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Le domeniche

platini

L’oratorio di Sant’Enrico era composto dal campo di calcio, spiazzone sterrato con porte dietro al quale c’era il nostro condominio di Via Europa 7 (noi vi accedevamo spesso attraverso un buco che avevamo fatto nella rete; il condominio poi il buco lo faceva chiudere e noi lo riaprivamo), dall’altra parte del campo non c’era niente, cioè piante verdi nei mesi primaverili, ad altezza d’uomo, fogliame vario, più in là c’era la caserma dei carabinieri. Accanto al campo di calcio c’era quello di basket che noi usavamo per giocare a porticine: le porte erano gli spazi creati dall’intreccio dei fili di ferro delle strutture che reggevano i canestri.

Qui a Rio nel Bairro Peixoto a Copacabana, dove abito, i ragazzi giocano quasi sempre a porticine: il loro campo è più piccolo di quello di basket dell’oratorio Sant’Enrico ed è protetto da una rete sopra, perché si trova accanto a un parchetto di terra sabbiosa nel quale giocano i bambini ed è già successo che i bambini si prendessero sonore pallonate… Dietro il campo di basket, in oratorio, c’era una struttura di mattoncini rossi, uno spazio comunitario pieno di biliardini e tavoli da ping pong (io lo ricordo pieno, ma ci saranno stati quattro o cinque biliardini e due, al massimo tre tavoli da ping pong). In questa struttura bighellonando passavo le domeniche pomeriggio della mia prima adolescenza, cioè verso i dodici, tredici anni. Non ero solo, con me spesso c’era Fabio, alto, magro, bello, biondo con un po’ di brufoli che gli davano fastidio e dei quali si lamentava (provava le più svariate creme e pomate e qualche volta funzionavano), con me c’erano i due Luca che abitavano nel mio stesso condominio, Luca Cecere, il vanitoso e Luca Pedoni, il più basso del gruppo. I due Luca passavano molto tempo insieme ed erano cane gatto, litigavano un po’ per tutto e si sfottevano l’un l’altro, ma erano inseparabili. C’era poi tra noi figli di dirigenti (Fabio era escluso perché il padre lavorava all’Esselunga), c’era un certo clima di competizione che ci avevano inculcato non i genitori ma le chiacchiere che i genitori scambiavano durante le cene, i compleanni, c’era un certo clima di competizione che riguardava la scuola, il calcio e, soprattutto, le potenzialità future. Tutti noi eravamo potenziali dirigenti o direttori in nuce di una qualche multinazionale e in quello che facevamo dovevamo eccellere. Per questo io stavo meglio con Fabio, perché suo padre lavorava all’Esselunga e tra noi la competizione non esisteva, non poteva esistere perché lui non era figlio di un dirigente e quindi non poteva, non doveva esprimere le potenzialità che noi, quasi tutti noi del condominio di Via Europa 7 invece esprimevamo.

La domenica però il clima competitivo lo lasciavamo perdere e poi, a dire il vero, tutti noi vivevamo questi impulsi a misurarci e a dimostrare quanto valevamo come provenienti dall’alto e non dalle intime necessità del cuore. E tutti noi, chi più chi meno ma tutti credevamo che il cuore fosse più importante della testa, sovrastruttura piena di cianfrusaglie, o almeno lo credevamo a dodici anni. Quindi la domenica ci sfidavamo allegramente a calcetto e a ping pong, osservati da vicino dalle amichette che non erano niente male. C’era Valentina, con i capelli a caschetto, c’era Sara che vestiva sempre lunghi maglioni, c’era Enrica la cui pelle pallida di un viso un po’ sofferente cozzava con un sorriso sempre aperto e c’era Laura, magra, impettita e seducente.

La colonna sonora delle partite a calcio balilla e delle scorribande nel bar dell’oratorio a comprare di corsa qualche dolciume non erano i canti della messa o i ritornelli più gettonati delle canzoni di musica leggera, ma la cronaca delle partite di calcio. Radiolina appesa al collo, radiolina appoggiata al bordo del calcetto, radiolina per terra accanto al tavolo da ping pong, il campionato di calcio era il nostro vero passatempo e le ragazzine ci guardavano come se fossimo degli invasati. Io e Luca Cecere eravamo i due esaltati juventini, infatuati da Platini, Fabio e Luca Pedoni erano milanisti (Fabio poi sarebbe entrato nei ranghi della tifoseria organizzata ed ebbe la fortuna di godersi le vittorie nella Coppa dei Campioni del Milan dei tre olandesi).

  • Buon pomeriggio a tutti gli ascoltatori, benvenuti all’ascolto della decima giornata del Campionato di Serie A. Cominciamo con un rapido giro da tutti i campi, chiedo per favore ai colleghi di utilizzare un minuto a testa.

L’ora di arrivo all’oratorio erano le due e mezza, il sole era ancora alto in cielo, l’adrenalina e le aspettative per le partite della domenica erano a un ottimo livello.

  • Oggi vinciamo e vi superiamo. Anche perché voi un difensore come Franco Baresi non lo avrete mai!
  • E l’eleganza di Platini?
  • L’hai sentito, parla dell’eleganza di Platini. Ma se voi i campionati li vincete perché sapete solo rubare.
  • Che cazzo dici?
  • Ma dai, avete visto che figura avete fatto nella finale della Coppa dei Campioni? Vi siete fatti segnare da quaranta metri da Magath. Hai capito da chi, da Magath? E chi l’aveva mai sentito nominare prima che facesse un gol alla Juve. Certo che Zoff è proprio un gran portiere…
  • Abbiamo più scudetti di voi.
  • Sì, però la Coppa dei Campioni la vincete solo quando ci sono i morti e vi regalano i rigori.

Litigavamo ed eravamo capaci di azzuffarci per difendere i colori della squadra del cuore.

  • Prendo la linea e ti interrompo da Torino. Ha segnato Platini su punizione. Juventus uno…

Io saltavo, gridavo, correvo quasi dappertutto nel salone il cui pavimento era di un colore rosso sbiadito, quasi arancione, e a Fabio gliene dicevo di tutti i colori tipo milanista di merda, siete delle cacche, ma guarda quanti brufoli che c’hai, sapete solo parlare, noi invece a calcio ci giochiamo… Le ragazze ci scrutavano allibite sentendosi escluse dalle nostre erudite discussioni intorno al modo migliore di eseguire la tattica del fuorigioco o intorno al migliore modo di marcare l’avversario o sull’incomprensibile agilità e rapidità di certi giocatori che a noi novelli speranzosi membri della squadra di calcio dell’oratorio mettevano un po’ invidia.

Tra il primo e il secondo tempo immancabile era l’acquisto di uno smodato numero di caramelline gommose a forma di coccodrillo o di pneumatico e la bevuta di una coca cola o di una gassosa.

I secondi tempi ci vedevano ancora più concentrati nelle nostre partite a calcetto o nelle sfide a ping pong o nelle scorribande tra le frasche e la terra melmosa al di là della siepe dell’oratorio insultandoci, sfottendoci a vicenda sempre con le radioline in mano. Alti erano le urla e gli improperi ad ogni gol.

Le ragazze andavano via prima di noi perché non ne potevano più di starci vicino; per chiacchierare tra di loro potevano anche incontrarsi da un’altra parte. Il prete più amato e rispettato della parrocchia ogni tanto faceva capolino tra i tavoli da ping pong e ci chiedeva qualcosa, sollecito. Era davvero una brava persona.

Io spesso tornavo a casa con Fabio anche se lui abitava un poco più in là, cioè subito dopo l’incrocio di Largo Volontari del Sangue mentre i due Luca abitavano nel mio stesso condominio. Io però con Fabio mi trovavo bene ed era un piacere litigare con lui per questo o quel gol di Platini, Boniek o Pietro Paolo Virdis o per un fuorigioco non dato, un rigore parato.

Quando rientravo in casa salutavo i miei di corsa e mi catapultavo davanti alla televisione per godermi i gol (quelli della Juve, che spesso era la capolista, erano sempre gli ultimi ad essere trasmessi).

La domenica così si concludeva verso le sette di sera. Mentre cenavamo, io e mio padre ancora parlavamo di calcio. E mia madre, disinteressata e assorta dal pensiero dello studio appena terminato (la domenica lei preparava le lezioni per la settimana intera), era serena. Solo quando entravo nella mia cameretta mi assaliva un po’ di malinconia, forse perché fuori era buio o perché dal mio balcone si sentivano solo i rumori di qualche macchina o perché la vista al di là della siepe, resa difficile dalle inferriate che i miei aveva fatto collocare a causa della paura di una possibile invasione degli zingari, la vista al di là della siepe che separava la rampa dei box dal nulla rappresentato da un campo sterrato, induceva all’introspezione, alla ricerca dentro di me di un motivo per esistere, per resistere che fuori, cioè nei mobili della mia cameretta e nel buio della rampa dei box, non c’era.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La forza

Quei pochi mesi che passammo insieme da soli nella sua casa di Pesaro, io non li usai per conoscerci meglio, per condividere i nostri sentimenti e dubbi. Pensavo solo alle mie angosce, a come evitare il servizio militare, nella fattispecie il servizio di obiettore di coscienza nella biblioteca di Venegono al quale mi avevano affidato e io non lo volevo fare perché avevo fatto richiesta d’essere mandato nella casa di accoglienza per malati psichiatrici, down, autistici nella quale già da più di un anno ero volontario. Quando in casa arrivò l’avviso dell’esercito che mi ordinava di recarmi in biblioteca in Brianza andai su tutte le furie. E così, dopo una sceneggiata davanti allo psicologo dell’esercito italiano con sede a Milano, mi trovavo a Pesaro, con la nonna. Avevo ottenuto qualche mese di licenza medica, volevo approfittarne per preparare l’esame di letteratura italiana dell’Università Statale. Ero ansioso soprattutto perché mia madre aveva reagito malissimo alla postura di out out che avevo mantenuto di fronte all’autorità, ero ansioso perché io stesso mi dicevo cosa sarà mai, svolgi le mansioni di aiuto bibliotecario per un anno e intanto prepari nuovi esami, solo che quella biblioteca, come si diceva, mi aveva preso male, mi aveva preso male la bibliotecaria con cui avevo parlato, mi aveva preso male la stanzetta per dormire che mi avrebbero affibbiato nel caso avessi deciso di pernottare vicino a Varese. In casa con i miei (anche il papà era contrario alla mia decisione) erano solo litigi e io scappai a Pesaro dalla nonna, dalla Pierina, vedova da non molto, piccola statuaria vecchiettina pesarese, che si svegliava presto ogni mattina. “Cosa vuoi da mangiare oggi?” era tutto ciò che chiedeva, io rispondevo “Fai tu, per me va bene tutto” e lei preparava i suoi manicaretti, sugo di pisellini al pomodoro, ravioli in brodo, zucchine ripiene, carne di coniglio, pesce alla griglia, gnocchi fatti in casa e io mangiavo e mi riprendevo dalle sbronze delle sere precedenti. Durante il giorno studiavo Dante, Petrarca e Boccaccio chiuso nella biblioteca di Pesaro, le ore lunghissime non passavano mai, ed erano intervallate da qualche sigaretta. Alternavo la biblioteca del centro, vicino al bassorilievo con la testa di Medusa del Mengaroni, a quella più laterale, di fronte a via Castelfidardo, dove bisognava salire una scaletta. Questa biblioteca era più fredda, ed imponente, dentro un palazzo antico. Le ore di studio erano piacevoli, ciò che non passava erano le pause tra una lettura e l’altra. Per interi pomeriggi non parlavo con nessuno. Mi sentivo solo e pensavo ai problemi col servizio militare, allo psicologo che avrei dovuto incontrare per una seconda visita e allo psicologo di Milano che già da un po’ frequentavo e che avevo deciso di non vedere più per starmene a Pesaro con la nonna. Le sere bevevo, ero diventato se non amico almeno conoscente di un gruppo sgangherato di studenti che frequentavano la biblioteca del centro e il circolo enoteca Mengaroni, in fondo a via Castelfidardo. I nomi non li ricordo, ricordo però che fui introdotto da una ragazza magra che una sera riuscii anche a baciare; il leader del gruppo lo chiamavano Lemma, studiava legge e beveva molto. Gli amici (ce n’era uno coi capelli ricci e gli occhi azzurri da tedesco) erano preoccupati per i ritmi con cui Lemma, che era un capellone e vestiva un lungo cappotto verde, si dedicava all’alcool e più di una volta li ho sentiti che gli consigliarono di farsi prescrivere le analisi del sangue per controllare i valori del fegato. Dicevano che lui bevesse a causa di una delusione amorosa, non so se con quella ragazza magra con i capelli neri che, ubriaco, avevo baciato (lei non era voluta andare oltre).

Lemma era colto ed intelligente ed una sera tardi verso l’una del mattino io e lui rimanemmo in macchina davanti alla villetta di mia nonna belli alticci a disquisire di cinema.

  • Per me non c’è nessuno in Italia che è arrivato ai livelli di Fellini – sosteneva.
  • Secondo me Moretti non è meno di Fellini. E’ diverso ma film come Palombella Rossa rimarranno per sempre nel nostro immaginario.
  • E la poesia di Fellini dove la metti? Non c’è nei film di Moretti.
  • Eccome se c’è. Solo che è meno patinata, è più quotidiana.

Smettemmo quando ci rendemmo conto che era inutile disquisire su chi era il migliore tra Moretti e Fellini. Erano due ottimi registi, ne convenimmo entrambi. Io lo salutai, uscii dalla macchina e sbattei la porta. Il giorno dopo sarei tornato a Milano per sostenere la seconda visita all’ospedale militare di Baggio e, dopo una settimana, mi sarei presentato in università per dare l’esame di letteratura.

Il rimpianto che ho è che in quei giorni non mi resi conto che anche la Pierina stava soffrendo, non mi resi conto che la recente morte del nonno Aurelio lei ancora non l’aveva assimilata e che, magari, qualche sera invece di uscire ad ubriacarmi l’avrei potuta passare con lei davanti alla televisione a parlare di lei, del suo dolore, forse mi avrebbe aiutato a non concentrarmi troppo sul mio.

Comunque poi l’esame di letteratura lo superai, ottenni l’esonero dagli obblighi militari a causa di una sindrome ansioso depressiva e tornai dallo psicologo a curarmi. Eravamo nell’anno 1999, io avevo ventiquattro anni, mia nonna settantanove e si alzava tutte le mattine alle cinque per cucinare e spolverare la casa, poi andava al mercato in bicicletta, andava in pescheria, in macelleria, in chiesa e salutava le due o tre amiche che incontrava in via Padre Kolbe, all’imbocco  della Statale che da Pesaro raggiunge Fano e il sud Italia. Le amiche uscivano di casa proprio quando passava la Pierina, sembrava che fossero rimaste appollaiate a lungo dietro le finestre per scorgere una forma di vita che gli desse una ragione, che le incitasse, le spronasse a resistere.

 

 

 

 

 

Rio negra

Marielle

L’omicidio di Marielle Franco, affiliata al partito PSOL, deputata nella Camera Comunale di Rio, donna negra, lesbica, a difesa dei diritti delle minoranze, mantiene molti punti oscuri.

A Rio c’è l’esercito, il governo statale (cioè dello Stato di Rio de Janeiro) ha dichiarata ufficialmente di non farcela più, non ce la fanno più a gestire la questione sicurezza, hanno alzato e sventolato bandiera bianca.

L’esercito si è concentrato attorno a una o due favelas (tra le quali Villa Kennedy), il resto della città è in preda al caos.

Marielle aveva appena parlato davanti a un gruppo di femministe nere. La donna che era seduta accanto a lei durante la conferenza le aveva chiesto un passaggio, sarebbe cioè entrata insieme a lei nella macchina oggetto, bersaglio dell’agguato ma, all’ultimo momento, si è ricordata di aver scordato il caricatore del cellulare nella Casa das Pretas, centro culturale, sede del dibattito sulla violenza contro le donne.

Dopo aver parlato, dopo aver ribadito il suo appoggio a tutte le donne di qualsiasi razza e colore che subiscono violenze da chicchessia, Marielle (capelli ricci nero schiariti, sorriso aperto, sincero) ha dichiarato:

  • E’ stata una serata proficua e piena di buone premesse. Esco da qui più fiduciosa, se mai fosse necessario. Continuerò a lottare per tutte noi.

Il suo autista Anderson, poi morto con lei, l’aspettava fuori, vicino agli Arcos da Lapa, in centro. La macchina di Marielle e Anderson era parcheggiata di fronte a una macchina grigio metallizzata coi vetri scuri dentro alla quale i sicari aspettavano armati. Dalle telecamere di sicurezza di uno dei bar della zona si vede chiaramente Anderson che esce dall’abitacolo, era magro, i capelli neri, il passo dinoccolato ma spedito, e passa davanti alla macchina parcheggiata dietro alla sua dentro alla quale i sicari attendevano, armati. Quando Marielle e la sua segretaria sono entrate, Anderson ha poi messo in moto e sterzato a destra, la macchina grigio metallizzata ha atteso mezzo minuto e li ha seguiti, seguita a sua volta da un’altra macchina grigio metallizzata. Le registrazioni delle telecamere del quartiere (funzionanti solo nelle vie principali e non in quella dell’omicidio duplice) hanno filmato la macchina bianca di Marielle e dietro le due grigio metallizzate. L’inseguimento (a detta della segretaria, l’unica sopravvissuta, Anderson e Marielle parlavano d’altro e non si sono accorti di niente) è durato una ventina di minuti. Era mercoledì quattordici marzo. Erano circa le nove e mezza della sera. I banditi conoscevano bene la zona. Sapevano quali strade venivano filmate e quali no. Per uccidere si sono affiancati alla macchina bianca, uno di loro ha abbassato il finestrino e ha cominciato a sparare usando la pistola come fosse una mitragliatrice. Sono stati sparati tredici colpi, nove hanno raggiunto i bersagli, cioè la testa di Marielle e la schiena di Anderson. I banditi erano probabilmente dei poliziotti, Marielle si era dichiarata contro gli assassinii perpetuati dal quarantunesimo battaglione della Polizia Militare di Rio de Janeiro, su facebook. A detta della trentottenne e di vari testimoni, il battaglione della Polizia di Acari, vicino alla favela della Mare’, è specializzato in esecuzioni sommarie. La giovane donna aveva poi molti nemici tra i colleghi di lavoro deputati e assessori, e stava importunando i proprietari delle compagnie di autobus, chiedendo ripetutamente l’interruzione delle esenzioni fiscali. Era inoltre contro l’intervento dell’esercito federale a di Rio de Janeiro, credeva che lo stato nelle favelas dovesse entrarci con le scuole e gli ospedali, non con uomini armati fino ai denti. Era lei che presiedeva la commissione esaminatrice dell’operato dell’esercito…

Marielle veniva dalla favela della Mare’, aveva studiato grazie a una borsa di studio ottenuta in seguito ai meriti scolastici, agli sforzi dei genitori e alla professionalità di un’organizzazione non governativa. Era laureata in sociologia, aveva anche un master. Era entrata in politica dopo la morte di un’amica durante una sparatoria in favela.  Era stata eletta al primo colpo, la quinta più votata nella città di Rio de Janeiro. Durante l’anno di mandato aveva rotto i coglioni a molta gente: oltre alla polizia aveva calpestato i piedi di molti colleghi corrotti che non sopportavano il suo modo pulito e sincero di esprimere gli ideali in cui credeva, cioè quello dell’uguaglianza di tutti i cittadini, di tutti gli esseri umani, quello delle pari opportunità. Il successo di una favelada negra e lesbica dava fastidio a molti, abituati a un certo vecchio modo di fare politica.

Una mattina dalla tribuna dell’Assemblea Comunale, aveva  gridato:

  • Non crediate di zittirmi, io rappresento molta gente che è stanca dei vostri metodi, noi stiamo disegnando nuove regole e una nuova grammatica sociale!- .

Per zittire una giovane e intelligente signora di quasi quarant’anni (lei e la fidanzata si sarebbero sposate tra un anno) sono stati necessari i muscoli, l’intelligenza e la preparazione logistica di cinque o sei uomini i cui volti, nascosti dai neri vetri, nessun amico di Marielle è ancora riuscito a decifrare.

La città meravigliosa

Chi comanda in favela è Johnny, i giornali hanno scritto cose diverse ma i miei amici confermano: chi comanda oggi nella favela Rocinha è Johnny. I giornali hanno scritto di un conflitto tra il genero di Nem (antico capo legato a Amigos Dos Amigos e forse passato oggi alla fazione Terceiro Comando Puro), i giornali hanno scritto di un conflitto tra il genero di Nem, marito della figlia, quella stessa figlia che da piccola con la sua deformazione offrì al padre la scusa per entrare nel narcotraffico offrendo i suoi servigi in cambio delle spese per operazione chirurgica e medicinali, i giornali hanno scritto di un conflitto tra il genero di Nem, soprannominato Modelo per la sua bellezza e per il vezzo di farsi fotografare in pose da… modello, e il braccio destro di Rogerio 157, antico capo oggi, come Nem, in prigione e legato a Comando Vermelho, braccio destro soprannominato O Genio per le indiscusse doti strategiche espresse prima, durante e dopo gli scontri del settembre duemiladiciassette.

Secondo i giornali gli scontri a fuoco in favela sarebbero dovuti alle contese territoriali tra la fazione Comando Vermelho legata a Rogerio 157 e, quindi, a Genio e la fazione Amigos Dos Amigos legata a Nem e quindi a Modelo. Sempre secondo i giornali però lo scenario sarebbe in continua evoluzione e Nem, in prigione, avrebbe deciso di passare alla fazione Terceiro Comando Puro (quella che nel centro della città e vicino all’aeroporto internazionale gestisce favelas divenute evangeliche nelle quali chi segue dottrine spiritiste afro discendenti viene riempito di botte e espulso). Nem avrebbe preso questa dolorosa decisione per assecondate l’ingresso nella guerra del narcotraffico di Rio della fortissima e potente fazione di San Paolo chiamata Primeiro Comando da Capital, PCC, la quale monopolizza ormai la vendita di droga nella capitale paulista e con buon piglio imprenditoriale starebbe tentando di allargarsi, cercando di entrare nel dinamico mercato carioca. I miei amici però, che poco sanno di San Paolo e dei tentativi di PCC di entrare in conflitto con CV e ADA, alleandosi con TCP, conoscono bene la Rocinha e mi hanno confermato: chi comanda oggi è Johnny, un ragazzetto amico di Rogerio 157, quindi affiliato a Comando Vermelho, che era compagno di banco nella scuola pubblica di Gavea, quartiere altolocato vicino alla Rocinha, era compagno e amico fraterno di ***, mio amico personale e fonte di varie informazioni.

Johnny è un tipo calmo, riflessivo, legato più al business della droga che a quello delle armi, il cui intento è quello di ritornare al basso profilo, alla vendita discreta e costante di cocaina e marijuana agli abitanti della favela e a quelli dei dintorni, evitando inutili spargimenti di sangue. Il potere comunque non è saldamente nelle mani di Johnny, continua ad esistere il rischio di una nuova invasione di ADA, istigata da Nem (dalla prigione) e capeggiata da Modelo, o di TCP, istigata da Nem (dalla prigione) e da Primeiro Comando da Capital che fornirebbe armi e munizioni ghiotto com’è di impadronirsi dei punti di vendita di droga della favela.

Se allarghiamo l’orizzonte, se usiamo una lente maggiore ci accorgiamo che questi conflitti segnano solo una parte del puzzle chiamato Rio de Janeiro. L’altra parte si chiama Milicia, Milizia in italiano, ed è costituita da interi quartieri e favelas comandati non dal narcotraffico ma da banditi che di mestiere fanno i poliziotti. In tali zone (Rio das Pedras, Madureira e tutti i comuni della Baixada Fluminense, e molte altre) la presenza di criminali in bermuda, a torso nudo è ridotta al minimo. Al minimo sono ridotte le sparatorie. Chi vi abita però è obbligato a pagare una tassa ai poliziotti in cambio della sicurezza, di internet, del gas, dell’acqua corrente. Proibito è rubare, chi è colto sul fatto viene ammazzato. Proibito è investigare, chi cerca di dare un volto e un nome agli anonimi pseudo agenti dello stato viene brutalmente assassinato. Tali agenti si muovono dentro macchine i cui vetri sono scuri, ammazzano in gruppo soprattutto quando i nemici (contravventori delle leggi di convivenza non scritte, oppositori, banditi, narcos o poliziotti di battaglioni – fazioni rivali) sono riuniti nei bar a bere birra. La recente morte in pieno centro di Marielle Franco, eletta circa un anno fa con quarantaseimila voti, rappresentante del partito PSOL (Partito Socialismo e Libertà) nell’assemblea comunale di Rio, sembra possa essere imputata alla Milizia. La modalità dell’assassinio (macchina parcheggiata in attesa, pedinamento, spari puntuali con buona mira) ricorda omicidi precedenti, uno su tutti, quello del giudice donna Patricia Acioli ammazzata mentre era alla guida della sua macchina, a Niteroi. Patricia, come Marielle, investigava l’operato della Milizia e non si dava per vinta nemmeno di fronte agli insulti e alle minacce…