Ofelia Editrice

Voglio fare i complimenti a Fabio Carbone e a Ofelia Editrice per due bellissimi romanzi pubblicati da Ofelia, che ho appena letto.
“La leggende del Burka” di Thomas Pistoia è una favola crudele ambientata in una città immaginaria molto simile all’Afghanistan. E’ scritto con impressionante maestria da una penna che ha anche sceneggiato Nathan Never. L’eroina è da fumetto, le descrizioni delle scene di azione non mi hanno abbandonato nemmeno durante i sogni dell’ultima notte. Il romanzo è una lode alla femminilità e al rispetto delle donne in ogni società, l’eroina è la vendicatrice delle violenze subite da parte di mariti, uomini, padri e parenti arroganti, ingiusti…
“Il giro degli ormoni” di Giancarlo Addonisio è invece un vortice di emozioni intrise di sesso, incontri e scontri quasi casuali ma legati dalla parola destino, letti a ore, stazioni ferroviarie, case lussuose e anonime nelle quali i personaggi trascorrono il tempo di un amore che non è mai quello giusto. Ma è qualcosa. Mi ha colpito la dolcezza della inebriante scrittura di Addonisio che fa da contrappunto alla solitudine, alla disperazione, all’inutilità…

 

http://www.ofeliaeditrice.it/?page_id=1530

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LO SPIRITO DI MILANO

darsena

 

Il riflusso della Darsena sballottava i due viandanti, comodamente seduti nella gondola, di qua e di là. Il cielo grigio rannuvolato e la giornata fredda, insolita per la moderna Milano sempre più calda e inquinata, rimandavano alla Milano di una volta, quella con la nebbia o con la neve.

I Navigli, vecchi compagni in gita in città dopo una breve escursione nel Pavese, erano puliti, limpidi ospitavano sulle acque cigni, anatre e altri generi di animali. Sotto c’erano i pesci felici per il freddo finalmente di stagione e per la presenza di turisti che gettavano chicchi di non so cosa, da mangiare.

I viandanti nella gondola si baciavano e chiacchieravano come non facevano da tempo.

  • Cosa ti ha stupito di più?
  • Quell’uomo stralunato dentro al bar, alto, forte, quell’energumeno.
  • Cosa aveva di speciale?
  • Gli occhi dilatati, l’insofferenza per il tipo accanto a lui; l’ha spintonato poi mi ha guardato (gli ero seduto di fronte), mi ha fissato ma non mi ha visto, i suoi occhi non vedevano niente, solo il suo dolore. Mi hanno ricordato i miei, in questa stessa città, tanti anni fa.

Tutt’attorno le onde leggere e milanesi educati dall’inconfondibile accento, intabarrati nei cappotti, indaffarati come sempre. E i bambini che uscivano da scuola con le pizzette tra i denti. Qualche suora sulla scale di una chiesa e molti stranieri, soprattutto senegalesi che vendevano braccialetti colorati. Al Duomo la coppia aveva incontrato cittadini del Bangladesh che distribuivano mais per i piccioni, i turisti russi, turchi, indiani e italiani potevano farsi appollaiare i piccioni sulle mani, sulle spalle e fotografarsi così (questo non succedeva nella Milano di una volta). Le foto gliele scattavano quelli del Bangladesh con i capelli neri e la pelle mulatta, gliele stampavano immediatamente e il ricordo della giornata era assicurato.

  • E tu cosa ne pensi? – chiede l’uomo.
  • Io Milano l’adoro, i negozi del centro sono uno specchio per le allodole certo, ma così carini, così pieni di tutto e poi è una città imponente, una città seria.
  • Sai cosa ho immaginato? – dice lui – Ho immaginato che l’uomo grosso del locale birraiolo è uno psicopatico. Ha già due ricoveri alle spalle nel reparto psichiatria di qualche ospedale della periferia. Uscendo dal locale ha preso la macchina e ha deciso di vendicarsi del dolore che sente, ha deciso di riversarlo su qualcuno.
  • Mi rovini la digestione, smettila – dice lei sorridendo condiscendente, ma non troppo.

E lui si zittisce, rimuginando l’immagine del tale psicopatico in macchina che investe i passanti casualmente come un attentatore. Gli occhi strabuzzati, rubizzo al volante grida “Prima gli italiani” e investe, cerca di investire i senegalesi, i marocchini, gli arabi, i nigeriani e quelli del Bangladesh con la macchina fotografica appesa al collo. Inevitabilmente però prende un po’ tutti e tra i morti sono numerosi i milanesi, i calabresi, i siciliani. La notizia rimbalza sui giornali di tutto il mondo e la foto del pazzo accompagna l’articolo di spalla in prima pagina nel quale viene tratteggiata la biografia del ragazzo, i problemi nell’infanzia, le difficoltà scolastiche, le intemperanze, gli scatti d’ira coi cugini… Il leader della Lega Nord in un’intervista a centro pagina spiega che lo slogan “Prima gli italiani” niente c’entra con le nefandezze dell’invasato, non è colpa sua se il mondo è pieno di squilibrati. I leader della Sinistra e del Movimento a cinque stelle invece discutono attraverso i giornali del problema dell’immigrazione, della percezione di pericolo che tanta gente straniera trasmette agli italiani e della necessità di una legge che regolarizzi il flusso di immigrati. Nessuno si sofferma sulla solitudine, sull’isolamento, sul dolore dell’attentatore che, in manette, ha dichiarato di aver agito sotto un impulso demoniaco, ha dichiarato d’essere stato indotto all’atto da voci che gli rimbalzavano nel cervello fin dalla visita al locale, voci che lo inducevano ad uccidere per dare un senso alla sua vita.

  • E adesso dove andiamo? – chiede la moglie al marito. La coppia è scesa dalla barchetta e si trova davanti a un bel locale i cui vetri danno sulla Darsena, dentro è pieno di buone cose da mangiare, fuori i tavolini al freddo sono riscaldati da fuochi artificiali.
  • Vorrei mostrarti il vicolo dei Lavandai, sul Naviglio Grande. Un tempo ci lavavano i panni, oggi ci sono atelier di artisti che espongono i quadri. Ti va?
  • E me lo chiedi? Milano è bellissima…

Stereonotte Radio Rai Uno

Ieri sono stato a Radio Rai Uno, ospite di Max De Tomassi. Grazie al suo assistente Danilo, sono anche riuscito a fare un giro per gli studi, sono entrato in due stanze nelle quali stavano andando in onda e Danilo mi ha fatto da guida… La diretta è stata un’esperienza interessante, nuova per me. Segue la registrazione dell’intervista e la lettura del racconto IL COMMERCIALISTA HA PERSO LA TESTA, preso dalla mia raccolta.
Ate’!

 

FAVELADO – um conto do livro, traduzido.

                                               O COMERCIANTE PERDEU A CABEçA

Foi capturado, era o responsável pela contabilidade da facção rival, conhecido por ter enriquecido bastante com o narcotráfico. Estava no meio do grupo de invasores, todos exterminados nas margens do Chicão, o riozinho cheio de excrementos que faz divisa com a parte leste da favela, riozinho ao lado do qual, nos dias de calma, os traficantes vendem a droga. Os ocupantes atuais da favela (à espera da oficialização da santa aliança com a facção de Mato Grosso) esperavam, uns deitados no chão, outros com o cano da metralhadora exposto fora da janela de um dos casebres coloridos, construídos, apoiados como animais raquíticos sobre as lojas dos revendedores de aves. Esperavam sem surpresa, tinham aguardado a noite inteira, entre whisky e cocaína, a chegada dos inimigos. Houve um deles que chegou a dançar, o longo cano do fuzil bem à vista, ostentando uma falsa calma, uma superioridade ilusória. No coração de todos, fervia o ódio. E quando de manhã chegou o exército invasor, composto de uma centena de soldados valentes, entre eles o ex-comerciante, o antigo gestor dos lucros da venda de droga, começaram os confrontos, as várias batalhas na rua do Sol, travessa Florença, na rua Dezessete, na rua Quinze, na estrada do Colibri e, naturalmente, no Chicão.
Os soldados à espreita dispararam centenas de milhares de projéteis que dizimaram os membros do pelotão do exército inimigo, alguns feridos alcançaram o bar no qual estavam escondidos os ocupantes, isto é, aqueles que se apropriaram da favela quando o velho chefe foi encarcerado. Começaram as lutas corpo a corpo, com arma branca, facas, garrafas, a coronha dos fuzis nas cabeças, dentes agudos, dentes postiços, dentes podres nas carnes brancas, mulatas e negras. E tiros, muitos tiros, para todo lado, muitos feridos entre os moradores, entre os honestos trabalhadores da favela, mas os traficantes tinham proibido que se falasse, tinham confiscado os celulares de quem tinha tirado fotos, para não manchar a imagem, construída com empenho, de amigos, de protetores da comunidade.
No Chicão, Carlinhos, o novo chefe, aquele que, segundo Fernandão, o antigo chefe, lhe havia usurpado o poder, venceu o confronto; os vinte, trinta invasores do Chicão (o exército invasor se espalhou pelos diversos bairros da favela e hoje a maior parte está escondida na floresta) foram mortos, felizes aqueles que morreram logo e não foram torturados. As torturas foram em público, entre o bar verde azulado, os revendedores de aves e os mercadinhos com um pouco de tudo aos quais, durante as manhãs e tardes de calma, acorre gente animada, feliz da vida, cheia de vitalidade. Era meio-dia de um dia ensolarado quando as primeiras vítimas foram queimadas vivas diante dos olhos atônitos dos moradores, dos inquilinos dos estabelecimentos adjacentes. Que o exemplo ensine: não se pode rebelar. Regra são regras, quem detém o poder tem o direito de vender a droga. E quem detém o poder é o mais forte e mais cruel.
O antigo gestor, o ex-comerciante da facção rival gritava a mais não poder, pedia perdão, prometia tornar-se fiel a seus novos patrões, mas não havia nada a fazer. Foi espancado por dois fortões que riam e bebiam whisky (meia hora antes tinham obrigado dois soldados do exército inimigo a cavar as covas em que seriam jogados seus corpos). Os dois expoentes da facção vencedora tinham esbordoado o comerciante rival, obrigado a ficar de pé no centro da praça, em frente à venda de frango assado que se manteve fechada, apesar de ser a hora do almoço e do apetite da comunidade. O mais magro dos dois atirou-lhe numa perna e ele se ajoelhou, gritando. Caiu. O magro entregou ao parceiro uma longa cimitarra, verdadeira relíquia; o carrasco, com um golpe seco, cortou de uma vez a cabeça da vítima que, como uma cobra, remexia o tronco, se arrastando na areia, enquanto a cabeça mantinha os olhos abertos que imploravam piedade. Nada de piedade, neste jogo vence que a tem de menos.
Os bandidos organizaram uma partida de futebol, ali mesmo, a bola era a cabeça do ex-comerciante da facção inimiga. As traves dos gols eram as sandálias, eram caixas, eram sacos. Os traficantes vitoriosos chutavam a cabeça ensanguentada do rival de um canto a outro do campinho improvisado. E isso ninguém filmou.

Il poeta Ettore Fobo mi ha scritto:

Ciao Matteo, ho appena finito di leggere i 40 racconti di “Favelado”. So che vuoi il mio parere e ti scrivo. Innanzitutto i miei complimenti vanno alla casa editrice, per la bellissima copertina e per l’ottimo editing. Anche la quarta di copertina è ben scritta e invoglia a leggere il libro. Hanno creduto nel progetto e hanno fatto un lavoro da veri professionisti, come nel caso dell’altra casa editrice con “Come perdere l’anima”, del resto.

Il libro è bello, senz’altro fra i tuoi migliori, mi sembra il più pensato di tutti i tuoi libri, il meno viscerale ed emotivo; i racconti vengono quasi a formare un interessante romanzo a episodi in cui la cruda realtà che tu descrivi  non è abbandonata totalmente dalla speranza. Questo è un dato molto positivo, l’invito alla lotta, come nel caso del racconto di Dimitri e Giovanna, uno dei miei preferiti, anche se alla fine egli sceglie la via del crimine. Esiste la possibilità del riscatto, anche se Dimitri la spreca come spinto da un fato invincibile.  Fra i mei racconti preferiti, oltre a quello già citato, metto “La coppia” per la sua atmosfera di sobria felicità e il primo della raccolta, quello sul ragazzo che si suicida, per il crescendo di pathos che porta al finale tragico.

Il mio racconto preferito in assoluto è comunque “Anche i preti hanno la mamma”: bella l’idea e commovente lo svolgimento. Il personaggio del prete è per me il più riuscito. Idealista ma  terrestre, ambizioso ma combattuto, fedele a Dio ma pieno di umani dubbi. Un personaggio interessante, dalle molte sfaccettature. “Il commercialista ha perso la testa” è un altro dei racconti più riusciti e gli giova molto la brevità, che ne condensa l’allucinante crudeltà.

Ho apprezzato anche quei brani in cui emerge una lucida analisi sociologica del Brasile e delle sue varie dottrine religiose. Ho compreso meglio questo paese e le sue contraddizioni. Vedo un paradosso, pur essendo un libro di racconti, questo mi sembra il più unitario dei tuoi libri, c’è un filo rosso che lega tutte le vicende e le rende reali. Persino “Neve”, il racconto forse più onirico, riesce a essere convincente. Anche gli aspetti religiosi legati all’Umbanda sono meglio integrati nella tessitura dei racconti rispetto ad altre tue cose, forse perché appartengono ormai al tuo passato, se ho ben capito dall’ultima volta che ci siamo visti.

Per concludere, approvo la scelta dei racconti brevi, fotografie e frammenti di una realtà complessa. Anche la scrittura mi sembra più attenta e pulita, più curata. Diminuisce il peso della disperazione e s’intuisce una luce in fondo al tunnel di miseria e angoscia. È la strada giusta, bene. Continua in questa direzione. Un abbraccio e buon anno.

FAVELADO in giro per l’Italia

FAVELADO – Mini tour italiano – Gennaio 2018

– Nella notte tra lunedì e martedì prossimi, tra l’8 e il 9 gennaio, nella trasmissione Stereonotte di Radio Rai Uno che inizia all’1 e 30 e finisce alle 3 del mattino, leggerò in diretta dagli studi Rai un racconto della mia raccolta FAVELADO. QUARANTA RACCONTI DA RIO DE JANEIRO.

– Sabato 13 gennaio alle 18 presso la libreria Il Catalogo di Pesaro presenterò assieme all’editore Fabio Carbone di Ofelia Editrice il mio libro. E’ la presentazione ufficiale.

– Mercoledì 24 gennaio presenterò il libro a Trieste, alle 16 e 30, presso l’Associazione ACB RAIZES DO BRASIL

– Sabato 27 gennaio lo presenterò in provincia di Lecce, a Campi Salentini, terra natale dell’editore e del grande, indimenticabile CARMELO BENE.