Cristo si è fermato a Rio/in vendita in libreria

“Cristo si è fermato a Rio”, la mia nuova raccolta di racconti, è in vendita in libreria in Italia. Basta ordinarlo e vi arriverà entro una settimana.

 

https://www.mondadoristore.it/Cristo-si-e-fermato-a-Rio-Matteo-Gennari/eai978884002077/

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audiolibro

Sto correggendo assieme all’attore Claudio Carini i capitoli recitati de “Il fumo della pipa va lontano” che uscirà come audio libro il 20 giugno. La voce calda di Claudio, sussurrata, che racconta dei litigi tra me e mia madre, e della San Donato degli anni 80 e 90, mi emoziona profondamente. Spero chissà che la stessa emozione possa assalire i cuori di chi ascolterà. Chissà…

 

il fumo della pipa itunes (1)

Il 25 aprile

bandiere

Stanotte ho sognato Enzo. Era un po’ più grasso di come l’avevo visto l’ultima volta, circa due anni fa. Era un po’ gonfio. Eravamo in centro a Milano, forse perché oggi è il 25 aprile e io, lui e molti altri e altre ci ritrovavamo tutti gli anni per festeggiare la liberazione dal nazifascismo. Succedeva soprattutto negli ultimi tempi che magari non ci vedessimo mai durante l’anno, il 25 però ci si incontrava tra Porta Venezia e Porta Romana o magari nella Piazza della Repubblica e si camminava insieme, ci raccontavamo tra uno slogan e l’altro le rispettive esistenze, ci si abbracciava e si sorrideva perché finalmente primavera era arrivata ed era un bel ricordo la primavera del 1945, l’inizio di un’epoca che avrebbe visto i nostri nonni e genitori nella ricostruzione di un Paese e poi noi nel consolidamento di valori quali il rispetto, la fraternità, la giustizia. Sfilavamo per le vie del centro e c’erano un po’ tutti, c’erano Marco, Luca e Enzo dei Vox D’Accion, banda ska punk degli anni 90 e c’eravamo io, Ricky, Izzu e Bubu dei Kyre, banda punk rock degli anni 90; c’erano Barbara e Francesca che non erano più Barbara e Francesca degli anni 80 quando eravamo dei bambini e io le amavo silenziosamente da lontano (e di nascosto) ma due donne mature arcigne, che ogni volta che leggo Elena Ferrante me le immagino nelle vesti di Lenù e Lila. E c’era Timoteo senza nemmeno l’ombra di un pelo o di un capello che, figlio di irriducibili comunisti, nipote di un nonno partigiano, in prima fila a ridosso del cordone di braccia aggrovigliate insieme, in mezzo a belle bandiere sventolanti gridava “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung, evviva il compagno Ernesto Che Guevara!”. E noi lo seguivamo, lo imitavamo, ripetevamo quello che diceva lui; almeno io lo facevo, sempre, anche se tra tutti i nomi citati ce n’era uno, Mao Tse Tung, le cui gesta non conoscevo affatto; Marx, Lenin e Guevara rientravano però tra i rivoluzionari degni del massimo rispetto.

Passavamo sotto i balconi dei palazzi borghesi del centro, quelli solidi con le balaustre sporgenti e antiche, signorili, e molti tra gli inquilini uscivano e gridavano insieme a noi sventolando bandiere rosse. Altri, la maggioranza forse (a me parevano tali perché ritenevo che Milano fosse una città troppo borghese e troppo diversa da Reggio Emilia o da Bologna) dai balconi ci insultavano o ci disprezzavano osservandoci silenziosamente da dietro le finestre, forti e orgogliosi del fatto che il fascismo proprio a Milano è nato, ed anche il movimento di Berlusconi (e vi si è diffusa la Lega Nord). Noi gridavamo a favore di un sentimento, di una necessità di giustizia che ci ardeva in petto, gridavamo la gioia di vivere e di essere lì in quel momento a ricordare i liberatori della patria, dell’Italia, i Padri della Costituzione e della Democrazia Italiana che avevano inculcato ai nostri nonni, padri e madri e a noi stessi quei valori che mai avremmo scordato.

Il 25 aprile era un giorno di festa; se faceva freddo il maglione vestito sarebbe stato immancabilmente di colore rosso; se pioveva, dopo aver camminato e gridato ci saremmo rintanati in uno dei mega-store del centro; se faceva caldo i festeggiamenti sarebbero continuati fino a sera in una birreria o stravaccati in qualche parchetto o al Parco Nord di San Giuliano attorno al quale abitavamo tutti quanti.

Oggi però io vivo a undicimila chilometri da dove sono nato, in un Paese che mi ha accolto e che ho amato tanto. Oggi Enzo, che mi è apparso in sogno, già se n’è andato, è passato a miglior vita, come si dice e, dove vivo io, il venticinque aprile è una data come altre, si lavora, nessuno commemora niente.

Oggi nuovi venti di inquietante fascismo si aggirano per il pianeta e in molti vogliono rinnegare i valori di uguaglianza e libertà in nome di un odioso autoritarismo.

Enzo, che in sogno aveva il viso gonfio, è morto a causa di un attacco cardiaco. E anche se vivessi ancora a Milano e mi fossi recato in centro a festeggiare, lui non l’avrei incontrato. Può darsi che avrei visto Mauro, Marcello o Pepè ma Enzo no, non l’avrei incontrato. E forse proprio per questo mi è apparso di notte in sogno, per ricordarmi che il tempo passa, fugge e finisce pure e noi non dobbiamo buttare via nemmeno un minuto, nemmeno un secondo.

I nemici sono sempre gli stessi, cambiano i nomi, le latitudini e le armi, ma i nemici sono gli stessi.

Ci vogliono indurre all’infelicità e al silenzio, come hanno sempre fatto, in modo che loro possano regnare in un mondo sempre più disuguale, a misure diverse per poveri e per ricchi.

Vogliono zittirci, sì, e farci rinchiudere in noi stessi. E a me viene in mente il mio amico (non era un amico fraterno a cui dicevo tutto ma pur sempre un amico) che cantava nei Vox D’Accion; saltellava sul palco, sembrava un pugile il mezzo al ring, curvo, a guardia bassa, sospettoso, circospetto, pronto a sferrare il pugno. E gridava: “Rojo el Pueblo, Rojo el Pueblo, Rojo el Pueblo!”.

Ecco, Enzo, avevi ed hai ragione: il popolo è rosso, continua rosso dello stesso colore del sangue che ci scorre nelle vene e che in un pomeriggio come tanti nelle tue si è bloccato e non ha raggiunto il cuore.

 

 

Ivanilda

 

 

Vivevano nella parte alta della favela, a ridosso della roccia. Io li ho conosciuti lì. Due famiglie legate alla ONG di un’amica, che si occupa di bambini e che oggi è riuscita a farsi registrare come “Asilo della Prefettura” e ciò significa che riceverà aiuti economici dal Comune.

Le loro case erano povere, costruite in un luogo pericoloso perché pieno di narcotrafficanti che si nascondevano in quelle vie impervie con molte curve e vicoli, vicoletti di difficile accesso.

Quando le giornate erano calme, andarli a trovare era un piacere. Mi hanno offerto carne e birra, insieme abbiamo visto delle partite alla televisione, ricordo ad esempio la finale Milan Liverpool della Coppa dei Campioni. Il primo tempo finì tre a zero per il Milan ed io, juventino annoiato, decisi di andarmene. Scendendo mi fermai in questa e quella casa a chiacchierare delle vicissitudini della favela, del lavoro che svolgevamo insieme, dei donatori, dei progetti e di quisquilie o cose importantissime che riguardavano le nostre significative/insignificanti esistenze. Quando raggiunsi l’entrata della favela, il Liverpool aveva pareggiato tre a tre e Shevchenko aveva sbagliato un gol praticamente a porta vuota.

Invidiavo il loro senso di comunità così distante dal sentimento di isolamento che aveva caratterizzato i miei ultimi anni a San Donato/San Giuliano Milanese. Nonostante la povertà e le poche aspettative (i figli difficilmente sarebbero andati all’università e per me questa era una gran pena, per me che ero nato nel comune italiano col maggior numero di laureati in rapporto alla densità demografica) nonostante le difficoltà, le fogne a cielo aperto e le croniche mancanze di quei beni materiali che invece per me erano stati di facile accesso, gli abitanti di queste zone disadorne della favela mi insegnarono quanto era potente l’effetto della generosità, della condivisione, dell’aiuto reciproco. Vivevano praticamente senza privacy, i pochi momenti di solitudine ognuno di loro doveva conquistarseli magari con una camminata in riva al mare, insomma per nessuno era naturale avere una stanza propria, una propria libreria, un divano rosso o uno stereo come invece era toccato in sorte a me. Io però, figlio unico di un figlio unico, di solitudine avevo sofferto; venivo da lunghi inverni passati da solo in casa a leggere Dostoiévski, lunghi inverni di quella lunga adolescenza che mentre la vivevo non sapevo mi avrebbe marcato, nel bene e nel male, per sempre.

Sono passati molti anni da quei nostri incontri e molte cose sono cambiate nelle loro vite e nella mia.

Alcuni di loro, estenuati dalle abitudini cruente di narcotrafficanti e polizia, hanno deciso hanno provato a cambiare. Alcuni di loro si sono illusi che andare a vivere in una zona di Milizia fosse una buona scelta; la Milizia (formata da poliziotti, militari, agenti dello Stato fuori servizio, in pensione o ancora attivi, legati a politici, imprenditori e faccendieri vari) da più di vent’anni vende un’immagine di sé che la dipinge come alternativa al narcotraffico. I quartieri di Milizia (tutta la zona ovest, ed ora anche parte della zona sud e poi quasi tutta la Baixada) vengono considerati tranquilli, con poche armi a vista, quartieri nei quali se non ti metti contro i miliziani, se non “fai le pulci” ai loro traffici, non hai problemi. I miliziani vendono servizi internet, bottiglioni del gas, aprono negozi, ristoranti, riscuotono una tassa da ogni residente, tassa chiamata “Io ti progetto da me stesso” e costruiscono case e condomini abusivamente, dovunque ci sia della terra disponibile. Lo Stato non riesce/non vuole fiscalizzare (spesso perché connivente). Gli appartamenti vengono venduti a prezzi inferiori (la metà) di quelli di mercato. E due tra le famiglie dei miei amici, dei miei conoscenti della favela hanno scelto di cambiare aria, attratti dalla possibilità di vivere in un condominio come si deve e non in una casa scavata nella roccia che per raggiungerla devi scalare tutte le sere una collina.

La cuoca dell’asilo, la cuoca della ONG ha venduto tutto quello che aveva, si è indebitata con la banca e ha comprato un bell’appartamento in un bel condominio, senza registro negli uffici del Comune ma chi gliel’ha venduto le ha garantito (a lei e a centinaia di inquilini) che il registro non era importante, le costruzioni erano a posto, poteva stare tranquilla.

Ieri mattina il palazzo nel quale abitava con la figlia e la nipote è venuto giù. Lei non c’era, era al lavoro in favela.

Ora, trentaquattro ore dopo il crollo, è seduta accanto alle macerie aspettando un miracolo, quello di rivedere la figlia e la nipote, vive.

 

 

 

 

 

 

 

I primi due capitoli di un testo che ho scritto quest’anno, intitolato “Il fumo della pipa va lontano”, inedito.

trip

1

Dovrei scendere e prepararmi una pipa da fumare e non è detto che dopo aver scritto non lo faccia. Quando fumo seduto sul muricciolo sotto al mio albero preferito che non so nemmeno che tipo di albero è, mi viene in mente lo spirito chiamato Pai Joaquim là della Bahia ed è a lui che mi rivolgo perché interceda più in alto dove io da solo non riesco ad arrivare, è a lui che mi rivolgo quando mi sento esausto.

E’ lui che mi ha introdotto al misterioso universo dell’Umbanda, del Candomble’, del Kardecismo, è lui che mi ha chiesto se sentivo i brividi dietro alla schiena, sul collo ed io sì li sentivo, li sento tutte le volte che penso a mia nonna e mi viene una gran nostalgia.

Mia nonna era una vecchina meravigliosa, è stata una donna meravigliosa, l’unica vicino alla quale riuscivo a sentirmi calmo, tranquillo, protetto. Non mi succedeva con mia madre, non mi succedeva con le amiche, non mi succede oggi con mia moglie, con mia nonna invece sì, succedeva perché io sentivo che il suo amore per me era gratis, lei non mi chiedeva niente, mi donava la sua anima, le sue attenzioni, il suo lavoro di cuoca, mi metteva al centro dei suoi pensieri, delle sue premure e da me non voleva niente, voleva solo che stessi bene, fossi felice.

Lo spirito Pai Joaquim della Bahia è alla nonna che mi ha fatto pensare in quel nostro primo incontro quando mi ha chiesto se sentivo i brividi sulla schiena, io ho capito che i brividi significavano la vicinanza di un’anima, probabilmente quella della nonna disincarnata nel gennaio 2008, e il fatto che io li sentissi significa che sono un medium, cioè che avverto le “presenze”. Per questo quando entro in una casa, in una scuola, palestra, in una stanza, in un bar, in un ufficio subito “sento” il posto, cioè avverto di quale natura sono gli spiriti che lo popolano assieme ai vivi, a noi che scriviamo, che leggiamo.

L’ultima volta che sono stato a Bahia, l’amico che incorpora, che viene posseduto da Pai Joaquim, prima che me ne andassi, di fronte alla mia preoccupazione, alla voglia di restare lì con lui, la moglie, i suoi figli e mia figlia, davanti alla mia voglia di scappare di nuovo dalle difficoltà, dalle tensioni, ha chiuso gli occhi e ha detto: – Mi è venuto in mente quell’albero, quello del cortiletto davanti alla palazzina in cui abiti… -. Solo questo mi ha detto, ma il sottotesto delle sue parole era “Mi è venuto in mente quell’albero e tutte le volte che vuoi collegarti mentalmente, telepaticamente con Pai Joaquim, siediti lì sotto e fuma la pipa come la fuma lui”.

2

Un forte prurito alla caviglia mi distrae dalle mie intenzioni. Sono stato punto da una zanzara, mi chino per grattarmi e rifletto sul fatto che, al mio arrivo in Brasile, sudavo come un matto, come un disperato e tutte le mattine mi svegliavo pieno di punture di zanzare su varie parti del corpo, specialmente gambe e braccia anche se le più fastidiose erano quelle sulla pancia. Oggi quasi non sudo più, le mie magliette a fine giornata praticamente non puzzano mentre le magliette di allora alla sera potevo strizzarle e pareva che le avevo tenute addosso mentre facevo la doccia. Oggi le zanzare quasi non mi pungono più e quella che mi ha punto forse un’ora fa sulla caviglia è una eccezione. Stavo per dire “piacevole eccezione” ma poi ci ho ripensato e ho riflettuto sul fatto che l’aggettivo piacevole avrebbe connotato il mio attaccamento, nel ricordo, nelle emozioni, al periodo “eroico” dell’arrivo in Brasile. Chissà forse da allora non solo sono cambiato io ma sono cambiati il sangue, l’odore e il metabolismo a tal punto da influenzare le ghiandole sudorifere e gli insetti, le mosche, le zanzare che mi circondano.

Finisco di grattarmi la caviglia e finalmente osservo l’albero, l’alberello nel cortiletto davanti alla palazzina nella quale abito. E’ un cortiletto minimo, la parte verde è inclusa tra il muricciolo e il muro della palazzina nella quale vivono i nostri vicini. E’ un alberello con le foglioline verdi, minute. Emanano un buon odore. Adoro osservare le foglie, i rami illuminati dalla luce artificiale che viene dal palazzo. Il bianco delle pareti e il verde delle foglie creano un felice contrasto e l’atmosfera mi spinge all’introspezione. Finalmente preparo la pipa e me l’accendo. Ci metto un attimo, sono rapido, sono abituato ad armeggiare col tabacco.

Le prime boccate sono le migliori e me le godo, indugio col fumo nella gola, ne lascio scendere un po’ fino ai polmoni, poi lo soffio via contro l’aria nitida che mi separa dalla parete in questa serata anomala e un po’ fredda. Indosso una maglietta bianca sporca di pomodoro sul davanti, le maniche sono corte e io sento i brividi, non so se è il freddo o una presenza spirituale. Guardo l’albero accanto a me, le foglie vive, i rami che paiono gracili come le braccia secche del mio amico Maurizio, soprannominato Il Para perché faceva Paravan di cognome. Era uno dei miei migliori amici a San Donato Milanese, dove risiedevo. Io vivevo in via Europa nella parte più borghese della cittadina, lui viveva in via Di Vittorio, una delle zone più popolari. A casa sua ci sono stato poche volte prima che morisse, dopo che è morto ho pranzato con sua madre e con suo padre anche se non li conoscevo molto bene. Anche lui è stato poche volte a casa mia, sicuramente c’è stato durante una cena quando i miei erano andati chissà dove, e io cucinai una pasta o del riso per tutti e rubai qualche bottiglia di rosso dalla cantina del papà. Eravamo io, il Para, Ricky e non so chi altro. Mangiammo e soprattutto bevemmo molto. Più bevevamo, più cantavamo – eravamo tutti membri di differenti band – e finimmo per vagare ubriachi per le vie anonime di San Donato cantando a squarciagola le canzoni dei CCCP, una delle nostre band preferite. Il Para amava i CCCP, preferiva però i Mano Negra – fu lui a farmi conoscere Manu Chao – e ascoltò e apprezzò per primo il disco Pablo Honey dei Radio Head. Il Para era magro, aveva lunghe braccia, lunghe gambe, era un capellone, occhi castani o forse verde scuro, la sera della sbronza a casa mia ci dichiarammo eterna amicizia, ciò che ci univa era l’amore per la musica e per la poesia. E poi eravamo anche un po’ comunisti. Eravamo contro (io lo sono ancora). Lui è morto quando aveva ventidue anni. Prima di morire (ogni vita potrebbe essere riassunta da queste tre parole “prima di morire”) prima di morire ha fatto parecchie cose: si è innamorato qualche volta (io ne ricordo una sola, il suo consulente per le questioni amorose era Ricky), ha suonato la batteria in una band che si chiamava Desordre, ha stretto tante amicizie, ha studiato ingegneria ambientale all’università di Pavia. Per me ciò che conta è che eravamo amici e che lui e tanti altri facevano parte assieme a me dei Ragazzi delle Panche di Via Mattei. Ci radunavamo quasi tutti i pomeriggi nello stesso spiazzo erboso, ci sedevamo sull’erba o sulle panchine, fumavamo, bevevamo, ci raccontavamo le nostre vite, ci innamoravamo, ci contendevamo le fidanzate (e le ragazze si contendevano noi maschietti), discutevamo di politica, di cinema, di musica, di letteratura, la religione non ci interessava, ci interessavano le droghe (chi più e chi meno).

Il Para era un moderato, al massimo, per quello che ne so io, si fumava qualche canna o beveva birra e vino.

Io invece con le droghe ci davo dentro anche se non ero uno dei più assidui, per esempio non ho mai provato l’eroina anche se me l’hanno offerta una sera davanti a un cimitero, ho provato la cocaina una volta sola a Capodanno e non mi è piaciuta. Ho fumato canne, bevuto un po’ di tutto e ho avuto strane, entusiasmanti, terribili esperienze con gli acidi. Il primo acido che ho preso si chiamava Dragone e consisteva in un foglietto con il disegno di un drago sopra, grande quanto la punta di un dito. Avevo diciotto anni, lo comprai da un compagno di classe che militava negli ultras dell’Inter e aveva i capelli a caschetto, gli occhi castani, era sempre schizzato, iperattivo, razzista e molto simpatico. Odiava gli ebrei e i negri. Almeno a parole li odiava però nelle sue relazioni con i compagni era uno dei più tolleranti, uno che accettava gli altri. Si chiamava Andrea, ancora si chiama Andrea, è vivo, credo abiti a Milano e lavori in banca.

“Dai, Teo” mi diceva. Anche Il Para e Ricky mi chiamavano Teo. In Italia un sacco di gente mi chiamava Teo. Questa è una delle parole che si sono perse qui in Brasile, adesso nessuno mi chiama più Teo, qui mi chiamano Matteo o Matheus o storpiano il mio nome in un qualche modo che io accetto.

In molti qui mi chiamano “Italiano”, specialmente nel Terreiro di Umbanda che frequento.

La notte che presi il mio primo acido la passai a casa di Paola che abitava a Metanopoli in un bell’appartamento nel quale tutte le volte che ci entravo mi sentivo bene. Aveva una sala spaziosa, davanti alla televisione c’erano i vetri dai quali filtrava molta luce, era un posto tranquillo, di pace. Lei ci accolse con il suo fidanzato capellone, biondo con la barba bionda e pieno davvero pieno zeppo di capelli. Una delle prime volte che vidi Paola lei stava stirando e io rimasi sorpreso perché le mie altre amiche non stiravano, chi stirava erano le madri, Paola no, lei era diversa. E poi frequentava l’Accademia di Brera e disegnava, dipingeva e leggeva della buona letteratura, conosceva Garcia Marquez e mi consigliò Agota Kristof. Lei mi sembrava già una donna e non più una ragazzina. Aveva girato mezzo mondo ed ora, a San Donato per un po’, assenti i suoi genitori, praticamente conviveva con il fidanzato ed anche questa per me era una novità, non solo perché io non avevo convissuto con nessuno ma anche perché nessuno dei miei amici più intimi aveva ancora convissuto con qualcuno.

Quel primo acido a casa di Paola lo prendemmo, lo ingoiammo solo io e Luca. Luca oggi è il mio migliore amico, anche se abitiamo a undicimila chilometri di distanza e, all’epoca, era uno dei miei migliori amici, uno dei componenti della mia band. All’epoca Luca detto Bubu era capellone, aveva foltissimi e ricci capelli neri, indossava camicie di flanella a scacchi anche d’estate e sempre gli stessi pantaloni azzurri  sporchi quasi blu con, se non ricordo male, lo stemma di Paperino a tappare qualche buco. Erano i pantaloni della sua tuta preferita.

La sera dell’acido cominciò tranquilla a casa di Paola bevendo, chiacchierando, lei e il fidanzato ci intrattenevano, ci raccontavano come sarebbe stata la nostra prima esperienza. Io li trovavo una coppia affiatata, simpatica, moderna, lui aveva un accento marcatamente milanese, lei mi pareva sicura, sapeva il fatto suo.

Ad una certa ora io e Luca Bubu decidemmo di uscire, era molto tardi o forse ci pareva tardi, vagabondammo un po’ a zonzo per vie accaldate di San Donato, camminammo nella direzione della piscina comunale poi credo ci raggiunse Dario con la sua chitarra, Dario era un altro amico delle Panche. Ci mettemmo a sedere nella rotonda spartitraffico ricoperta d’erbetta e cantammo tutti e cinque insieme, Paola, il fidanzato Gilles, io, Luca Bubu e Dario. Apparve all’improvviso una macchina che si fermò, vi scese trafelato un tipo con la barba, ben vestito, con la faccia seria. Fissò me e Bubu e disse:

  • Documenti, ragazzi!

Noi che già sentivamo gli effetti dell’acido ci agitammo, “Come, cosa” balbettammo.

  • Datemi i documenti, ragazzi, io sono uno sbirro!

Uno sbirro! Eravamo fottuti.

Luca farfugliò qualcosa, si alzò, camminò fino alla macchina del tipo, io non sentivo nemmeno le forze per reagire e mi rigiravo nell’erba, tra le margherite.

  • Ma che vi siete presi? – chiese il tipo.
  • Siamo dei drogati. Ci siamo presi dell’acido – rispose il mio amico in un momento di allucinata lucidezza.
  • Dell’acido? E ne avete ancora? Se lo avete, datemene un po’-.

Il tipo, lo sbirro si mise a ridere.

  • Non sono un poliziotto – ammise – ma uno sballato come voi -.

Mi alzai di scatto, sorrisi. Presi coraggio, mi avvicinai. Quello però subito dopo se ne andò e Bubu disse: “Vieni Teo, andiamo dagli altri”. Solo allora mi accorsi che ci avevano lasciato soli.

A casa di Paola mi resi conto che ero completamente fatto, cioè completamente sotto l’effetto dell’acido. Gilles, il fidanzato di lei, mi pareva un leone biondo, biondissimo e mi faceva venire la voglia di strizzargli la barba e i capelli. Paola invece aveva la pelle bianchissima ed era rossiccia di capelli. Era sensuale, semplice e molto bella. La semplicità risiedeva nei pantaloncini che portava, nella maglietta non all’ultima moda. Era diversa dalle ragazze che avevo frequentato fino a quel giorno. Era più alla mano, più vicina a me. Mi sentivo felice per il fatto di stare nella sua cucina con lei, con Gilles il leone e con il mio amico Bubu che però non sapevo dove fosse.

“Dov’è Luca?” chiesi.

Non mi risposero.

Allora mi misi a sedere sul tavolino, con le spalle appoggiate ai vetri della finestra. Incrociai le gambe e chiesi a Paola di portarmi dei fogli. Cominciai a scrivere, senza pensare, scrissi dei versi, delle strofe che dicevo e sentivo mi venivano dettati direttamente dalla Luna, scrissi dei versi che parlavano di Venere, di Marte e, mentre scrivevo, la mia amica mi osservava e mi aiutava con i fogli appoggiati sul tavolo, ne spostava uno quando lo avevo riempito e ne metteva un altro al suo posto.

Riempii una decina di pagine, poi cominciai a sentirmi inesorabilmente, incredibilmente stanco.

L’effetto della droga stava scemando. Il corpo reclamava. Andai nella stanzetta di Paola dove trovai Luca che, confermò, stava sentendo la stessa stanchezza e aveva vissuto le stesse straordinarie esperienze sensoriali. Tutto gli era parso nuovo, colorato, vivo, interessante, tutto era vivo e tutto era splendido e doveva essere vissuto intensamente, fino alla fine.

Tornammo a casa la mattina presto. Io salutai la mamma e il papà e andai subito in bagno a infilarmi nella vasca. Dentro l’acqua realizzai che gli effetti della droga continuavano anche se più tenui e mi godetti la sensazione dell’acqua e del sapone. Come era bella l’acqua, come era fresca, come era morbido, vellutato il sapone sulle mani!

Indugiai nell’acqua, resistetti a lungo anche perché mi vergognavo e avevo paura che mamma e papà scoprissero quello che avevo fatto. Non lo avrebbero scoperto. Loro non si erano drogati mai, non si erano fumati mai nemmeno una canna, papà al massimo beveva del vino, del whiskey e della birra ma con moderazione e mamma fumava due o tre sigarette al giorno. Niente droghe. Loro venivano da Pesaro, dalla provincia ed erano emigrati a Milano per lavorare. Loro conoscevano le ristrettezze economiche, le avevano vissute sulla loro pelle. Il borghese ero io. Ero io il privilegiato  che poteva sperimentare nuove sensazioni, lisergiche emozioni.

Prima di sdraiarmi un po’ nel letto illuminato dal sole estivo che proveniva dalla finestra che dava sulla rampa dei box, telefonai a Luca.

  • Come stai?
  • Stavo cercando di dormire quando ho visto un cinghiale, qui accanto al letto, che faceva un verso strano. Mi ha messo paura. E tu?
  • Stanco, spossato, mi sembra di aver perso dieci anni di vita in una notte sola.
  • Lo rifaresti?
  • Non lo so. E tu?
  • Non lo so neanche io.

 

Lo rifeci, usai l’acido altre tre volte.

L’ultima fu la più significativa e quella che mi convinse che era l’ora di smetterla. Stavolta finii, completamente fuori di testa, sul tetto della scuola elementare nella quale avevo studiato da bambino, la scuola Maria Ausiliatrice di Metanopoli. Anche questa avventura cominciò a casa di Paola. Era inverno, io già frequentavo l’università. Con me c’erano Ricky, che era il chitarrista della mia band, e altri due amici. A casa di Paola avevamo cenato. I trip li avevo comprati io dallo stesso compagno di classe. Erano grandi come francobolli, e gialli. Dalla mia amica io prelevai una lampadina che mi portai sul tetto della scuola. Ci arrampicammo usando la scaletta laterale, quella probabilmente riservata ai pompieri e agli operai. L’idea di scalare quel tetto ci venne camminando davanti all’istituto, non molto lontano dall’appartamento accogliente di Paola.

Quando raggiungemmo la vetta cominciammo a saltare come impazziti imitando i movimenti delle rock star che ammiravamo. Non so gli altri, ma io mi drogavo per fuggire alla noia e per immaginarmi un po’ come una rock star. Studiare all’università mi annoiava, mi annoiava inseguire amori che non portavano mai a niente e non mi lasciavano niente.

Ad un tratto, sempre con la lampadina in mano, ebbi un’intuizione. Intuii che le nostre vite erano uguali a quelle di tutti e che il flusso che sentivamo ribollire nelle nostre vene, il flusso che ribolliva nelle vene di tutti erano un’unica cosa. Facevamo parte, non solo noi quattro in piedi impazziti sul tetto della scuola, ma tutti noi di San Donato Milanese e di San Giuliano e di Milano e della Lombardia facevamo parte di un’unica, grande, immensa esperienza  che era quella di essere vivi. E cosa potevo fare io per celebrare la magnifica esperienza di sapere, di sentire che ero vivo?

Non era la prima volta che sentivo quelle cose. Non era la prima volta che pensavo quelle cose. Era la prima volta che le sentivo e le pensavo sotto l’effetto dell’acido, ma già da piccolo, da molto piccolo e poi da meno piccolo e da adolescente mi era successo di sentire dentro me un’energia pazzesca, un’energia incontenibile che riassumeva in un unico essere le centinaia di esseri umani che già ero stato. Avevo già provato la sensazione di essere un anello in una catena di esperienze, di vite, alcune delle quali erano quelle che avevo vissuto io, altre erano quelle che vivevano e avevano vissuto gli altri intorno a me. Milioni, milioni e milioni di vite umane che si riassumevano in una specie di esplosione interiore che avveniva già da quando ero molto piccolo e mi attraeva e mi debilitava al tempo stesso, mi lasciava impaurito, mi lasciava spossato.

Coi miei non ne parlavo. Era il mio segreto. Non ne parlavo con nessuno, non ne ho mai parlato nemmeno con i miei amici per paura che mi prendessero per pazzo. Quando “quella” sensazione mi assaliva (spesso mi succedeva quando ascoltavo musica classica o quando succedevano fatti strani a me o a un familiare, quando succedevano fatti di difficile comprensione), mi sdraiavo sul letto, chiudevo gli occhi e me la godevo fino a quando il piacere di sentire che ero parte di un flusso molto più grande di me lasciava spazio alla paura. Allora mi obbligavo a smetterla e ad ancorarmi alla realtà, alla voce della mamma, ai movimenti del papà, agli impegni, alle scadenze.

Ma ora sul tetto della scuola mi chiesi per la prima volta come avrei fatto a raccontare quella sensazione.

  • Ho capito, ho capito! – gridai a squarciagola con la lampadina in mano.
  • Ho capito, ho capito! -.

Si girarono tutti a guardarmi. Li obbligai a darmi retta e ad andare insieme a me nella casa di uno di loro dove avremmo dovuto passare la notte, secondo quanto avevamo detto ai nostri genitori.

Ci mettemmo parecchio tempo. Scendere le scale che portavano al tetto non era facile. I miei amici un po’ si lamentarono ma io dissi che era troppo importante, avevo capito qualcosa e dovevo scriverlo assolutamente. Anche loro erano fuori come pazzi e probabilmente seguire il più pazzo di tutti che era impazzito del tutto non era poi così anormale.

Ci avventurammo per le vie fredde e deserte. Era novembre o giù di lì. Pochi gradi sopra lo zero.

Camminammo lungo lo stradone alberato. Quando raggiungemmo la casa del mio amico, io mi catapultai nella sua stanzetta e lo obbligai a darmi una risma di fogli e una penna.

Scrissi a lungo, scrissi una specie di poema che poi divenne una canzone della mia band, scrissi dei versi strani che parlavano di un uomo che non riesce a dormire perché lui vorrebbe sapere che sta dormendo mentre dorme ma, se dorme, non può sapere che sta dormendo e allora rimane sveglio ed è felice di fare ciò che sta facendo, cioè scrivere, è felice ma l’indomani farà qualcos’altro, qualcosa di diverso che lo renderà più o meno felice, più o meno triste, sicuramente l’indomani farà qualcosa di diverso da ciò che sta facendo oggi e se per caso l’indomani ripeterà ciò che sta facendo oggi ecco che arriverà il giorno dopo il giorno di domani e allora lui sì che farà qualcosa di diverso da ciò che sta facendo oggi, qualcosa di diverso dallo scrivere. Di dormire però non se ne parla proprio.

Quando finii, capii che l’effetto dell’acido, l’effetto del trip stava scemando. E cominciò un terribile mal di testa che durò più di un mese.

Quando finii, raggiunsi gli altri e li trovai sdraiati sul pavimento, con gli sguardi stanchi.

  • Ho scritto – dissi.
  • Ti è venuta bene?
  • Non so. Domani la rileggo e poi magari ve la faccio leggere anche a voi. Mi sento stanco morto -.

Ricky, sdraiato con il gomito sotto alla testa e il capo appoggiato sul palmo della mano, mi osservava.

  • Lo sai che sei proprio bello – gli dissi – Mi ricordi Che Guevara in quella foto accanto al suo cane -.

Sorrise. Era davvero bello, come gli altri due e come me, del resto. Eravamo davvero belli. E vulnerabili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci sono vari motivi ben fondati che giustificano il successo di “Patria” di Fernando Aramburu, scrittore basco, certamente il fatto che la storia è sentita, viscerale, l’abilità nella costruzione dei personaggi e la non linearità spazio temporale del racconto, che seduce. Ciò che più mi ha colpito è però l’uso dell’indiretto libero (ricordate Verga?) il discorso diretto viene cioè introdotto nel mezzo di una frase senza parole che ne giustifichino la presenza tipo il “che” o “lui, lei disse”, creando quell’effetto informale, popolare tanto caro anche allo scrittore siciliano.
Mi ha colpito che per esprimere l’appartenenza, la simbiosi del narratore col mondo rappresentato, Aramburu non usi mai i possessivi “loro”, “suo”, ma nel mezzo di una frase in terza persona introduca, mentre descrive un personaggio tipo Bittori, moglie dell’assassinato, il possessivo “mio”, “nostro”, del tipo “Bittori preparava un caffè e camminava qua e là, molto attenta a mio marito e alla nostra casa”. Quel “mio marito”, “nostra casa” sono un indiretto libero mascherato, un continuo richiamo ai pensieri del personaggio ai quali il narratore aderisce, simbiotico.
Invece per lasciare il discorso spazio tempo in sospeso (la storia dura trent’anni e viene raccontata passando dal passato recente al presente al passato più remoto e poi ancora a quello più recente) l’autore alterna i tempi verbali passato remoto, imperfetto e presente in una stessa frase, creando di nuovo quell’effetto straniante e popolareggiante che obbliga il lettore a immergersi nel mare in tempesta di San Sebastián.

Fatima

 La mia vicina di casa sta morendo. E’ sdraiata in una stanza a una trentina di metri, forse meno, da dove sto scrivendo. E’ piegata sul fianco destro, il lenzuolo le lascia scoperta una parte della coscia.

Un sacchetto di plastica adibito alla raccolta delle feci penzola nel vuoto tra il letto e il pavimento.

Di fianco a lei fino a poche ore fa c’era un’infermiera nera che, tra un’incombenza e l’altra, tra i ricambi dei sacchetti e dei cerotti imbevuti di morfina, traccheggiava con il cellulare.

Il marito, aiutato da parenti, stamattina si è sdraiato accanto a lei, accanto a Fatima e, piangendo, le ha accarezzato le braccia.

Lei non parla né mangia più, però si agita e lui cerca di calmarla come fosse una bambina appena nata.

Io sono andato a trovarla due volte, sono entrato nella stanza con un’ampia finestra che dà sul cortiletto del nostro palazzo, con alberi e uccelli che cantano al mattino e al pomeriggio (abitiamo come tutti a Rio vicino a una favela e ogni tanto il cinguettio è intervallato da scariche di mitragliatrice e di fucile).

Sono rimasto in piedi, mi sono seduto, rialzato e ho pregato non so quanti Padre Nostro.

Fatima dà qualche segnale di vita, respira, muove una gamba.

Il clima in casa è tranquillo, “Non abbiamo mai ricevuto così tante visite” mi ha detto il marito barbuto sui sessanta, medico, uomo razionale e buono. Lui e la figlia stanno cercando di vivere la morte come un fatto normale. I visitanti parlano a voce bassa di tutto e di niente. Non c’è disperazione, c’è attesa della morte come se fosse un parto. Tutti aspettano che da un momento all’altro lei respiri il suo ultimo respiro e consegni l’anima a Dio.

E’ venuta a trovarla anche la madre di novant’anni col fratello ed è stato il suo ultimo istante di coscienza. Li ha guardati e ha pianto, senza parlare.

Adesso li ho incontrati sulle scale che avevano comprato qualcosa da mangiare e da bere; loro aspettano ospiti anche perché, ironia della sorte, domani è il compleanno di lui e chissà che il regalo non sarà la partenza della moglie, la fine di una sofferenza che dura da due anni, di una tribolazione alla ricerca della cura per una malattia che non ha cura.

Quanto silenzio e quanto mistero s’aggirano attorno al letto di Fatima.

Dove starà andando? Quanta paura avrà di partire? A cosa starà pensando, nel sonno, starà cercando il coraggio per intraprendere l’ultimo viaggio?

Sarà un salto nel vuoto?

Quanti spiriti buoni e cattivi le staranno dicendo cose belle e spregevoli all’orecchio. Una delle ultime cose che lei ha detto è stata “Mi avrebbe fatto piacere avere fede, mi avrebbe aiutato in momenti come questi”.

Fatima, è ora di partire, te lo dice il tuo vicino di casa. Le valigie sono pronte, il viaggio è compiuto. Sei stata coraggiosa, valente, hai combattuto fino all’ultimo minuto. Tua figlia ti farà onore, ce l’ha scritto negli occhi.

Abbandona un corpo che non è più il tuo.

Abbandona il letto, l’infermiera, il marito, la madre, la figlia e la nostra palazzina di Copacabana. Va’, sorvola la favela e sali il più in alto possibile. Osserva gli esseri meschini e angelicali che popolano la terra, osservali dall’alto e sentiti finalmente lontana da tutto questo caos, dalle parole spese a vanvera, dalle ingiustizie, vai, segui la direzione che ti indicheranno e spera di trovare un Dio, un silenzio, un albero, una pace, qualcosa, ma va’, non aver paura, l’inferno non esiste, l’inferno lo hai già vissuto.