Risvegli

Quel collo venoso tendente al verde come un mare tenebroso, misterioso che non sai se ti ci puoi tuffare era lì, davanti ai suoi occhi vogliosi, era la festa d’infanzia che non aveva mai avuto e lui la baciava, le baciava il collo rigido e flessibile che si contorceva e poi la bocca ed aveva il sapore della delizia. Dal collo scendeva ma rimaneva attaccato a lei come un rettile ad una colonna e ora le succhiava le tette che erano quelle di una dea e di un animale, il suo istinto bestiale finalmente si era svegliato; lei chiudeva gli occhi, digrignava i denti, lui cercava di indovinare chi era, forse Aline del centro spiritista o forse no, troppo magra Aline, questa era bella soda e lui le baciava la pancia bianco latte che si gonfiava e sgonfiava come una barca galleggiante sul mare. Don Matteo riempiva di saliva quella pancia molle, flessibile e dura, impenetrabile come roccia e scendeva, scendeva fino al pube aperto, spalancato davanti ai suoi occhi. Non ricordava di averne vista una così dal vivo, di averla vista mai, non aveva mai visto nuda sua madre, forse sì, una cuginetta, quando erano molto bambini… Aline o chi per essa si muoveva e adesso gli prendeva la testa tra le mani e lui sul pube ci sbatteva prima il naso poi ci infilava la lingua e lei sibilava come un serpente, come una biscia e lui leccava prima piano poi all’impazzata mentre lei gli stringeva la testa e gliela spingeva contro l’incavo tra le gambe. Lui si chiede se è disgusto ciò che stava sentendo, o piacere, e non sa rispondere, la domanda ha però distrutto l’incanto e il prete si sveglia nel monolocale di Copacabana che ha affittato in questo momento di attesa.

Una luce debole sta cercando di invadere lo scuro della notte, si sentono i rumori delle macchine e i versi degli uccellini. Don Matteo, magro, in piedi davanti al letto, osserva la parte bassa del suo corpo. E’ in mutande, senza maglietta o canottiera, al collo non porta il crocifisso di legno che ha appoggiato prima di addormentarsi sul comodino. A coprirgli il pube solo un paio di boxer bianchi e neri. Il religioso italiano guarda con stupore quello che ha sempre considerato un misero, piccolo pene e lo vede gonfio, duro, pronto a colpire, ad amare, ad esplodere. Stupidamente ricorda quando era bambino in visita con i genitori vicino a Napoli, presso i resti di Pompei. C’era una casa che pareva un tempio e magari lo era un tempio dell’amore, o un postribolo, fuori c’era una statuetta raffigurante un uomo basso con un pene enorme. Qualcuno aveva detto “E questo cosa significa?” e suo padre aveva risposto “Che ci non ce l’ha duro come questa statua non può entrare”. Il padre di Don Matteo era un morigerato commerciante di pellami, e quella fu un’uscita incongrua, lontana dal suo profilo di uomo buono. E forse proprio per questo più intima, più vera, il padre di Don Matteo cioè, lontano da casa e dagli affari del quotidiano, si era espresso più liberamente e aveva rivelato un dettaglio importante della sua indole, quello di essere un assatanato di sesso. E di conseguenza anche la madre…

Il religioso italiano, in piedi in mezzo alla piccolissima stanza non molto pulita, continua ad osservare l’erezione che il sogno ha prodotto. Pensa di pregare, come ogni mattina, due Padre Nostro, due Ave Marie e tre Angelo custode ma poi si dice che non è il caso. Non è nemmeno il caso di masturbarsi, non lo fa da troppo tempo. Torna a sdraiarsi, la testa sulle mani, le mani sul cuscino, pensa a tante cose, non ultima a quella fidanzata di molti anni fa che sul più bello lui rifiutò quando decise di farsi prete. A lei il seno non gliel’ha mai baciato… E allora chi è la donna del sogno, chi è la donna che tanto desidera, una prostituta? No, lui non è tipo da prostitute, non ce la fa a pagare per fare del sesso, non perché pagare debba essere umiliante ma perché quei soldi fomenteranno un mercato illecito, disonesto, pieno di soprusi, lui non è tipo da partecipare a questo tipo di contrabbandi, a lui non piacciono i magnaccia e non gli piacciono nemmeno i narcotrafficanti. E non gli piacciono i poliziotti che prendono soldi dai magnaccia e dai narcotrafficanti. E allora chi è la donna del sogno?

La domanda gli gira e rigira per una buona mezz’ora per la testa fino a quando Don Matteo giunge alla conclusione che lui non vuole conoscere una donna solo per sfogare il suo istinto bestiale e godere, liberarsi di tutta quella energia da cinquantenne atletico e puro. Lui vuole conoscere una donna da amare, perché quello è l’unico modo che il religioso conosce per accontentare il suo corpo e Dio, che quel corpo ha creato.

 

 

 

 

 

 

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Il dubbio

 

 

 

  • E noi qui e altrove cerchiamo la pace nello spirito, la pace dentro, e la troviamo perché lo spiritismo spiega tutto.
  • Fai un esempio – dice Don Matteo, seduto al primo piano nella saletta delle riunioni del mercoledì.
  • Quel ragazzo di Goiania che è entrato nella scuola e ha ucciso con due pistole una dozzina di compagni… Poi la maestra, che è stata colpita, lo ha convinto a non ammazzarsi… E ora è in prigione o in clinica… Hai visto l’intervista a uno dei genitori di una vittima? Quello davanti alle telecamere ha detto io non sono preoccupato per mio figlio che è stato molto amato e ora sta in un posto migliore di questo, io sono preoccupato per l’assassino, per il suo equilibrio, cosa gli sarà passato per la testa?
  • Hai ragione – è intervenuto l’omone con gli occhi chiari – lo spiritismo ci dà la fede necessaria per sopportare i mali di questo mondo e per avere compassione di ogni essere umano.
  • Esattamente – Aline, la riccia, ha ripreso a parlare – i media in toto hanno condannato l’atto del ragazzo e, se potessero, lo lincerebbero assieme a qualche genitore ma pochi, pochissimi si sono chiesti quali fossero le estreme sofferenze che lo hanno indotto a spargere quel sangue.
  • Se così fosse – Don Matteo, cattolico italiano a Rio per aiutare i poveri della favela, costretto all’inazione in un monolocale poco accogliente a causa di un’ondata di violenza, visitatore assiduo di centri spiritisti e terreiros di Umbanda, ha di nuovo preso la parola – se così fosse dovremmo avere pena anche di Giuda e chiederci cosa avrà indotto uno degli apostoli prediletti a tradire il Maestro e dovremmo ritenere che il traditore invece di impiccarsi avrebbe potuto riflettere su ciò che aveva fatto; ma il peccato che aveva commesso era troppo grande, consegnare il figlio di Dio nelle mani dell’ingiusto tribunale del sinedrio non era cosa da poco, per Giuda non ci fu perdono…
  • Non lo puoi sapere, Matteo – Aline insiste e lo fa con un sorriso pacificatore che irrita l’italiano, profondamente – forse Dio Giuda lo ha perdonato, forse l’anima di Giuda, disincarnata, è stata accolta da spiriti di luce che, anno dopo anno, secolo dopo secolo (il tempo è relativo nel mondo spirituale) lo hanno educato alla riflessione sulla gravità dell’atto compiuto, senza giudicarlo, forse Giuda, lo spirito di Giuda un giorno è tornato ad abitare sulla terra in nuove spoglie, forse Dio nella sua infinita bontà lo ha graziato, nonostante abbia tradito il suo unico figlio, e gli ha concesso la possibilità di una nuova incarnazione -.

 

Il religioso italiano non ha la forza di ribattere, c’è troppa sicurezza dietro gli occhi di Aline. Don Matteo la osserva e la trova carina: sicuramente è una donna che ha sofferto e che nella religione ha trovato una medicina per il suo dolore. Chi è lui per giudicarla, lui che molti anni fa è scappato dalla donna, dalla ragazzina che amava perché non sopportava il peso dell’aggressività che quell’amore gli disegnava nella mente, nel cuore?

Lo spiritismo spiega tutto con la reincarnazione, questa la differenza maggiore dal cattolicesimo. Il paradiso e l’inferno non esistono, esistono nuove vite nelle quali pagheremo per ciò che abbiamo fatto. O godremo la felicità della raccolta dei frutti dei buoni semi che abbiamo sparpagliato in terra fertile nelle passate incarnazioni. La colpa non esiste, non esiste il peccato o il giudizio, ogni azione ha le sue conseguenze, volenti o nolenti, in questa vita o nella prossima.

Il prete alza la fronte verso l’orologio e vede che mancano pochi minuti alla fine della sessione. Tra poco Aline, bianca come una rosa, dirà che, due alla volta, i partecipanti possono andare nell’altra stanza dove verranno loro imposte le mani per lo scambio energetico. Poi, prima di uscire, tutti berranno un bicchierino di acqua fluidificata dalla presenza di buoni spiriti, rituale questo che, secondo gli spiritisti, era realizzato anche ai tempi di Cristo, dai suoi seguaci. Ma l’italiano ha paura di uscire da quel centro, nella Rua Viuva Lacerda, sotto al colle del Corcovado, quello con il Cristo dalla braccia aperte, sul cocuzzolo. In quel posto tutto pare avere senso, tutto ha una spiegazione e la rassegnazione è la virtù più insegnata. Da quando il cattolico si è messo a girare, per ingannare il tempo perso a non fare il bene, decine di spazi religiosi, il centro spiritista Lar do Amor è quello nel quale si è sentito accolto, non tanto dalle persone che gli hanno aperto la porta, ma da una specie di pace interiore che lo assale tutte le volte che varca quell’entrata. Lui ha riferito questo suo pensiero a Lina, la negra che comanda là dentro, e lei gli ha detto che sono gli spiriti illuminati di quella casa dell’amore che si incaricano, quando lui si presenta al loro cospetto, di allontanare dalla sua mente i pensieri più riottosi, più confusi. E lei vede, lei sente che la mente di Matteo è disturbata da troppe cose, da troppi desideri e da infiniti dubbi intorno alla sua stessa vocazione e alla sua missione qui in Brasile, quella di aiutare adolescenti, che pare non poter proseguire a causa dell’eccesso di pericoli per un prete italiano dentro alla favela.

Adesso però sono le nove e venti della sera e Don Matteo saluta Aline, Lina e tutti gli altri, li saluta cordialmente come sempre. E, come sempre, appena mette piede in strada e sente il rumore delle macchine, delle ambulanze, degli elicotteri della polizia e della stampa che, come scarafaggi, sorvolano la città ormai in guerra già da un pezzo (è guerra di fazioni di narcotrafficanti), lui capisce quanto sia folle credere che tutto questo abbia un senso, e un Dio.

 

FAVELADO – Quaranta racconti da Rio de Janeiro

A partire da metà dicembre i miei racconti saranno in vendita, in un volume intitolato “Favelado”, pubblicato da Ofelia Editrice, grazie all’interessamento di Fabio Carbone, di Lecce. A gennaio presenterò questo libro assieme all’editore a Pesaro il 13 e, a fine mese, a Lecce.
Spero che qualcuno tra voi abbia voglia di leggerli. Io credo di aver trovato finalmente la forma letteraria nella quale mi sento più a mio agio. Le storie sono diverse ma i personaggi si rincorrono, si incontrato e scontrano tra un racconto e l’altro creando un quadro d’insieme ambientato prevalentemente in favela, a Rio.
Un saluto a tutti e, con chi ci sarà, ci vediamo a gennaio!

Lo straccione

Dove un tempo c’era un bar pieno zeppo di prostitute con i tesserini con le foto sopra che dichiaravano come professione quella di ballerina, oggi c’è un ristorante chiamato Immacolata Concezione. Dove un tempo c’era un baretto che i paulistani, i mineiros e i capixaba in viaggio di affari a Rio frequentavano quando volevano una o più ragazze con cui passare la notte, ora c’è una chiesetta evangelica, un tempio di due stanze con le sedie rosse e il pulpito per i discorsi del pastore. Il Cicciolina, discoteca luogo di incontro tra turisti e prostitute con musica rigorosamente anni ottanta, ha chiuso. Ha chiuso l’Help, storico locale del Posto Cinque, a Copacabana, dove “anche le guardarobiere sono puttane”, così disse un pilota Alitalia quando mi consigliò di visitarlo.

Copacabana non è più quella di una volta e Don Matteo, prete missionario, parcheggiato in un monolocale perché i suoi progetti sociali nella favela sono stati sospesi a tempo indeterminato a causa di un’ondata di violenza, è disperato. Gli hanno suggerito, per sfogarsi, di entrare al piano sopraelevato di una casettina nella Barata Ribeiro, angolo Siqueira Campos, una costruzione giallognola ma lui, che ci è andato a curiosare davanti, ha visto uscire dalla porticina misteriosa un donnone grasso e sfatto, per niente attraente, e subito gli è passato qualsiasi anelito all’erezione che poteva finalmente sverginarlo.

Don Matteo a Copacabana a parte vaneggiare intorno alla scopata straordinaria che potrebbe dare un’altra direzione al suo viaggio in Brasile, e alla sua vita, non ha niente da fare. Chiuso in una stanza di pochi metri quadrati beve birra scadente e mangia tartine al formaggio, davanti alla televisione. Fuma, tra un telegiornale e l’altro, e ogni tanto viene sorpreso dalle sparatorie nella vicina favela di Tabajara nella quale, come in tutte le favelas di Rio, le fazioni Amigos dos Amigos e Comando Vermelho si stanno contendendo il territorio. A causa della violenza e dell’insicurezza nell’accesso ai luoghi di rivendita di droga, i narcotrafficanti stanno diventando poveri e la manodopera del narcotraffico ha ripreso a sorprendere, armata, i passanti e a rubare cellulari, orologi, collane, orecchini. Nessun quartiere di Rio è sicuro. Don Matteo ha paura di uscire di casa e, quando vi è costretto, si aggira guardingo tra la salita di Tabajara e la più vicina panetteria o entra furtivo nello Shopping degli Antiquari della Siqueira Campos e consuma un pasto frugale in un qualche self service osservando sempre sospettoso i clienti e i passanti peggio vestiti e più scuri di pelle. Probabilmente la sua è una forma di razzismo, ma il tipico ladruncolo omicida il prete italiano lo immagina negro e mal vestito come quello che sta bevendo, davanti a lui, della cachaça da un bicchiere dozzinale, da cucina. Il prete è seduto su uno sgabello di legno dentro alla galleria dello Shopping degli Antiquari, al bancone di un bar sgangherato. Tra i clienti due figuri con la maglietta bianconera del Santos, che forse non sono abitanti di Rio, e il negro scalzo, bermuda strappati, anche lui appollaiato su uno sgabello. Il missionario italiano, di fianco allo straccione, beve una birra gelata e fissa lo schermo della televisione con la consueta partita di calcio. In Brasile, come in Italia, tutti i giorni in televisione c’è il calcio. L’italiano si annoia da morire e sta pensando alla serata, cercando di risolvere tra sé e sé il continuo dilemma tra la soddisfazione dell’impulso sessuale e l’astinenza. In realtà gli hanno consigliato di visitare Enrico, il parroco della chiesetta all’ultimo piano dello shopping, italiano come lui, di Sondrio mentre lui è di Milano ma a Matteo gli sono sempre piaciute le montagne. Amici di amici gli hanno scritto che Enrico sicuramente lo aiuterà con i suoi progetti nella favela ma a cosa gli serve l’ausilio del connazionale se nella favela tutti i giorni sparano, se sotto il fuoco incrociato lui gli adolescenti suoi studenti non ce li può far passare?

Matteo svuota il bicchiere di birra quando il negro salta giù dallo sgabello emettendo un grido strano, da svitato, e sbatte i piedi nudi contro il suolo. L’italiano si spaventa e, d’istinto, afferra il cellulare nella tasca e il borsellino, con le carte di credito e le monetine. Il barbone con i capelli ricci fissa l’italiano. L’italiano di mezza età fissa il ragazzo a cui mancano due denti.

  • Me lo dai qualche soldo? – chiede quello.
  • Certo, certo – risponde ansimante Don Matteo che dal borsellino estrae una banconota da cinque reais e gliela porge.
  • Barista! – grida l’uomo sporco – Ne voglio un’altra -.

L’inserviente riempie di cachaça il bicchiere del cliente e lancia al missionario un’occhiata di rimprovero.

 

 

 

I problemi di Don Matteo

 

 

La luce soffusa, azzurrognola davanti al Centro Spiritista Lar do Amor non pare artificiale. Eppure viene dal lampione; della luna, in questa serata, non c’è nemmeno l’ombra. Il prete italiano è seduto sul muricciolo, gambe tra le braccia, braccia sulle ginocchia, indossa una tuta da ginnastica, e pensa. Fra poco entrerà. Ha già adocchiato almeno due membri del Centro che sono passati attraverso la porta marrone, sotto alla scritta azzurra “Casa dell’Amore”. Loro non l’hanno notato, non lo conoscono bene, l’hanno visto due volte soltanto in due distinte sedute distanti almeno tre mesi l’una dall’altra. Ma lui oggi è tornato, pieno di problemi, di preoccupazioni, di frustrazioni. E anche un po’ annoiato.

Don Matteo guarda l’orologio, è l’ora, può entrare anche lui senza dare troppo nell’occhio, senza indurre nessuno a pensare che è arrivato presto, che è un tipo ansioso… Lui è ansioso, è angosciato, vive accerchiato dai pensieri che, come fantasmi, gli sbarrano il cammino. Se ne vorrebbe liberare, ma Dio sembra non volere ciò che vuole lui. I desideri del Creatore paiono distanti, differenti, quasi indifferenti…

  • E’ la prima volta? – gli chiede una signora ben vestita, sulla porta.
  • No, la terza – risponde l’italiano che, su un tavolino di fianco all’ingresso, firma con nome e

cognome ben leggibili il blocco delle presenze. Lui sa che il lunedì seguente quei nomi, quelle parole, verranno sottoposti all’attenzione degli spiriti incorporati in uno o una dei medium che stasera, sorridenti, al secondo piano, leggono il Vangelo.

Il prete cattolico, apostolico, non romano ma milanese, ricorda la visita della settimana scorsa a un terreiro di Umbanda, religione affine ma diversa dallo spiritismo kardecista del Lar do Amor. La prima grande differenza è l’estrazione sociale dei frequentanti e il colore della pelle, anche se Lina, una delle leader del centro Lar do Amor, è negra. E’ l’unica. Nel terreiro di Aboliçao, quartiere periferico, pericoloso, accerchiato di favelas oggi in guerra l’una con l’altra, di negri ce n’erano parecchi. La grande diversità risiede poi negli spiriti che vengono chiamati, invocati, nell’Umbanda sono più rudi, più diretti, il contatto con i visitanti è immediato, qui, nel centro kardecista, è filtrato, nessuno degli ospiti parla direttamente con gli spiriti, sono i dirigenti della casa che ci parlano e, se i disincarnati hanno qualcosa da dire a uno dei partecipanti all’ultima sessione, il messaggio verrà puntualmente recapitato ma non nella sua interezza bensì nel modo nel quale Lina o una delle sue colleghe decideranno di comunicarlo.

Don Matteo è in crisi, per questo frequenta così tanti centri religiosi. Lui, che è scappato da Milano perché non sopportava più quelle chiese di provincia sempre piene di gente poco attenta alle questioni celesti e attaccatissima a quelle materiali, ora non sa più cosa ci è venuto a fare qui in Brasile, a Rio, all’ombra della statua del Cristo Redentore (dalla sede del centro spiritista, nel quartiere Humaita’, la statua del Cristo si vede per davvero). Il prete era convinto di essere venuto a Rio per salvare delle vite, per aiutare il maggior numero possibile di adolescenti a uscire dal narcotraffico. Ma adesso non sa più se è vero. E, mentre sale dietro alla negra le scale che dal pianterreno portano al secondo piano, quello adibito alla Lettura, Matteo pensa al suo futuro e lo vede pieno di cattive sorprese.

  • Siediti qui – gli dice la donna con i capelli grigi arruffati e un occhio leggermente chiuso.

Matteo non è solo. Oltre alla dirigente, ci sono una decina di persone che lui non aveva visto nelle precedenti visite. Matteo chiude gli occhi e subito li riapre perché sente che rischia di addormentarsi. E’ stanco. Non si sente bene.

  • Allora adesso che ci siamo tutti, prego il nostro fratello di presentarsi. Qualcuno di voi deve conoscerlo, ma, per molti, è uno nuovo. Allora, fratello italiano, parlaci di te! – Lina è simpatica, è affabile; il prete non capisce perché le sue parole gli diano così fastidio.
  • Ciao a tutti, io sono Matteo, sono cattolico, sono un prete di Milano. Vivo in Brasile da qualche anno e collaboro nella favela Rocinha con un’organizzazione non governativa chiamata Unione delle Donne per il Miglioramento della Roupa Suja, Roupa Suja è il nome di un quartiere della favela; ecco, ero contento, entusiasta di quello che stavo facendo fino a quando nella favela è scoppiata la guerra, che è una vera e propria guerra senza nessuna etica, senza inibizioni: corpi mozzati, uomini e donne bruciati vivi e sparatorie continue… Le persone della organizzazione hanno detto che non possono garantire la mia incolumità e che stavo diventando un peso, mi hanno chiesto di restarmene calmo per un po’ da un’altra parte, io ho preso in affitto un appartamento a Copacabana e… mi annoio da morire! Sto pensando di tornare in Italia a Milano da mia madre mentre fino a pochi mesi fa ero sicuro che questa era la mia missione, la missione che Gesù mi ha affidato ma cosa posso fare, farmi ammazzare per testimoniare con il martirio l’attaccamento ai valori del Vangelo? Se morirò come farò a salvare qualche promettente adolescente dal narcotraffico, come farò a farlo studiare? Non c’è niente da fare, devo far passare il tempo a Copacabana accerchiato da chiese evangeliche efficientissime e da altrettanto efficienti postriboli. L’altro giorno mentre camminavo per la Nossa Senhora alle cinque del mattino, una prostituta mi ha adocchiato, ha agitato la borsetta e io ho sentito il morso della tentazione. Per fuggirvi sto frequentando tutti i possibili centri religiosi, Umbanda, Candomble’, Chiese Evangeliche, Spiritismo e sto partecipando ogni domenica a tre, quattro messe ma niente riesce a calmarmi, solo la favela ci riuscirebbe, e la realizzazione dell’ideale che mi sono prefissato… -.

 

I partecipanti alla sessione lo guardano perplessi. Lo sfogo del religioso di Milano è stato interessante, e profondo, e ha sollevato questioni capitali come “sarà poi vero che veniamo al mondo con una missione da compiere”? Tutti però pensano che la pazienza è un’arte e a loro gli spiriti questo hanno insegnato, che ogni cosa avviene quando deve avvenire e che è inutile farsi prendere dal panico, dall’ansia. A dirlo al prete è Caetana, un donnone dallo sguardo solidale. E Matteo la ascolta attentamente, tentando di succhiare da quelle parole comprensive il segreto della pace, della tranquillità. Se poi non riuscirà a calmarsi, non c’è bisogno che torni a Milano dalla mamma. Può sempre trovare una prostituta a Copacabana, quartiere famoso nel mondo intero per l’avvenenza e la leggerezza delle donne che vi abitano. Don Matteo, barba lunga, calvizie incipiente, da frate, un uomo vergine sulla cinquantina, forse ha trovato la soluzione dei problemi che gli sovviene fulminea come un’intuizione: niente favela, niente giovani da salvare, niente Vangelo, niente Gesù ma il profumo delizioso e nauseabondo di una vagina femminile, da penetrare.

 

La nave

La tua stanchezza mi opprime

la rabbia si è sostituita ai consigli

l’assenza di amore può cedere all’amicizia

il pudore di un attimo

l’indiscrezione di una parola

non è mai gratuita

e riscalda, e come,

il cuore

 

affranto forse non è il mio

può essere non ti abbia capita

ma, ti prego,

guarda i migliaia di chilometri

percorsi, abbraccia il passato

come un amuleto

da erigere in faccia

al momento che io, te e il mondo

sgomenti

affoghiamo

 

se non ci amiamo almeno un po’

la sera

solo perdonandoci

capiamo che un sorriso sincero

di un figlio, di un cane, di un fiore

è tutto ciò che abbiamo

 

L’ambizione è buona

quando è bagnata da un tocco fatato

altrimenti il deserto

è il destino

di ogni principe incantato

un paesaggio di montagna

con le cascate, i cerri rossastri

le gambe nell’acqua ai ginocchi

e il battesimo di chi ha bisogno

di cominciare

questa è la mia ambizione

non amo tergiversare, i problemi di erezione

mi interessano solo quando mi annoio

quando mi diverto come un fanciullo vergine

niente mi può fare male.

 

Lascia che sia io il folle capitano di questa barca

un pazzo in fondo vale l’altro

nel mese di gennaio

e io, nonostante la calvizie e le preoccupazioni,

ancora distinguo un bel tramonto

dalla luce artificiale

delle inibizioni

non ti lascerò

se dovrò farlo, piangerò

la mia nave però raggiungerà quel porto di perfezione

che sogno da quando sono marinaio.

Lode alle difficoltà

Lodato è Dio quando tutto va male

le macerie si aggiungono a macerie

solo semplici complicatissime intemperie

lodata è la speranza, la pace spirituale.

 

Lodato è Dio quando ci sorprende

perché chi ha fede non si arrende

mai

lodato è Dio dai bottegai

dagli usurai, dagli usurpatori, dai ruffiani,

lodato è Dio da uno stuolo folto di puttane

sventolando le sottane di molteplici colori

getteremo in acqua i fiori

ci genufletteremo

chiederemo perdono e se il cuore sarà puro

Dio lo capirà.

 

Lodato è il sentimento di resistenza,

lodata è l’attenzione che Dio concede

lodate son le foglie ingiallite

rinsecchite, lodate son le doglie

di qualsiasi madre

ciò che importa è la nascita, la vita

il dolore una madre lo sopporta.

 

Lodata è la pena fisica

lodate sono le preoccupazioni

lodati sono il panico e il terrore

che, grazie a Dio, cederanno il posto

al buonumore.