Ci sono vari motivi ben fondati che giustificano il successo di “Patria” di Fernando Aramburu, scrittore basco, certamente il fatto che la storia è sentita, viscerale, l’abilità nella costruzione dei personaggi e la non linearità spazio temporale del racconto, che seduce. Ciò che più mi ha colpito è però l’uso dell’indiretto libero (ricordate Verga?) il discorso diretto viene cioè introdotto nel mezzo di una frase senza parole che ne giustifichino la presenza tipo il “che” o “lui, lei disse”, creando quell’effetto informale, popolare tanto caro anche allo scrittore siciliano.
Mi ha colpito che per esprimere l’appartenenza, la simbiosi del narratore col mondo rappresentato, Aramburu non usi mai i possessivi “loro”, “suo”, ma nel mezzo di una frase in terza persona introduca, mentre descrive un personaggio tipo Bittori, moglie dell’assassinato, il possessivo “mio”, “nostro”, del tipo “Bittori preparava un caffè e camminava qua e là, molto attenta a mio marito e alla nostra casa”. Quel “mio marito”, “nostra casa” sono un indiretto libero mascherato, un continuo richiamo ai pensieri del personaggio ai quali il narratore aderisce, simbiotico.
Invece per lasciare il discorso spazio tempo in sospeso (la storia dura trent’anni e viene raccontata passando dal passato recente al presente al passato più remoto e poi ancora a quello più recente) l’autore alterna i tempi verbali passato remoto, imperfetto e presente in una stessa frase, creando di nuovo quell’effetto straniante e popolareggiante che obbliga il lettore a immergersi nel mare in tempesta di San Sebastián.

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Fatima

 La mia vicina di casa sta morendo. E’ sdraiata in una stanza a una trentina di metri, forse meno, da dove sto scrivendo. E’ piegata sul fianco destro, il lenzuolo le lascia scoperta una parte della coscia.

Un sacchetto di plastica adibito alla raccolta delle feci penzola nel vuoto tra il letto e il pavimento.

Di fianco a lei fino a poche ore fa c’era un’infermiera nera che, tra un’incombenza e l’altra, tra i ricambi dei sacchetti e dei cerotti imbevuti di morfina, traccheggiava con il cellulare.

Il marito, aiutato da parenti, stamattina si è sdraiato accanto a lei, accanto a Fatima e, piangendo, le ha accarezzato le braccia.

Lei non parla né mangia più, però si agita e lui cerca di calmarla come fosse una bambina appena nata.

Io sono andato a trovarla due volte, sono entrato nella stanza con un’ampia finestra che dà sul cortiletto del nostro palazzo, con alberi e uccelli che cantano al mattino e al pomeriggio (abitiamo come tutti a Rio vicino a una favela e ogni tanto il cinguettio è intervallato da scariche di mitragliatrice e di fucile).

Sono rimasto in piedi, mi sono seduto, rialzato e ho pregato non so quanti Padre Nostro.

Fatima dà qualche segnale di vita, respira, muove una gamba.

Il clima in casa è tranquillo, “Non abbiamo mai ricevuto così tante visite” mi ha detto il marito barbuto sui sessanta, medico, uomo razionale e buono. Lui e la figlia stanno cercando di vivere la morte come un fatto normale. I visitanti parlano a voce bassa di tutto e di niente. Non c’è disperazione, c’è attesa della morte come se fosse un parto. Tutti aspettano che da un momento all’altro lei respiri il suo ultimo respiro e consegni l’anima a Dio.

E’ venuta a trovarla anche la madre di novant’anni col fratello ed è stato il suo ultimo istante di coscienza. Li ha guardati e ha pianto, senza parlare.

Adesso li ho incontrati sulle scale che avevano comprato qualcosa da mangiare e da bere; loro aspettano ospiti anche perché, ironia della sorte, domani è il compleanno di lui e chissà che il regalo non sarà la partenza della moglie, la fine di una sofferenza che dura da due anni, di una tribolazione alla ricerca della cura per una malattia che non ha cura.

Quanto silenzio e quanto mistero s’aggirano attorno al letto di Fatima.

Dove starà andando? Quanta paura avrà di partire? A cosa starà pensando, nel sonno, starà cercando il coraggio per intraprendere l’ultimo viaggio?

Sarà un salto nel vuoto?

Quanti spiriti buoni e cattivi le staranno dicendo cose belle e spregevoli all’orecchio. Una delle ultime cose che lei ha detto è stata “Mi avrebbe fatto piacere avere fede, mi avrebbe aiutato in momenti come questi”.

Fatima, è ora di partire, te lo dice il tuo vicino di casa. Le valigie sono pronte, il viaggio è compiuto. Sei stata coraggiosa, valente, hai combattuto fino all’ultimo minuto. Tua figlia ti farà onore, ce l’ha scritto negli occhi.

Abbandona un corpo che non è più il tuo.

Abbandona il letto, l’infermiera, il marito, la madre, la figlia e la nostra palazzina di Copacabana. Va’, sorvola la favela e sali il più in alto possibile. Osserva gli esseri meschini e angelicali che popolano la terra, osservali dall’alto e sentiti finalmente lontana da tutto questo caos, dalle parole spese a vanvera, dalle ingiustizie, vai, segui la direzione che ti indicheranno e spera di trovare un Dio, un silenzio, un albero, una pace, qualcosa, ma va’, non aver paura, l’inferno non esiste, l’inferno lo hai già vissuto.

 

 

 

PIERINA

 

Di tutto quello che cucinavi tu

io faccio solo il ragù

mia madre credo abbia imparato

le lasagne

mio padre da buon osservatore

è di poche parole..

Se mangiassimo assieme

in questo Natale

io e il papà ci limiteremmo

a riso in bianco

e pollo

deludendoti

molto

e pensa che quando

faccio il ragù

nemmeno lo posso mangiare

lo servo

come facevi tu

anche se non rimango in piedi

come facevi tu

mi siedo e parlo

parlo

quanto parlo

nonna

di letteratura

delle canzoni

e di religione

 

Prego anche

come facevi tu

e accendo le candele

non nella chiesa

ma in un terreiro di Umbanda

e adesso non ci riesco a

spiegarti cos´è

Ci credo come ci credevi tu

con la stessa ingenuità

con la stessa superstizione

con quel tuo piede sinistro

curvo verso l´interno

che camminavi piccina

piccina

e starti affianco

era uno dei piaceri

della vita

Lo so

lo sai

che mi manchi

tanto ci sentiamo spesso

proteggici nonna

lo hai fatto col babbo

che è svenuto

ha perso 3 litri di sangue

nella tua casa

ed è sopravvissuto

proteggimi nonna

che sono ancora

il tuo nipotino

quello coi riccioli d´oro

sensibile e intelligentissimo

almeno lo credevi

lo credevate tu e il nonno

il nonno bestemmia

dall´altra parte?

Vi vedete spesso?

Parlate in dialetto?

Sei ancora tu che cucini?

Hai rivisto tua sorella?

Avete litigato?

Lo so

dovrei pregare di più

facciamolo insieme allora

ma non adesso

adesso una signora coi capelli corti

è entrata in cucina

ha trovato una combriccola di milanesi

strafatti

ha detto

volete le pizzette?

con una voce così dolce

con un amore

così naturale

 

**

 

 

 

 

Dalla Rocinha

Scriverò una serie di post nel blog vivereinbrasile.com che avranno come tema le visite e il turismo nella favela. Intervisterò abitanti della Rocinha che lavorano nell’ambito del turismo e  preservano la memoria del posto. Girerò con un amico per i vicoli, visiterò organizzazioni non governative e scuole di calcio. Io non sono buono a fare foto ma un amico le farà col cellulare. E vediamo cosa ne viene.

fiabe

 

dalla raccolta “Favelado”

Juventus – Real Madrid  4 –  1

 

Dopo il primo gol di Dybala, di tacco, su tocco in profondità di Higuain e splendido velo di Cuadrado, Nino e Lorenzo, i due italiani che stavano guardando la partita nel baretto della Roupa Suja, nella favela Rocinha, a Rio, sono esplosi di gioia. Nessuno si aspettava un gol dopo cinque minuti di gioco, e non se lo aspettavano nemmeno Nino, venuto dalla Sardegna, a Rio ormai da un pezzo, e il suo amico Lorenzo che tra poco tornerà in Italia, a Torino, dove vive e dove, per lavoro, ha seguito le partite della Juve allo Juventus Stadium.

Hanno gridato davanti a una televisione dignitosa con una buona riproduzione dell’immagine, circondati dalla bella americana che li accompagna dappertutto e da un’amica svizzera innamorata come loro del Brasile; circondati, quasi accerchiati dal proprietario del bar che li aspetta ansioso perché sa che durante una partita di Champions si bevono in media sei, sette birre a testa, circondati, quasi accerchiati dai vicini curiosi e, ormai, tifosi come loro della Juve. A Rio le preferenze di chi segue la Champions sono rivolte, nella stragrande maggioranza, verso Barcellona e Real Madrid ma in questa piccola porzione della favela, in questi vicoli stretti e sporchi, tra questa gente sudata, indaffarata e felice è nato una specie di Juventus Fan Club. Si ritrovano sempre gli stessi a seguire le partite della Champions e Lorenzo, che è un po’ paranoico, li ha costretti a vestire magliette sempre degli stessi colori (lui stesso la maglietta originale della Juve, regalatagli da Bonucci dopo un derby, non la lava dalla partita di andata degli ottavi, contro il Porto). Si siedono sempre con la stessa disposizione, la televisione sul bancone, il barista affianco alla tivù, l’americana, i due italiani, la svizzera e dietro i cinque, sei inquilini delle casette del vicolo del bar nella Roupa Suja. Ed erano seduti così quando, al ventesimo del primo tempo, quel fanatico di Cristiano Ronaldo ha pareggiato: uno a uno. Un gol in netto fuorigioco ma si sa: gli arbitri favoriscono sempre il Real. Lorenzo e Nino hanno imprecato assieme a Buffon, hanno imprecato le loro amiche, i clienti del bar, “Dai che ce la facciamo” ha poi detto Nino con un forte accento sardo. E’ un bel ragazzo dalla faccia pulita, pieno di buoni sentimenti. Lorenzo è più scuro, è figlio di calabresi, ha i lineamenti da immigrato. In favela stanno lavorando come cooperanti presso varie organizzazioni non governative, insegnano inglese, si interessano ai problemi della gente e Nino sembra ormai uno del posto. Quando cammina tra i vicoli lo salutano tutti, sta simpatico a tutti ed ha anche dimostrato di essere un ottimo centravanti durante le partite a calcetto nel campetto della Villa Verde. Nino si è innamorato della favela e non vorrebbe andarsene più. Qui ha trovato ciò che cercava: una ragione per credere negli esseri umani. E forse un’opzione per il suo futuro, chissà una carriera un giorno di cooperante internazionale … Oppure no, nessuna carriera ma tantissime amicizie, qualche amore e viaggi, viaggi, viaggi; ha girato praticamente tutta l’America Latina e vorrebbe conoscere l’Africa … Lorenzo non sa cosa gli succederà al ritorno in Italia dopo questi pochi mesi in Brasile, non sa se riprenderà la sua vecchia routine, se tornerà allo Juventus Stadium a fare la cronaca delle partite per un sito degli Emirati Arabi che lo pagava da un conto belga, non sa se morirà di nostalgia per il Brasile, se vorrà trasferirsi qui come ha fatto Nino … Ma nemmeno Nino sa quello che farà e poi perché bisogna sempre pensare a tutto, non è meglio lasciarsi vivere?

Calcio di rigore: Higuain, dopo un incredibile, un meraviglioso tunnel a Sergio Ramos, viene atterrato da Varane. Siamo al secondo minuto di recupero, è fondamentale, è importantissimo metterla dentro e chiudere il primo tempo in vantaggio. Dal dischetto lui: Paulo Dybala. E’ calmo, è freddo, è argentino ma non sembra un argentino. Il portiere del Real si tuffa e lui, alla fine del primo tempo della sua prima finale di Champions League, con un sontuoso tiro a cucchiaio la mette dentro. La Juventus torna in vantaggio. Dybala sorride, anzi sogghigna; Navas, che prima di accingersi a parare ha alzato le mani al cielo e ha pronunciato un Padre Nostro, ha lo sguardo torvo. E’ incazzato nero. Si sente preso per il culo dal ragazzino Dybala. Ma è così che il mondo gira, Navas!

Lorenzo stappa l’ennesima birra, l’americana gli dà un bacio in bocca, la svizzera (che segretamente ama Nino; è timida: non lo ammetterà mai) abbraccia il suo Nino e grida: “Forza Juve!”. Il barista grida “Forza Juve”, i clienti in bermuda, con e senza le magliette, sudati, accaldati gridano “Forza Juve”. E’ l’urlo di guerra, di lotta, di gioia di questo pomeriggio nella Roupa Suja, cioè nello Juventus Fan Club della favela.

 

Durante l’intervallo tra primo e secondo tempo, Nino è corso all’ostello Roupa Feliz, nel quale ha soggiornato per quasi un anno, per prendere uno zaino che si era dimenticato. Nello zaino c’erano delle foto un po’ compromettenti che lo vedevano abbracciato a una bella tedesca bionda che aveva conosciuto ad una festa. Non sa chi gliel’ha scattata la foto più compromettente, quella nella quale lui e la tedesca si baciavano, fatto sta che qualcuno gliel’ha messa sotto il cuscino e lui un giorno, tutto meravigliato, si è svegliato e si è trovato questa e altre foto tra le mani.

Lorenzo è rimasto al bar a bere e a commentare le prodezze di Buffon che ha salvato il risultato in due occasioni. Prima su un colpo di testa di Sergio Ramos e poi su un tiro ravvicinato di Toni Kross, stranamente a centro area. “Grande Gigi!” commenta il calabrese, infervorato.

Ciò che è successo nel secondo tempo è di dominio pubblico: Buffon ha parato un rigore (inesistente) di Cristiano Ronaldo, Khedira ha siglato il tre a uno con un tiraccio dal limite e Dybala, letteralmente mostruoso alla sua prima finale di Champions, ha segnato il quattro a uno su calcio piazzato. Poi si è tolto la maglietta ed è corso sotto alla curva dei tifosi del Real ai quali ha mostrato la maglietta col suo numero e col suo nome scritti sopra, come aveva fatto Lionel Messi nell’ultimo scontro diretto tra Real e Barcellona.

Atto simbolico di Dybala, atto di fede nei confronti di Messi e dell’Argentina. Atto di sfida verso i tifosi del Real. Gli juventini a Cardiff hanno cominciato una festa che è poi continuata a Torino e che oggi, dieci giorni dopo, non è ancora finita. Ancora si parla in Italia della vittoria in Champions League della Juventus, la terza vittoria su nove finali disputate, sicuramente quella più bella a coronamento di un’annata perfetta.

Anche nella Roupa Suja si parla della Juventus e delle follie dei due italiani che la notte della finale l’hanno passata nella palestra della scuola di samba della Rocinha dove hanno ballato il funky della favela come due favelados, hanno distribuito sorrisi, buon umore, gioia di vivere e hanno diffuso una bellissima immagine del nostro Paese.

 

 

 

“La notte è lunga, João” – primi capitoli di un romanzo in cerca di editore

tiriri

uno

 

Atrás das Grades era pieno di carceri, di istituti di riabilitazione, di ospedali psichiatrici. Di socio educatori, psicologi, guardie carcerarie, infermiere, poliziotti.

Mediunidade era pieno di medium e di scuole che preparavano i medium del futuro. Lì, l’unico interesse era la comunicazione dei morti. Pagine annerite e penne tra le dita di uomini e donne che si dedicavano ad una sola attività. Attorno a un tavolo, sorvegliati da altri adepti, sguardi semi aperti o quasi sempre chiusi, i bambini avevano l’obbligo di raccontare i sogni fatti durante la notte. L’interpretazione degli adulti serviva a capire cosa avrebbero comunicato gli spiriti nel pomeriggio. I testi dei medium erano comparati ai sogni dei bambini per avere certezza che gli spiriti non li stessero ingannando e fossero chi dicevano di essere.

Liberdade rappresentava la libertà, lì tutti potevano amarsi, odiarsi o annoiarsi senza costrizioni, impicci o preoccupazioni. Era la vita che siamo abituati a vivere. João vi abitava ed era un paese di erba, sabbia e mare; il padre lavorava in una delle aziende più importanti mentre la madre insegnava in una scuola vicino al centro direzionale nel quale il padre aveva il suo ufficio.

João andava a scuola e frequentava l’oratorio della chiesa, dietro casa. Era uno dei pilastri della squadra di calcio dell’oratorio e un giocatore niente male della squadra di pallamano della sua classe. Un giorno, fu accompagnato dal padre in Atrás des Grades, per visitare la famiglia dello zio e restare qualche tempo con i suoi cugini. Gli avevano detto che si trattava di un periodo, solo di un periodo. Ma lui sentiva che era per sempre. L’aveva capito dall’unica lacrima caduta dall’azzurrissima iride di sua madre.

Per entrare nel quartiere di Atrás das Grades dovettero passare per la prigione. L’unica istituzione. João e suo padre Marcus furono perquisiti da due guardie armate fino ai denti.

-Possono andare- disse uno all’altro.

-Anche il vecchio?-  rispose quello.

-Ho detto che possono passare- ripeté il primo. Il secondo s’innervosì e, mentre João e Marcus varcavano la soglia, nella fattispecie un cancello, i due poliziotti si picchiavano. Si erano gettati a terra, si tiravano pugni, calci. Parevano ciechi nell’intelletto, perché quei calci avrebbero provocato delle fratture. Sembrava non importargli niente del dolore.

-Papà, dove andiamo?

-In un luogo che possa darti un futuro- si era lasciato sfuggire Marcus.
-Vuoi dire che non tornerò più a casa?

-Certo che tornerai. Ma prima dovrai studiare.

-Mi state punendo perché vado male in matematica?

-Non ti stiamo punendo. Ti stiamo portando dai tuoi cugini, te li ricordi?

João disse di sì, e il padre sorrise.

Lo adorava, suo padre. Quei riccioli scomposti, lo sguardo buono. Sapeva che qualsiasi decisione avesse preso sarebbe stata per il suo bene. Si tranquillizzò, nonostante lo schieramento di poliziotti e l’enorme palazzo che pareva un ospedale.

-Dove è la casa dei miei cugini?

-In fondo a questa strada, dopo quel palazzo.

-Che edificio è quello?

-Un manicomio.

-A cosa serve?

-I carcerati alle volte impazziscono e vengono mandati lì.

-Che significa impazziscono?

-Significa che urlano e dicono che sono Napoleone o di aver poteri magici.

-E anche io impazzirò?

-A te non potrà succedere – disse Marcus, con la mano destra tra i capelli neri -perché tuo zio, oltre ad essere un noto psicanalista, è il direttore del manicomio.

 

due

 

Lo zio di João non era nè alto nè basso. Un po’ grasso, forse. Intelligente, parlava tante lingue. Non faceva niente, non si stancava più. Era il direttore, ma al manicomio non ci andava mai. Passava il giorno intero seduto sopra una sedia sdraio. Servito e riverito.

Il padre di João aveva preparato il figlio. Gli aveva detto che lo zio era un tipo suscettibile, che andava preso per il verso giusto. Non andava contraddetto, andava ascoltato. Si sentiva solo, gli aveva detto il padre, e un cenno di assenso, una buona parola gli avrebbero fatto piacere.

João continuava a chiedersi perché non c’era un futuro per lui nella sua bella cittadina coi cipressi, l’asfalto regolare, la segnaletica stradale nuova di zecca. Ma in fondo l’aveva capito. Il padre e la madre non avevano denaro sufficiente per pagargli gli studi e credevano che con i cugini, in Atrás das Grades, avrebbe trovato una scuola migliore.

Ma ne vale la pena?

Un allontanamento, una separazione. Mia madre e mio padre non mi amano più, constatò amaro, mentre Marcus salutava il fratello che non si era alzato dalla sedia sdraio. Aveva allungato la mano e Marcus si era inginocchiato per baciargliela.

Attorno allo zio c’erano altre quattro o cinque persone e il padre di João aveva faticato per farsi spazio. Lo zio rideva e suo fratello gli aveva detto che era un buon segno, perché di solito era serio. D’altronde, con tutti i matti che era obbligato a sopportare! Cioè, lui non li frequentava, i matti, ma leggeva le relazioni scritte dagli piscologi e dai sociologi e ascoltava le lamentele degli infermieri e delle infermiere e le constatazioni delle guardie.

Suo padre e suo zio confabularono a bassissima voce. Dopo avergli baciato la mano, Marcus avvicinò la bocca alla guancia e gli diede un bacio anche lì.

João se ne stava in disparte. La cartella penzolante verso sinistra, stracarica di libri, la camicia a righe, i pantaloni sporchi e laceri sulle caviglie.

-Adesso ti saluto, figlio mio. Ci vedremo prestissimo- disse il papà e lo abbandonò come se fosse un comportamento normale, quello di un padre che lascia il figlio coi cugini perché possa studiare.

Uscì dal cancello e João non fece neanche in tempo a girarsi che era sparito. Colpa della cartella, che limitava i suoi movimenti.

Si voltò dall’altra parte e vide lo zio.

-Vieni- disse quello ossequioso, mostrando i pochissimi capelli attorno alla testa, gli occhi umidi e una cerimoniosità che a João parve eccessiva. Gli occhi erano così umidi che, se fossero scoppiati in un pianto sfrenato, a João sarebbe parso normale.

-E così mi sei venuto a trovare– affermò, aspettandosi una risposta che non venne. -Non avere paura, con noi starai benissimo. Te li ricordi i tuoi cugini, vero?- João non rispose. -Bene, sono contento per te. Poche parole, molti pensieri. Molti pensieri, un futuro radioso o… un ricovero in manicomio- rise, e gli diede una pacca sulla spalla. -Ridi, João, che se non lo fai la vita è triste!- e rise più forte. -Che divertente mattinata! Che bella sorpresa mi ha fatto tuo padre. Sai, io e tuo padre non siamo mai stati davvero amici, ma adesso un favore ho deciso di farglielo perché mio nipote si merita di studiare nelle migliori scuole del paese. Pensa: potrai diventare psicologo, sociologo, infermiere, poliziotto oppure… c’è sempre il manicomio!-rise ancora. -Tuo zio è il direttore e ti darà una stanza speciale. Ma non affrettiamo i tempi. Vediamo prima se sotto questa camicia a righe, se dentro questi pantaloni vecchi sorretti da bretelle, c’è un uomo vero o soltanto un pazzo– disse, felicissimo per un motivo che João non riusciva a capire.. João ricordò la nonna, la madre di suo padre. Coi capelli scuri, la vestaglia da casa, le ciabatte marroni, i piedi curvi verso l’interno. -Purtin d’la nona- diceva, – cosa vuoi da mangiare, la pizza? La nonna te la va a comprare. Oppure vuoi gli gnocchi? La nonna li ha preparati ieri e le sono venuti bene- diceva, amorevole.. João si rese conto che i ricordi nessuno glieli poteva togliere, allora si rassegnò.. che avevano fatto in fondo suo padre e sua madre? L’avevano mandato a studiare in una città che non era la sua. La stessa cosa deve essere capitata ad altri bambini.

Lo zio gridò il nome dei suoi figli. Mosse la gamba sinistra, battè con le dita sui braccioli della sedia. Ma non si alzò. I figli arrivarono in ritardo e lui si arrabbiò perché pretendeva che le regole fossero rispettate, in famiglia come nel manicomio.

La più giovane aveva i capelli fino alle ginocchia e fumava una sigaretta masticando chewing gum. Magrissima, occhiaie di chi non dorme da un mese. Orecchini alle orecchie e al naso, scarpe militari.

Gli altri due erano obesi. Dieci taglie più di João. Erano già adulti, le guance appoggiate allo sterno, gli occhi due fessure tra le ciglia. Capelli folti, nerissimi. Gemelli, si vestivano allo stesso modo. Magliette sudate e jeans sporchi. João rise e pensò che forse si sarebbe divertito.

Lo zio parve leggergli nel pensiero.

-Sono contento che ti piacciano i tuoi cugini. Quanti anni avevi? Due, tre? Sei rimasto un mese da noi quando tua madre stava con tuo nonno, in ospedale. I miei figli ti hanno accudito, lavato e… c’è chi dice che abbiano fatto delle altre cose, col tuo pistolino!– rise. -Moglie!- gridò,-Ho fame, portatemi da mangiare, adesso. Moglie, moglie!

La figlia gli ruttò il fumo in faccia e i gemelli corsero verso la cucina ma inciamparono uno nell’altro e caddero a terra. E poi arrivò la zia. Magra, alta, i capelli castani fino al collo, una gonna al ginocchio.

-È pronto, vecchio stronzo – disse. Si avvicinò alla sedia sdraio e porse un vassoio al marito, che ne approfittò per leccarle il braccio.

La donna fissò João, che non si era mosso da quando il padre l’aveva portato lì.

-Cosa fai, impalato? Entra!- urlò.

I primi capitoli di un romanzo scritto una decina di anni fa (e ancora alla ricerca di un editore)

pavone

1.

Le piacevano gli anelli d’oro, i bracciali e le collane di diamanti, gli abiti  e gli occhiali firmati. Le piaceva essere notata quando entrava nei locali alla moda di Milano. Frequentava Le Trottoir in Porta Ticinese ed era amica dello scrittore di romanzi gialli che fumava il sigaro, quello che tutti avrebbero voluto conoscere e che nessuno riusciva a intercettare. Lei invece aveva il suo numero di telefono e non ne era l’amante solo perché non si sarebbe trovata a suo agio in mezzo alle altre. Ma avrebbe potuto esserlo se lo avesse desiderato, avrebbe potuto essere e avere tutto ciò che sognava. Le bastava chiudere gli occhi, credere in se stessa e l’oggetto dei desideri le si materializzava davanti. Era questo uno specialissimo e magico potere di cui lei non parlava con nessuno. Costanza aveva la fortuna di vedere realizzati i propri sogni non nell’esatto momento nel quale li sognava, ma alcune ore, talvolta giorni, a volte anni dopo.

La sua occupazione principale era quindi allenare la fantasia alla ricerca di sempre nuove soddisfazioni che la rendessero felice e che potessero fare felici le persone che amava. Non era un’egoista o almeno non lo era all’inizio della sua parabola quando, a soli vent’anni, gestiva la ditta di pompe funebri lasciatele in eredità dai genitori. Era un lavoraccio vestirsi elegantemente per presentarsi ai funerali, dover osservare la faccia, i tratti, l’abito impeccabile del morto o della morta. Alle volte Costanza fremeva d’invidia perché non sopportava di vedere un bellissimo vestito Armani o Missoni finire per sempre sotto terra, dentro una fredda tomba. Ma che poteva farci lei, costretta a mantenere un atteggiamento tra il serioso e il triste dentro agli impeccabili pantaloni, nascosta nel suo cashmere di primissima qualità, sorridendo con pietà mentre si faceva il segno della croce.

Riceveva gli assegni nell’esatto momento in cui il parente del defunto iniziava le procedure. Il cliente poteva scegliere tra differenti bare proposte in un dettagliato catalogo fotografico. Il prezzo del funerale variava a seconda della qualità dei fiori, della cilindrata della macchina e, soprattutto, del materiale della cassa e del numero e della preziosità delle incisioni. Fin da piccola, seguendo il padre, si era abituata a vivere a stretto contatto con la morte e tutte quelle lacrime e tutto quel dolore non la turbavano affatto. Lei poi aveva il suo segretissimo potere magico. Più di una volta le era capitato di fantasticare desideri inconfessabili proprio durante una cerimonia. Più di una volta aveva trovato il neo vedovo assurdamente attraente, si era invaghita di più di un figlio divenuto improvvisamente orfano e, spesso, c’era andata a letto. Non si innamorava mai di nessuno. A lei gli uomini piaceva usarli o almeno le piacque finché non incontrò Fabrizio. Prima di Fabrizio la sua vita era segnata dall’alternarsi di lavoro e piacere, la parte del piacere però era davvero senza limiti. Il meglio di sé lo diede quando desiderò a tal punto il marito della defunta Clarissa che l’uomo avvertì lo stesso impulso, accarezzandole la vista con gli occhi ancora pieni di lacrime. I due camminarono parlottando tra le lapidi, lei nascosta nel tailleur perfetto, lui rigidamente contenuto dalla giacca e dalla cravatta. La sera cenarono assieme mentre il telefono dell’uomo suonava e lui non rispondeva. La notte dormirono nello stesso letto in uno squallido motel, il giorno dopo le lacrime al signore si erano seccate, Costanza gli aveva fatto un gran favore. Lo aveva cullato, amato, lo aveva accudito come un figlio, gli si era concessa più per pietà che per amore finché il sogno s’era avverato, il desiderio realizzato e il suo imperioso corpo femminile s’era placato. Del resto, dei possibili commenti cioè, delle ripercussioni sociali e dei sentimenti del marito di Clarissa, non le importava nulla.

2.

Costanza era nata in una piccola città bagnata dal mare Adriatico. Lei adorava il mare e i continui viaggi che era costretta a fare tra Pesaro e Milano non le piacevano affatto. Il padre e la madre si erano separati quando la loro bambina aveva compiuto otto anni, fino a quel momento avevano vissuto in un clima di unità rassicurante, il divorzio fu un fulmine a ciel sereno che cadde sulla famiglia come una maledizione. La madre di Costanza non pensava che il suo uomo potesse tradirla, si fidava di lui, era un buon padre e un buon marito, accudiva e vigilava i figli come fossero di porcellana, li seguiva nelle loro iniziative e interveniva quando c’erano dei problemi. Con lei poi era affettuoso e tenero, premuroso le regalava un mazzo di rose ogni venerdì notte quando tornava a casa dopo la pesante settimana, passata lavorando presso la succursale dell’impresa di pompe funebri che avevano aperto a Milano. Nonostante la distanza, questo pensava la madre, moglie e marito si amavano. Lui trascorreva il week end con lei dimostrando una certa passione, portava i figli al mare quando a Pesaro splendeva il sole dell’estate o si rintanava con loro in casa durante i freddi dell’inverno. Quando la moglie ricevette la stranissima telefonata anonima che le comunicò, telegraficamente, “Tuo marito ti tradisce”, non seppe bene a cosa credere e da principio pensò ad  uno scherzo. Lei gestiva le pompe funebri pesaresi, è  vero, lui le milanesi, stavano insieme solo il venerdì sera, il sabato e la domenica fino a mezzogiorno, al massimo le due quando lui prendeva la macchina e si dirigeva verso l’autostrada. Ma loro si amavano, s’erano giurati eterno amore davanti all’altare e a Don Morucci nella piccola e accogliente chiesetta del Cristo Bambino. Dalle panche, annusando bene, si sentiva l’odore del mare, salmastro e intenso come la sincerità che avrebbe marcato la loro relazione. E invece? E invece adesso questa telefonata. Silvana, la mamma di Costanza Giardini, rimase esterrefatta e, di primo acchito, pensò che fosse una stupidaggine. Coi piedi però fortemente attaccati al suolo e conoscitrice di ciò che si celava nei meandri più reconditi dell’animo umano, decise di indagare. Aspettò una domenica che il marito fosse partito dopo averla baciata come sempre e averle detto che l’amava e che, senza di lei, i giorni e le notti sarebbero trascorsi grigi come la nebbia d’autunno. Incontrò la   vicina e le chiese di occuparsi dei tre figli (oltre a Costanza c’erano Ludovica e Paolino) e disse che questioni imprescindibili legate al lavoro la obbligavano ad andare a Cesena. Si diresse invece alla stazione, prese il primo treno per Milano e, cinque ore dopo, raggiunse il piccolo appartamento che Edgardo aveva comprato a San Giuliano Milanese, nella provincia sud, e che usava come base per gli spostamenti e per trascorrere, secondo lui, le solitarie notti vicino all’agenzia di pompe funebri. Silvana Serafini in Giardini suonò al citofono del numero undici di via Cortellesi e nessuno rispose. Provò ancora e niente, s’incollò all’apparecchio, s’accanì senza staccare il dito, ci pigiò sopra il palmo, poi il polso, poi il gomito e niente. Entrò in panico, inspiegabilmente. Edgardo poteva aver incontrato un contrattempo che aveva ostacolato il viaggio verso il nord Italia, qualcuno poteva averlo avvisato tramite l’apparecchio radio della macchina di un impegno improvviso. Non poteva cercarlo al telefono perché non aveva con sé il numero dell’agenzia, che peraltro non ricordava mai. Decise di andarci a piedi, all´agenzia. Passò per il Parco Nord, incontrò qualche corridore instancabile, qualche mamma che ancora giocava coi figli, alcuni giovani che bevevano. Passò sopra il fiumiciattolo, era tesa, stressata, chi glielo aveva fatto fare, dare credito a una telefonata anonima non era da lei. I figli in casa con la vicina chissà come stavano adesso e cosa avrebbero pensato della sua partenza improvvisa. Avevano forse dubitato di lei? Le luci dell’agenzia erano accese nonostante fosse domenica. Delle quattro stanze solo una era illuminata, la finestra verde avrebbe però reso difficile ogni tentativo di sbirciare dentro. Silvana era piena di passione e di apprensione, una stupida telefonata l’aveva portata fino a lì. S’avvicinò e scoprì, con sua profonda sorpresa, che le persiane erano solo accostate, Sei proprio un idiota Edgardo, pensò, ormai sicura di trovarlo con un’altra donna a fare all’amore in mezzo ai drappeggi viola. La stanza invece era vuota, le luci accese e la stanza vuota, la villetta di un solo piano le mise paura. Spinse il vetro e quello s’aprì. Silvana come un gatto o un ladro entrò nell’Agenzia Pompe Funebri Giardini e Soci, pensando d’un tratto che forse era un malvivente colui che avrebbe incontrato lì dentro e non il marito. Voci soffuse, quasi sospirate, provenivano dall’ufficio semioscuro data l’ora serale e il parco utilizzo dell’energia elettrica. Silvana s’acquattò dietro la porta dell’unica stanza illuminata ed ascoltò timidamente e perversamente la conversazione tra il marito e la segretaria che se ne stavano praticamente al buio. “Non puoi tenerlo, pensa alla mia famiglia” (le voci erano basse, fioche come neve che ha paura di cadere), “Ma io ti amo ed ho anche telefonato a tua moglie”, “Cosa hai fatto?”, “Ho telefonato alla signora Giardini, non le ho detto chi ero,  ma le ho detto che sei un traditore”, “Tu sei pazza”, “Io non ce la faccio più a vivere in questa situazione, sono anni che fingo, che dico buongiorno e buonasera ma io voglio stare con te, voglio che tu ammetta davanti a tutti che sono io la tua donna”, “Va bene se vuoi lo dirò davanti a tutti ma tu non devi tenere questo figlio, è troppo presto, io non sono pronto”, disse Edgardo. “Come fai a non essere pronto se hai già tre figli?”, rispose la segretaria, “Con Silvana è diverso, io e lei ci siamo sposati in chiesa, stiamo insieme da tanti anni, abbiamo fatto tutto insieme, abbiamo accettato di condividere questo lavoro e non è stato facile, perché alle volte un lavoro come questo è meglio perderlo che trovarlo e io, obbligato ai funerali fin da adolescente, a vent’anni già non ne potevo più, Silvana però è rimasta incinta e allora ho deciso di impegnarmi nell’azienda e lei mi ha aiutato e mi è stata vicino, senza di lei non saremmo mai riusciti a comprare la quota di mio zio e aprire questa agenzia a Milano, è stata lei a farmi capire che c’era qualcosa di etico in quello che facevamo, che stavamo offrendo alle persone un importante servizio, seppur doloroso, che l’abito scuro era la nostra divisa e non dovevamo vergognarcene, che era per mezzo di questo lavoro che avremmo mantenuto ed educato i nostri figli”. “Se era così diverso con Silvana”, incalzò la segretaria, “perché mi hai sedotto? Ricordi Edgardo, ricordi quando abbiamo fatto all’amore al cimitero, di notte, sulla lapide di un giovane appena morto di cancro, ricordi quella volta che ci siamo chiusi dentro una bara e siamo rimasti così, uniti come in un abbraccio eterno, e poi tu hai goduto dentro di me e io ho abortito per la prima volta”. Silvana non credeva alle proprie orecchie. I due dovevano essere seduti per terra ma lei non riusciva a scorgerli. Un lume intermittente, forse una candela mossa dal vento, proiettava un bagliore sinistro contro la parete. Lei si chiese se, visti i loro discutibili gusti, si stessero appoggiando alle incisioni marmoree o ai gualdrappi neri o forse, come passatempo, si pungessero con le rose bianche sempre presenti nei loro uffici. Le veniva da vomitare, si trattenne, voleva andarsene, per un attimo pensò di tornare a Pesaro, di mentire ai figli, di aspettare il marito fino al week end successivo, di preparargli una cenetta deliziosa e di amarlo come se non fosse successo niente. “Adesso che hai telefonato a Silvana non avrò più il coraggio di guardarla in faccia”, disse Edgardo, “Sono dieci anni che la guardi in faccia mentendole, non credo che questo dettaglio possa cambiare qualcosa”, rispose la segretaria, “Io non voglio avere un figlio da te, non adesso”, “Ma io stavo scherzando” disse lei con voce birichina e quasi inudibile tanto che Silvana dovette tendere il collo assumendo una posizione che immediatamente giudicò grottesca. “Non sto aspettando nessun figlio, l’ho detto per farti arrabbiare”, Edgardo sospirò e Silvana riconobbe, senza vederla, l’espressione di sollievo che gli si stava dipingendo sul viso. “Lo facciamo sulla scrivania o sopra il crocifisso?” disse lui, “Oggi mi sento puttana, ti voglio sulla scrivania”. Silvana si stava mettendo a ridere ma si contenne pensando a dove era e al fatto che non si trattava di un imbecille qualsiasi ma di suo marito, del padre dei suoi figli. Raggiunse silenziosamente la finestra e mentre usciva, agile come un colpevole, pensò al caso che aveva voluto che la persiana fosse accostata e la finestra aperta e si ricordò d’aver immaginato Edgardo che faceva all’amore dentro a una cassa da morto e poi l’aveva trovato quasi nello stesso modo in cui lo aveva immaginato.

Di nuovo sul fiumiciattolo pensò che era stato tutto un sogno, che il marito non la tradiva con la segretaria, che lei si era inventata tutto. Passò la notte nella stazione di Rogoredo ad osservare i barboni e gli accattoni, si stupì nell’attribuirgli tratti familiari. Durante il viaggio di ritorno finalmente avvertì la disperazione e la voglia di piangere. Non erano ancora le dieci di mattina quando passò per Cesena e pensò di scendere e di gettarsi sotto il treno successivo. Non era lei quella che era stata tradita per più di dieci anni dal marito con la segretaria, non era lei quella che, dopo una strana telefonata, era andata a Milano e aveva trovato Edgardo, il suo Edgardo, che si dilettava in discorsi dolci e controversi con il suo amore, che non era lei. Pensò che sarebbe impazzita e che, al ritorno a Pesaro, l’avrebbero rinchiusa in manicomio. Il fatto d’aver prima immaginato il marito e l’amante tra i drappeggi funebri e poi di averli realmente trovati lì la riempì d’angoscia. Credette d’essere una veggente. Si sentì una fallita. Non avvertì dentro di sé né orgoglio né amor proprio. Scese alla stazione di Pesaro senza capire come aveva fatto a riconoscere il suo borgo natio, tanto era stordita. Camminò confusa tra la sala d’aspetto e i binari, sembrava aver perso qualcosa o averla inaspettatamente e malauguratamente trovata. Un poliziotto le si avvicinò e le chiese: “Ha bisogno di aiuto?”, lei gli cadde tra le braccia ma non svenne. Non riusciva a parlare, “Di dove è, cosa fa qui?”, s’informarono, un passante disse: “Io questa signora la conosco, è quella delle pompe funebri”, “Lei è quella delle pompe funebri?”, domandò il poliziotto, ma Silvana pareva aver perso l’uso della voce.

 

 

 

 

 

 

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