I primi capitoli di un romanzo scritto una decina di anni fa (e ancora alla ricerca di un editore)

pavone

1.

Le piacevano gli anelli d’oro, i bracciali e le collane di diamanti, gli abiti  e gli occhiali firmati. Le piaceva essere notata quando entrava nei locali alla moda di Milano. Frequentava Le Trottoir in Porta Ticinese ed era amica dello scrittore di romanzi gialli che fumava il sigaro, quello che tutti avrebbero voluto conoscere e che nessuno riusciva a intercettare. Lei invece aveva il suo numero di telefono e non ne era l’amante solo perché non si sarebbe trovata a suo agio in mezzo alle altre. Ma avrebbe potuto esserlo se lo avesse desiderato, avrebbe potuto essere e avere tutto ciò che sognava. Le bastava chiudere gli occhi, credere in se stessa e l’oggetto dei desideri le si materializzava davanti. Era questo uno specialissimo e magico potere di cui lei non parlava con nessuno. Costanza aveva la fortuna di vedere realizzati i propri sogni non nell’esatto momento nel quale li sognava, ma alcune ore, talvolta giorni, a volte anni dopo.

La sua occupazione principale era quindi allenare la fantasia alla ricerca di sempre nuove soddisfazioni che la rendessero felice e che potessero fare felici le persone che amava. Non era un’egoista o almeno non lo era all’inizio della sua parabola quando, a soli vent’anni, gestiva la ditta di pompe funebri lasciatele in eredità dai genitori. Era un lavoraccio vestirsi elegantemente per presentarsi ai funerali, dover osservare la faccia, i tratti, l’abito impeccabile del morto o della morta. Alle volte Costanza fremeva d’invidia perché non sopportava di vedere un bellissimo vestito Armani o Missoni finire per sempre sotto terra, dentro una fredda tomba. Ma che poteva farci lei, costretta a mantenere un atteggiamento tra il serioso e il triste dentro agli impeccabili pantaloni, nascosta nel suo cashmere di primissima qualità, sorridendo con pietà mentre si faceva il segno della croce.

Riceveva gli assegni nell’esatto momento in cui il parente del defunto iniziava le procedure. Il cliente poteva scegliere tra differenti bare proposte in un dettagliato catalogo fotografico. Il prezzo del funerale variava a seconda della qualità dei fiori, della cilindrata della macchina e, soprattutto, del materiale della cassa e del numero e della preziosità delle incisioni. Fin da piccola, seguendo il padre, si era abituata a vivere a stretto contatto con la morte e tutte quelle lacrime e tutto quel dolore non la turbavano affatto. Lei poi aveva il suo segretissimo potere magico. Più di una volta le era capitato di fantasticare desideri inconfessabili proprio durante una cerimonia. Più di una volta aveva trovato il neo vedovo assurdamente attraente, si era invaghita di più di un figlio divenuto improvvisamente orfano e, spesso, c’era andata a letto. Non si innamorava mai di nessuno. A lei gli uomini piaceva usarli o almeno le piacque finché non incontrò Fabrizio. Prima di Fabrizio la sua vita era segnata dall’alternarsi di lavoro e piacere, la parte del piacere però era davvero senza limiti. Il meglio di sé lo diede quando desiderò a tal punto il marito della defunta Clarissa che l’uomo avvertì lo stesso impulso, accarezzandole la vista con gli occhi ancora pieni di lacrime. I due camminarono parlottando tra le lapidi, lei nascosta nel tailleur perfetto, lui rigidamente contenuto dalla giacca e dalla cravatta. La sera cenarono assieme mentre il telefono dell’uomo suonava e lui non rispondeva. La notte dormirono nello stesso letto in uno squallido motel, il giorno dopo le lacrime al signore si erano seccate, Costanza gli aveva fatto un gran favore. Lo aveva cullato, amato, lo aveva accudito come un figlio, gli si era concessa più per pietà che per amore finché il sogno s’era avverato, il desiderio realizzato e il suo imperioso corpo femminile s’era placato. Del resto, dei possibili commenti cioè, delle ripercussioni sociali e dei sentimenti del marito di Clarissa, non le importava nulla.

2.

Costanza era nata in una piccola città bagnata dal mare Adriatico. Lei adorava il mare e i continui viaggi che era costretta a fare tra Pesaro e Milano non le piacevano affatto. Il padre e la madre si erano separati quando la loro bambina aveva compiuto otto anni, fino a quel momento avevano vissuto in un clima di unità rassicurante, il divorzio fu un fulmine a ciel sereno che cadde sulla famiglia come una maledizione. La madre di Costanza non pensava che il suo uomo potesse tradirla, si fidava di lui, era un buon padre e un buon marito, accudiva e vigilava i figli come fossero di porcellana, li seguiva nelle loro iniziative e interveniva quando c’erano dei problemi. Con lei poi era affettuoso e tenero, premuroso le regalava un mazzo di rose ogni venerdì notte quando tornava a casa dopo la pesante settimana, passata lavorando presso la succursale dell’impresa di pompe funebri che avevano aperto a Milano. Nonostante la distanza, questo pensava la madre, moglie e marito si amavano. Lui trascorreva il week end con lei dimostrando una certa passione, portava i figli al mare quando a Pesaro splendeva il sole dell’estate o si rintanava con loro in casa durante i freddi dell’inverno. Quando la moglie ricevette la stranissima telefonata anonima che le comunicò, telegraficamente, “Tuo marito ti tradisce”, non seppe bene a cosa credere e da principio pensò ad  uno scherzo. Lei gestiva le pompe funebri pesaresi, è  vero, lui le milanesi, stavano insieme solo il venerdì sera, il sabato e la domenica fino a mezzogiorno, al massimo le due quando lui prendeva la macchina e si dirigeva verso l’autostrada. Ma loro si amavano, s’erano giurati eterno amore davanti all’altare e a Don Morucci nella piccola e accogliente chiesetta del Cristo Bambino. Dalle panche, annusando bene, si sentiva l’odore del mare, salmastro e intenso come la sincerità che avrebbe marcato la loro relazione. E invece? E invece adesso questa telefonata. Silvana, la mamma di Costanza Giardini, rimase esterrefatta e, di primo acchito, pensò che fosse una stupidaggine. Coi piedi però fortemente attaccati al suolo e conoscitrice di ciò che si celava nei meandri più reconditi dell’animo umano, decise di indagare. Aspettò una domenica che il marito fosse partito dopo averla baciata come sempre e averle detto che l’amava e che, senza di lei, i giorni e le notti sarebbero trascorsi grigi come la nebbia d’autunno. Incontrò la   vicina e le chiese di occuparsi dei tre figli (oltre a Costanza c’erano Ludovica e Paolino) e disse che questioni imprescindibili legate al lavoro la obbligavano ad andare a Cesena. Si diresse invece alla stazione, prese il primo treno per Milano e, cinque ore dopo, raggiunse il piccolo appartamento che Edgardo aveva comprato a San Giuliano Milanese, nella provincia sud, e che usava come base per gli spostamenti e per trascorrere, secondo lui, le solitarie notti vicino all’agenzia di pompe funebri. Silvana Serafini in Giardini suonò al citofono del numero undici di via Cortellesi e nessuno rispose. Provò ancora e niente, s’incollò all’apparecchio, s’accanì senza staccare il dito, ci pigiò sopra il palmo, poi il polso, poi il gomito e niente. Entrò in panico, inspiegabilmente. Edgardo poteva aver incontrato un contrattempo che aveva ostacolato il viaggio verso il nord Italia, qualcuno poteva averlo avvisato tramite l’apparecchio radio della macchina di un impegno improvviso. Non poteva cercarlo al telefono perché non aveva con sé il numero dell’agenzia, che peraltro non ricordava mai. Decise di andarci a piedi, all´agenzia. Passò per il Parco Nord, incontrò qualche corridore instancabile, qualche mamma che ancora giocava coi figli, alcuni giovani che bevevano. Passò sopra il fiumiciattolo, era tesa, stressata, chi glielo aveva fatto fare, dare credito a una telefonata anonima non era da lei. I figli in casa con la vicina chissà come stavano adesso e cosa avrebbero pensato della sua partenza improvvisa. Avevano forse dubitato di lei? Le luci dell’agenzia erano accese nonostante fosse domenica. Delle quattro stanze solo una era illuminata, la finestra verde avrebbe però reso difficile ogni tentativo di sbirciare dentro. Silvana era piena di passione e di apprensione, una stupida telefonata l’aveva portata fino a lì. S’avvicinò e scoprì, con sua profonda sorpresa, che le persiane erano solo accostate, Sei proprio un idiota Edgardo, pensò, ormai sicura di trovarlo con un’altra donna a fare all’amore in mezzo ai drappeggi viola. La stanza invece era vuota, le luci accese e la stanza vuota, la villetta di un solo piano le mise paura. Spinse il vetro e quello s’aprì. Silvana come un gatto o un ladro entrò nell’Agenzia Pompe Funebri Giardini e Soci, pensando d’un tratto che forse era un malvivente colui che avrebbe incontrato lì dentro e non il marito. Voci soffuse, quasi sospirate, provenivano dall’ufficio semioscuro data l’ora serale e il parco utilizzo dell’energia elettrica. Silvana s’acquattò dietro la porta dell’unica stanza illuminata ed ascoltò timidamente e perversamente la conversazione tra il marito e la segretaria che se ne stavano praticamente al buio. “Non puoi tenerlo, pensa alla mia famiglia” (le voci erano basse, fioche come neve che ha paura di cadere), “Ma io ti amo ed ho anche telefonato a tua moglie”, “Cosa hai fatto?”, “Ho telefonato alla signora Giardini, non le ho detto chi ero,  ma le ho detto che sei un traditore”, “Tu sei pazza”, “Io non ce la faccio più a vivere in questa situazione, sono anni che fingo, che dico buongiorno e buonasera ma io voglio stare con te, voglio che tu ammetta davanti a tutti che sono io la tua donna”, “Va bene se vuoi lo dirò davanti a tutti ma tu non devi tenere questo figlio, è troppo presto, io non sono pronto”, disse Edgardo. “Come fai a non essere pronto se hai già tre figli?”, rispose la segretaria, “Con Silvana è diverso, io e lei ci siamo sposati in chiesa, stiamo insieme da tanti anni, abbiamo fatto tutto insieme, abbiamo accettato di condividere questo lavoro e non è stato facile, perché alle volte un lavoro come questo è meglio perderlo che trovarlo e io, obbligato ai funerali fin da adolescente, a vent’anni già non ne potevo più, Silvana però è rimasta incinta e allora ho deciso di impegnarmi nell’azienda e lei mi ha aiutato e mi è stata vicino, senza di lei non saremmo mai riusciti a comprare la quota di mio zio e aprire questa agenzia a Milano, è stata lei a farmi capire che c’era qualcosa di etico in quello che facevamo, che stavamo offrendo alle persone un importante servizio, seppur doloroso, che l’abito scuro era la nostra divisa e non dovevamo vergognarcene, che era per mezzo di questo lavoro che avremmo mantenuto ed educato i nostri figli”. “Se era così diverso con Silvana”, incalzò la segretaria, “perché mi hai sedotto? Ricordi Edgardo, ricordi quando abbiamo fatto all’amore al cimitero, di notte, sulla lapide di un giovane appena morto di cancro, ricordi quella volta che ci siamo chiusi dentro una bara e siamo rimasti così, uniti come in un abbraccio eterno, e poi tu hai goduto dentro di me e io ho abortito per la prima volta”. Silvana non credeva alle proprie orecchie. I due dovevano essere seduti per terra ma lei non riusciva a scorgerli. Un lume intermittente, forse una candela mossa dal vento, proiettava un bagliore sinistro contro la parete. Lei si chiese se, visti i loro discutibili gusti, si stessero appoggiando alle incisioni marmoree o ai gualdrappi neri o forse, come passatempo, si pungessero con le rose bianche sempre presenti nei loro uffici. Le veniva da vomitare, si trattenne, voleva andarsene, per un attimo pensò di tornare a Pesaro, di mentire ai figli, di aspettare il marito fino al week end successivo, di preparargli una cenetta deliziosa e di amarlo come se non fosse successo niente. “Adesso che hai telefonato a Silvana non avrò più il coraggio di guardarla in faccia”, disse Edgardo, “Sono dieci anni che la guardi in faccia mentendole, non credo che questo dettaglio possa cambiare qualcosa”, rispose la segretaria, “Io non voglio avere un figlio da te, non adesso”, “Ma io stavo scherzando” disse lei con voce birichina e quasi inudibile tanto che Silvana dovette tendere il collo assumendo una posizione che immediatamente giudicò grottesca. “Non sto aspettando nessun figlio, l’ho detto per farti arrabbiare”, Edgardo sospirò e Silvana riconobbe, senza vederla, l’espressione di sollievo che gli si stava dipingendo sul viso. “Lo facciamo sulla scrivania o sopra il crocifisso?” disse lui, “Oggi mi sento puttana, ti voglio sulla scrivania”. Silvana si stava mettendo a ridere ma si contenne pensando a dove era e al fatto che non si trattava di un imbecille qualsiasi ma di suo marito, del padre dei suoi figli. Raggiunse silenziosamente la finestra e mentre usciva, agile come un colpevole, pensò al caso che aveva voluto che la persiana fosse accostata e la finestra aperta e si ricordò d’aver immaginato Edgardo che faceva all’amore dentro a una cassa da morto e poi l’aveva trovato quasi nello stesso modo in cui lo aveva immaginato.

Di nuovo sul fiumiciattolo pensò che era stato tutto un sogno, che il marito non la tradiva con la segretaria, che lei si era inventata tutto. Passò la notte nella stazione di Rogoredo ad osservare i barboni e gli accattoni, si stupì nell’attribuirgli tratti familiari. Durante il viaggio di ritorno finalmente avvertì la disperazione e la voglia di piangere. Non erano ancora le dieci di mattina quando passò per Cesena e pensò di scendere e di gettarsi sotto il treno successivo. Non era lei quella che era stata tradita per più di dieci anni dal marito con la segretaria, non era lei quella che, dopo una strana telefonata, era andata a Milano e aveva trovato Edgardo, il suo Edgardo, che si dilettava in discorsi dolci e controversi con il suo amore, che non era lei. Pensò che sarebbe impazzita e che, al ritorno a Pesaro, l’avrebbero rinchiusa in manicomio. Il fatto d’aver prima immaginato il marito e l’amante tra i drappeggi funebri e poi di averli realmente trovati lì la riempì d’angoscia. Credette d’essere una veggente. Si sentì una fallita. Non avvertì dentro di sé né orgoglio né amor proprio. Scese alla stazione di Pesaro senza capire come aveva fatto a riconoscere il suo borgo natio, tanto era stordita. Camminò confusa tra la sala d’aspetto e i binari, sembrava aver perso qualcosa o averla inaspettatamente e malauguratamente trovata. Un poliziotto le si avvicinò e le chiese: “Ha bisogno di aiuto?”, lei gli cadde tra le braccia ma non svenne. Non riusciva a parlare, “Di dove è, cosa fa qui?”, s’informarono, un passante disse: “Io questa signora la conosco, è quella delle pompe funebri”, “Lei è quella delle pompe funebri?”, domandò il poliziotto, ma Silvana pareva aver perso l’uso della voce.

 

 

 

 

 

 

pavone

Anúncios

procurando uma editora brasileira…

O amigo (traduzido por Paulo Braga)

 

 

Depois da morte da ativista negra Marielle Franco, do PSOL – Socialismo e Liberdade – polícia, procuradores e políticos todos eles proclamaram aos quatro ventos que os culpados seriam encontrados e o caso elucidado no menor tempo possível.
Parece estar claro agora que ela foi morta pela banda podre da polícia mas ninguém foi acusado ainda e parece plausível pensar que a polícia nunca vai investigar a polícia, que as fronteiras entre a banda podre, os corruptos e os membros honestos e empenhados da polícia sejam demasiado tênues, demasiado difusas. Já se passaram três meses, pouco aconteceu além de declarações de intenção e a tentativa de inculpar (midiaticamente, não judicialmente) um colega de Marielle na Câmara Municipal que teria mantido contatos com um representante da banda podre – um ex-comissário de polícia, atualmente preso, que teria planejado o atentado da prisão; entretanto esse indivíduo, entrevistado por jornalistas por intermédio do advogado, teria declarado ser um bode expiatório: na falta de provas concretas que levem aos verdadeiros culpados, pretende-se atribuir a culpa a um malfeitor o qual confessou outros crimes, mas não este.
Ao longo desses meses descobriu-se que a vereadora que representava as favelas e os desprovidos foi morta com uma metralhadora (o tipo da arma foi determinado por meio da análise dos projéteis) usada pelo exército e pelas polícias. Nesses meses a namorada de Marielle tem lutado, aparecido na televisão, tem procurado manter de pé a atenção sobre o crime e sobre a vontade dos parentes, amigos e da sociedade civil para que se chegue à verdade. Mas a sensação é que a incômoda verdade sobre a morte de Marielle nunca será conhecida.
O Estado entretanto – fortalecido pela intervenção militar no Rio de Janeiro, cidade fora de controle por causa da guerra, da disputa do território e dos espaços da droga por parte de duas facções criminosas (uma delas apoiada pelo Terceiro Comando da Capital, de S. Paulo, grupo mais bem organizado que os do Rio) – o Estado se apresenta na favela por meio dos rostos e armas da polícia em uniforme camuflado.
Na favela da Rocinha têm morrido três, quatro pessoas por semana por causa das balas perdidas. A polícia invade, o exército ajuda, os traficantes são surpreendidos armados enquanto vendem cocaína, ocorre um tiroteio nos becos em que cachorros magros espalham fezes ressecadas nas calçadas e nas pedras ao longo da sarjeta do Valão ou entre os becos, o bar e os prédios estreitíssimos da Rua Um, nos quais os pelotões especiais irrompem executando movimentos e cadências precisas como num ritual, muito parecidas com as do filme Tropa de Elite do diretor Zé Padilha.
O eco dos disparos repercute em toda parte, as cenas de guerrilha são imediatamente filmadas e os vídeos circulam no YouTube e WhatsApp, o pânico cresce e muitos se perguntam por que o Estado intervém desse modo quando está claro que, morto um chefe, o narcotráfico imediatamente escolherá um outro, morto um soldado do narcotráfico outros cinco, seis adolescente ficarão felicíssimos para assumir o posto e o salário. Qual o motivo das repetidas incursões? A Polícia Militar, os grupos especiais e o Exército de fato invadem a favela porque querem acabar com o narcotráfico? Ou será que estão (conscientemente ou nem tanto, neste caso sendo usados, manipulados por quem está acima deles) tentando ajudar a facção Amigos dos Amigos a derrotar o Comando Vermelho (atual ocupante das bocas de fumo, pontos de venda de cocaína e maconha)? Ou mesmo alguns membros das polícias estariam entrando na favela para pedir dinheiro aos narcotraficantes em troca de conivência na venda de droga? Ou é tudo uma grande campanha eleitoral em vista das eleições de outubro de dois mil e dezoito – o governo querendo fazer crer a nós residentes que está se esforçando para restabelecer a ordem na cidade?
O Rio de Janeiro está no caos e Don Matteo bem sabe disso enquanto fala via Skype com sua mãe em San Giuliano Milanese. Ele, padre missionário na favela da Rocinha, que caiu ultimamente na dependência de fumo e álcool, gestor e organizador de um belo curso preparatório para ingresso na universidade voltado para adolescentes dispostos da favela, todo barbeado e com as duas mechas que lhe restam na cabeça por fim penteadas, está sentado na mesinha azulada da cozinha minúscula de seu miniapartamento na Via Apia, rua de acesso, a principal da favela. De fora, além do barulho das motos, dos táxis, das máquinas e o vozerio habitual, se soma o eco dos tiros que, no entanto, não vêm da própria Via Apia, mas da Rua Um, lá em cima, perto da Estrada da Gávea. Nada para se preocupar demasiado.
– Diga, mamãe…
– Te digo, Matteo, que anteontem estive visitando teu amigo Timoteo (sempre gostei que, com esse teu nome de apóstolo, você fosse amigo do Timoteo, cujo nome lembra o do braço direito de S. Paulo e seu seguidor mais fiel) e achei que ele está muito bem; ele se casou, tem dois filhos, fazem uma família perfeita. Teu amigo, como você sabe, leciona nas escolas de San Giuliano e tem um horário que o ocupa mas nem tanto, pensa que poderá dedicar-se também à música.
– Fico contente por ele, mamãe. E fico contente de saber que você sai e que visita meus amigos. Que se mantém ativa.
– Modera com os cumprimentos, você não sabe por que eu me encontrei com ele.
– Por que você se encontrou?
– Porque você é um desgraçado que abandonou sua mãe. E seus irmãos são piores que você e não se importam comigo apesar de morarem a dois passos daqui!
A aparência da mulher na tela é boa. Rosto afilado, magro, olhos vivazes como de costume.
– Timoteo me viu, me encontrou sentada num banco da Piazza Italia, chorando, e parou. Foi muito gentil. Me convidou para comer uma fatia de torta na sua casa. Estava voltando da escola.
– E por que você estava chorando?
– Porque sinto sua falta, Matteo. Você sabe que é meu filho preferido, nunca fiz mistério disso, e não entendo porque você decidiu se dedicar aos pobres do Brasil e não tenha querido se dedicar à sua pobre mãe. E o que seus conhecidos me dizem é que você não está bem no Brasil. E não entendo por que você não se decide a voltar.
– Quem te disse isso e com que base? Eu estou muito bem!
– Não minta para sua mãe, Matteo. Você está com as duas olheiras mais fundas que eu já vi. Para uma mãe não custa muito perceber que o filho começou de novo a beber.
– Quem te disse?
– Os teus colegas da Cúria me disseram. Me contaram que você os deixou, decidiu arriscar a vida e dedicar-se a um projeto novo mesmo contra os conselhos deles. E alguém da favela mandou para eles um email contando suas proezas no bar, à noite.
– Mamãe, agora eu sou grande, sou adulto, sei cuidar de mim mesmo!
– Pelo que me contaram, não fiquei muito certa disso. É por isso que eu estava chorando, estava chorando por mim e não por você, porque não é justo que em plenos oitenta anos ainda tenha que me preocupar com meu filho que, do outro lado do mundo, se comporta como um adolescente.
– Não te pedi para se preocupar comigo.
– Mas me preocupo e fico mal ao imaginar você sozinho num bar fumando e bebendo. Você sabe que te faz mal, ainda mais beber, os médicos te disseram quando fez os exames. Seu fígado estava inchado.
– Mamãe, por favor, para, você faz com que eu me sinta ridículo.
– Ridícula me senti eu quando seu amigo me pegou chorando. Desabafei com ele, disse o que está acontecendo no Brasil, mas ele respondeu que te conhece bem, que você é forte e que vai superar tudo isso também.
– E depois?
– Depois bebemos uma tisana de pêssego, muito boa. E comemos uma bela fatia de torta. Me senti bem com ele, muito melhor que nos fins de semana quando teus irmãos vêm me ver e fingem gostar de mim.
– Não seja má, mamãe. Eles de fato gostam de você.
– Sim, como gostaria um cachorro ao qual eu sempre desse comida. O afeto deles é automático, eles não imaginam, não pensam como me sinto. Vêm me encontrar só para economizar numa refeição e ainda deixam comigo coisas  para lavar. E eu penso: mas suas mulheres em casa não lavam a roupa?

Terminada a conversa, desligado o computador, Matteo, com o rosto entre as mãos, ouve os sons da favela, as motos, os vendedores de hamburger e carne assada, as crianças que correm perigosamente entre os mototáxis e as que usam skates enquanto lá no alto, na Rua Um, como se não fosse nada, narcotraficantes e polícia se enfrentam a tiros e rajadas de metralhadora.
 

 

L’amico

rio

Dopo la morte dell’attivista negra Marielle Franco, del partito PSOL, Socialismo e Libertà, la Polizia, i Procuratori e i Politici tutti avevano gridato ai quattro venti che i colpevoli sarebbero stati trovati e il caso risolto nel più breve tempo possibile. Sembra ormai acquisito che a uccidere la donna siano stati i reparti deviati della Polizia ma non ci sono ancora imputati e pare plausibile pensare che la Polizia non investigherà mai la Polizia e che il confine tra reparti deviati, corrotti e membri onesti ed effettivi delle forze dell’ordine sia troppo labile, troppo sfumato. Sono passati tre mesi, poco è successo a parte le dichiarazioni di intenti, il tentativo di colpevolizzare (mediaticamente e non giudizialmente) un collega di Marielle alla Camera di Rio de Janeiro che avrebbe mantenuto rapporti con un rappresentante dei reparti deviati, un ex commissario di Polizia, oggi in carcere, il quale avrebbe progettato l’agguato a Marielle dalla prigione; questo individuo però, intervistato dai giornalisti per mezzo dell’avvocato, avrebbe dichiarato di essere un capro espiatorio: non essendoci prove concrete che portino ai veri colpevoli, si vuole attribuire la colpa a un malfattore che si è attribuito altri crimini ma non questo.

In questi mesi si è scoperto che la donna che rappresentava le favelas e i diseredati è stata uccisa con una mitragliatrice (il tipo di arma è stato individuato attraverso l’analisi delle capsule dei proiettili) in dotazione all’esercito e alle forze dell’ordine. In questi mesi la fidanzata di Marielle si è battuta, si è fatta vedere in televisione, ha cercato di tenere alta l’attenzione sul crimine e sulla volontà dei parenti, degli amici e della società civile di arrivare alla verità. La sensazione però è che la scomoda verità sulla morte di Marielle Franco non la conosceremo mai.

Lo Stato intanto, forte dell’intervento militare a Rio de Janeiro, città fuori controllo a causa della guerra, della disputa del territorio e dello spaccio della droga da parte di due fazioni criminali (una delle quali è supportata da Terceiro Comando da Capital di San Paolo, gruppo maggiormente organizzato rispetto a quelli di Rio) lo Stato si presenta in favela attraverso i volti e le armi di uomini dell’ordine in tuta mimetica. Nella favela Rocinha stanno morendo tre, quattro persone a settimana a causa delle pallottole vaganti. La Polizia invade, l’esercito aiuta, i narcotrafficanti vengono sorpresi armati mentre vendono cocaina, c’è una sparatoria tra i vicoli dove cani troppo magri depositano feci disseccate sul selciato e sulle pietre lungo il rigagnolo del Valao o tra i vicoli, i bar e gli edifici strettissimi della Rua Um nei quali i reparti speciali irrompono compiendo movimenti e cadenze precisi come in un rituale, e molto simili a quelli del film Tropa de Elite del regista Ze’ Padilha.

L’eco degli spari rimbomba dappertutto, le scene di guerriglia vengono immediatamente filmate, i video girano su youtube e whatsapp, il panico cresce e in molti si chiedono perché lo Stato intervenga in questo modo quando è palese che, morto un capo, il narcotraffico ne eleggerà subito un altro, morto un soldato del narcotraffico ci saranno altri cinque, sei adolescenti felicissimi di prenderne il posto e lo stipendio. Qual è il motivo delle ripetute incursioni? La Polizia Militare, i Reparti Speciali e l’Esercito davvero invadono la favela perché vogliono sconfiggere il narcotraffico? Oppure stanno (consapevolmente o meno, in questo caso sarebbero usati, manipolati da chi sta sopra a loro) cercando di aiutare la fazione Amigos dos Amigos a sconfiggere Comando Vermelho (attuale occupante della Rocinha e gestore delle Bocas de Fumo, punti di spaccio di cocaina e marijuana)? O addirittura qualche membro delle forze dell’ordine starebbe entrando in favela per chiedere soldi ai narcotrafficanti in cambio della connivenza nella vendita di droga? O è tutta una grande campagna elettorale in vista delle elezioni nel mese di ottobre duemiladiciotto, il governo cioè vorrebbe far credere a noi residenti che si sta sforzando per ristabilire l’ordine nella città?

Rio de Janeiro è nel caos e lo sa bene Don Matteo mentre parla via skype con la mamma a San Giuliano Milanese. Lui, prete missionario nella favela Rocinha, caduto ultimamente nella dipendenza da fumo e alcol, gestore e organizzatore di un bel corso propedeutico all’ingresso in università da parte di adolescenti volenterosi della favela, tutto sbarbato e coi due ciuffi che gli sono rimasti in testa finalmente pettinati, è seduto al tavolaccio azzurrognolo nella minuscola cucina del suo mini appartamento nella via Apia, via d’accesso, via principale della favela. Dall’esterno, oltre al rumore delle moto, dei taxi, delle macchine e il solito vociare, giunge l’eco degli spari che però non provengono direttamente dalla via Apia, ma dalla Rua Um, là sopra, vicino all’Estrada da Gavea. Niente di cui preoccuparsi eccessivamente.

  • Dicevi, mamma…
  • Dicevo, Matteo, che l’altro ieri sono andata a visitare il tuo amico Timoteo (mi è sempre piaciuto che tu col tuo nome di evangelista fossi amico di Timoteo, il cui nome ci ricorda il braccio destro di San Paolo, il suo più fedele seguace) e l’ho visto proprio bene; adesso ha una moglie, due figli, loro sono una famiglia perfetta. Il tuo amico, come sai, insegna nelle scuole di San Giuliano ed ha un orario che lo impegna ma non troppo, pensa che riesce a dedicarsi anche alla musica.
  • Mi fa piacere per lui, mamma. E sono contento di sapere che ti muovi e che visiti i miei amici. Ti tieni attiva.
  • Aspetta a felicitarti, non sai ancora perché sono andata da lui.
  • Perché ci sei andata?
  • Perché tu sei un disgraziato e hai abbandonato tua madre. E i tuoi fratelli sono peggio di te e non mi vogliono bene anche se abitano qui a due passi!

L’apparenza della donna attraverso il monitor è buona. Viso aguzzo, scavato, occhi spiritati come al solito.

  • Timoteo mi ha vista, mi ha incontrata seduta da sola sulla panchina di Piazza Italia che piangevo, e si è fermato. E’ stato molto carino. Mi ha invitata a mangiare una fetta di torta a casa sua. Stava tornando da scuola.
  • E perché piangevi?
  • Perché mi manchi, Matteo. Tu lo sai che sei il mio figlio preferito, non ne ho mai fatto mistero, e io non capisco perché tu abbia deciso di dedicarti ai poveretti del Brasile e non ti sia voluto dedicare a quella poveretta di tua madre. Da quello che mi dicono su di te pare poi che in Brasile non ci stai bene. E io non capisco perché non ti decidi a tornare.
  • Chi è che ti ha parlato e con quale coraggio? Io sto benissimo!
  • Non mentire a tua madre, Matteo. Hai le due occhiaie più profonde che ti abbia mai visto. A una madre non ci vuole molto a capire che il figlio ha ripreso a bere.
  • Chi te lo ha detto?
  • I tuoi colleghi della Curia me lo hanno detto. Mi hanno raccontato che li hai scaricati, hai deciso di rischiare la vita e di dedicarti a un progetto nuovo anche se loro te l’avevano sconsigliato. E qualcuno della favela ha inviato una e mail alla Curia raccontando le tue prodezze nei bar, la sera.
  • Mamma, sono grande ormai, sono adulto, so badare a me stesso!
  • Da quello che mi hanno raccontato, io non ne sarei troppo sicura. Per questo piangevo, piangevo per me e non per te, perché non mi pare giusto che io a ottant’anni suonati debba ancora preoccuparmi per mio figlio che dall’altra parte del mondo si comporta come un adolescente.
  • Io non ti ho chiesto di preoccuparti per me.
  • Ma io mi preoccupo e sto male a pensarti da solo in un bar a fumare e a bere. Lo sai che ti fa male, soprattutto bere, te lo hanno detto i medici quando hai fatto i controlli. Il tuo fegato è ingrossato.
  • Mamma, per favore, smettila, mi fai sentire ridicolo.
  • Ridicola mi sono sentita io quando il tuo amico mi ha sorpresa che piangevo. Mi sono sfogata con lui, gli ho detto cosa ti sta succedendo in Brasile, lui mi ha risposto che ti conosce bene, che sei forte e supererai anche questa.
  • E poi?
  • Poi abbiamo bevuto un the’ buonissimo, alla pesca. E abbiamo mangiato una bella fetta di torta. Sono stata bene con lui, molto meglio di quando durante i fine settimana i tuoi fratelli mi vengono a trovare e fingono di volermi bene.
  • Non essere crudele, mamma. Loro ti vogliono bene davvero.
  • Sì, come potrebbe volermene un cane a cui ho sempre dato da mangiare. Il loro affetto è automatico, loro non riflettono, non pensano a come mi sento io. Vengono a trovarmi solo per risparmiare sul pranzo e mi lasciano ancora le cose da lavare. E io penso ma le loro donne a casa i panni non li lavano?

 

Finita la conversazione, spento il computer, Matteo, con la testa tra le mani, ascolta i suoni della favela, le moto, i venditori di hamburger e carne alla griglia, i bambini che corrono pericolosamente tra i moto taxi e quelli che usano uno skate mentre in alto, nella Rua Um, come se niente fosse, come se ormai fosse normale, narcotrafficanti e polizia si affrontano a pistolettate e a raffiche di mitragliatrice.

 

 

 

 

 

 

questo è il primo racconto di un nuovo libro che pubblicherò l’anno prossimo, sempre con Ofelia Editrice

Il centro

La luce soffusa, azzurrognola davanti al Centro Spiritista Lar do Amor non pare artificiale. Eppure viene dal lampione; della luna, in questa serata, non c’è nemmeno l’ombra. Il prete italiano è seduto sul muricciolo, gambe tra le braccia, braccia sulle ginocchia, indossa una tuta da ginnastica, e pensa. Fra poco entrerà. Ha già adocchiato almeno due membri che sono passati attraverso la porta marrone, sotto alla scritta azzurra “Casa dell’Amore”. Loro non l’hanno notato, non lo conoscono bene, l’hanno visto due volte soltanto in due distinte sedute distanti almeno tre mesi l’una dall’altra. Ma lui oggi è tornato, pieno di problemi, di preoccupazioni, di frustrazioni. E anche un po’ annoiato.
Don Matteo guarda l’orologio, è ora, può entrare anche lui senza dare troppo nell’occhio, senza indurre nessuno a pensare che è arrivato presto, che è un tipo ansioso… Lui è ansioso, è angosciato, vive accerchiato dai pensieri che, come fantasmi, gli nascondono il cammino. Se ne vorrebbe liberare, ma Dio sembra non volere ciò che vuole lui. I desideri del Creatore paiono distanti, differenti, quasi indifferenti…
– E’ la prima volta? – gli chiede una signora ben vestita, sulla porta.
– No, la terza – risponde l’italiano che, su un tavolino di fianco all’ingresso, firma con nome e cognome ben leggibili il blocco delle presenze. Lui sa che il lunedì seguente quei nomi, quelle parole, verranno sottoposti all’attenzione degli spiriti incorporati in uno o una dei medium che stasera, sorridenti, al secondo piano, leggono il Vangelo.
Il prete cattolico, apostolico, non romano ma milanese, ricorda la visita della settimana scorsa a un terreiro di Umbanda, religione affine ma diversa dallo spiritismo kardecista del Lar do Amor. La prima grande differenza è l’estrazione sociale dei frequentanti e il colore della pelle, anche se Lina, una dei leader del centro Lar do Amor, è negra. E’ l’unica. Nel terreiro di Aboliçao, quartiere periferico, pericoloso, accerchiato di favelas oggi in guerra l’una con l’altra, di negri ce n’erano parecchi. La grande diversità risiede poi negli spiriti che vengono chiamati, invocati; nell’Umbanda sono più rudi, più diretti, il contatto con i visitanti è immediato, qui, nel centro kardecista, è filtrato, nessuno degli ospiti parla direttamente con gli spiriti, sono i dirigenti della casa che ci parlano e, se i disincarnati hanno qualcosa da dire a uno dei partecipanti all’ultima sessione, il messaggio verrà recapitato ma non nella sua interezza bensì nel modo nel quale Lina o uno dei colleghi decideranno di comunicarlo.
Don Matteo è in crisi, per questo frequenta così tanti centri religiosi. Lui, che è scappato da Milano perché non sopportava le chiese di provincia sempre piene di gente poco attenta alle questioni celesti e attaccatissima a quelle materiali, ora non sa più cosa è venuto a fare in Brasile, a Rio, all’ombra della statua del Cristo Redentore (dalla sede del centro spiritista, nel quartiere Humaita’, la statua del Cristo si vede per davvero). Il prete era convinto di esserci venuto per salvare delle vite, per aiutare il maggior numero possibile di adolescenti a uscire dal narcotraffico. Ma adesso non sa più se è vero. Mentre sale dietro alla nera le scale che dal pianterreno portano al secondo piano, quello adibito alla Lettura, Matteo pensa al futuro e lo vede pieno di tristezza.
– Siediti qui – gli dice la donna con i capelli grigi, gli occhiali e un occhio semi chiuso.
Il prete non è solo. Oltre alla dirigente, ci sono una decina di persone che lui non aveva visto nelle precedenti visite. Matteo chiude gli occhi e subito li riapre perché rischia di addormentarsi. E’ stanco, non si sente bene.
– Allora adesso che ci siamo tutti, prego il nostro fratello di presentarsi. Qualcuno di voi deve conoscerlo, ma, per molti, è uno nuovo. Allora, fratello italiano, parlaci di te! – Lina è simpatica, è affabile, e il prete non capisce perché quelle parole gli diano fastidio.
– Ciao a tutti, io sono Matteo, sono cattolico, sono un prete di Milano. Vivo in Brasile da qualche anno e collaboro nella favela Rocinha con un’organizzazione non governativa chiamata Unione delle Donne per il Miglioramento della Roupa Suja, Roupa Suja è il nome di un quartiere della favela; ecco, ero contento, entusiasta di quello che stavo facendo fino a quando nella favela è scoppiata la guerra, che è una vera e propria guerra senza nessuna etica, senza inibizioni: corpi mozzati, uomini e donne bruciati vivi e sparatorie continue… Le persone dell’organizzazione hanno detto che non possono garantire la mia incolumità, mi hanno chiesto di restarmene calmo per un po’ da un’altra parte, io mi sono sentito un peso e ho preso in affitto un appartamento a Copacabana ma… mi annoio da morire! Sto pensando di tornare in Italia a Milano da mia madre mentre fino a pochi mesi fa ero sicuro che questa era la mia missione, la missione che Gesù mi ha affidato ma cosa posso fare, farmi ammazzare per testimoniare con il martirio l’attaccamento ai valori del Vangelo? Se morirò come farò a salvare qualche promettente adolescente dal narcotraffico, come farò a farlo studiare? Una soluzione non c’è e io devo far passare il tempo a Copacabana accerchiato da chiese evangeliche efficientissime e da altrettanto efficienti postriboli. L’altro giorno mentre camminavo per la Nossa Senhora alle cinque del mattino, una prostituta mi ha adocchiato, ha agitato la borsetta e io ho sentito il morso della tentazione. Per fuggirvi sto frequentando tutti i possibili centri religiosi, Umbanda, Spiritismo e sto partecipando ogni domenica a tre, quattro messe ma niente riesce a calmarmi, solo la favela ci riuscirebbe, e la realizzazione dell’ideale che mi sono prefissato… -.

I partecipanti alla sessione lo guardano perplessi. Lo sfogo del religioso di Milano è interessante, e profondo, e ha sollevato questioni capitali come “sarà poi vero che veniamo al mondo con una missione da compiere”? Tutti però pensano che la pazienza è un’arte e a loro gli spiriti questo hanno insegnato, che ogni cosa avviene quando deve avvenire e che è inutile farsi prendere dal panico, dall’ansia. A dirlo al prete è Caetana, un donnone con degli occhiali enormi e lo sguardo solidale. E Matteo la ascolta attentamente, tentando di succhiare da quelle parole comprensive il segreto liquido di pace e tranquillità. Se poi non riuscirà a calmarsi, non c’è bisogno che torni a Milano dalla mamma. Può sempre trovare una prostituta a Copacabana, quartiere famoso nel mondo intero per l’avvenenza e la leggerezza delle donne che vi abitano. Don Matteo, barba lunga, calvizie incipiente, un uomo vergine sulla cinquantina, forse ha trovato la soluzione dei problemi che gli sovviene fulminea come un’intuizione: niente favela, niente giovani da salvare, niente Vangelo, niente Gesù ma il profumo delizioso e nauseabondo di una vagina femminile, da penetrare.

procurando uma editora brasileira para meus contos…

neve

Está nevando no Rio. Está nevando em Copacabana ao longo da Avenida Atlântica, uma neve fofa, macia como lã que cai em flocos branquíssimos, natalícios entre as gretas das ruas, nos bueiros, sobre a praia que hoje criou em todos a ilusão de serem homens e mulheres do norte, não dos trópicos. Está nevando em Botafogo, Flamengo, está nevando na Abolição, no Méier e no Lins onde morreu ontem uma bela menina por causa de uma bala perdida. Está nevando na favela do Lins e hoje não haverá confrontos entre os traficantes e a polícia porque o carro blindado com o qual a polícia sobe pelas curvas íngremes não está preparado para a neve. A neve cai em flocos fofos, macios, e os pais da pequena, que estão chorando inconsolados, por um instante param de lacrimejar, olham fora da janela e gritam “milagre”, é a filha deles que está fazendo nevar, porque a neve é símbolo de paz e hoje não vai haver espaço para conflitos, hoje os traficantes ficarão tranquilos, quietos, escondidos, e os policiais, em vez de brincar de cão e gato, escolherão o aborrecido trabalho de escritório com os olhos fixos, projetados fora da janela para os prédios caiados, para os arranha-céus, para os casebres em escombros cheios de branquidão e ternura. Haverá problemas sim, mas nada de transcendental, tudo será suportado com a habitual alegria, com a habitual resignação misturada ao espanto devido à primeira nevasca da história. Os favelados suportarão com resignação a umidade dentro das casas, a sujeira em frente à porta, a classe média e médio alta suportará com resignação os atrasos no aeroporto e o perigo de guiar carros sem correntes, sem nem mesmo os mínimos equipamentos para proceder em tais condições, com a pista encharcada desse jeito, alagada assim.

Em Copacabana se entrevê com dificuldade o mar recoberto de névoa e de um uniforme manto branco, em Copacabana, na Figueiredo de Magalhães a neve está caindo em frente a um bar, entre as mesinhas, um bar no qual está sentado Ferruccio, italiano de Milão, que bebe e lamenta a mãe que, há sessenta anos, se atirou do sétimo andar. Bebe cachaça com suco de uva e se lembra, se lembra de tudo, o vestido vermelho e azul da mãe, o pai estava trabalhando no escritório, ela fitou o filho com um olhar de gelo, de extraterrestre, e se jogou pela janela.

Na mesma mesa está sentado Vítor, um português, que se lembra de quando, há quarenta anos, reviu a mãe no Rio e já fazia dez anos que não a via, teve de fugir de Portugal onde tinha sido preso e declarado desertor por ter se recusado a combater em Angola. Teve de escapar através da fronteira da Espanha e depois na França conseguiu corromper alguém com duzentos mil cruzados que tinha nas botas. Quando reviu a mãe no Rio chorou e ainda chora quando o relata e chora tristemente Ferruccio, alias Ferruccio, barba branca de Papai Noel, agora já não chora mas encara o português e acaricia o cachorro entre os joelhos. Enquanto isso neva com flocos altíssimos, neva de encontro às janelas dos táxis, neva tão forte que os passantes precisam se apoiar uns nos outros para não caírem por causa do vento, devem sustentar-se uns aos outros contra a natureza adversa. Neva, não para de nevar, é uma tempestade, a Figueiredo de Magalhães, em geral com tanto trânsito, tão turbulenta, hoje está silenciosa, se ouve somente as lágrimas de Vítor, se percebe os pensamentos negros de Ferruccio, do Papai Noel, que é um sobrevivente. Neva sobre os pensamentos de um, sobre as lágrimas do outro e nesse exato momento, cansado de esperar, o Cristo Redentor decide desprender-se do pedestal da estátua que o mantém ancorado no morro do Corcovado, e descer pela floresta de Santa Teresa onde, ultimamente, turistas e passantes têm sido roubados e mortos a tiros. O Cristo de pedra desce com passos pesados através da neve, desce com a postura habitual, com os braços abertos através do caminho que, do Jardim Botânico, leva ao morro do Corcovado. O Cristo desce enquanto neva de enlouquecer, neva como manda Deus, o Cristo desce e surpreende um bandido enregelado, armado, sozinho, que esperava algum aventureiro na viela. O Cristo surpreende o bandido e o abraça forte, com o amor que só o Jesus brasileiro sabe transmitir, aquele amor que perdoa tudo, esquece tudo, o Jesus de pedra abraça o bandido e depois o deixa sem palavras, o abandona a seu destino. Jesus, passo a passo, chega até as ruas asfaltadas de Santa Teresa,  abraça todos que encontra pelo caminho. Abraça-os, os perdoa e lhes pede perdão, abraça – os a todos, um a um, abraça os membros do conjunto de Bossa Nova que tocaram pouco e mal no restaurante Mineirinho, entre as mesas desenhadas de xadrez e pratos fumegantes de feijão, os abraça apesar de que, enquanto tocavam, estavam aborrecidos, apáticos, os abraça porque todos merecem ser amados, ao menos por alguns instantes. Abraça, debaixo de uma tempestade tão cerrada, tão branca que não se vê nada, abraça forte os pais da menina morta ontem no Lins e lhes pede perdão porque nem mesmo ele consegue entender nitidamente os projetos de Deus.

Entretanto continua a nevar, neva em toda parte, a temperatura caiu para menos dois, os cariocas, inclusive o italiano Ferruccio e Vítor, o português, se meteram em casa, o Rio de Janeiro é uma mancha branca, indistinta, se observada do alto vê-se somente uma grande estátua de pedra com os braços abertos que caminha pesadamente pelas ruas, vadeando com dificuldade em meio a metros de neve, buscando desesperadamente alguém para abraçar. Já abraçou a todos, não há mais ninguém. Cristo deve voltar ao seu lugar, no morro do Corcovado, e para isso terá que se esforçar, suar, é uma bela caminhada, ainda mais com toda essa neve.

 

 

 

Marzia e Barbara

Ciò che mi rincuora è che si sono accusate di tutto. D’essere delle ladre, principalmente, ma anche delle traditrici, di aver istigato altri ad usare la violenza o a minacciare di usarla. Una ha detto dell’altra le peggiori cose che si possano sentire, ma, adesso che ci penso, se ne sono risparmiata una, la più classica: nessuna delle due ha chiamato l’altra puttana, prostituta, donna di bordello.

Il rapporto tra di loro ha iniziato a incrinarsi quando io ancora facevo parte dell’associazione: ricordo Barbara che risaliva incazzata la favela, arrabbiatissima perché Carmigna, l’assistente di Marzia, non aveva fatto esattamente ciò che lei aveva detto di fare. La bionda sanguigna intelligentissima italiana passò davanti al baretto che oggi, desolatamente, ospita tre o quattro ubriachi o fumatori di marijuana e che, all’epoca (ma forse questo succede solo nei miei ricordi) all’epoca era vivo, frequentato da lavoratori che tornavano o andavano e risalivano e scendevano quei vicoli strettissimi. Barbara passò davanti al barista attento alla partita della televisione, salutò alla sua sinistra il proprietario di un piccolo mini market che sfornava panini buonissimi (non li mangio più, in quel periodo però mi parevano buonissimi, ma, ripeto: forse ha ragione Barbara – io e lei ci siamo sentiti cinque minuti fa al telefono – io sono solo un sognatore), riprese poi il pendio verso destra e aprì di scatto la porta dell’asilo.

  • Come ti sei permessa di fare una stronzata del genere? – disse senza mezzi termini, senza tergiversare e la nordestina Carmigna provò a balbettare una risposta che non le uscì di bocca.

Allora accorse Marzia, da sopra, trafelata e preoccupata perché quella che un tempo era stata la sua migliore amica, l’angelo venuto dall’Italia a valorizzare il suo lavoro, si era trasformata in un ostacolo, in un peso da affrontare quotidianamente.

  • E tu l’hai lasciata fare? Non lo sai, Marzia, che io devo rendere conto ai donatori italiani?

Adesso io non ricordo quale fosse la questione, né ricordo se furono esattamente queste le parole pronunciate da Barbara, ricordo però bene quel periodo e quel clima. Qualcosa si era rotto e le due (per me erano una specie di Che Guevara e Fidel Castro al femminile, o San Francesco e Santa Chiara in versione favelada) non solo non andavano più d’accordo ma stavano arrivando ai ferri corti. Barbara non si fidava più, non era soddisfatta del lavoro svolto da Marzia e Carmigna, e Marzia e Carmigna si sentivano umiliate, avevano creduto d’essere dei soci, dei partner di Barbara e non delle mere esecutrici che ricevevano ordini da chi deteneva il capitale. Le cose non andavano e Marzia era ansiosa, era appena stata dal medico a causa di un attacco tachicardico, aveva avuto una specie di collasso e il figlio era arrabbiato con la milanese caritatevole perché diceva che stava stressando troppo sua madre. Io, d’istinto, presi le parti di Marzia. Non conoscevo bene le questioni societarie, non avevo accesso ai conti, non sapevo come venivano indirizzati i soldi né se tutto era fatto correttamente, credevo però che la mia amica Barbara dovesse calmarsi, che il tono troppo acceso era un cattivo segnale e che le stesse cose, le stesse accuse, raccomandazioni, gli stessi rimproveri potessero essere detti in un altro modo.

Capivo anche che era una questione antropologica. Per un italiano o un’italiana è normale litigare e poi fare la pace, alzare la voce per poi abbassarla, eccedere e chiedere scusa, per un brasiliano no. I brasiliani, siano della favela o della città, cercano sempre di mantenere rapporti amichevoli, sorridono evitando al massimo i conflitti o le parole cattive, se però passano al conflitto e alle parole cattive non hanno mezzi termini, diventano brutali, implacabili, non hanno pietà.

Così si dimostrò Marzia. Si organizzò e citò in giudizio Barbara dicendo che l’italiana di Milano era stata una loro dipendente, che, di fatto, gli stabili comprati con i soldi dei donatori italiani appartenevano alla ONG brasiliana e, in seguito alla separazione che si stava perpetuando, gli immobili dovevano rimanere alla associazione brasiliana. Barbara capì che in certe circostanze aveva esagerato e cercò di ricucire, provò a gettare le basi per una separazione consensuale, arrivò addirittura a inginocchiarsi davanti a Marzia per convincerla a parlarle amichevolmente come avveniva una volta ma lei, la favelada, la negra della Roupa Suja, rispose con uno strano luccichio negli occhi:

  • Io voglio tutto.

Si era arrabbiata. Aveva incassato per molto tempo, aveva sopportato le ansie provocate dai toni ispidi dell’italiana, aveva provato a mantenere il sorriso di circostanza e, quando aveva perso la voglia di sorridere, era passata all’odio senza mezzi termini, senza mezzi toni.

Chi vinse la causa fu Barbara e gli immobili vennero divisi a metà. Quelli nella parte bassa della favela, che ospitano un bell’asilo e alcune salette per le ripetizioni agli adolescenti, rimasero a Barbara, quelli della parte alta, della Roupa Suja, che ospitano un asilo e un ostello per i turisti, passarono a Marzia.

Tra odi, commenti, minacce, parole mal dette e male interpretate, le due continuarono a vivere nella favela dove risiedono fino ad oggi. Barbara, abile imprenditrice, guida turistica e gestore di beni e persone, riesce, seppur a fatica, a mantenere lo spazio nel quale i bambini vengono a studiare, a godere qualche ora di normalità nel delirio che spesso caratterizza le loro vite. Marzia sopravvive nella Roupa Suja che però è un luogo molto più violento di come era allora, la violenza ha provocato la fuga di numerose famiglie dalla Rocinha, il numero di bambini nell’asilo è diminuito, sono diminuite le guide turistiche che passano di lì per mostrare ai visitanti come è la vita in favela (non ci passano perché hanno paura delle sparatorie), scarseggiano i finanziamenti. Così, senza che io né Carmigna ne sapessimo niente (posso capire che non lo sapessi io ma, almeno Carmigna, avrebbe dovuto essere avvisata) la mia amica della Roupa Suja ha deciso (mal consigliata da un avvocato e da alcuni familiari) di muovere una seconda causa ad almeno otto, nove anni di distanza dall’inizio della prima, chiedendo, di nuovo, che Barbara abbandoni gli immobili nella parte  bassa della favela e li consegni a loro, antichi datori di lavoro dell’italiana, a loro che le avevano permesso di fare parte dell’organigramma della loro associazione con la funzione di procacciatrice di fondi.

Dove è finito quell’amore, quell’ideale comune in vista del miglioramento dell’infanzia della Rocinha?

Dove sono finiti i buoni propositi e le buone parole?

Io non so chi abbia ragione né se ci sia una ragione. Sulla questione ho speso forse troppe parole e so che danno fastidio queste righe che scrivo su un argomento così delicato, danno fastidio a entrambe. So che molte delle cose che scrivo danno fastidio a parecchie persone perché entro nei dettagli di questioni delicate e spesso uso i nomi (quasi mai i cognomi) i nomi veri.

Forse il mio atteggiamento di voler raccontare delle storie come queste è sbagliato, forse è sbagliata la necessità che sento di mettere tutto nero su bianco.

Ognuno però tira l’acqua al proprio mulino e il mio mulino è fatto di inchiostro, di un quadernetto giallo, di una stupida penna e di stupide parole che mi vengono a mente e vogliono uscire attraverso i movimenti della mia mano destra. Non vogliono uscire attraverso la mia bocca, vogliono usare la mano e uno strumento come la penna per finire sul foglio e diventare qualcosa che darà fastidio a qualcuno e forse, forse, piacerà a qualcun altro.

 

 

 

 

 

La caccia

Il caporale (non so se era il caporale) è entrato nel bar col fucile appeso a tracolla e un bicchiere di açai in mano. In una mano aveva il cucchiaino, nell’altra il bicchiere con il liquido gelatinoso scuro. L’açai è buonissimo e nella favela lo sanno fare bene. L’avrei preso anch’io, se non fossi messo male di stomaco e di intestino.

Accanto al militare c’erano due commilitoni, chiacchieravano nel gergo di qui, una specie di dialetto, parlavano di qualcuno a cui avevano dato il consiglio sbagliato, si sono seduti a pochi metri da noi. Il caporale prima di sedersi ha appoggiato il fucile disteso sul tavolo con il calcio contro il muro e la punta, la bocca di fuoco, nella nostra direzione. Poi si è messo a mangiare il suo açai e l’ha fatto con gusto, l’acquolina gliela si leggeva negli occhi.

Più tardi mi sono alzato, ho salutato Carmigna e, mentre andavo verso la metro, ho visto un altro gruppo di poliziotti con degli strani copricapo in testa a metà strada tra delle calze e dei berretti neri. Erano uomini sporchi, sudati, un gruppetto di cinque e con loro c’era un narcos senza maglietta, ammanettato.

  • L’hanno preso nella Bocca di Fumo che spacciava – ha commentato ***, il mio miglior contatto nella favela.

Poi mi ha spiegato che adesso nella Rocinha c’è una sola fazione al comando, cioè Comando Vermelho. Le sparatorie continue non sono quindi causate dagli scontri tra Comando Vermelho e Amigos dos Amigos ma dalle irruzioni della polizia che sta cacciando il nuovo capo; sì, adesso chi comanda è Genio, antico braccio destro di Rogerio 157, e chi agevola Genio nei conti e nell’amministrazione dei soldi è Johnny, vecchi compagno di scuola del mio amico ***. Insomma Genio, come era da aspettarsi, ha sostituito Rogerio 157; dopo la cattura di Rogerio ci sono stati scontri tra Genio e Modelo, genero di Nem, vecchio capo della favela quando la Rocinha era di ADA, ma adesso che la Rocinha è di CV chi detta legge è Genio. Tra Rogerio e Genio ci fu il breve interregno di Johnny, quasi un governo tecnico; a quell’epoca io avevo chiesto a *** di organizzarmi un’intervista con Johnny che poi, tra una cosa e l’altra, non ho realizzato, adesso gli chiedo se è possibile parlare con Genio e lui mi dice di no, è impossibile, il nuovo chefe non vive in un posto solo, lui e la sua banda, braccati dalla polizia, sono in continuo movimento; avvicinarlo è difficile e pericoloso.

Prima di andarmene, quasi sulle scale che portano al tunnel della metro, mi metto a immaginare se al posto mio, all’incontro con Carmigna, ci fosse andato Don Matteo, il prete missionario che collabora con una ong della favela. E mi ricordo, dolorosamente, di quanto il missionario italiano stia male in questo periodo. Beve come un russo, fuma come un turco o come un italiano di Milano, o un toscano. Ha passato gli ultimi tre giorni chiuso in casa ad ubriacarsi. La barba gli arriva quasi a metà petto. I pochi capelli attorno alla nuca gli sono cresciuti sulle orecchie e dietro, sul collo. E’ irriconoscibile. E’ frastornato. Non sa più quello che vuole né se riuscirà ad averlo. Chiuso nell’appartamento all’entrata della favela, si sente accerchiato dai moto taxi che sfrecciano rumorosi sotto alla sua finestra. E’ seduto. Davanti a sé sul tavolo c’è il computer acceso. Lui è entrato nell’applicativo Tinder, per mezzo del quale è riuscito a contattare qualche ragazza della favela, di Sao Conrado, di Ipanema, di Leblon e di Copacabana. L’ha visto fare agli alunni e alle alunne del corso di preparazione all’esame per entrare in università, li ha visti che scambiavano messaggi con qualcuno e mentre lo facevano lo schermo dei cellulari era rosa.

  • Che cos’è? – ha chiesto, in piedi, da dietro, appostato come una spia.
  • E’ un applicativo che permette di conoscere persone nuove – gli ha risposto Andressa, la sua preferita.
  • E come funziona?

Ha imparato alla perfezione e, solo, in casa, furtivo, temendo di essere osservato da qualcuno, forse da uno spettro infelice o da uno spirito evangelico portavoce dei valori di Gesù in cui tanto credeva, è entrato in Tinder. Ha caricato una sua foto di quando era più giovane. Ha scritto il proprio nome, un breve testo di presentazione e la frase “Alla ricerca di amicizia o di qualcos’altro” senza specificare a cosa alludevano le parole “O di qualcos’altro”. Il radar dell’applicativo ha fatto entrare Don Matteo nel sistema, e lui nel sistema non è Don, è solo Matteo, un italiano a Rio, in favela, un volontario, un missionario. I missionari non sono forse in cerca di avventure come gli altri uomini?

Ha cominciato a chattare tre giorni fa e non ha più smesso. E’ uscito di casa solo per mangiare un boccone o comprare la birra. Per terra, nel lavandino, sul tavolo è pieno di bottiglie. Nel posacenere sono state pigiate sessanta sigarette.

In questo momento Don Matteo sta chattando, sta fumando ma non sta bevendo. Sullo schermo, accanto alla sua, c’è la foto di Mirka, ventitré anni, transessuale dichiarato.

  • Cosa provi quando lo prendi nel culo? – le ha scritto il prete, ormai disinibito, sicuro di sé perché nascosto da un computer; lo sguardo è febbricitante.
  • Perché me lo chiedi? Vorresti provare a scoparmi? – replica Mirka.
  • Non so, sono indeciso…
  • Voi italiani siete tutti uguali. Vi piacciamo noi transessuali… Tu hai già provato a stare con un transessuale?
  • Io sono vergine.
  • Vergine? Ma quanti anni hai?
  • Cinquantadue.
  • Ah, ah, ah – Mirka manda a Don Matteo una serie di faccette che sorridono, poi dei cuoricini e un diavoletto azzurro.
  • Bell’italiano vieni a perdere la tua verginità con me – scrive lei e Matteo è all’apice dell’eccitazione.

In questi tre giorni si è già masturbato. Non pensando a Mirka, ma a Malù e a Marcella. Malù, ventidue anni, bianca, foto davanti al mare con i capelli al vento, “Sarò la tua terapeuta” è il messaggio sotto al profilo. Marcella, studentessa di legge, di buona famiglia, in cerca di una storia seria, è già stata con uomini maturi e si è trovata bene, per questo ha accettato di chattare con Don Matteo. Foto di una donna solare, procace, vivace, lui adorerebbe uscirci per bere un caffè. Glielo ha anche proposto e lei ha risposto che ci sta pensando anche se il divario di età tra loro due è davvero grande.

  • Ma cosa vuoi che sia un caffè? Un caffè senza impegno! E guarda che io non mordo – ha scritto Matteo e si è subito pentito: e se lei in fondo desiderava che lui le mordesse i capezzoli, che lui fosse affamato di sesso? Forse è a causa di questa sua frase che lei non ha più risposto?

Comunque fra poco Don Matteo dovrà smetterla con Tinder e con il computer. Ha un appuntamento con Carmigna, l’assistente di Marzia, nel bar Super Sucos, proprio davanti alla strada che porta a Barra da Tijuca e al Jardim Botanico. Ci pensa e, d’istinto, sbatte lo schermo del computer contro la tastiera. Carmigna gli aveva mandato un messaggio dicendogli che era importante, dovevano parlare della loro amica Marzia che non sta bene. Matteo spegne la sigaretta sotto l’acqua del lavandino. Poi, nel bagno minuscolo, si osserva allo specchio, prima di lavarsi la faccia. Gli occhi sono due fessure, la pelle troppo bianca pare quella di un malato, la barba troppo lunga lo fa sembrare un eremita. Anche se fosse riuscito a vedersi con una delle ragazze, probabilmente l’avrebbe spaventata. Chi accetterebbe di andare a letto con un tizio come lui?

Si infila una maglietta bianca sporca, sulle gambe ha i soliti pantaloni Adidas della tuta che se li metti in piedi senza infilarci le gambe ormai si reggono da soli. Si infila il solito paio di sandali havaianas, apre la porta ed esce. Rumore assordante di moto taxi. Grida della gente. Carmigna sicuramente gli chiederà perché in questi giorni non si è fatto vivo. Dirà che la sua presenza in classe con gli studenti è così importante. Lui inventerà una scusa, dirà che è stato male, si sente male, cosa nemmeno così falsa. Don Matteo passa davanti a tre uomini e una donna rappresentanti delle forze dell’ordine. L’uomo, forse il caporale, porta il fucile a tracolla. Le mani sono occupate da un bicchiere di açai: la mano destra regge il bicchiere, la sinistra una forchettina di plastica colorata. Il caporale e gli amici entrano nel locale assieme a Don Matteo. Fuori, in strada, i venditori ambulanti aspettano i clienti. Sulle scale del bar ci sono persone sedute che aspettano qualcuno. Con la coda dell’occhio l’italiano vede altri poliziotti con strani copricapo neri che paiono le calze usate nei film dai rapinatori delle banche; stanno scendendo dalla parte alta della favela, dalla Roupa Suja.

Al tavolo Carmigna, piccoli occhi da nordestina, pelle increspata dal tempo e dal sole, lo accoglie con un sorriso.

  • Hai fatto bene, prete, a non venire all’asilo in questi giorni. La polizia sta cacciando i narcotrafficanti proprio vicino alla nostra istituzione. Ieri gli alunni del tuo corso li abbiamo sentiti via whatsapp e gli abbiamo detto di non venire. Sono loro che ti hanno avvisato, vero?