore del passaggio dalla morte alla vita, dalla vita alla morte, signore delle malattie e delle guarigioni. È, questa, un’incorporazione forte: gli uomini e le donne posseduti si piegano a novanta gradi e camminano piano, muovendo le mani; dopo averle poste una sopra l’altra simulano la presa di qualcosa, forse di un bastone o di uno strumento di lavoro. Le loro schiene e teste vengono ricoperte da un bianco lenzuolo perché nessuno può vedere Obaluaê in faccia. Piegati a questo modo, vestiti di bianco, agitando le mani, i medium e le medium ringhiano, emettono cioè un verso rauco, rabbioso che pare quello di un animale o di un essere umano che si lamenta. Nel rettangolo che configura la parte centrale del terreiro di Abolição, vicino a Méier, ringhiavano in venti. E quando lo spirito se ne è andato, in venti sono caduti a terra e noi che non eravamo posseduti abbiamo tenuto le loro teste sollevate dal pavimento. Alcuni dopo l’incorporazione di Obaluaê vomitano, ma fortunatamente nessuno ha vomitato l’altra sera anche se Tainá, una delle spiritiste più sensibili, dopo la sessione è stata male… Mentre succedevano queste cose, io entravo e uscivo dal rettangolo di gioco, salivo le scale col telefono in mano per chiamare prima a casa, poi mia moglie.

«Allora le sono venute a prendere alla festa?»

«Non ti preoccupare. La mia amica le riporta indietro».

Ero preoccupato per Julia e per la mia figlia acquisita Milena che, senza che la madre fosse in casa, dovevano tornare da una festa, aprire la porta, andare a dormire e aspettare me che ero al terreiro per l’incorporazione di Obaluaê. Sentivo i tamburi, gli schiamazzi, le mani che battevano, i medium che, posseduti, ringhiavano e aspettavo che al telefono di casa rispondesse qualcuno. Julia e Milena infatti non hanno il cellulare e io non avevo il numero dell’amica di mia moglie che le stava accompagnando e avrebbe aspettato che fossero entrate. Nel terreiro mi sono chinato per reggere la testa di Guilherme ed evitare che si facesse male nel momento di quasi svenimento che segue la fuga dello spirito dal rettangolo di gioco (e dal suo corpo). Nel terreiro ho retto Elaine che s’era lanciata all’indietro con le mani alle tempie, tutta sudata dopo che l’energia, lo spirito di Obaluaê se n’era andato. Poi sono corso di nuovo al secondo piano a telefonare a casa e finalmente ho sentito la vocina di Julia, che un po’ mi ricorda quella di mia nonna, al telefono.

Il giorno dopo sono andato a una festa in favela, con mia moglie. Nella favela Rocinha, quartiere Vila Verde, per arrivarci devi salire dieci minuti di scale tra spazzatura e cani magri. La luce è soffusa, fragile, ci sono baretti ai lati della stradina, qualche ubriaco, qualche bevitore del sabato sera. Dietro l’angolo, sul muro c’è scritto “qui i proiettili sono vaganti”. Scale ritorte, scalette, scalini sdrucciolevoli e cani sempre troppo magri ci hanno accompagnato fino alla casa dell’amica. Io non dovevo bere, non potevo bere. E mi ero ripromesso di fumare meno, magari di smettere. Ma la festa era bella, la gente simpatica, le canzoni aggressive, tutti danzavano tranne me e Charles, un figlio di Cearenses (del nord est brasiliano), un tipo bianco di pelle e calmo, la cui moglie si sballottava tra il popolo danzante su e giù, giù e su, assieme alla mia. Ho lasciato Charles da solo e sono andato a ballare, male, come al solito, ma ho ballato. E fumato, e bevuto. Mi sono divertito e la notte si è trasformata in uno splendido incontro a tu per tu con Maria, un incontro simile a quelli che ci concedevamo più di dieci anni fa, quando in favela ci vivevamo anche noi, quando ci conoscevamo da poco (e non eravamo ancora sposati).

Nelle poche ore in cui ho dormito ho poi sognato che ero a San Donato nella provincia di Milano, dove sono nato. Ero in via Primavera davanti alla villetta che era stata di Lorenzo e Francesca, una bella villetta a due piani con giardino. Una casa accogliente nella quale oggi non vivono più i miei amici, non ci vive nemmeno la loro sorella; la casa infatti è un ostello frequentato soprattutto dai parenti dei pazienti ricoverati nel Policlinico di San Donato, uno degli ospedali più specializzati d’Europa (per operarsi al cuore ci vengono anche dalla Svezia).

Ero davanti a quella casa che per me ha significato tante speranze, sogni, qualche amore, ma soprattutto una bella amicizia. Ero davanti all’ostello e cercavo i miei amici ma sapevo che loro non c’erano perché Lorenzo lavora in Turchia e Francesca ha seguito il marito in Cina. Mi mancavano, mi mancava l’atmosfera accogliente di quell’ambiente e loro madre che con me e con tutti era sempre gentile. Era la più bella villetta di San Donato; la porta dello scantinato, per noi della combriccola, era sempre aperta. Ma oggi, se ci tornassi, troverei un ostello, solamente, perché Lorenzo è in Turchia e Francesca in Cina (e la terza sorella, Giulia, quella che conosco meno e quando è nata l’annusavo e Francesca mi diceva che ero pazzo – o forse si preoccupava che potessi farla cadere dal lettino – Giulia è in Scozia dove ha appena concluso gli studi di psicologia).

Ho appena rivisto e sistemato le mie poesie e alcuni brani in prosa. Ne ho scritte delle nuove e ho creato un file unico, un’opera di prosa e poesia, di natura intimistica, che spazia dall’attualità, dalla vita a Rio de Janeiro ai tempi dell’epidemia ai miei primi giorni in Brasile a inizio secolo, fino ai ricordi d’infanzia negli anni ’80 tra Pesaro e Milano. Tra i testi c’è spazio anche per l’incontro con gli Orixás.

Se qualche editore è interessato a una lettura in vista di una possibile pubblicazione (senza però una mia partecipazione alle spese…)…

(brano scritto nel 2012)

A Copacabana, agli inizi, non avevo motivi per restare. Avevo perso la ragazza di cui ero stato amante che assomigliava alla donna che stamattina si cambiava le scarpe al bar, stessa aria sexy e gelida, stesso sguardo capace di farti raggiungere la vertigine del piacere e di sradicarti dalle fragili fondamenta con una giravolta dello schienale della sedia. Un’immagine per questa signora (alla quale, tutto sommato, devo il timbro nel passaporto): seduta alla scrivania, i piedi arrogantemente sopra il tavolo, la gonna che sfila a metà coscia.

Mi ricordo di me che camminavo sul lungomare, non so dopo quale bevuta, e osservavo, come faccio ancora, le onde dell’oceano chiedendogli informazioni, un vaticinio, mostrandogli attraverso gli occhi tutto il mio amore, e una voce che mi diceva tu non te ne vai, tu rimani. Fu la prima volta che pensai a me come a un uomo coraggioso. Potevo tornare, dichiarare fallito l’esperimento della fuga in Brasile: in fondo Vasco Rossi, uno dei miei attuali mentori, non aveva scritto che lasciare l’Italia per l’Africa, il Messico (e perché no? Il Brasile) era una fregatura?

Io poi ero proprietario di un appartamento tra le case popolari di Serenella, a San Giuliano Milanese, sopra al bar del Pugliese e agli spacciatori di droga venuti dalla Nigeria (che il Pugliese stipava nei suoi appartamenti a prezzi altissimi). I miei genitori vivevano a San Donato, in Via Europa, in uno splendido condominio col giardino. Potevo andare da loro. Ma l’oceano aveva detto che dovevo restare. Chi ero io per contraddirlo?

Frequentavo questa coppia stravagante, composta da una guida turistica isterica e, forse, ladra e un professore cileno che pensava solo ad andare a puttane, facendo arrabbiare la guida. Lei (che si chiamava Marta ed aveva la pelle lucida, scura) mi disse che lui, Jorge, dai capelli grigi, magro, pieno di peli sul petto e riseccato dal sole, in Cile aveva per amante la moglie del figlio.

Una volta, ubriaco, arrivai a casa loro alle sei del mattino e mi gettai sul tappeto davanti al letto, dove dormii. Poche ore dopo mi svegliai nel mio vomito; telefonai a mio padre e gli dissi che andava tutto bene, che avevo quasi trovato un lavoro… In effetti avevo consegnato il numero del mio telefonino a un corso di lingue della Siqueira Campos, a Copacabana, gestito da un altro cileno… Avevo accompagnato Jorge nelle sua ricerche e, sfruttando l’occasione, mi ero fatto avanti. Chiamarono. Quando il cileno si presentò per candidarsi all’insegnamento dello spagnolo gli dissero che in realtà volevano me. Non avevo un visto di lavoro, non parlavo bene il portoghese, ma il sabato mattina alle nove in punto era prevista la prima lezione di un corso intensivo di italiano. Ricevetti il libro di testo il sabato stesso. Ricordo che un sole eccessivo batteva contro le pareti azzurrognole. La lavagna era mal fissata alla parete e mentre ci scrivevo quella cedeva, costringendomi a reggerla con entrambe le mani. Parlai un pessimo portoghese, alcuni alunni mi chiesero da quanto tempo vivevo in Brasile, uno commentò che corso di merda, raccattano gli insegnanti in spiaggia!

In molti abbandonarono l’aula e io spiegai il presente del verbo essere e del verbo avere ai rimasti. Alla fine della lezione, una ragazza bionda dagli occhi azzurri alzò la mano e mi chiese se davo lezioni private. Io risposi di sì; così il lunedì pomeriggio la visitai a Leblon, quartiere altolocato vicino alla collina Dois Irmãos, dove vive la créme della créme della società carioca.

Era una puttana. Me lo disse subito. Veniva da Rio Grande do Sul ed era l’amante di un italiano, un sardo proprietario di una catena di supermercati, sposato e con figli. Lui le mandava mille euro al mese e stava pensando di abbandonare la famiglia per lei. Le telefonava tutte le sere alle nove per rassicurarsi che fosse in casa e non si prostituisse più. Lei gli parlava (per questo aveva bisogno di me) e poi usciva per lavorare. Faceva la puttana come scelta di vita, non era sfruttata, veniva da una buona famiglia; siccome l’italiano le pagava anche l’affitto, i mille euro e i guadagni serali erano tutti per lei.

Studiò con regolarità e imparò in fretta la mia lingua.

Grazie a lei, io riuscii a creare un metodo: scelsi un libro di testo e decisi di dividere ogni lezione in due parti, una di sola grammatica, l’altra di conversazione.

Con lei viveva un’altra donna che credo si chiamasse Bruna. Aveva il viso pienotto e i capelli fino al collo. Era triste e, spesso, con un occhio pesto. Si lamentava dei clienti, del fidanzato, della madre, del padre. Noi l’ascoltavamo con una certa pena. Bruna poi, per spirito di emulazione, decise che avrebbe imparato l’italiano (ero diventato il professore delle puttane!).

Lei però non studiava un bel niente e chi imparava adesso ero io, esperto ormai della vita di una prostituta depressa, che beveva vodka tutto il giorno, anche durante le lezioni.

Una volta la incontrai di mattina presto, vicino all’appartamento nella Prado Junior, dove vivevo a quel tempo con un amico della guida turistica, col quale poi avrei litigato (fu quando decisi di trasferirmi in favela). Io mi stavo dirigendo al corso nella Siqueira Campos (che mi manteneva come professore benché non fossi in regola) e Bruna barcollava, appena uscita dalla discoteca; si appoggiò al muro del bar, poi fece qualche passo e si fermò davanti alla farmacia. Era in minigonna, il rossetto le macchiava la faccia, i tacchi appesi alle mani, scalza.

Mi scorse, mi abbracciò e mi diede un bacio in bocca.

  • Professore –  gridò in italiano – io ti voglio scopare!

Le lezioni, di fatto, erano servite a qualcosa.

**

Questa epidemia ha evidenziato una cosa: la fine della notizia. Non esistono più notizie, esistono opinioni. La formulazione stessa della notizia, la decisione che una cosa debba essere raccontata e un’altra no, già è un’opinione.  Del tipo: se io dico che oggi è morta molta gente per Covid 19, io già esprimo un’opinione, quella che la malattia è molto grave e, forse, nascondo un’intenzione, quella di creare panico. Perché poi io voglio creare panico? Forse perché a me e agli uomini di potere fa comodo che le persone siano spaventate, perché quando si ha paura si è più vulnerabili e più manipolabili.

Questa epidemia ha evidenziato una crisi, quella dell’esattezza, dello scrupolo dell’informazione. Pochissimi, quasi nessun giornalista si pone come obiettivo quello pedagogico di scavare nella realtà per cercare la verità. Tutti, o quasi, hanno l’intenzione di promuovere una tesi e di convincere i lettori, gli ascoltatori, gli spettatori. Come? Ripetendo lo stesso concetto all’infinito, magari sparandolo via whatsapp sapendo che sarà commentato e divulgato via facebook. Succede sia ai giornalisti di destra che a quelli di sinistra, ma soprattutto a quella parte della sinistra che, credendosi sempre la rappresentante del giusto, si sente in dovere di ripetere ossessivamente sempre lo stesso concetto per convincere il popolo, che non capisce, a seguire le loro giuste tesi.

Non so a voi ma questo stratagemma sortisce in me l’effetto contrario. Se ad esempio il lunedì mattina e soltanto il lunedì mattina io ascolto o leggo il bollettino dei malati e dei morti per Covid 19, immediatamente me ne faccio un’idea e decido come comportarmi durante quella settimana. Ma se il lunedì pomeriggio mi viene ripetuto con poche modifiche il concetto del lunedì mattina, e il martedì e il mercoledì viene evidenziato un piccolo cambiamento, spesso in peggio, e reiterati consigli e informazioni tutti con l’obiettivo d’accrescere la mia prudenza, io arrivo al fine settimana così pieno e vomitante informazioni che se mi aprono la discoteca sotto casa, ci entro subito e senza mascherina.

La stessa cosa mi succede con i problemi razziali. Ho un’opinione formata e riconosco l’importanza della lotta dei neri e dei bianchi per una società più giusta. Ma se giornalisti e scrittori che stanno sempre dalla parte del giusto ripetono ossessivamente per iscritto o ad alta voce sempre gli stessi concetti, dopo averli ascoltati comincio a simpatizzare per Donald Trump. E non perché creda che i diritti dei neri non siano importanti, ma perché gli intellettuali intelligenti di sinistra non li sopporto più. Sono diventato di destra? No, non sono diventato niente e rivendico il diritto di non essere niente e di tifare per una squadra di calcio e non per questo o quel politico.

Non credo alla buona fede e alla bontà di nessuno.

Non credo alle buone intenzioni di nessuno.

Non mi fido di nessuno.

La mamma ha detto che posso andare a scuola da solo.

Io abito in via Europa, al 7, in un bel condominio pieno di verde che è giustamente diviso in Verde Uno e Verde Tre. Dov’è Verde Due?

Dicevo… Verde Uno è la parte alla sinistra del cancello, Verde Tre è a destra, non so se questo c’entra con la politica, credo di no.

Loro hanno una rampa dei box che è più brutta della nostra; la nostra è perfetta per andarci giù coi sacchi della neve, quando è inverno. E quando nevica, chiaro.

La mia scuola si chiama Maria Ausiliatrice ed è nel quartiere Metanopoli, vicino agli uffici dell’ENI. È un edificio basso, spazioso, pieno di classi, di maestre, pochissimi i maestri, uno solo, quello di musica.

La mia maestra si chiama Marta, ha i capelli ricci, non proprio ricci ma nemmeno lisci, diciamo mossi. La maestra del mio amico, di uno dei miei amici, è una suora severissima, dicono.

La mamma ha detto che posso andare a scuola da solo e io stasera sono emozionato e non riesco a dormire, per questo mi sono messo a scrivere e magari domani porterò a Marta queste poche righe, lei ha detto che le piace leggere quello che scrivo, io non lo so se davvero le piace, secondo me lo dice perché vuole incentivarmi. Quando un bambino o una bambina manifestano una certa tendenza, certe qualità, la mamma dice che è una bella cosa cercare di fare in modo che le sviluppino, così un giorno troveranno più facilmente, scopriranno prima e meglio qual è il loro posto nel mondo. La mamma dice proprio così. Anche lei è una professoressa ma in un’altra scuola, nelle medie dell’Alcide de Gasperi in via Agadir, proprio vicino alla mia. Infatti domani non solo andrò a scuola da solo in pullman, ma uscirò anche da solo dalla mia scuola e andrò a prendere mamma nella sua. Io infatti esco alle 12 e 30 e lei alle 13 e 15, quindi ho tutto il tempo per camminare dalla Maria Ausiliatrice all’Alcide de Gasperi.

E adesso farei bene a dormire perché domani devo svegliarmi presto. Il bagno l’ho già fatto, domani quando mi alzerò dovrò solo fare colazione e lavarmi i denti. La cartella l’ho già preparata, il grembiule la mamma me lo darà domattina, stirato. Il biglietto dell’autobus l’ha comprato il papà. Ha comprato un blocchetto da dieci.

Il papà lavora all’ENI, qui vicino, sempre a San Donato…

Non riesco a dormire, sono troppo emozionato solo a pensare che uscirò da solo, attraverserò il cortile, il cancello e andrò alla fermata dell’autobus, timbrerò il biglietto.

Prima di timbrare aspetterò che l’autobus arrivi e magari incontrerò qualche madre col figlio e la figlia, davanti ai quali mi sentirò già grande.

La mattina a scuola sarà come tutte le altre ma poi, quando uscirò, non ci sarà nessuno ad aspettarmi e io potrò correre nel cortile di Maria Ausiliatrice, cosa che fanno in pochi, quasi nessuno e magari, prima di andare a scuola da mamma, giocare un po’ a calcio.

Sono le cinque del mattino, mi fa male la testa. Tra due ore mi dovrò alzare. Ho chiuso gli occhi, ci ho provato a spegnermi ma sono rimasto ad ascoltare il rumore del vento che sbatte contro i box delle macchine, contro le finestre. Credo che ha anche piovuto. Ad un tratto mi è parso di sentire un ululato anche se a San Donato i lupi non ci sono. La mamma dice che ci sono altri tipi di lupi, lupi umani e non lupi animali, ma io non ho capito cosa intendesse. Ho freddo, sono stanco, devo dormire ma non ci riesco. Dalla rampa dei box viene un fischio continuo, è il vento ma pare un’altra cosa. È un suono naturale ma non lo sembra.

E non smette. Mi disturba, proprio adesso che stavo quasi per dormire.

Chiudo gli occhi e penso a quanto sarà bello andare a scuola da solo ma sento il fischio del vento, le foglie del campo qui dietro casa che tremano sugli alberi; sento le foglie che tremano, i tronchi delle piante che si muovono, e poi passano gli aerei che atterrano a Linate, a quest’ora della notte, a quest’ora del mattino, uno dopo l’altro. Io in un aereo non ci sono ancora entrato ma il papà ha detto che prima o poi porterà me e la mamma in uno di quei viaggi che è obbligato a fare per il suo lavoro. È stato anche in Bulgaria, in Romania, in Russia… Ma ecco di nuovo i fischi, poi l’ululato, poi le foglie strappate dagli alberi come in un risucchio, come in un vortice; il vento le ha trasportate contro la mia finestra. Ci sbattono contro le foglie, il terriccio, i rami; non capisco perché prima di dormire papà e mamma non hanno chiuso la tapparella, lo fanno sempre.

Quando mi sono svegliato, quasi sommerso dal verde, dal fogliame, sporco di terra e di pioggia, mi sono chiesto come ci ero finito in quel posto. Ero vicino a un fiume. Poi mi sono ricordato del viaggio, dell’indiano che mi ha ospitato, della bevanda che mi hanno offerto, delle cose che mi hanno detto.

Mi sono alzato a fatica e ho cercato con lo sguardo le capanne.

Ma non c’erano capanne né indios. Dappertutto c’erano uccellini e, nascosti sotto alle pietre e tra l’erba, sicuramente dei serpenti.

Ero nudo. Brutto e nudo. Né magro né grasso, con pochi capelli, la barba incolta. Avevo 45 anni e, ai piedi, degli stivali che mi arrivavano quasi fino al ginocchio. Nudo, con gli stivali.

Prima di mettermi in cammino per cercare il villaggio in cui avevo dormito la notte precedente, ripensai a quel bambino e a quel suo primo giorno di scuola da solo. Tutto sommato non avevo da rimproverargli niente.

sto scrivendo delle poesie…

L’amore è dappertutto

è nel rituale e nella voce della vicina

vecchia e insopportabile

filo Bolsonaro

è nello spirito d’un indigeno che ha detto

– Abbiate fede in me e stasera toglietevi le maschere.

La vecchia insopportabile parla al telefono

delle gesta del Presidente

dice che come lui non c’è nessuno

ed è pure bello.

L’amore è nei figli che dalle 8 alle 20 non si staccano dal computer

è nella noia d’un giorno dopo l’altro tutti uguali

nell’illusione d’un rapporto

nel sesso che è un’illusione

nel corpo che si consuma

poco a poco.

L’amore è nel tifo televisivo con gli stadi vuoti

nelle urla strozzate

negli inchini davanti all’altare

e nelle statue dei santi

e di un Dio

a cui penso mentre vado a spasso con il cane.

Sono credente, almeno credo

la vicina però urla – Bolsonaro, Bolsonaro!

al telefono con un’amica

il suo orgoglio mi annulla, qui alla mia finestra

chino su me stesso

chino sul nulla.

L’amore è nella fedeltà del mio cane

a cui devotamente confido i miei pensieri

mentre cammino, al mattino

poi prego Dio di darmi la forza di amare tutti

anche la mia vicina

che ucciderei invece devo amare

per il mio bene

perché se non amo, appassisco

se non amo, muoio

se non amo, torno uguale a 20 anni fa.

L’amore è nella fedeltà di Dio ai suoi piani

e del mio cane a me.

**

I primi 4 capitoli di “Antivirus” – romanzo (lo trovate in vendita online nelle versioni ebook e cartacea)

Uno

Mi sono rotto il cazzo di ascoltare mia zia che torna dopo estenuanti turni qui all’ospedale di Toledo Lodigiano, si catapulta in bagno, si spoglia meticolosamente attenta a dove ripone i panni sporchi, si getta sotto a una doccia bollente e poi viene da noi in sala, bianca cadaverica, occhiaie profonde, vestita solo di un accappatoio e dice:

  • Da questa esperienza dobbiamo trarre degli insegnamenti. E’ in gioco il futuro della razza umana. Lo capite?

Fissa le nostre facce annoiate, i visi stanchi.

  • Dobbiamo ridiscutere tutto, principalmente il modello economico e il sistema di produzione capitalistico globale. Non possiamo continuare a credere in un sistema fondato sul petrolio e sui meccanismi architettati dagli squali della finanza!

Mia zia ha 50 anni, è una comunista, legge Il Manifesto, è zitella e vive insieme a me e mia madre in un trilocale a Toledo Lodigiano.

Lei e mia madre sono legate, hanno fatto tutto insieme fin da bambine, la zia però non si è sposata, non ha trovato l’uomo giusto, ci ha provato un paio di volte con due colleghi del Pronto Soccorso ma è stata tradita da entrambi e li ha mandati a fare in culo.

Io oggi però a farsi fottere ci manderei lei.

Ok, tutta Italia la applaude, a ragione; i medici e gli infermieri sono degli eroi (lei dice di no, dice che sono delle persone normali che svolgono il loro lavoro) però la patente da super-woman non le dà il permesso di delirare.“Ripensare il sistema economico, la dipendenza dal petrolio” è una frase sua; “ridurre la dipendenza dai meccanismi della finanza” anche.

Il mondo non cambierà mai, ve lo dico io che ho 27 anni e so come vanno le cose.

La zia è sfinita ed è un miracolo che non si sia ancora ammalata e non abbia contagiato anche noi.

La zia è fiduciosa, è ottimista nonostante le botte prese dalla vita, ma io no.

Io so come va il mondo.

E il mondo va che a Toledo Lodigiano, a pochi chilometri da Codogno, comune start-up di questa infezione di merda, ieri si sono messi tutti in balcone a cantare Toto Cutugno.

Toto Cutugno! Avete capito?

Un vecchio decrepito che suonava canzonette stupide che ascoltavano i miei genitori e che, per induzione, sono stato obbligato ad ascoltare anch’io, da piccolo.

Molto meglio quando due giorni fa sono andati tutti sui balconi a cantare l’inno nazionale; quasi emozionante l’inno che ci riporta ai Mondiali, alla vittoria in Germania che io ho visto in diretta e ricordo la mamma che gridava in perfetto stile sguaiato napoletano (che segna come un marchio le origini della famiglia) e la zia era felice nonostante detesti il calcio.

Comunque i suoi discorsi sono inutili e io ne ho pieni i coglioni di restarmene chiuso in casa a chattare con gli amici al cellulare e a giocare ai videogiochi al computer.

Però, anche se la critico, le voglio bene (ha aiutato la mamma a crescermi).

Io la zia l’ammiro (la amo e la odio, diciamo così) e l’ho ascoltata quando mi ha raccontato dei primi contagi tra gli infermieri del Pronto Soccorso, della sua amica che ha ceduto davanti a lei e le ha steso la mano, le ha chiesto di sorreggerla perché le faceva male la testa; lei, la zia, non aveva guanti di lattice e le dita della collega erano sudate.

La zia però dice una stronzata quando parla di un futuro migliore, diverso e della necessità di una seria discussione su come sarà il mondo dopo questa pandemia e io vi spiegherò perché  – prima però devo confessarvi una cosa: lei è comunista ma io sono di destra: ammiro, rispetto, adoro Matteo Salvini che considero il mio Capitano!

Ma veniamo ai fatti…

Il 18 febbraio 2020 il signor Mattia M., 38 anni, si recò al Pronto Soccorso dell’ospedale di Codogno (qui vicino). Era un dirigente di una multinazionale, la Unilever (non era ma è: è ancora vivo!) sposato, la moglie incinta partorirà prima dell’estate. E’ un maratoneta, un atleta: nei dieci giorni precedenti alla malattia aveva corso due mezze maratone e giocato una partita di calcio per novanta minuti, undici contro undici.

All’ospedale lo visitarono, gli fecero una radiografia e gli diedero una ricetta con degli antibiotici da prendere perché gli esami rilevarono una lieve polmonite. Il 20 febbraio lui stava peggio, andò di nuovo al Pronto Soccorso; lo ricoverarono e intubarono perché gli antibiotici non avevano fatto nessun effetto e la polmonite da lieve in tempo record era diventata grave e gli aveva preso i due polmoni; era diventata bilaterale interstiziale.

Chi rimase sorpresa dall’inspiegabile rapidità nell’evoluzione della malattia fu la dottoressa Annalisa Malara, 38 anni, anestesista rianimatore; la dottoressa domandò alla moglie di Mattia se il marito aveva avuto contatti con la Cina.

La donna prima rispose negativamente, poi ci pensò meglio e affermò:

  • Una settimana fa è andato a cena con un amico, un imprenditore che va e viene da Pechino. Ma questo cosa c’entra, scusi?

Annalisa s’insospettì e decise di chiedere all’ospedale Sacco di Milano di mandarle il materiale per applicare al paziente un tampone per il nuovo Coronavirus. Il protocollo non l’obbligava ad agire così e in Italia non c’era nessun sospetto di una possibile epidemia della febbre di Wuhan che tanti problemi stava creando in Cina. Comunque lei insistette e fu grazie alla sua testardaggine che Mattia M. divenne il Paziente Numero Uno.

Il commercialista, l’imprenditore che aveva cenato con lui venne rintracciato, gli si applicò un test che diede esito negativo.

Nessuno sa da chi Mattia abbia contratto la malattia (lui comunque sta meglio; la moglie, positiva, non ha sviluppato alcun sintomo). Si sospetta che a Milano e nella Lombardia a gennaio già si fossero verificati casi di decessi per polmoniti, pare che nelle valli bergamasche degli anziani già fossero morti, nessuno aveva però collegato quei decessi al virus (abbiate pazienza, arriverò alla zia e spiegherò perché il suo ottimismo, la sua fiducia in un mondo migliore è una stronzata ma, per farlo, ci metterò del tempo).

Andiamo in Cina, al 30 dicembre 2019, quando il dottor Li Wenliang, 34 anni all’epoca (già deceduto) scrisse un messaggio allarmistico sulle reti sociali, diretto ai medici.

Il dottore, oftalmologo, si era accorto che al Pronto Soccorso dell’ospedale di Wuhan, nella regione dell’Hubei, erano giunti un gran numero di pazienti/lavoratori del mercato di pesce e animali della città, affetti da polmoniti aggressive, non curabili con antibiotici. Si era ricordato dell’epidemia di Sars del 2002/2003 ed aveva scritto in una rete sociale un messaggio ai medici colleghi, invitandoli a stare attenti, coprirsi bocca e mani quando lavoravano perché i casi registrati erano troppi per essere soltanto la conseguenza di un normale e passeggero male di stagione.

Gli rispose il Comitato Direttivo del Partito Comunista della regione rimproverandolo, accusandolo di cercare di sabotare il tranquillo tran-tran della vita della città, minacciandolo di rappresaglie qualora avesse continuato a diffondere notizie false.

“Speriamo che ti calmi e rifletti sul tuo comportamento” gli fu scritto.

Il 12 gennaio 2020 Li Wenliang venne ricoverato all’ospedale di Wuhan con tosse e febbre. Nel frattempo i casi di polmonite erano aumentati e fu chiaro a tutti che ci si trovava di fronte a un’emergenza.

I biologi isolarono il virus in laboratorio e scoprirono che si trattava di un nuovo Coronavirus.

Il medico aveva ragione, la causa delle polmoniti che avevano colpito i lavoratori del mercato era un agente aggressivo, pericoloso.

I suoi colleghi credettero che il male si annidasse negli animali e che questi potessero trasmetterlo agli uomini senza però che avvenisse il contagio tra gli essere umani.

Si sbagliavano.

Li Wenliang, dopo vari esami che testarono negativo, venne ufficialmente dichiarato affetto da Coronavirus il 30 gennaio 2020.

Lui postò una foto su internet che lo ritrae sdraiato, la bocca coperta dalla maschera, nella mano la sua carta d’identità.

Morì il 7 febbraio scorso; la moglie, incinta, partorirà un bambino entro l’estate.

Adesso, per arrivare a spiegarvi perché, nonostante la ami e la ammiri, io pensi che mia zia stia dicendo solo cazzate causate dal pathos, dall’eccesso di sentimento e di risentimento provato in questi strani giorni nei quali lei combatte in prima linea contro la malattia nel Pronto Soccorso dell’ospedale di Toledo Lodigiano, devo proporvi tre tesi che ho raccolto da internet (io sono un nerd e in questo periodo di quarantena non mi schiodo dal computer anche se mamma mi urla e mi chiede di aiutarla in cucina!).

Ne ho discusso e ne discuterò anche con zia che comunque pensa che io sia un cretino complottista.

La prima, quella che io definirei “naturalista”, afferma che gli animali, in condizioni di forte stress e di eccessiva presenza e vicinanza da parte dell’uomo, sviluppano malattie dovute alla mancanza di igiene, di spazi, di un habitat adeguato alle loro necessità. Essendo il Coronavirus caratterizzato da una tale Proteina Spyke simile a quella che compone parti dell’organismo del pipistrello, sarebbe proprio in un pipistrello che il Male è nato: un pipistrello stressato dalle sue condizioni di vita e dalla presenza dell’uomo. Si sarebbe poi realizzato lo spillover cioè il passaggio del virus dalla bestia all’uomo e tale processo sarebbe avvenuto nel mercato del pesce di Wuhan.

Questa è la tesi preferita dalla zia (io non la confuterò, non sono qui per confutare ma per rivelare le conseguenze del caos che stiamo vivendo): la colpa è dell’uomo che, col suo comportamento, ha invaso spazi che non gli appartenevano e ora la Natura se li riprende costringendoci dentro alle nostre case, lasciando così libero il campo al “ritorno” degli animali nei boschi, nelle città deserte, nei cieli meno inquinati, nei mari.

Chi vuole (mia zia, che è comunista e intrinsecamente cattolica, tende a seguire quest’intuizione)  può vederci la mano di Dio. Il Padre ci sta punendo perché noi, Figli Degeneri, abbiamo abusato dei doni (il mare, l’aria, i boschi, le piante, l’ingegno, la nostra intelligenza) che Lui ci ha dato.

Io però, che tendo a pensar male, ho cercato e ricercato su internet in siti americani, britannici, italiani e brasiliani (mio padre abbandonò il tetto coniugale quando io avevo 12 anni e andò a vivere in Brasile, con una mulatta – per questo ho imparato il portoghese) e ho trovato altre teorie, corroborate da molti fatti e buona immaginazione, davvero interessanti.

Una la definirei “filoamericana”.  

Questo il punto: lo sapevate che a Wuhan c’è un Laboratorio di Biosicurezza Nazionale che, da anni, studia virus e rimedi contro Ebola, Sars, ecc?

Ecco, secondo insinuazioni statunitensi (Trump, Pompeo) il nuovo Coronavirus potrebbe essere stato creato in provetta a partire dall’analisi delle molecole malate presenti negli organismi dei pipistrelli o potrebbe essere stato iniettato in un pipistrello per osservarne gli effetti sulle difese immunitarie dell’animale e poi sarebbe “sfuggito di mano”, letteralmente scappato dal laboratorio a causa dell’imperizia di uno biologo o di un addetto.

Secondo i complottisti americani, la Cina avrebbe creato il virus per trovarsi esattamente nella posizione che ora occupa nello scenario internazionale: il Paese asiatico ha già risolto il problema e può tornare ad occuparsi della propria crescita economica mentre il resto del mondo si sta fottendo o è già fottuto.

L’altra teoria complottista, la più affascinante, la definirei “filocinese” e si basa su due fatti, su due eventi organizzati negli ultimi mesi dell’anno scorso, “l’ultimo anno prima del Coronavirus”.

Tra il 18 e il 27 ottobre 2019 a Wuhan si sono svolti i Mondiali di Atletica per Militari, vi hanno partecipato 10mila atleti provenienti da 140 paesi e, secondo le autorità cinesi, 5 soldati americani sarebbero stati ricoverati all’ospedale di Wuhan passando per lo stesso Pronto Soccorso nel quale, pochi mesi dopo, sono iniziate le diagnosi di polmoniti. I cinesi insinuano che il virus sarebbe stato prodotto nel laboratorio di Fort Detrick, nel Maryland e portato in Cina dai soldati.

Interessante poi il fatto che la Fondazione gestita da Bill e Melinda Gates da anni avverte l’umanità del pericolo di una crisi pandemica e proprio nell’ottobre scorso, esattamente venerdì 18 ottobre 2019 nell’hotel Pierre, a New York, ha organizzato un’esercitazione denominata “High level pandemic exercise”, dalle 8 e 45 del mattino fino alle 12 e 30, davanti a 130 invitati.

La Fondazione di Bill Gates in quelle poche ore ha simulato la reazione del Mondo di fronte a una possibile pandemia causata da un Coronavirus (il “nostro” non è il primo con questo nome) sì, avete capito bene – C-o-r-o-n-a-v-i-r-u-s, nato spontaneamente in Messico. Gli esperti hanno illustrato come avrebbero reagito i governi, come e in che termini avrebbero dovuto cooperare, come e di quanto si sarebbero ristrette le nostre libertà, hanno riflettuto sulla nuova funzione assunta da Esercito, Polizia e dagli organismi di sicurezza addetti al controllo dei nostri spostamenti, attraverso l’invasione sistematica dei cellulari.

Si è parlato della necessità di un Governo Unico, Mondiale e di una Banca – ovvio – uguale per tutti.

Delle due l’una: o i Gates sono così intelligenti da aver previsto quello che di lì a poco sarebbe accaduto o… sapevano!

Oppure si tratta di una coincidenza, conferenze come quella, denominata “Event 201” – trovate tutto su internet – erano già state allestite ma il caso ha voluto…

Pochi giorni fa su Repubblica ho letto un’intervista a Enrico Letta, noto esponente dei Radical Chic di Sinistra Italiani, il quale auspicava una “alleanza mondiale contro il virus” e poi un “governo mondiale”.

Che sia questo l’obiettivo, un governo che ci controlli intimamente, che sappia dove siamo, con chi e limiti le nostre libertà?

Un governo mondiale apparentemente democratico, rispettoso della Natura e in realtà dittatoriale?

Non so rispondere, io come mia zia auspicherei che questo caos fosse di origini casuali o “volute da Dio” e che il virus davvero è nato nel mercato di Wuhan nel novembre scorso (quando gli atleti dei Mondiali di Atletica per Militari già se n’erano andati) nelle cellule di un pipistrello, io vorrei credere all’ipotesi “naturalista” e considerare, come fa lei, infermiera del Pronto Soccorso di Toledo Lodigiano, il dolore che sentiamo come un’occasione, un momento di riflessione in vista di un futuro migliore.

Se penso al futuro però lo vedo militarizzato, con meno libertà e ancora più globalizzato.

Spero comunque che sia io a dire una cazzata e non la zia; voglio credere a Milena (Milena Sansevero è il nome di mia zia, come la mamma di origini napoletane) quando parla concitata in sala davanti a noi –  la luce fioca del sole di questo marzo pazzerello le illumina la faccia stanca per i turni impossibili in ospedale – voglio sentire l’ottimismo che sente lei, la sua stessa fiducia nel futuro, voglio provare lo stesso orgoglio che lei prova di combattere la giusta battaglia, dalla parte giusta, invece l’ammiro sì, la invidio e sogno di essere lì con lei, in prima linea, di aiutarla a salvare vite al posto di vivere recluso nella stessa cameretta che usavo da bambino, a chattare mentre mamma prepara ossessivamente da mangiare… l’ascolto ma credo che lei, mamma, io, tutti noi in questo momento siamo manipolati, usati, strumentalizzati per strani e oscuri scopi che non capiamo.

Invidio chi ha fiducia in Dio e prego che abbia ragione, che siano Dio e la Natura a volere che succeda ciò che sta succedendo.

Perché se in questo caos c’è lo zampino dell’uomo… allora siamo fottuti!

Due

Io mi sveglio tutti i giorni e sento che sto per andare a combattere. Ormai sono diventata un soldato, mi prende l’inquietudine quando mi sdraio la sera e penso al numero di morti a Bergamo, Bresso, a Milano e a quelli che sono passati a miglior vita nel nostro ospedale – affogano, sì, affogano e ti guardano implorandoti di donar loro ancora un ultimo respiro per aiutarli a trovare refrigerio, lo slancio… Penso all’inquinamento e mi chiedo se questo virus non sia stato prodotto dalla nostra abitudine malsana di consumare tutto, consumare l’aria, consumare l’ossigeno.

L’ospedale di Toledo Lodigiano è in una bella struttura. Il Pronto Soccorso è composto da uno stabilimento di un solo piano, fuori, davanti al palazzo principale.

Ci lavoro da anni ormai e credevo di essermi abituata a tutto.

Ho visto morire parecchia gente, soprattutto malati di cancro, vari incidentati, uno o due sieropositivi che non sapevano di esserlo, una volta addirittura una bambina di dieci anni.

Ho visto guarire molta gente, ho seguito gli sforzi di più di un parente che aveva perso le speranze ed invece una buona chemioterapia e un po’ di fortuna li ha rimessi in sesto.

Ho cambiato quattro reparti, le colleghe tra di loro mi chiamano Il Jolly perché mi offro sempre di provare la routine di un piano diverso da quello nel quale mi hanno inserita, sono curiosa, amo il mio lavoro e quando mi hanno proposto di trasferirmi al Pronto Soccorso, ho subito accettato.

All’inizio è andata bene, turni stressanti ma non troppo (lasciamo le ore piccole ai più giovani e agli ultimi arrivati) ossa rotte, stomaci ulcerosi, qualche infarto, niente di che.

I colleghi, le colleghe… tutti simpatici anche Mario, il barbone, che ci ha subito provato (tra di loro io so che mi chiamano La Zitellona e fanno a gara a chi riuscirà a conquistarmi – ci rido su e penso che in giro potrebbero farsi una strana idea di me se sapessero che in reparto sono “Il Jolly” e tra i più intimi “La Zitellona”) io gli ho detto di no ma non ho nascosto d’essere rimasta lusingata; Mario non è niente male, chissà che più avanti, quando e se questo casino finirà, ci ripensi.

Era tutto tranquillo, solita routine, giornate in ospedale, serate in casa con mia sorella e con quello scapestrato di mio nipote che, con la scusa che il padre l’ha abbandonato da piccolo, nella vita ha deciso di non fare nulla, di non lavorare e di passare ore al computer alla presa con fantomatici siti e pseudo concorsi per progetti web, che non vincerà mai.

La sera io e Monica Sansevero, mia sorella, chiacchieravamo, annoiandoci anche un po’, davanti alla televisione, a quei programmi nei quali devi indovinare le risposte ai quiz o al festival di Sanremo (quando era? Febbraio scorso, ma sembra passato un anno!) con la polemica tra quei due cantanti i cui nomi non ricordo, uno era Bugo, forse, l’altro Morgan.

Monica è così diversa da me, lei si è sposata, ci ha creduto, si è messa con un milanese (noi quando eravamo piccole siamo emigrate da Napoli, dal rione) ci ha fatto un figlio (Alessandro Ferrari, “l’inutile Alessandro” per le amiche) e, quando Monica e il marito si sono separati, mi ha chiesto di andare a vivere con lei, di farle compagnia e aiutarla nell’educazione di Alessandro che a scuola faceva disperare le professoresse; era intelligente ma non studiava, disturbava… Qui a Toledo Lodigiano sono tutti perfettini, ci tengono al decoro, alle apparenze e un figlio di cui gli insegnanti parlano male è un problema serio. E poi lui ha pochi amici, un’amica forse di cui è segretamente innamorato…

La sera io e Monica chiacchieravamo davanti alla televisione e al quadro enorme – lei lo ha fatto appendere nel suo bellissimo salotto – che rappresenta un forno a legna e ti dà l’illusione di startene seduta davanti al camino in un trilocale al terzo piano di una moderna palazzina in Via dei Glicini al diciotto. Si tratta di un condominio costruito da poco; mia sorella ci ha investito tutti i risparmi accumulati in anni di carriera da avvocatessa divorzista; da quello stronzo del marito non ha voluto nemmeno un soldo ed ha accettato che lui li spendesse con la sua puttana latino americana (dove sono andati? In Brasile, sì!).

Insomma la mia scialba vita anaffettiva, improntata sul mio lavoro da infermiera, sul ruolo di zia educatrice di un uomo pigro e solo (tendenzialmente depresso) e su un bellissimo rapporto d’amicizia con una sorella napoletana come me, procedeva senza scossoni quando al Pronto Soccorso sono aumentati i casi di polmonite. Durante l’inverno italiano (anche se ultimamente gli inverni sono miti) è normale morire di polmonite soprattutto quando il paziente ha più di ottanta anni. Ma cinque decessi in cinque giorni erano troppi. Ce ne siamo accorti subito; qualcosa non andava. Ed è arrivato l’avviso da Codogno, qui vicino: il Covid 19, lo stesso virus che ne aveva ammazzati 4mila in Cina, stava circolando nel nord Italia, nel milanese.

Siamo corsi ai ripari, abbiamo intubato i pazienti, ci siamo muniti di mascherine. I malati aumentavano – ed erano tutti anziani residenti nelle vicinanze (tra di loro il signor Toni, un vecchiettino che giocava a carte con mio padre al Bar Italia, prima che il papà ce lo portasse via un tumore) – e noi li stendevamo a pancia in giù, proni sui letti e lettini, se necessario li ventilavamo, cercavamo di farli smettere di tossire, di farli respirare.

Nella prima settimana di epidemia io ho pensato si trattasse di una normale influenza.

Lo dissi ad Alessandro che mi fissava preoccupato (lui è ipocondriaco).

  • Sì, abbiamo qualche decesso, non molti in più di un’influenza di stagione. E poi vuoi vedere che molti vecchietti non si sono nemmeno vaccinati? Fanno sempre di testa loro!
  • Sei sicura che non ci sono rischi di contagio?
  • Quelli ci sono sempre ma io prendo le mie precauzioni. C’è troppo allarmismo in giro, la televisione ne parla troppo. Ieri sono andata all’Esselunga e la gente stava assaltando gli scaffali come fossimo all’inizio di una guerra. Calma, ragazzi! Tanto ci siamo noi, i dottori, le dottoresse, le infermiere e gli infermieri di Toledo!

Alessandro mi squadrò pieno di ammirazione e io per un attimo pensai che magari, invece di restare tutto il giorno al computer, avrebbe potuto studiare e diventare medico, infermiere, un brillante avvocato come la madre o un… imprenditore come il padre! (In realtà il padre non fa un cazzo, ha ereditato un gruzzoletto dai suoi genitori, nonni di mio nipote, ha lasciato un “suo uomo” a lavorare al posto suo nell’azienda di famiglia nel Lodigiano ed è scappato in Sud America).

Dopo dieci giorni però i pazienti continuavano ad arrivare sempre con gli stessi sintomi (tosse, crisi respiratorie, febbre e affanno) e io cominciai davvero a preoccuparmi.

Se il ritmo dei ricoveri e quello dei contagi non fosse diminuito, avremmo dovuto chiudere il Pronto Soccorso per mancanza di letti e di risorse umane.

Due piani interi dell’ospedale vennero trasformati in “lazzaretti” – così li chiamiamo tra di noi – per pazienti Covid. Il direttore decise di isolare, di mantenere “pulito” solo l’ultimo piano, riservato ai malati in dialisi. I piani restanti sono metà Covid – metà non Covid e questa è stata un’idea di merda, causa principale dei contagi tra i colleghi. Un medico dei nostri è in coma, il dottor Masera, infettivologo 60enne, personaggio ricco di buona famiglia che se avesse voluto, visto l’andazzo, sarebbe potuto scappare in Australia o alle Maldive, invece lui ha deciso di restare e, se continua così, di morire a Toledo Lodigiano.

In televisione il Presidente del Consiglio ha fatto prima uno, poi un secondo bel discorso col suo accento del sud e io l’ho visto che parlava, l’ho ascoltato assieme a Monica e Alessandro e tutti e tre abbiamo pianto come gli imbecilli, abbiamo pianto perché l’Italia è l’Italia, cazzo e non si può ridurre in questo Stato.

Ma è colpa loro, è colpa dei politici di destra e di sinistra e dei tagli alle spese per la Sanità. E’ inutile che ci giriamo attorno: se, al giorno d’oggi, domenica 22 marzo 2020, in Germania il tasso di mortalità per questa malattia è dello 0,3% un motivo ci sarà, no?

Quando sono iniziate le restrizioni, “State a casa” hanno cominciato a scrivere su internet e in pochi rispettavano le regole. Piazza Trieste qui a Toledo era sempre piena di vecchietti che giocavano a carte seduti ai tavolini, il parchetto era stracolmo di bambini i cui genitori si sentivano in vacanza.

In pochi credevano alla morte, le televisioni hanno intervistato medici e infermieri, ricordo la foto di una collega stremata, addormentata sulla tastiera del computer e di un collega col viso piagato dalla mascherina e poi appelli dei direttori sanitari tipo quello dell’ospedale Sacco di Milano, ma la gente non ci credeva.

Ci applaudiva sì alla finestra, inneggiava a medici e infermieri ma non rinunciava ad una festa da amici, alla corsetta serale… e faceva bene, come dargli torto, come accettare che un nemico invisibile ti possa rendere asociale.

Eppure in reparto e al Pronto Soccorso moriva un sacco di gente e non erano più solo i vecchi a crepare ma i malati di tumore devastati dalla polmonite interstiziale, erano i diabetici, gli ipertesi e anche signori e signore di cinquanta, sessant’anni apparentemente forti e sani, che reagivano male alla nuova malattia e affondavano giorno dopo giorno nei lenzuoli come risucchiati da una vortice abissale.

Morì anche Toni, amico di papà, tra le mie braccia. Mi fissò con i suoi occhi tristi, liquorosi mentre io gli sussurravo “Non è niente, non ti preoccupare” e gli soffiavo sulla faccia sudata, stanca.

Tra le braccia me ne sono morti tre. Una era una ragazza di anni 37 affetta da sindrome di Down, una ragazza che a Toledo conoscevano tutti perché lei simpaticamente, quando entrava nel bar di Piazza Trieste, dava il cinque al barista gridando “E allora?”.

Era un’interista sfegatata, quando poteva nella bella e nella brutta stagione vestiva la maglietta sbiadita e sporca di Zamorano (che forse era appartenuta al padre).

“Quest’anno vinciamo, quest’anno è nostro” aveva detto al bar, qualche settimana prima di entrare in coma, mentre io bevevo il mio caffè ristretto, e avevamo riso tutti convinti che a Torino alla Juve gliele avrebbero fatte vedere (io sono una moderata tifosa del Napoli) invece l’Inter a Torino ha perso in una partita giocata a porte chiuse e lei si è ammalata di Covid 19.

Non voleva morire, non era rassegnata come certi vecchi, ci teneva a continuare a tifare Inter, a lavorare nella mensa della scuola, a vedere il suo fidanzato, un ragazzo Down che abbiamo fatto fatica a trattenere fuori dall’entrata del Pronto Soccorso.

Una sera, mentre tornavo a casa a piedi l’ho visto, seduto sui gradini della chiesa di Santa Barbara, quella con la guglia in finto oro che ci invidiano in tutta la Lombardia. Mi sono fermata, gli ho detto:

  • Che ci fai qui? Non lo sai che Conte ha messo il coprifuoco? Dai, vai a casa!
  • Preferivo Conte l’allenatore dell’Inter a Conte Presidente del Consiglio!
  • Anche tu sei un ultras?
  • Io e Annalisa siamo della Curva Nord. Andiamo al Meazza tutte le domeniche.

Fissai i suoi capelli scarmigliati e con amarezza mi resi conto che non ricordavo il nome di lei. Se lui non l’avesse pronunciato, io forse non l’avrei mai saputo (ci sono così tanti pazienti che a volte  è difficile ricordare i nomi).

  • Dottoressa? – disse il ragazzo e io gli avevo già voltato le spalle.

Mi girai anche se sapevo di non essere una dottoressa, il fatto però che lui pensasse che potessi svolgere quel ruolo mi lusingava.

  • Sì?
  • Ce la farà?
  • Certo che ce la farà. Vedrai, è forte – lo confortai.

Però non ce la fece. Esalò l’ultimo respiro davanti a me, a meno di mezzo metro dai miei occhi. Anzi l’ultimo respiro non lo esalò affatto, ci provò ma non trovò più ossigeno.

Tre

Se non ci fosse mia zia che va e viene dall’ospedale, mi sembrerebbe d’esser diventato il personaggio di un videogame, mi sembrerebbe tutto falso.

Dite che non ci avete pensato!

Dite che non avete pensato che questa pandemia è utilissima al Potere che finalmente può limitare al massimo le nostre libertà: per uscire dobbiamo autocertificarci, a due passi da casa ci ferma la Polizia, se ci ammaliamo dobbiamo scaricare una app che ci controllerà ancora più da vicino per chissà quanto tempo, se prendiamo la macchina e superiamo i confini del rione, ce la sequestrano.

E poi, analizzando il DOPO se ci sarà un DOPO – a me preoccupa il DURANTE che diventerà DOPO e continuerà DURANTE – come sarà?

Sarà così: tra un mese finirà l’emergenza in Italia, non il contagio ma l’emergenza; meno persone all’ospedale, le terapie intensive saranno meno affollate, ci sarà qualche morto ma non così tanti come in questi giorni. A tutti noi, anche alle autorità, verrà un po’ d’ansia di normalità. Eppure l’epidemia continuerà in Europa, Sudamerica, Africa… in Italia si discuterà sul da farsi. Si aspetterà. Quando anche Spagna, Francia e altri miglioreranno si deciderà di tornare a una vita più spensierata, verranno aperte le frontiere, verrà concessa maggiore mobilità. E ciò avverrà in tutti i Paesi del mondo a tempi alterni, cioè quando i contagi diminuiranno, quando ci saranno meno malati negli ospedali. Frontiere aperte = circolazione di persone, ritorno di connazionali dall’estero (mio padre lo sto sentendo tutti i giorni dal Brasile e lui, nonostante la puttana latino americana – così la chiamano mamma e zia – non vede l’ora di vedermi) = momenti di felicità, meno paura l’uno dell’altro = nuovi contagi, nuove morti, problemi nelle terapie intensive. Morale: chiuderanno tutto di nuovo, ci obbligheranno a stare in casa di nuovo, a non allontanarci dalla via nella quale abitiamo, ad infossarci nella nostra cameretta (la mia è la stessa di quando sono nato, in questi giorni ho la sensazione di essere retrocesso alla prima adolescenza – anche prima ci vivevo, ci dormivo e ci passavo gran parte del mio tempo ma… ogni tanto uscivo!).

Quasi tutti i Paesi affronteranno le fasi “Apri chiudi” “Chiudi apri”. Come si coordineranno tra di loro? Verrà proposta la creazione di un Governo Mondiale di pochissimi “illuminati”, “addetti a salvarci dalla morte, dal contagio ecc”. I nostri cellulari saranno lo strumento attraverso il quale ci terranno al guinzaglio, come i cani. I nostri desideri, le nostre opinioni non conteranno nulla, solo importerà l’opinione comune che sarà “Questo virus è nato da un pipistrello infetto – la Comunità Scientifica ha deciso che il problema principale è la relazione dell’uomo con la Natura e con i suoi simili (state tutti troppo appiccicati!) – per risolverlo, voi dovete obbedirci – se non ci obbedite, vi manderemo Polizia e Esercito e, nella peggiore delle ipotesi, vi obblighiamo in casa e vi escludiamo dalla Rete, dai Social, dal contatto con gli Altri”.

Ci sarà un nuovo Piano Marshall (io la Storia la conosco ma non mi sono laureato e la zia è convinta che sia un buono a nulla – anche la mamma, a dire il vero, ma entrambe mi amano da impazzire e mi lasciano fare ciò che voglio, cioè studiare per i cazzi miei).

Ci sarà un nuovo prestito bancario proveniente dagli Stati Uniti d’America e indirizzato a mezza Europa e a tutto il Sudamerica, si creeranno nuovi equilibri – verrà imposto un nuovo e più specifico, più limitante controllo sociale.

E il vaccino?

Ecco, tutto gira attorno al vaccino, a quando, e se, sarà scoperto e da chi. Chiaro che se dovesse essere sintetizzato da un laboratorio legato alla famiglia Gates, a interessi cinesi, russi o nord americani…

Sarebbe meraviglioso che a scoprire il vaccino fossero medici e biologi australiani, cubani o indiani ma io sospetto che non sarà questo lo scenario… Ce lo inietteranno (chi lo produrrà guadagnerà cifre mostruose) costringeranno tutti gli abitanti del mondo a vaccinarsi, chi si rifiuterà… se la vedrà con l’Esercito, la Polizia… E poi chissà, forse nascerà un nuovo Corona, prodotto da un rapporto squilibrato dell’uomo con la Natura e con i suoi simili, rapporto che deve essere raddrizzato, bonificato e affinché ciò succeda c’è bisogno di un Governo di Uomini e Donne Superiori e di un esteso e profondo controllo delle nostre menti, delle nostre azioni…

Se non fosse per mia zia che va e viene dall’ospedale e mi racconta della sofferenza dei suoi pazienti e delle bare, dei letti pieni, dei ventilatori che adesso si sono sdoppiati (ci hanno attaccato due tubi e uno funziona per due persone) della sala silenziosa, spaziosa nella quale sono riposti i corpi, della mancanza d’aria, del panico degli infermieri, delle infermiere e dei dottori di essere contagiati, delle cento volte giornaliere nelle quali si lavano le mani, dei polsi che ormai brillano da quanto sono puliti, della pelle rarefatta, se non fosse per mia zia io crederei di essere diventato il personaggio di un videogioco nel quale lo scopo del Potere è quello di creare un Governo di Dittatori Planetari che si fingono amanti della Scienza e delle Questioni Ambientali e lo scopo di noi reclusi nelle nostre case è quello di aggregarci in una nuova Resistenza.

Quattro

Mio nipote è un complottista imbecille ma noi, io (Milena) e mia sorella Monica Sansevero lo tolleriamo perché gli vogliamo bene. Però leggiamo le cazzate che scrive nel suo Blog e gli rispondiamo a dovere – gli rispondo io per tutte e due – con queste poche righe.

Invece di delirare navigando nel web, dovrebbe leggere il libro “Spillover” di David Quammen e chiarirsi una volta per tutte le idee:

il termine Spillover indica il momento in cui un virus passa dal suo “ospite” non umano (un animale) al primo “ospite” umano. Il primo ospite umano è il paziente zero. Le malattie infettive che seguono questo processo si chiamano zoonosi.

Il Coronavirus è una zoonosi pericolosissima perché, essendo meno letale della Sars ma molto più contagiosa a causa del grande numero di pazienti asintomatici (40 per cento) e del fatto che i sintomi ci mettano più tempo a manifestarsi, si diffonde rapidamente, è difficile da fermare, distrugge i polmoni più vulnerabili, paralizza l’economia di un Paese e ci obbliga all’isolamento.

Quammen aveva scritto qualche anno fa che una possibile pandemia sarebbe nata tra le cellule di un pipistrello e non l’aveva fatto perché “sapeva” (come direbbe subito Alessandro) ma perché i pipistrelli hanno ospitato altre malattie (forse anche l’Ebola) essendo mammiferi come noi – i virus che si adattano a loro hanno più probabilità di adeguarsi a noi rispetto a un virus che è in un rettile o in una pianta – i pipistrelli rappresentano un quarto di tutte le specie di mammiferi del pianeta, vivono a lungo e tendono a rintanarsi in enormi aggregazioni; in una grotta potrebbero esserci anche 60mila esemplari.

Quindi, se doveva nascere un virus e se doveva attaccare la Cina, l’Italia e il resto del mondo era probabile che sorgesse nelle cellule di un pipistrello in cattività – come ha scritto Alessandro? “Stressato” sì, stressato! – perché lo stress aiuta, fomenta, incoraggia l’insorgere del Male. Quale posto sarebbe stato migliore del mercato di Wuhan nel quale gli animali sono venduti in gabbie, ammucchiati e mal alimentati?

E’ ironico, sarcastico, è difficile accettare che il mondo intero sia stato messo in ginocchio da un cinese che ha mangiato la zuppa sbagliata (lo dico senza razzismo e senza voler colpevolizzare nessuno ma per enfatizzare il ruolo del Caso, del Destino in questa storia) ma è vero.

Quindi… nessun complotto, Alessandro, per l’amor di Dio…

Tu sai, nipote, quante volte arrivando a piedi fino al parcheggio dell’ospedale, di fianco alla chiesa di Santa Barbara qui a Toledo Lodigiano, ho pensato che avrei voluto andarmene, sarei voluta scappare?

Centinaia.

Gli sguardi dei miei colleghi e colleghe, degli addetti alle pulizie e di chi cammina nelle adiacenze rivelano paure. Non vorremmo essere qui, non vorremmo entrare nella palazzina del Pronto Soccorso; in ascensore, nell’altro palazzo, quasi nessuno pigia col dito sul numero del piano perché quel pulsante potrebbe essere infetto. Chi lo fa, chi non sale a piedi, ha la sensazione di flirtare con la morte.  

Ci temiamo, ci osserviamo e cerchiamo di capire chi sarà il prossimo a cadere, chi manifesterà per primo i sintomi.

Abbiamo paura di morire come tutti, come voi che state a casa e abbiamo già amaramente constatato che non eravamo pronti per questa pandemia non solo dal punto di vista pubblico-sanitario ma anche psicologico.

La nostra sofferenza fino a un mese e mezzo fa era astratta, ci preoccupava la presenza di troppi stranieri sul territorio (loro non si ammalano, letteralmente: non si ammalano!) credevamo ci potessero rubare il lavoro, i diritti e privilegi, ci lamentavamo per quisquilie.

Forse questo Coronavirus è l’Ebola dei ricchi, venuto a ricordarci quali sono le priorità.

Quando mi preparo nello spogliatoio prima di entrare nel Pronto Soccorso, tutto è impegnativo, tutto è difficile; riporre le chiavi in un sacchetto e il cellulare nel cassetto richiede uno sforzo meticoloso – a fine turno poi mi devo ricordare di disinfettare lo schermo dell’apparecchio e il cassetto stesso.

Sia noi che i medici ci laviamo le mani con attenzione maniacale almeno 30 volte al giorno, praticamente ogni venti minuti. Non ci vogliamo ammalare, non vogliamo diventare come i pazienti che arrivano a frotte, disperati, negli occhi le espressioni di chi non se l’aspettava, non credeva che potesse capitargli… A me i loro sguardi ricordano quelli dei prigionieri di Auschwitz Birkenau immortalati dalle foto scattate dai russi quando li liberarono e la visita che feci a diciott’anni nel campo di sterminio assieme a Katia, la mia amica del cuore – io e lei a braccetto nello stanzone sentimmo un rumore, un sibilo ed erano gli spiriti, sì, erano gli spiriti dei reclusi…

I pazienti sono così, inermi, ormai convinti d’essere destinati al macello e a non rivedere più i loro cari perché abbiamo dovuto isolarli, gli abbiamo presi i cellulari perché loro sono incoscienti o semi coscienti; gli infermieri che maneggiano coi loro corpi usano tuta, guanti, mascherine, copriscarpe che alla fine del turno gettano in un sacco.

Speriamo che gli sforzi servano a qualcosa.

In quel viaggio io e Katia facemmo dei progetti, io le dissi “Voglio essere infermiera” e ce la feci, studiai, feci il tirocinio al Policlinico di Melegnano e poi entrai a Toledo Lodigiano, vicino a casa.

Katia voleva diventare estetista, aveva imparato durante un viaggio in India non so quale tipo di massaggio con aggeggi che parevano ventose (lei li chiamava Campane Tibetane).

Ad Auschwitz ci impressionò il museo con i denti, spazzole, capelli, resti di scarpe e le uniformi a righe simili a pigiami ammucchiati dai tedeschi quando i prigionieri arrivavano per la visita e non sapevano che molti di loro, i prescelti, sarebbero finiti nei forni crematori.

Qui a Toledo invece i pazienti sanno, ce lo hanno scritto negli occhi, sanno, conoscono l’orrore che li aspetta che in realtà non è greve come quello di una guerra in Siria, di una epidemia in Africa Occidentale o una lotta fratricida nel Ruanda ma, come ho detto prima, noi in Lombardia non eravamo preparati, la morte l’avevamo scordata, credevamo d’essere diversi, privilegiati.