I primi due capitoli di un testo che ho scritto quest’anno, intitolato “Il fumo della pipa va lontano”, inedito.

trip

1

Dovrei scendere e prepararmi una pipa da fumare e non è detto che dopo aver scritto non lo faccia. Quando fumo seduto sul muricciolo sotto al mio albero preferito che non so nemmeno che tipo di albero è, mi viene in mente lo spirito chiamato Pai Joaquim là della Bahia ed è a lui che mi rivolgo perché interceda più in alto dove io da solo non riesco ad arrivare, è a lui che mi rivolgo quando mi sento esausto.

E’ lui che mi ha introdotto al misterioso universo dell’Umbanda, del Candomble’, del Kardecismo, è lui che mi ha chiesto se sentivo i brividi dietro alla schiena, sul collo ed io sì li sentivo, li sento tutte le volte che penso a mia nonna e mi viene una gran nostalgia.

Mia nonna era una vecchina meravigliosa, è stata una donna meravigliosa, l’unica vicino alla quale riuscivo a sentirmi calmo, tranquillo, protetto. Non mi succedeva con mia madre, non mi succedeva con le amiche, non mi succede oggi con mia moglie, con mia nonna invece sì, succedeva perché io sentivo che il suo amore per me era gratis, lei non mi chiedeva niente, mi donava la sua anima, le sue attenzioni, il suo lavoro di cuoca, mi metteva al centro dei suoi pensieri, delle sue premure e da me non voleva niente, voleva solo che stessi bene, fossi felice.

Lo spirito Pai Joaquim della Bahia è alla nonna che mi ha fatto pensare in quel nostro primo incontro quando mi ha chiesto se sentivo i brividi sulla schiena, io ho capito che i brividi significavano la vicinanza di un’anima, probabilmente quella della nonna disincarnata nel gennaio 2008, e il fatto che io li sentissi significa che sono un medium, cioè che avverto le “presenze”. Per questo quando entro in una casa, in una scuola, palestra, in una stanza, in un bar, in un ufficio subito “sento” il posto, cioè avverto di quale natura sono gli spiriti che lo popolano assieme ai vivi, a noi che scriviamo, che leggiamo.

L’ultima volta che sono stato a Bahia, l’amico che incorpora, che viene posseduto da Pai Joaquim, prima che me ne andassi, di fronte alla mia preoccupazione, alla voglia di restare lì con lui, la moglie, i suoi figli e mia figlia, davanti alla mia voglia di scappare di nuovo dalle difficoltà, dalle tensioni, ha chiuso gli occhi e ha detto: – Mi è venuto in mente quell’albero, quello del cortiletto davanti alla palazzina in cui abiti… -. Solo questo mi ha detto, ma il sottotesto delle sue parole era “Mi è venuto in mente quell’albero e tutte le volte che vuoi collegarti mentalmente, telepaticamente con Pai Joaquim, siediti lì sotto e fuma la pipa come la fuma lui”.

2

Un forte prurito alla caviglia mi distrae dalle mie intenzioni. Sono stato punto da una zanzara, mi chino per grattarmi e rifletto sul fatto che, al mio arrivo in Brasile, sudavo come un matto, come un disperato e tutte le mattine mi svegliavo pieno di punture di zanzare su varie parti del corpo, specialmente gambe e braccia anche se le più fastidiose erano quelle sulla pancia. Oggi quasi non sudo più, le mie magliette a fine giornata praticamente non puzzano mentre le magliette di allora alla sera potevo strizzarle e pareva che le avevo tenute addosso mentre facevo la doccia. Oggi le zanzare quasi non mi pungono più e quella che mi ha punto forse un’ora fa sulla caviglia è una eccezione. Stavo per dire “piacevole eccezione” ma poi ci ho ripensato e ho riflettuto sul fatto che l’aggettivo piacevole avrebbe connotato il mio attaccamento, nel ricordo, nelle emozioni, al periodo “eroico” dell’arrivo in Brasile. Chissà forse da allora non solo sono cambiato io ma sono cambiati il sangue, l’odore e il metabolismo a tal punto da influenzare le ghiandole sudorifere e gli insetti, le mosche, le zanzare che mi circondano.

Finisco di grattarmi la caviglia e finalmente osservo l’albero, l’alberello nel cortiletto davanti alla palazzina nella quale abito. E’ un cortiletto minimo, la parte verde è inclusa tra il muricciolo e il muro della palazzina nella quale vivono i nostri vicini. E’ un alberello con le foglioline verdi, minute. Emanano un buon odore. Adoro osservare le foglie, i rami illuminati dalla luce artificiale che viene dal palazzo. Il bianco delle pareti e il verde delle foglie creano un felice contrasto e l’atmosfera mi spinge all’introspezione. Finalmente preparo la pipa e me l’accendo. Ci metto un attimo, sono rapido, sono abituato ad armeggiare col tabacco.

Le prime boccate sono le migliori e me le godo, indugio col fumo nella gola, ne lascio scendere un po’ fino ai polmoni, poi lo soffio via contro l’aria nitida che mi separa dalla parete in questa serata anomala e un po’ fredda. Indosso una maglietta bianca sporca di pomodoro sul davanti, le maniche sono corte e io sento i brividi, non so se è il freddo o una presenza spirituale. Guardo l’albero accanto a me, le foglie vive, i rami che paiono gracili come le braccia secche del mio amico Maurizio, soprannominato Il Para perché faceva Paravan di cognome. Era uno dei miei migliori amici a San Donato Milanese, dove risiedevo. Io vivevo in via Europa nella parte più borghese della cittadina, lui viveva in via Di Vittorio, una delle zone più popolari. A casa sua ci sono stato poche volte prima che morisse, dopo che è morto ho pranzato con sua madre e con suo padre anche se non li conoscevo molto bene. Anche lui è stato poche volte a casa mia, sicuramente c’è stato durante una cena quando i miei erano andati chissà dove, e io cucinai una pasta o del riso per tutti e rubai qualche bottiglia di rosso dalla cantina del papà. Eravamo io, il Para, Ricky e non so chi altro. Mangiammo e soprattutto bevemmo molto. Più bevevamo, più cantavamo – eravamo tutti membri di differenti band – e finimmo per vagare ubriachi per le vie anonime di San Donato cantando a squarciagola le canzoni dei CCCP, una delle nostre band preferite. Il Para amava i CCCP, preferiva però i Mano Negra – fu lui a farmi conoscere Manu Chao – e ascoltò e apprezzò per primo il disco Pablo Honey dei Radio Head. Il Para era magro, aveva lunghe braccia, lunghe gambe, era un capellone, occhi castani o forse verde scuro, la sera della sbronza a casa mia ci dichiarammo eterna amicizia, ciò che ci univa era l’amore per la musica e per la poesia. E poi eravamo anche un po’ comunisti. Eravamo contro (io lo sono ancora). Lui è morto quando aveva ventidue anni. Prima di morire (ogni vita potrebbe essere riassunta da queste tre parole “prima di morire”) prima di morire ha fatto parecchie cose: si è innamorato qualche volta (io ne ricordo una sola, il suo consulente per le questioni amorose era Ricky), ha suonato la batteria in una band che si chiamava Desordre, ha stretto tante amicizie, ha studiato ingegneria ambientale all’università di Pavia. Per me ciò che conta è che eravamo amici e che lui e tanti altri facevano parte assieme a me dei Ragazzi delle Panche di Via Mattei. Ci radunavamo quasi tutti i pomeriggi nello stesso spiazzo erboso, ci sedevamo sull’erba o sulle panchine, fumavamo, bevevamo, ci raccontavamo le nostre vite, ci innamoravamo, ci contendevamo le fidanzate (e le ragazze si contendevano noi maschietti), discutevamo di politica, di cinema, di musica, di letteratura, la religione non ci interessava, ci interessavano le droghe (chi più e chi meno).

Il Para era un moderato, al massimo, per quello che ne so io, si fumava qualche canna o beveva birra e vino.

Io invece con le droghe ci davo dentro anche se non ero uno dei più assidui, per esempio non ho mai provato l’eroina anche se me l’hanno offerta una sera davanti a un cimitero, ho provato la cocaina una volta sola a Capodanno e non mi è piaciuta. Ho fumato canne, bevuto un po’ di tutto e ho avuto strane, entusiasmanti, terribili esperienze con gli acidi. Il primo acido che ho preso si chiamava Dragone e consisteva in un foglietto con il disegno di un drago sopra, grande quanto la punta di un dito. Avevo diciotto anni, lo comprai da un compagno di classe che militava negli ultras dell’Inter e aveva i capelli a caschetto, gli occhi castani, era sempre schizzato, iperattivo, razzista e molto simpatico. Odiava gli ebrei e i negri. Almeno a parole li odiava però nelle sue relazioni con i compagni era uno dei più tolleranti, uno che accettava gli altri. Si chiamava Andrea, ancora si chiama Andrea, è vivo, credo abiti a Milano e lavori in banca.

“Dai, Teo” mi diceva. Anche Il Para e Ricky mi chiamavano Teo. In Italia un sacco di gente mi chiamava Teo. Questa è una delle parole che si sono perse qui in Brasile, adesso nessuno mi chiama più Teo, qui mi chiamano Matteo o Matheus o storpiano il mio nome in un qualche modo che io accetto.

In molti qui mi chiamano “Italiano”, specialmente nel Terreiro di Umbanda che frequento.

La notte che presi il mio primo acido la passai a casa di Paola che abitava a Metanopoli in un bell’appartamento nel quale tutte le volte che ci entravo mi sentivo bene. Aveva una sala spaziosa, davanti alla televisione c’erano i vetri dai quali filtrava molta luce, era un posto tranquillo, di pace. Lei ci accolse con il suo fidanzato capellone, biondo con la barba bionda e pieno davvero pieno zeppo di capelli. Una delle prime volte che vidi Paola lei stava stirando e io rimasi sorpreso perché le mie altre amiche non stiravano, chi stirava erano le madri, Paola no, lei era diversa. E poi frequentava l’Accademia di Brera e disegnava, dipingeva e leggeva della buona letteratura, conosceva Garcia Marquez e mi consigliò Agota Kristof. Lei mi sembrava già una donna e non più una ragazzina. Aveva girato mezzo mondo ed ora, a San Donato per un po’, assenti i suoi genitori, praticamente conviveva con il fidanzato ed anche questa per me era una novità, non solo perché io non avevo convissuto con nessuno ma anche perché nessuno dei miei amici più intimi aveva ancora convissuto con qualcuno.

Quel primo acido a casa di Paola lo prendemmo, lo ingoiammo solo io e Luca. Luca oggi è il mio migliore amico, anche se abitiamo a undicimila chilometri di distanza e, all’epoca, era uno dei miei migliori amici, uno dei componenti della mia band. All’epoca Luca detto Bubu era capellone, aveva foltissimi e ricci capelli neri, indossava camicie di flanella a scacchi anche d’estate e sempre gli stessi pantaloni azzurri  sporchi quasi blu con, se non ricordo male, lo stemma di Paperino a tappare qualche buco. Erano i pantaloni della sua tuta preferita.

La sera dell’acido cominciò tranquilla a casa di Paola bevendo, chiacchierando, lei e il fidanzato ci intrattenevano, ci raccontavano come sarebbe stata la nostra prima esperienza. Io li trovavo una coppia affiatata, simpatica, moderna, lui aveva un accento marcatamente milanese, lei mi pareva sicura, sapeva il fatto suo.

Ad una certa ora io e Luca Bubu decidemmo di uscire, era molto tardi o forse ci pareva tardi, vagabondammo un po’ a zonzo per vie accaldate di San Donato, camminammo nella direzione della piscina comunale poi credo ci raggiunse Dario con la sua chitarra, Dario era un altro amico delle Panche. Ci mettemmo a sedere nella rotonda spartitraffico ricoperta d’erbetta e cantammo tutti e cinque insieme, Paola, il fidanzato Gilles, io, Luca Bubu e Dario. Apparve all’improvviso una macchina che si fermò, vi scese trafelato un tipo con la barba, ben vestito, con la faccia seria. Fissò me e Bubu e disse:

  • Documenti, ragazzi!

Noi che già sentivamo gli effetti dell’acido ci agitammo, “Come, cosa” balbettammo.

  • Datemi i documenti, ragazzi, io sono uno sbirro!

Uno sbirro! Eravamo fottuti.

Luca farfugliò qualcosa, si alzò, camminò fino alla macchina del tipo, io non sentivo nemmeno le forze per reagire e mi rigiravo nell’erba, tra le margherite.

  • Ma che vi siete presi? – chiese il tipo.
  • Siamo dei drogati. Ci siamo presi dell’acido – rispose il mio amico in un momento di allucinata lucidezza.
  • Dell’acido? E ne avete ancora? Se lo avete, datemene un po’-.

Il tipo, lo sbirro si mise a ridere.

  • Non sono un poliziotto – ammise – ma uno sballato come voi -.

Mi alzai di scatto, sorrisi. Presi coraggio, mi avvicinai. Quello però subito dopo se ne andò e Bubu disse: “Vieni Teo, andiamo dagli altri”. Solo allora mi accorsi che ci avevano lasciato soli.

A casa di Paola mi resi conto che ero completamente fatto, cioè completamente sotto l’effetto dell’acido. Gilles, il fidanzato di lei, mi pareva un leone biondo, biondissimo e mi faceva venire la voglia di strizzargli la barba e i capelli. Paola invece aveva la pelle bianchissima ed era rossiccia di capelli. Era sensuale, semplice e molto bella. La semplicità risiedeva nei pantaloncini che portava, nella maglietta non all’ultima moda. Era diversa dalle ragazze che avevo frequentato fino a quel giorno. Era più alla mano, più vicina a me. Mi sentivo felice per il fatto di stare nella sua cucina con lei, con Gilles il leone e con il mio amico Bubu che però non sapevo dove fosse.

“Dov’è Luca?” chiesi.

Non mi risposero.

Allora mi misi a sedere sul tavolino, con le spalle appoggiate ai vetri della finestra. Incrociai le gambe e chiesi a Paola di portarmi dei fogli. Cominciai a scrivere, senza pensare, scrissi dei versi, delle strofe che dicevo e sentivo mi venivano dettati direttamente dalla Luna, scrissi dei versi che parlavano di Venere, di Marte e, mentre scrivevo, la mia amica mi osservava e mi aiutava con i fogli appoggiati sul tavolo, ne spostava uno quando lo avevo riempito e ne metteva un altro al suo posto.

Riempii una decina di pagine, poi cominciai a sentirmi inesorabilmente, incredibilmente stanco.

L’effetto della droga stava scemando. Il corpo reclamava. Andai nella stanzetta di Paola dove trovai Luca che, confermò, stava sentendo la stessa stanchezza e aveva vissuto le stesse straordinarie esperienze sensoriali. Tutto gli era parso nuovo, colorato, vivo, interessante, tutto era vivo e tutto era splendido e doveva essere vissuto intensamente, fino alla fine.

Tornammo a casa la mattina presto. Io salutai la mamma e il papà e andai subito in bagno a infilarmi nella vasca. Dentro l’acqua realizzai che gli effetti della droga continuavano anche se più tenui e mi godetti la sensazione dell’acqua e del sapone. Come era bella l’acqua, come era fresca, come era morbido, vellutato il sapone sulle mani!

Indugiai nell’acqua, resistetti a lungo anche perché mi vergognavo e avevo paura che mamma e papà scoprissero quello che avevo fatto. Non lo avrebbero scoperto. Loro non si erano drogati mai, non si erano fumati mai nemmeno una canna, papà al massimo beveva del vino, del whiskey e della birra ma con moderazione e mamma fumava due o tre sigarette al giorno. Niente droghe. Loro venivano da Pesaro, dalla provincia ed erano emigrati a Milano per lavorare. Loro conoscevano le ristrettezze economiche, le avevano vissute sulla loro pelle. Il borghese ero io. Ero io il privilegiato  che poteva sperimentare nuove sensazioni, lisergiche emozioni.

Prima di sdraiarmi un po’ nel letto illuminato dal sole estivo che proveniva dalla finestra che dava sulla rampa dei box, telefonai a Luca.

  • Come stai?
  • Stavo cercando di dormire quando ho visto un cinghiale, qui accanto al letto, che faceva un verso strano. Mi ha messo paura. E tu?
  • Stanco, spossato, mi sembra di aver perso dieci anni di vita in una notte sola.
  • Lo rifaresti?
  • Non lo so. E tu?
  • Non lo so neanche io.

 

Lo rifeci, usai l’acido altre tre volte.

L’ultima fu la più significativa e quella che mi convinse che era l’ora di smetterla. Stavolta finii, completamente fuori di testa, sul tetto della scuola elementare nella quale avevo studiato da bambino, la scuola Maria Ausiliatrice di Metanopoli. Anche questa avventura cominciò a casa di Paola. Era inverno, io già frequentavo l’università. Con me c’erano Ricky, che era il chitarrista della mia band, e altri due amici. A casa di Paola avevamo cenato. I trip li avevo comprati io dallo stesso compagno di classe. Erano grandi come francobolli, e gialli. Dalla mia amica io prelevai una lampadina che mi portai sul tetto della scuola. Ci arrampicammo usando la scaletta laterale, quella probabilmente riservata ai pompieri e agli operai. L’idea di scalare quel tetto ci venne camminando davanti all’istituto, non molto lontano dall’appartamento accogliente di Paola.

Quando raggiungemmo la vetta cominciammo a saltare come impazziti imitando i movimenti delle rock star che ammiravamo. Non so gli altri, ma io mi drogavo per fuggire alla noia e per immaginarmi un po’ come una rock star. Studiare all’università mi annoiava, mi annoiava inseguire amori che non portavano mai a niente e non mi lasciavano niente.

Ad un tratto, sempre con la lampadina in mano, ebbi un’intuizione. Intuii che le nostre vite erano uguali a quelle di tutti e che il flusso che sentivamo ribollire nelle nostre vene, il flusso che ribolliva nelle vene di tutti erano un’unica cosa. Facevamo parte, non solo noi quattro in piedi impazziti sul tetto della scuola, ma tutti noi di San Donato Milanese e di San Giuliano e di Milano e della Lombardia facevamo parte di un’unica, grande, immensa esperienza  che era quella di essere vivi. E cosa potevo fare io per celebrare la magnifica esperienza di sapere, di sentire che ero vivo?

Non era la prima volta che sentivo quelle cose. Non era la prima volta che pensavo quelle cose. Era la prima volta che le sentivo e le pensavo sotto l’effetto dell’acido, ma già da piccolo, da molto piccolo e poi da meno piccolo e da adolescente mi era successo di sentire dentro me un’energia pazzesca, un’energia incontenibile che riassumeva in un unico essere le centinaia di esseri umani che già ero stato. Avevo già provato la sensazione di essere un anello in una catena di esperienze, di vite, alcune delle quali erano quelle che avevo vissuto io, altre erano quelle che vivevano e avevano vissuto gli altri intorno a me. Milioni, milioni e milioni di vite umane che si riassumevano in una specie di esplosione interiore che avveniva già da quando ero molto piccolo e mi attraeva e mi debilitava al tempo stesso, mi lasciava impaurito, mi lasciava spossato.

Coi miei non ne parlavo. Era il mio segreto. Non ne parlavo con nessuno, non ne ho mai parlato nemmeno con i miei amici per paura che mi prendessero per pazzo. Quando “quella” sensazione mi assaliva (spesso mi succedeva quando ascoltavo musica classica o quando succedevano fatti strani a me o a un familiare, quando succedevano fatti di difficile comprensione), mi sdraiavo sul letto, chiudevo gli occhi e me la godevo fino a quando il piacere di sentire che ero parte di un flusso molto più grande di me lasciava spazio alla paura. Allora mi obbligavo a smetterla e ad ancorarmi alla realtà, alla voce della mamma, ai movimenti del papà, agli impegni, alle scadenze.

Ma ora sul tetto della scuola mi chiesi per la prima volta come avrei fatto a raccontare quella sensazione.

  • Ho capito, ho capito! – gridai a squarciagola con la lampadina in mano.
  • Ho capito, ho capito! -.

Si girarono tutti a guardarmi. Li obbligai a darmi retta e ad andare insieme a me nella casa di uno di loro dove avremmo dovuto passare la notte, secondo quanto avevamo detto ai nostri genitori.

Ci mettemmo parecchio tempo. Scendere le scale che portavano al tetto non era facile. I miei amici un po’ si lamentarono ma io dissi che era troppo importante, avevo capito qualcosa e dovevo scriverlo assolutamente. Anche loro erano fuori come pazzi e probabilmente seguire il più pazzo di tutti che era impazzito del tutto non era poi così anormale.

Ci avventurammo per le vie fredde e deserte. Era novembre o giù di lì. Pochi gradi sopra lo zero.

Camminammo lungo lo stradone alberato. Quando raggiungemmo la casa del mio amico, io mi catapultai nella sua stanzetta e lo obbligai a darmi una risma di fogli e una penna.

Scrissi a lungo, scrissi una specie di poema che poi divenne una canzone della mia band, scrissi dei versi strani che parlavano di un uomo che non riesce a dormire perché lui vorrebbe sapere che sta dormendo mentre dorme ma, se dorme, non può sapere che sta dormendo e allora rimane sveglio ed è felice di fare ciò che sta facendo, cioè scrivere, è felice ma l’indomani farà qualcos’altro, qualcosa di diverso che lo renderà più o meno felice, più o meno triste, sicuramente l’indomani farà qualcosa di diverso da ciò che sta facendo oggi e se per caso l’indomani ripeterà ciò che sta facendo oggi ecco che arriverà il giorno dopo il giorno di domani e allora lui sì che farà qualcosa di diverso da ciò che sta facendo oggi, qualcosa di diverso dallo scrivere. Di dormire però non se ne parla proprio.

Quando finii, capii che l’effetto dell’acido, l’effetto del trip stava scemando. E cominciò un terribile mal di testa che durò più di un mese.

Quando finii, raggiunsi gli altri e li trovai sdraiati sul pavimento, con gli sguardi stanchi.

  • Ho scritto – dissi.
  • Ti è venuta bene?
  • Non so. Domani la rileggo e poi magari ve la faccio leggere anche a voi. Mi sento stanco morto -.

Ricky, sdraiato con il gomito sotto alla testa e il capo appoggiato sul palmo della mano, mi osservava.

  • Lo sai che sei proprio bello – gli dissi – Mi ricordi Che Guevara in quella foto accanto al suo cane -.

Sorrise. Era davvero bello, come gli altri due e come me, del resto. Eravamo davvero belli. E vulnerabili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anúncios

Ci sono vari motivi ben fondati che giustificano il successo di “Patria” di Fernando Aramburu, scrittore basco, certamente il fatto che la storia è sentita, viscerale, l’abilità nella costruzione dei personaggi e la non linearità spazio temporale del racconto, che seduce. Ciò che più mi ha colpito è però l’uso dell’indiretto libero (ricordate Verga?) il discorso diretto viene cioè introdotto nel mezzo di una frase senza parole che ne giustifichino la presenza tipo il “che” o “lui, lei disse”, creando quell’effetto informale, popolare tanto caro anche allo scrittore siciliano.
Mi ha colpito che per esprimere l’appartenenza, la simbiosi del narratore col mondo rappresentato, Aramburu non usi mai i possessivi “loro”, “suo”, ma nel mezzo di una frase in terza persona introduca, mentre descrive un personaggio tipo Bittori, moglie dell’assassinato, il possessivo “mio”, “nostro”, del tipo “Bittori preparava un caffè e camminava qua e là, molto attenta a mio marito e alla nostra casa”. Quel “mio marito”, “nostra casa” sono un indiretto libero mascherato, un continuo richiamo ai pensieri del personaggio ai quali il narratore aderisce, simbiotico.
Invece per lasciare il discorso spazio tempo in sospeso (la storia dura trent’anni e viene raccontata passando dal passato recente al presente al passato più remoto e poi ancora a quello più recente) l’autore alterna i tempi verbali passato remoto, imperfetto e presente in una stessa frase, creando di nuovo quell’effetto straniante e popolareggiante che obbliga il lettore a immergersi nel mare in tempesta di San Sebastián.

Fatima

 La mia vicina di casa sta morendo. E’ sdraiata in una stanza a una trentina di metri, forse meno, da dove sto scrivendo. E’ piegata sul fianco destro, il lenzuolo le lascia scoperta una parte della coscia.

Un sacchetto di plastica adibito alla raccolta delle feci penzola nel vuoto tra il letto e il pavimento.

Di fianco a lei fino a poche ore fa c’era un’infermiera nera che, tra un’incombenza e l’altra, tra i ricambi dei sacchetti e dei cerotti imbevuti di morfina, traccheggiava con il cellulare.

Il marito, aiutato da parenti, stamattina si è sdraiato accanto a lei, accanto a Fatima e, piangendo, le ha accarezzato le braccia.

Lei non parla né mangia più, però si agita e lui cerca di calmarla come fosse una bambina appena nata.

Io sono andato a trovarla due volte, sono entrato nella stanza con un’ampia finestra che dà sul cortiletto del nostro palazzo, con alberi e uccelli che cantano al mattino e al pomeriggio (abitiamo come tutti a Rio vicino a una favela e ogni tanto il cinguettio è intervallato da scariche di mitragliatrice e di fucile).

Sono rimasto in piedi, mi sono seduto, rialzato e ho pregato non so quanti Padre Nostro.

Fatima dà qualche segnale di vita, respira, muove una gamba.

Il clima in casa è tranquillo, “Non abbiamo mai ricevuto così tante visite” mi ha detto il marito barbuto sui sessanta, medico, uomo razionale e buono. Lui e la figlia stanno cercando di vivere la morte come un fatto normale. I visitanti parlano a voce bassa di tutto e di niente. Non c’è disperazione, c’è attesa della morte come se fosse un parto. Tutti aspettano che da un momento all’altro lei respiri il suo ultimo respiro e consegni l’anima a Dio.

E’ venuta a trovarla anche la madre di novant’anni col fratello ed è stato il suo ultimo istante di coscienza. Li ha guardati e ha pianto, senza parlare.

Adesso li ho incontrati sulle scale che avevano comprato qualcosa da mangiare e da bere; loro aspettano ospiti anche perché, ironia della sorte, domani è il compleanno di lui e chissà che il regalo non sarà la partenza della moglie, la fine di una sofferenza che dura da due anni, di una tribolazione alla ricerca della cura per una malattia che non ha cura.

Quanto silenzio e quanto mistero s’aggirano attorno al letto di Fatima.

Dove starà andando? Quanta paura avrà di partire? A cosa starà pensando, nel sonno, starà cercando il coraggio per intraprendere l’ultimo viaggio?

Sarà un salto nel vuoto?

Quanti spiriti buoni e cattivi le staranno dicendo cose belle e spregevoli all’orecchio. Una delle ultime cose che lei ha detto è stata “Mi avrebbe fatto piacere avere fede, mi avrebbe aiutato in momenti come questi”.

Fatima, è ora di partire, te lo dice il tuo vicino di casa. Le valigie sono pronte, il viaggio è compiuto. Sei stata coraggiosa, valente, hai combattuto fino all’ultimo minuto. Tua figlia ti farà onore, ce l’ha scritto negli occhi.

Abbandona un corpo che non è più il tuo.

Abbandona il letto, l’infermiera, il marito, la madre, la figlia e la nostra palazzina di Copacabana. Va’, sorvola la favela e sali il più in alto possibile. Osserva gli esseri meschini e angelicali che popolano la terra, osservali dall’alto e sentiti finalmente lontana da tutto questo caos, dalle parole spese a vanvera, dalle ingiustizie, vai, segui la direzione che ti indicheranno e spera di trovare un Dio, un silenzio, un albero, una pace, qualcosa, ma va’, non aver paura, l’inferno non esiste, l’inferno lo hai già vissuto.

 

 

 

PIERINA

 

Di tutto quello che cucinavi tu

io faccio solo il ragù

mia madre credo abbia imparato

le lasagne

mio padre da buon osservatore

è di poche parole..

Se mangiassimo assieme

in questo Natale

io e il papà ci limiteremmo

a riso in bianco

e pollo

deludendoti

molto

e pensa che quando

faccio il ragù

nemmeno lo posso mangiare

lo servo

come facevi tu

anche se non rimango in piedi

come facevi tu

mi siedo e parlo

parlo

quanto parlo

nonna

di letteratura

delle canzoni

e di religione

 

Prego anche

come facevi tu

e accendo le candele

non nella chiesa

ma in un terreiro di Umbanda

e adesso non ci riesco a

spiegarti cos´è

Ci credo come ci credevi tu

con la stessa ingenuità

con la stessa superstizione

con quel tuo piede sinistro

curvo verso l´interno

che camminavi piccina

piccina

e starti affianco

era uno dei piaceri

della vita

Lo so

lo sai

che mi manchi

tanto ci sentiamo spesso

proteggici nonna

lo hai fatto col babbo

che è svenuto

ha perso 3 litri di sangue

nella tua casa

ed è sopravvissuto

proteggimi nonna

che sono ancora

il tuo nipotino

quello coi riccioli d´oro

sensibile e intelligentissimo

almeno lo credevi

lo credevate tu e il nonno

il nonno bestemmia

dall´altra parte?

Vi vedete spesso?

Parlate in dialetto?

Sei ancora tu che cucini?

Hai rivisto tua sorella?

Avete litigato?

Lo so

dovrei pregare di più

facciamolo insieme allora

ma non adesso

adesso una signora coi capelli corti

è entrata in cucina

ha trovato una combriccola di milanesi

strafatti

ha detto

volete le pizzette?

con una voce così dolce

con un amore

così naturale

 

**

 

 

 

 

Dalla Rocinha

Scriverò una serie di post nel blog vivereinbrasile.com che avranno come tema le visite e il turismo nella favela. Intervisterò abitanti della Rocinha che lavorano nell’ambito del turismo e  preservano la memoria del posto. Girerò con un amico per i vicoli, visiterò organizzazioni non governative e scuole di calcio. Io non sono buono a fare foto ma un amico le farà col cellulare. E vediamo cosa ne viene.

fiabe

 

dalla raccolta “Favelado”

Juventus – Real Madrid  4 –  1

 

Dopo il primo gol di Dybala, di tacco, su tocco in profondità di Higuain e splendido velo di Cuadrado, Nino e Lorenzo, i due italiani che stavano guardando la partita nel baretto della Roupa Suja, nella favela Rocinha, a Rio, sono esplosi di gioia. Nessuno si aspettava un gol dopo cinque minuti di gioco, e non se lo aspettavano nemmeno Nino, venuto dalla Sardegna, a Rio ormai da un pezzo, e il suo amico Lorenzo che tra poco tornerà in Italia, a Torino, dove vive e dove, per lavoro, ha seguito le partite della Juve allo Juventus Stadium.

Hanno gridato davanti a una televisione dignitosa con una buona riproduzione dell’immagine, circondati dalla bella americana che li accompagna dappertutto e da un’amica svizzera innamorata come loro del Brasile; circondati, quasi accerchiati dal proprietario del bar che li aspetta ansioso perché sa che durante una partita di Champions si bevono in media sei, sette birre a testa, circondati, quasi accerchiati dai vicini curiosi e, ormai, tifosi come loro della Juve. A Rio le preferenze di chi segue la Champions sono rivolte, nella stragrande maggioranza, verso Barcellona e Real Madrid ma in questa piccola porzione della favela, in questi vicoli stretti e sporchi, tra questa gente sudata, indaffarata e felice è nato una specie di Juventus Fan Club. Si ritrovano sempre gli stessi a seguire le partite della Champions e Lorenzo, che è un po’ paranoico, li ha costretti a vestire magliette sempre degli stessi colori (lui stesso la maglietta originale della Juve, regalatagli da Bonucci dopo un derby, non la lava dalla partita di andata degli ottavi, contro il Porto). Si siedono sempre con la stessa disposizione, la televisione sul bancone, il barista affianco alla tivù, l’americana, i due italiani, la svizzera e dietro i cinque, sei inquilini delle casette del vicolo del bar nella Roupa Suja. Ed erano seduti così quando, al ventesimo del primo tempo, quel fanatico di Cristiano Ronaldo ha pareggiato: uno a uno. Un gol in netto fuorigioco ma si sa: gli arbitri favoriscono sempre il Real. Lorenzo e Nino hanno imprecato assieme a Buffon, hanno imprecato le loro amiche, i clienti del bar, “Dai che ce la facciamo” ha poi detto Nino con un forte accento sardo. E’ un bel ragazzo dalla faccia pulita, pieno di buoni sentimenti. Lorenzo è più scuro, è figlio di calabresi, ha i lineamenti da immigrato. In favela stanno lavorando come cooperanti presso varie organizzazioni non governative, insegnano inglese, si interessano ai problemi della gente e Nino sembra ormai uno del posto. Quando cammina tra i vicoli lo salutano tutti, sta simpatico a tutti ed ha anche dimostrato di essere un ottimo centravanti durante le partite a calcetto nel campetto della Villa Verde. Nino si è innamorato della favela e non vorrebbe andarsene più. Qui ha trovato ciò che cercava: una ragione per credere negli esseri umani. E forse un’opzione per il suo futuro, chissà una carriera un giorno di cooperante internazionale … Oppure no, nessuna carriera ma tantissime amicizie, qualche amore e viaggi, viaggi, viaggi; ha girato praticamente tutta l’America Latina e vorrebbe conoscere l’Africa … Lorenzo non sa cosa gli succederà al ritorno in Italia dopo questi pochi mesi in Brasile, non sa se riprenderà la sua vecchia routine, se tornerà allo Juventus Stadium a fare la cronaca delle partite per un sito degli Emirati Arabi che lo pagava da un conto belga, non sa se morirà di nostalgia per il Brasile, se vorrà trasferirsi qui come ha fatto Nino … Ma nemmeno Nino sa quello che farà e poi perché bisogna sempre pensare a tutto, non è meglio lasciarsi vivere?

Calcio di rigore: Higuain, dopo un incredibile, un meraviglioso tunnel a Sergio Ramos, viene atterrato da Varane. Siamo al secondo minuto di recupero, è fondamentale, è importantissimo metterla dentro e chiudere il primo tempo in vantaggio. Dal dischetto lui: Paulo Dybala. E’ calmo, è freddo, è argentino ma non sembra un argentino. Il portiere del Real si tuffa e lui, alla fine del primo tempo della sua prima finale di Champions League, con un sontuoso tiro a cucchiaio la mette dentro. La Juventus torna in vantaggio. Dybala sorride, anzi sogghigna; Navas, che prima di accingersi a parare ha alzato le mani al cielo e ha pronunciato un Padre Nostro, ha lo sguardo torvo. E’ incazzato nero. Si sente preso per il culo dal ragazzino Dybala. Ma è così che il mondo gira, Navas!

Lorenzo stappa l’ennesima birra, l’americana gli dà un bacio in bocca, la svizzera (che segretamente ama Nino; è timida: non lo ammetterà mai) abbraccia il suo Nino e grida: “Forza Juve!”. Il barista grida “Forza Juve”, i clienti in bermuda, con e senza le magliette, sudati, accaldati gridano “Forza Juve”. E’ l’urlo di guerra, di lotta, di gioia di questo pomeriggio nella Roupa Suja, cioè nello Juventus Fan Club della favela.

 

Durante l’intervallo tra primo e secondo tempo, Nino è corso all’ostello Roupa Feliz, nel quale ha soggiornato per quasi un anno, per prendere uno zaino che si era dimenticato. Nello zaino c’erano delle foto un po’ compromettenti che lo vedevano abbracciato a una bella tedesca bionda che aveva conosciuto ad una festa. Non sa chi gliel’ha scattata la foto più compromettente, quella nella quale lui e la tedesca si baciavano, fatto sta che qualcuno gliel’ha messa sotto il cuscino e lui un giorno, tutto meravigliato, si è svegliato e si è trovato questa e altre foto tra le mani.

Lorenzo è rimasto al bar a bere e a commentare le prodezze di Buffon che ha salvato il risultato in due occasioni. Prima su un colpo di testa di Sergio Ramos e poi su un tiro ravvicinato di Toni Kross, stranamente a centro area. “Grande Gigi!” commenta il calabrese, infervorato.

Ciò che è successo nel secondo tempo è di dominio pubblico: Buffon ha parato un rigore (inesistente) di Cristiano Ronaldo, Khedira ha siglato il tre a uno con un tiraccio dal limite e Dybala, letteralmente mostruoso alla sua prima finale di Champions, ha segnato il quattro a uno su calcio piazzato. Poi si è tolto la maglietta ed è corso sotto alla curva dei tifosi del Real ai quali ha mostrato la maglietta col suo numero e col suo nome scritti sopra, come aveva fatto Lionel Messi nell’ultimo scontro diretto tra Real e Barcellona.

Atto simbolico di Dybala, atto di fede nei confronti di Messi e dell’Argentina. Atto di sfida verso i tifosi del Real. Gli juventini a Cardiff hanno cominciato una festa che è poi continuata a Torino e che oggi, dieci giorni dopo, non è ancora finita. Ancora si parla in Italia della vittoria in Champions League della Juventus, la terza vittoria su nove finali disputate, sicuramente quella più bella a coronamento di un’annata perfetta.

Anche nella Roupa Suja si parla della Juventus e delle follie dei due italiani che la notte della finale l’hanno passata nella palestra della scuola di samba della Rocinha dove hanno ballato il funky della favela come due favelados, hanno distribuito sorrisi, buon umore, gioia di vivere e hanno diffuso una bellissima immagine del nostro Paese.

 

 

 

“La notte è lunga, João” – primi capitoli di un romanzo in cerca di editore

tiriri

uno

 

Atrás das Grades era pieno di carceri, di istituti di riabilitazione, di ospedali psichiatrici. Di socio educatori, psicologi, guardie carcerarie, infermiere, poliziotti.

Mediunidade era pieno di medium e di scuole che preparavano i medium del futuro. Lì, l’unico interesse era la comunicazione dei morti. Pagine annerite e penne tra le dita di uomini e donne che si dedicavano ad una sola attività. Attorno a un tavolo, sorvegliati da altri adepti, sguardi semi aperti o quasi sempre chiusi, i bambini avevano l’obbligo di raccontare i sogni fatti durante la notte. L’interpretazione degli adulti serviva a capire cosa avrebbero comunicato gli spiriti nel pomeriggio. I testi dei medium erano comparati ai sogni dei bambini per avere certezza che gli spiriti non li stessero ingannando e fossero chi dicevano di essere.

Liberdade rappresentava la libertà, lì tutti potevano amarsi, odiarsi o annoiarsi senza costrizioni, impicci o preoccupazioni. Era la vita che siamo abituati a vivere. João vi abitava ed era un paese di erba, sabbia e mare; il padre lavorava in una delle aziende più importanti mentre la madre insegnava in una scuola vicino al centro direzionale nel quale il padre aveva il suo ufficio.

João andava a scuola e frequentava l’oratorio della chiesa, dietro casa. Era uno dei pilastri della squadra di calcio dell’oratorio e un giocatore niente male della squadra di pallamano della sua classe. Un giorno, fu accompagnato dal padre in Atrás des Grades, per visitare la famiglia dello zio e restare qualche tempo con i suoi cugini. Gli avevano detto che si trattava di un periodo, solo di un periodo. Ma lui sentiva che era per sempre. L’aveva capito dall’unica lacrima caduta dall’azzurrissima iride di sua madre.

Per entrare nel quartiere di Atrás das Grades dovettero passare per la prigione. L’unica istituzione. João e suo padre Marcus furono perquisiti da due guardie armate fino ai denti.

-Possono andare- disse uno all’altro.

-Anche il vecchio?-  rispose quello.

-Ho detto che possono passare- ripeté il primo. Il secondo s’innervosì e, mentre João e Marcus varcavano la soglia, nella fattispecie un cancello, i due poliziotti si picchiavano. Si erano gettati a terra, si tiravano pugni, calci. Parevano ciechi nell’intelletto, perché quei calci avrebbero provocato delle fratture. Sembrava non importargli niente del dolore.

-Papà, dove andiamo?

-In un luogo che possa darti un futuro- si era lasciato sfuggire Marcus.
-Vuoi dire che non tornerò più a casa?

-Certo che tornerai. Ma prima dovrai studiare.

-Mi state punendo perché vado male in matematica?

-Non ti stiamo punendo. Ti stiamo portando dai tuoi cugini, te li ricordi?

João disse di sì, e il padre sorrise.

Lo adorava, suo padre. Quei riccioli scomposti, lo sguardo buono. Sapeva che qualsiasi decisione avesse preso sarebbe stata per il suo bene. Si tranquillizzò, nonostante lo schieramento di poliziotti e l’enorme palazzo che pareva un ospedale.

-Dove è la casa dei miei cugini?

-In fondo a questa strada, dopo quel palazzo.

-Che edificio è quello?

-Un manicomio.

-A cosa serve?

-I carcerati alle volte impazziscono e vengono mandati lì.

-Che significa impazziscono?

-Significa che urlano e dicono che sono Napoleone o di aver poteri magici.

-E anche io impazzirò?

-A te non potrà succedere – disse Marcus, con la mano destra tra i capelli neri -perché tuo zio, oltre ad essere un noto psicanalista, è il direttore del manicomio.

 

due

 

Lo zio di João non era nè alto nè basso. Un po’ grasso, forse. Intelligente, parlava tante lingue. Non faceva niente, non si stancava più. Era il direttore, ma al manicomio non ci andava mai. Passava il giorno intero seduto sopra una sedia sdraio. Servito e riverito.

Il padre di João aveva preparato il figlio. Gli aveva detto che lo zio era un tipo suscettibile, che andava preso per il verso giusto. Non andava contraddetto, andava ascoltato. Si sentiva solo, gli aveva detto il padre, e un cenno di assenso, una buona parola gli avrebbero fatto piacere.

João continuava a chiedersi perché non c’era un futuro per lui nella sua bella cittadina coi cipressi, l’asfalto regolare, la segnaletica stradale nuova di zecca. Ma in fondo l’aveva capito. Il padre e la madre non avevano denaro sufficiente per pagargli gli studi e credevano che con i cugini, in Atrás das Grades, avrebbe trovato una scuola migliore.

Ma ne vale la pena?

Un allontanamento, una separazione. Mia madre e mio padre non mi amano più, constatò amaro, mentre Marcus salutava il fratello che non si era alzato dalla sedia sdraio. Aveva allungato la mano e Marcus si era inginocchiato per baciargliela.

Attorno allo zio c’erano altre quattro o cinque persone e il padre di João aveva faticato per farsi spazio. Lo zio rideva e suo fratello gli aveva detto che era un buon segno, perché di solito era serio. D’altronde, con tutti i matti che era obbligato a sopportare! Cioè, lui non li frequentava, i matti, ma leggeva le relazioni scritte dagli piscologi e dai sociologi e ascoltava le lamentele degli infermieri e delle infermiere e le constatazioni delle guardie.

Suo padre e suo zio confabularono a bassissima voce. Dopo avergli baciato la mano, Marcus avvicinò la bocca alla guancia e gli diede un bacio anche lì.

João se ne stava in disparte. La cartella penzolante verso sinistra, stracarica di libri, la camicia a righe, i pantaloni sporchi e laceri sulle caviglie.

-Adesso ti saluto, figlio mio. Ci vedremo prestissimo- disse il papà e lo abbandonò come se fosse un comportamento normale, quello di un padre che lascia il figlio coi cugini perché possa studiare.

Uscì dal cancello e João non fece neanche in tempo a girarsi che era sparito. Colpa della cartella, che limitava i suoi movimenti.

Si voltò dall’altra parte e vide lo zio.

-Vieni- disse quello ossequioso, mostrando i pochissimi capelli attorno alla testa, gli occhi umidi e una cerimoniosità che a João parve eccessiva. Gli occhi erano così umidi che, se fossero scoppiati in un pianto sfrenato, a João sarebbe parso normale.

-E così mi sei venuto a trovare– affermò, aspettandosi una risposta che non venne. -Non avere paura, con noi starai benissimo. Te li ricordi i tuoi cugini, vero?- João non rispose. -Bene, sono contento per te. Poche parole, molti pensieri. Molti pensieri, un futuro radioso o… un ricovero in manicomio- rise, e gli diede una pacca sulla spalla. -Ridi, João, che se non lo fai la vita è triste!- e rise più forte. -Che divertente mattinata! Che bella sorpresa mi ha fatto tuo padre. Sai, io e tuo padre non siamo mai stati davvero amici, ma adesso un favore ho deciso di farglielo perché mio nipote si merita di studiare nelle migliori scuole del paese. Pensa: potrai diventare psicologo, sociologo, infermiere, poliziotto oppure… c’è sempre il manicomio!-rise ancora. -Tuo zio è il direttore e ti darà una stanza speciale. Ma non affrettiamo i tempi. Vediamo prima se sotto questa camicia a righe, se dentro questi pantaloni vecchi sorretti da bretelle, c’è un uomo vero o soltanto un pazzo– disse, felicissimo per un motivo che João non riusciva a capire.. João ricordò la nonna, la madre di suo padre. Coi capelli scuri, la vestaglia da casa, le ciabatte marroni, i piedi curvi verso l’interno. -Purtin d’la nona- diceva, – cosa vuoi da mangiare, la pizza? La nonna te la va a comprare. Oppure vuoi gli gnocchi? La nonna li ha preparati ieri e le sono venuti bene- diceva, amorevole.. João si rese conto che i ricordi nessuno glieli poteva togliere, allora si rassegnò.. che avevano fatto in fondo suo padre e sua madre? L’avevano mandato a studiare in una città che non era la sua. La stessa cosa deve essere capitata ad altri bambini.

Lo zio gridò il nome dei suoi figli. Mosse la gamba sinistra, battè con le dita sui braccioli della sedia. Ma non si alzò. I figli arrivarono in ritardo e lui si arrabbiò perché pretendeva che le regole fossero rispettate, in famiglia come nel manicomio.

La più giovane aveva i capelli fino alle ginocchia e fumava una sigaretta masticando chewing gum. Magrissima, occhiaie di chi non dorme da un mese. Orecchini alle orecchie e al naso, scarpe militari.

Gli altri due erano obesi. Dieci taglie più di João. Erano già adulti, le guance appoggiate allo sterno, gli occhi due fessure tra le ciglia. Capelli folti, nerissimi. Gemelli, si vestivano allo stesso modo. Magliette sudate e jeans sporchi. João rise e pensò che forse si sarebbe divertito.

Lo zio parve leggergli nel pensiero.

-Sono contento che ti piacciano i tuoi cugini. Quanti anni avevi? Due, tre? Sei rimasto un mese da noi quando tua madre stava con tuo nonno, in ospedale. I miei figli ti hanno accudito, lavato e… c’è chi dice che abbiano fatto delle altre cose, col tuo pistolino!– rise. -Moglie!- gridò,-Ho fame, portatemi da mangiare, adesso. Moglie, moglie!

La figlia gli ruttò il fumo in faccia e i gemelli corsero verso la cucina ma inciamparono uno nell’altro e caddero a terra. E poi arrivò la zia. Magra, alta, i capelli castani fino al collo, una gonna al ginocchio.

-È pronto, vecchio stronzo – disse. Si avvicinò alla sedia sdraio e porse un vassoio al marito, che ne approfittò per leccarle il braccio.

La donna fissò João, che non si era mosso da quando il padre l’aveva portato lì.

-Cosa fai, impalato? Entra!- urlò.