Ho appena rivisto e sistemato le mie poesie e alcuni brani in prosa. Ne ho scritte delle nuove e ho creato un file unico, un’opera di prosa e poesia, di natura intimistica, che spazia dall’attualità, dalla vita a Rio de Janeiro ai tempi dell’epidemia ai miei primi giorni in Brasile a inizio secolo, fino ai ricordi d’infanzia negli anni ’80 tra Pesaro e Milano. Tra i testi c’è spazio anche per l’incontro con gli Orixás.

Se qualche editore è interessato a una lettura in vista di una possibile pubblicazione (senza però una mia partecipazione alle spese…)…

(brano scritto nel 2012)

A Copacabana, agli inizi, non avevo motivi per restare. Avevo perso la ragazza di cui ero stato amante che assomigliava alla donna che stamattina si cambiava le scarpe al bar, stessa aria sexy e gelida, stesso sguardo capace di farti raggiungere la vertigine del piacere e di sradicarti dalle fragili fondamenta con una giravolta dello schienale della sedia. Un’immagine per questa signora (alla quale, tutto sommato, devo il timbro nel passaporto): seduta alla scrivania, i piedi arrogantemente sopra il tavolo, la gonna che sfila a metà coscia.

Mi ricordo di me che camminavo sul lungomare, non so dopo quale bevuta, e osservavo, come faccio ancora, le onde dell’oceano chiedendogli informazioni, un vaticinio, mostrandogli attraverso gli occhi tutto il mio amore, e una voce che mi diceva tu non te ne vai, tu rimani. Fu la prima volta che pensai a me come a un uomo coraggioso. Potevo tornare, dichiarare fallito l’esperimento della fuga in Brasile: in fondo Vasco Rossi, uno dei miei attuali mentori, non aveva scritto che lasciare l’Italia per l’Africa, il Messico (e perché no? Il Brasile) era una fregatura?

Io poi ero proprietario di un appartamento tra le case popolari di Serenella, a San Giuliano Milanese, sopra al bar del Pugliese e agli spacciatori di droga venuti dalla Nigeria (che il Pugliese stipava nei suoi appartamenti a prezzi altissimi). I miei genitori vivevano a San Donato, in Via Europa, in uno splendido condominio col giardino. Potevo andare da loro. Ma l’oceano aveva detto che dovevo restare. Chi ero io per contraddirlo?

Frequentavo questa coppia stravagante, composta da una guida turistica isterica e, forse, ladra e un professore cileno che pensava solo ad andare a puttane, facendo arrabbiare la guida. Lei (che si chiamava Marta ed aveva la pelle lucida, scura) mi disse che lui, Jorge, dai capelli grigi, magro, pieno di peli sul petto e riseccato dal sole, in Cile aveva per amante la moglie del figlio.

Una volta, ubriaco, arrivai a casa loro alle sei del mattino e mi gettai sul tappeto davanti al letto, dove dormii. Poche ore dopo mi svegliai nel mio vomito; telefonai a mio padre e gli dissi che andava tutto bene, che avevo quasi trovato un lavoro… In effetti avevo consegnato il numero del mio telefonino a un corso di lingue della Siqueira Campos, a Copacabana, gestito da un altro cileno… Avevo accompagnato Jorge nelle sua ricerche e, sfruttando l’occasione, mi ero fatto avanti. Chiamarono. Quando il cileno si presentò per candidarsi all’insegnamento dello spagnolo gli dissero che in realtà volevano me. Non avevo un visto di lavoro, non parlavo bene il portoghese, ma il sabato mattina alle nove in punto era prevista la prima lezione di un corso intensivo di italiano. Ricevetti il libro di testo il sabato stesso. Ricordo che un sole eccessivo batteva contro le pareti azzurrognole. La lavagna era mal fissata alla parete e mentre ci scrivevo quella cedeva, costringendomi a reggerla con entrambe le mani. Parlai un pessimo portoghese, alcuni alunni mi chiesero da quanto tempo vivevo in Brasile, uno commentò che corso di merda, raccattano gli insegnanti in spiaggia!

In molti abbandonarono l’aula e io spiegai il presente del verbo essere e del verbo avere ai rimasti. Alla fine della lezione, una ragazza bionda dagli occhi azzurri alzò la mano e mi chiese se davo lezioni private. Io risposi di sì; così il lunedì pomeriggio la visitai a Leblon, quartiere altolocato vicino alla collina Dois Irmãos, dove vive la créme della créme della società carioca.

Era una puttana. Me lo disse subito. Veniva da Rio Grande do Sul ed era l’amante di un italiano, un sardo proprietario di una catena di supermercati, sposato e con figli. Lui le mandava mille euro al mese e stava pensando di abbandonare la famiglia per lei. Le telefonava tutte le sere alle nove per rassicurarsi che fosse in casa e non si prostituisse più. Lei gli parlava (per questo aveva bisogno di me) e poi usciva per lavorare. Faceva la puttana come scelta di vita, non era sfruttata, veniva da una buona famiglia; siccome l’italiano le pagava anche l’affitto, i mille euro e i guadagni serali erano tutti per lei.

Studiò con regolarità e imparò in fretta la mia lingua.

Grazie a lei, io riuscii a creare un metodo: scelsi un libro di testo e decisi di dividere ogni lezione in due parti, una di sola grammatica, l’altra di conversazione.

Con lei viveva un’altra donna che credo si chiamasse Bruna. Aveva il viso pienotto e i capelli fino al collo. Era triste e, spesso, con un occhio pesto. Si lamentava dei clienti, del fidanzato, della madre, del padre. Noi l’ascoltavamo con una certa pena. Bruna poi, per spirito di emulazione, decise che avrebbe imparato l’italiano (ero diventato il professore delle puttane!).

Lei però non studiava un bel niente e chi imparava adesso ero io, esperto ormai della vita di una prostituta depressa, che beveva vodka tutto il giorno, anche durante le lezioni.

Una volta la incontrai di mattina presto, vicino all’appartamento nella Prado Junior, dove vivevo a quel tempo con un amico della guida turistica, col quale poi avrei litigato (fu quando decisi di trasferirmi in favela). Io mi stavo dirigendo al corso nella Siqueira Campos (che mi manteneva come professore benché non fossi in regola) e Bruna barcollava, appena uscita dalla discoteca; si appoggiò al muro del bar, poi fece qualche passo e si fermò davanti alla farmacia. Era in minigonna, il rossetto le macchiava la faccia, i tacchi appesi alle mani, scalza.

Mi scorse, mi abbracciò e mi diede un bacio in bocca.

  • Professore –  gridò in italiano – io ti voglio scopare!

Le lezioni, di fatto, erano servite a qualcosa.

**

Questa epidemia ha evidenziato una cosa: la fine della notizia. Non esistono più notizie, esistono opinioni. La formulazione stessa della notizia, la decisione che una cosa debba essere raccontata e un’altra no, già è un’opinione.  Del tipo: se io dico che oggi è morta molta gente per Covid 19, io già esprimo un’opinione, quella che la malattia è molto grave e, forse, nascondo un’intenzione, quella di creare panico. Perché poi io voglio creare panico? Forse perché a me e agli uomini di potere fa comodo che le persone siano spaventate, perché quando si ha paura si è più vulnerabili e più manipolabili.

Questa epidemia ha evidenziato una crisi, quella dell’esattezza, dello scrupolo dell’informazione. Pochissimi, quasi nessun giornalista si pone come obiettivo quello pedagogico di scavare nella realtà per cercare la verità. Tutti, o quasi, hanno l’intenzione di promuovere una tesi e di convincere i lettori, gli ascoltatori, gli spettatori. Come? Ripetendo lo stesso concetto all’infinito, magari sparandolo via whatsapp sapendo che sarà commentato e divulgato via facebook. Succede sia ai giornalisti di destra che a quelli di sinistra, ma soprattutto a quella parte della sinistra che, credendosi sempre la rappresentante del giusto, si sente in dovere di ripetere ossessivamente sempre lo stesso concetto per convincere il popolo, che non capisce, a seguire le loro giuste tesi.

Non so a voi ma questo stratagemma sortisce in me l’effetto contrario. Se ad esempio il lunedì mattina e soltanto il lunedì mattina io ascolto o leggo il bollettino dei malati e dei morti per Covid 19, immediatamente me ne faccio un’idea e decido come comportarmi durante quella settimana. Ma se il lunedì pomeriggio mi viene ripetuto con poche modifiche il concetto del lunedì mattina, e il martedì e il mercoledì viene evidenziato un piccolo cambiamento, spesso in peggio, e reiterati consigli e informazioni tutti con l’obiettivo d’accrescere la mia prudenza, io arrivo al fine settimana così pieno e vomitante informazioni che se mi aprono la discoteca sotto casa, ci entro subito e senza mascherina.

La stessa cosa mi succede con i problemi razziali. Ho un’opinione formata e riconosco l’importanza della lotta dei neri e dei bianchi per una società più giusta. Ma se giornalisti e scrittori che stanno sempre dalla parte del giusto ripetono ossessivamente per iscritto o ad alta voce sempre gli stessi concetti, dopo averli ascoltati comincio a simpatizzare per Donald Trump. E non perché creda che i diritti dei neri non siano importanti, ma perché gli intellettuali intelligenti di sinistra non li sopporto più. Sono diventato di destra? No, non sono diventato niente e rivendico il diritto di non essere niente e di tifare per una squadra di calcio e non per questo o quel politico.

Non credo alla buona fede e alla bontà di nessuno.

Non credo alle buone intenzioni di nessuno.

Non mi fido di nessuno.

La mamma ha detto che posso andare a scuola da solo.

Io abito in via Europa, al 7, in un bel condominio pieno di verde che è giustamente diviso in Verde Uno e Verde Tre. Dov’è Verde Due?

Dicevo… Verde Uno è la parte alla sinistra del cancello, Verde Tre è a destra, non so se questo c’entra con la politica, credo di no.

Loro hanno una rampa dei box che è più brutta della nostra; la nostra è perfetta per andarci giù coi sacchi della neve, quando è inverno. E quando nevica, chiaro.

La mia scuola si chiama Maria Ausiliatrice ed è nel quartiere Metanopoli, vicino agli uffici dell’ENI. È un edificio basso, spazioso, pieno di classi, di maestre, pochissimi i maestri, uno solo, quello di musica.

La mia maestra si chiama Marta, ha i capelli ricci, non proprio ricci ma nemmeno lisci, diciamo mossi. La maestra del mio amico, di uno dei miei amici, è una suora severissima, dicono.

La mamma ha detto che posso andare a scuola da solo e io stasera sono emozionato e non riesco a dormire, per questo mi sono messo a scrivere e magari domani porterò a Marta queste poche righe, lei ha detto che le piace leggere quello che scrivo, io non lo so se davvero le piace, secondo me lo dice perché vuole incentivarmi. Quando un bambino o una bambina manifestano una certa tendenza, certe qualità, la mamma dice che è una bella cosa cercare di fare in modo che le sviluppino, così un giorno troveranno più facilmente, scopriranno prima e meglio qual è il loro posto nel mondo. La mamma dice proprio così. Anche lei è una professoressa ma in un’altra scuola, nelle medie dell’Alcide de Gasperi in via Agadir, proprio vicino alla mia. Infatti domani non solo andrò a scuola da solo in pullman, ma uscirò anche da solo dalla mia scuola e andrò a prendere mamma nella sua. Io infatti esco alle 12 e 30 e lei alle 13 e 15, quindi ho tutto il tempo per camminare dalla Maria Ausiliatrice all’Alcide de Gasperi.

E adesso farei bene a dormire perché domani devo svegliarmi presto. Il bagno l’ho già fatto, domani quando mi alzerò dovrò solo fare colazione e lavarmi i denti. La cartella l’ho già preparata, il grembiule la mamma me lo darà domattina, stirato. Il biglietto dell’autobus l’ha comprato il papà. Ha comprato un blocchetto da dieci.

Il papà lavora all’ENI, qui vicino, sempre a San Donato…

Non riesco a dormire, sono troppo emozionato solo a pensare che uscirò da solo, attraverserò il cortile, il cancello e andrò alla fermata dell’autobus, timbrerò il biglietto.

Prima di timbrare aspetterò che l’autobus arrivi e magari incontrerò qualche madre col figlio e la figlia, davanti ai quali mi sentirò già grande.

La mattina a scuola sarà come tutte le altre ma poi, quando uscirò, non ci sarà nessuno ad aspettarmi e io potrò correre nel cortile di Maria Ausiliatrice, cosa che fanno in pochi, quasi nessuno e magari, prima di andare a scuola da mamma, giocare un po’ a calcio.

Sono le cinque del mattino, mi fa male la testa. Tra due ore mi dovrò alzare. Ho chiuso gli occhi, ci ho provato a spegnermi ma sono rimasto ad ascoltare il rumore del vento che sbatte contro i box delle macchine, contro le finestre. Credo che ha anche piovuto. Ad un tratto mi è parso di sentire un ululato anche se a San Donato i lupi non ci sono. La mamma dice che ci sono altri tipi di lupi, lupi umani e non lupi animali, ma io non ho capito cosa intendesse. Ho freddo, sono stanco, devo dormire ma non ci riesco. Dalla rampa dei box viene un fischio continuo, è il vento ma pare un’altra cosa. È un suono naturale ma non lo sembra.

E non smette. Mi disturba, proprio adesso che stavo quasi per dormire.

Chiudo gli occhi e penso a quanto sarà bello andare a scuola da solo ma sento il fischio del vento, le foglie del campo qui dietro casa che tremano sugli alberi; sento le foglie che tremano, i tronchi delle piante che si muovono, e poi passano gli aerei che atterrano a Linate, a quest’ora della notte, a quest’ora del mattino, uno dopo l’altro. Io in un aereo non ci sono ancora entrato ma il papà ha detto che prima o poi porterà me e la mamma in uno di quei viaggi che è obbligato a fare per il suo lavoro. È stato anche in Bulgaria, in Romania, in Russia… Ma ecco di nuovo i fischi, poi l’ululato, poi le foglie strappate dagli alberi come in un risucchio, come in un vortice; il vento le ha trasportate contro la mia finestra. Ci sbattono contro le foglie, il terriccio, i rami; non capisco perché prima di dormire papà e mamma non hanno chiuso la tapparella, lo fanno sempre.

Quando mi sono svegliato, quasi sommerso dal verde, dal fogliame, sporco di terra e di pioggia, mi sono chiesto come ci ero finito in quel posto. Ero vicino a un fiume. Poi mi sono ricordato del viaggio, dell’indiano che mi ha ospitato, della bevanda che mi hanno offerto, delle cose che mi hanno detto.

Mi sono alzato a fatica e ho cercato con lo sguardo le capanne.

Ma non c’erano capanne né indios. Dappertutto c’erano uccellini e, nascosti sotto alle pietre e tra l’erba, sicuramente dei serpenti.

Ero nudo. Brutto e nudo. Né magro né grasso, con pochi capelli, la barba incolta. Avevo 45 anni e, ai piedi, degli stivali che mi arrivavano quasi fino al ginocchio. Nudo, con gli stivali.

Prima di mettermi in cammino per cercare il villaggio in cui avevo dormito la notte precedente, ripensai a quel bambino e a quel suo primo giorno di scuola da solo. Tutto sommato non avevo da rimproverargli niente.

sto scrivendo delle poesie…

L’amore è dappertutto

è nel rituale e nella voce della vicina

vecchia e insopportabile

filo Bolsonaro

è nello spirito d’un indigeno che ha detto

– Abbiate fede in me e stasera toglietevi le maschere.

La vecchia insopportabile parla al telefono

delle gesta del Presidente

dice che come lui non c’è nessuno

ed è pure bello.

L’amore è nei figli che dalle 8 alle 20 non si staccano dal computer

è nella noia d’un giorno dopo l’altro tutti uguali

nell’illusione d’un rapporto

nel sesso che è un’illusione

nel corpo che si consuma

poco a poco.

L’amore è nel tifo televisivo con gli stadi vuoti

nelle urla strozzate

negli inchini davanti all’altare

e nelle statue dei santi

e di un Dio

a cui penso mentre vado a spasso con il cane.

Sono credente, almeno credo

la vicina però urla – Bolsonaro, Bolsonaro!

al telefono con un’amica

il suo orgoglio mi annulla, qui alla mia finestra

chino su me stesso

chino sul nulla.

L’amore è nella fedeltà del mio cane

a cui devotamente confido i miei pensieri

mentre cammino, al mattino

poi prego Dio di darmi la forza di amare tutti

anche la mia vicina

che ucciderei invece devo amare

per il mio bene

perché se non amo, appassisco

se non amo, muoio

se non amo, torno uguale a 20 anni fa.

L’amore è nella fedeltà di Dio ai suoi piani

e del mio cane a me.

**

I primi 4 capitoli di “Antivirus” – romanzo (lo trovate in vendita online nelle versioni ebook e cartacea)

Uno

Mi sono rotto il cazzo di ascoltare mia zia che torna dopo estenuanti turni qui all’ospedale di Toledo Lodigiano, si catapulta in bagno, si spoglia meticolosamente attenta a dove ripone i panni sporchi, si getta sotto a una doccia bollente e poi viene da noi in sala, bianca cadaverica, occhiaie profonde, vestita solo di un accappatoio e dice:

  • Da questa esperienza dobbiamo trarre degli insegnamenti. E’ in gioco il futuro della razza umana. Lo capite?

Fissa le nostre facce annoiate, i visi stanchi.

  • Dobbiamo ridiscutere tutto, principalmente il modello economico e il sistema di produzione capitalistico globale. Non possiamo continuare a credere in un sistema fondato sul petrolio e sui meccanismi architettati dagli squali della finanza!

Mia zia ha 50 anni, è una comunista, legge Il Manifesto, è zitella e vive insieme a me e mia madre in un trilocale a Toledo Lodigiano.

Lei e mia madre sono legate, hanno fatto tutto insieme fin da bambine, la zia però non si è sposata, non ha trovato l’uomo giusto, ci ha provato un paio di volte con due colleghi del Pronto Soccorso ma è stata tradita da entrambi e li ha mandati a fare in culo.

Io oggi però a farsi fottere ci manderei lei.

Ok, tutta Italia la applaude, a ragione; i medici e gli infermieri sono degli eroi (lei dice di no, dice che sono delle persone normali che svolgono il loro lavoro) però la patente da super-woman non le dà il permesso di delirare.“Ripensare il sistema economico, la dipendenza dal petrolio” è una frase sua; “ridurre la dipendenza dai meccanismi della finanza” anche.

Il mondo non cambierà mai, ve lo dico io che ho 27 anni e so come vanno le cose.

La zia è sfinita ed è un miracolo che non si sia ancora ammalata e non abbia contagiato anche noi.

La zia è fiduciosa, è ottimista nonostante le botte prese dalla vita, ma io no.

Io so come va il mondo.

E il mondo va che a Toledo Lodigiano, a pochi chilometri da Codogno, comune start-up di questa infezione di merda, ieri si sono messi tutti in balcone a cantare Toto Cutugno.

Toto Cutugno! Avete capito?

Un vecchio decrepito che suonava canzonette stupide che ascoltavano i miei genitori e che, per induzione, sono stato obbligato ad ascoltare anch’io, da piccolo.

Molto meglio quando due giorni fa sono andati tutti sui balconi a cantare l’inno nazionale; quasi emozionante l’inno che ci riporta ai Mondiali, alla vittoria in Germania che io ho visto in diretta e ricordo la mamma che gridava in perfetto stile sguaiato napoletano (che segna come un marchio le origini della famiglia) e la zia era felice nonostante detesti il calcio.

Comunque i suoi discorsi sono inutili e io ne ho pieni i coglioni di restarmene chiuso in casa a chattare con gli amici al cellulare e a giocare ai videogiochi al computer.

Però, anche se la critico, le voglio bene (ha aiutato la mamma a crescermi).

Io la zia l’ammiro (la amo e la odio, diciamo così) e l’ho ascoltata quando mi ha raccontato dei primi contagi tra gli infermieri del Pronto Soccorso, della sua amica che ha ceduto davanti a lei e le ha steso la mano, le ha chiesto di sorreggerla perché le faceva male la testa; lei, la zia, non aveva guanti di lattice e le dita della collega erano sudate.

La zia però dice una stronzata quando parla di un futuro migliore, diverso e della necessità di una seria discussione su come sarà il mondo dopo questa pandemia e io vi spiegherò perché  – prima però devo confessarvi una cosa: lei è comunista ma io sono di destra: ammiro, rispetto, adoro Matteo Salvini che considero il mio Capitano!

Ma veniamo ai fatti…

Il 18 febbraio 2020 il signor Mattia M., 38 anni, si recò al Pronto Soccorso dell’ospedale di Codogno (qui vicino). Era un dirigente di una multinazionale, la Unilever (non era ma è: è ancora vivo!) sposato, la moglie incinta partorirà prima dell’estate. E’ un maratoneta, un atleta: nei dieci giorni precedenti alla malattia aveva corso due mezze maratone e giocato una partita di calcio per novanta minuti, undici contro undici.

All’ospedale lo visitarono, gli fecero una radiografia e gli diedero una ricetta con degli antibiotici da prendere perché gli esami rilevarono una lieve polmonite. Il 20 febbraio lui stava peggio, andò di nuovo al Pronto Soccorso; lo ricoverarono e intubarono perché gli antibiotici non avevano fatto nessun effetto e la polmonite da lieve in tempo record era diventata grave e gli aveva preso i due polmoni; era diventata bilaterale interstiziale.

Chi rimase sorpresa dall’inspiegabile rapidità nell’evoluzione della malattia fu la dottoressa Annalisa Malara, 38 anni, anestesista rianimatore; la dottoressa domandò alla moglie di Mattia se il marito aveva avuto contatti con la Cina.

La donna prima rispose negativamente, poi ci pensò meglio e affermò:

  • Una settimana fa è andato a cena con un amico, un imprenditore che va e viene da Pechino. Ma questo cosa c’entra, scusi?

Annalisa s’insospettì e decise di chiedere all’ospedale Sacco di Milano di mandarle il materiale per applicare al paziente un tampone per il nuovo Coronavirus. Il protocollo non l’obbligava ad agire così e in Italia non c’era nessun sospetto di una possibile epidemia della febbre di Wuhan che tanti problemi stava creando in Cina. Comunque lei insistette e fu grazie alla sua testardaggine che Mattia M. divenne il Paziente Numero Uno.

Il commercialista, l’imprenditore che aveva cenato con lui venne rintracciato, gli si applicò un test che diede esito negativo.

Nessuno sa da chi Mattia abbia contratto la malattia (lui comunque sta meglio; la moglie, positiva, non ha sviluppato alcun sintomo). Si sospetta che a Milano e nella Lombardia a gennaio già si fossero verificati casi di decessi per polmoniti, pare che nelle valli bergamasche degli anziani già fossero morti, nessuno aveva però collegato quei decessi al virus (abbiate pazienza, arriverò alla zia e spiegherò perché il suo ottimismo, la sua fiducia in un mondo migliore è una stronzata ma, per farlo, ci metterò del tempo).

Andiamo in Cina, al 30 dicembre 2019, quando il dottor Li Wenliang, 34 anni all’epoca (già deceduto) scrisse un messaggio allarmistico sulle reti sociali, diretto ai medici.

Il dottore, oftalmologo, si era accorto che al Pronto Soccorso dell’ospedale di Wuhan, nella regione dell’Hubei, erano giunti un gran numero di pazienti/lavoratori del mercato di pesce e animali della città, affetti da polmoniti aggressive, non curabili con antibiotici. Si era ricordato dell’epidemia di Sars del 2002/2003 ed aveva scritto in una rete sociale un messaggio ai medici colleghi, invitandoli a stare attenti, coprirsi bocca e mani quando lavoravano perché i casi registrati erano troppi per essere soltanto la conseguenza di un normale e passeggero male di stagione.

Gli rispose il Comitato Direttivo del Partito Comunista della regione rimproverandolo, accusandolo di cercare di sabotare il tranquillo tran-tran della vita della città, minacciandolo di rappresaglie qualora avesse continuato a diffondere notizie false.

“Speriamo che ti calmi e rifletti sul tuo comportamento” gli fu scritto.

Il 12 gennaio 2020 Li Wenliang venne ricoverato all’ospedale di Wuhan con tosse e febbre. Nel frattempo i casi di polmonite erano aumentati e fu chiaro a tutti che ci si trovava di fronte a un’emergenza.

I biologi isolarono il virus in laboratorio e scoprirono che si trattava di un nuovo Coronavirus.

Il medico aveva ragione, la causa delle polmoniti che avevano colpito i lavoratori del mercato era un agente aggressivo, pericoloso.

I suoi colleghi credettero che il male si annidasse negli animali e che questi potessero trasmetterlo agli uomini senza però che avvenisse il contagio tra gli essere umani.

Si sbagliavano.

Li Wenliang, dopo vari esami che testarono negativo, venne ufficialmente dichiarato affetto da Coronavirus il 30 gennaio 2020.

Lui postò una foto su internet che lo ritrae sdraiato, la bocca coperta dalla maschera, nella mano la sua carta d’identità.

Morì il 7 febbraio scorso; la moglie, incinta, partorirà un bambino entro l’estate.

Adesso, per arrivare a spiegarvi perché, nonostante la ami e la ammiri, io pensi che mia zia stia dicendo solo cazzate causate dal pathos, dall’eccesso di sentimento e di risentimento provato in questi strani giorni nei quali lei combatte in prima linea contro la malattia nel Pronto Soccorso dell’ospedale di Toledo Lodigiano, devo proporvi tre tesi che ho raccolto da internet (io sono un nerd e in questo periodo di quarantena non mi schiodo dal computer anche se mamma mi urla e mi chiede di aiutarla in cucina!).

Ne ho discusso e ne discuterò anche con zia che comunque pensa che io sia un cretino complottista.

La prima, quella che io definirei “naturalista”, afferma che gli animali, in condizioni di forte stress e di eccessiva presenza e vicinanza da parte dell’uomo, sviluppano malattie dovute alla mancanza di igiene, di spazi, di un habitat adeguato alle loro necessità. Essendo il Coronavirus caratterizzato da una tale Proteina Spyke simile a quella che compone parti dell’organismo del pipistrello, sarebbe proprio in un pipistrello che il Male è nato: un pipistrello stressato dalle sue condizioni di vita e dalla presenza dell’uomo. Si sarebbe poi realizzato lo spillover cioè il passaggio del virus dalla bestia all’uomo e tale processo sarebbe avvenuto nel mercato del pesce di Wuhan.

Questa è la tesi preferita dalla zia (io non la confuterò, non sono qui per confutare ma per rivelare le conseguenze del caos che stiamo vivendo): la colpa è dell’uomo che, col suo comportamento, ha invaso spazi che non gli appartenevano e ora la Natura se li riprende costringendoci dentro alle nostre case, lasciando così libero il campo al “ritorno” degli animali nei boschi, nelle città deserte, nei cieli meno inquinati, nei mari.

Chi vuole (mia zia, che è comunista e intrinsecamente cattolica, tende a seguire quest’intuizione)  può vederci la mano di Dio. Il Padre ci sta punendo perché noi, Figli Degeneri, abbiamo abusato dei doni (il mare, l’aria, i boschi, le piante, l’ingegno, la nostra intelligenza) che Lui ci ha dato.

Io però, che tendo a pensar male, ho cercato e ricercato su internet in siti americani, britannici, italiani e brasiliani (mio padre abbandonò il tetto coniugale quando io avevo 12 anni e andò a vivere in Brasile, con una mulatta – per questo ho imparato il portoghese) e ho trovato altre teorie, corroborate da molti fatti e buona immaginazione, davvero interessanti.

Una la definirei “filoamericana”.  

Questo il punto: lo sapevate che a Wuhan c’è un Laboratorio di Biosicurezza Nazionale che, da anni, studia virus e rimedi contro Ebola, Sars, ecc?

Ecco, secondo insinuazioni statunitensi (Trump, Pompeo) il nuovo Coronavirus potrebbe essere stato creato in provetta a partire dall’analisi delle molecole malate presenti negli organismi dei pipistrelli o potrebbe essere stato iniettato in un pipistrello per osservarne gli effetti sulle difese immunitarie dell’animale e poi sarebbe “sfuggito di mano”, letteralmente scappato dal laboratorio a causa dell’imperizia di uno biologo o di un addetto.

Secondo i complottisti americani, la Cina avrebbe creato il virus per trovarsi esattamente nella posizione che ora occupa nello scenario internazionale: il Paese asiatico ha già risolto il problema e può tornare ad occuparsi della propria crescita economica mentre il resto del mondo si sta fottendo o è già fottuto.

L’altra teoria complottista, la più affascinante, la definirei “filocinese” e si basa su due fatti, su due eventi organizzati negli ultimi mesi dell’anno scorso, “l’ultimo anno prima del Coronavirus”.

Tra il 18 e il 27 ottobre 2019 a Wuhan si sono svolti i Mondiali di Atletica per Militari, vi hanno partecipato 10mila atleti provenienti da 140 paesi e, secondo le autorità cinesi, 5 soldati americani sarebbero stati ricoverati all’ospedale di Wuhan passando per lo stesso Pronto Soccorso nel quale, pochi mesi dopo, sono iniziate le diagnosi di polmoniti. I cinesi insinuano che il virus sarebbe stato prodotto nel laboratorio di Fort Detrick, nel Maryland e portato in Cina dai soldati.

Interessante poi il fatto che la Fondazione gestita da Bill e Melinda Gates da anni avverte l’umanità del pericolo di una crisi pandemica e proprio nell’ottobre scorso, esattamente venerdì 18 ottobre 2019 nell’hotel Pierre, a New York, ha organizzato un’esercitazione denominata “High level pandemic exercise”, dalle 8 e 45 del mattino fino alle 12 e 30, davanti a 130 invitati.

La Fondazione di Bill Gates in quelle poche ore ha simulato la reazione del Mondo di fronte a una possibile pandemia causata da un Coronavirus (il “nostro” non è il primo con questo nome) sì, avete capito bene – C-o-r-o-n-a-v-i-r-u-s, nato spontaneamente in Messico. Gli esperti hanno illustrato come avrebbero reagito i governi, come e in che termini avrebbero dovuto cooperare, come e di quanto si sarebbero ristrette le nostre libertà, hanno riflettuto sulla nuova funzione assunta da Esercito, Polizia e dagli organismi di sicurezza addetti al controllo dei nostri spostamenti, attraverso l’invasione sistematica dei cellulari.

Si è parlato della necessità di un Governo Unico, Mondiale e di una Banca – ovvio – uguale per tutti.

Delle due l’una: o i Gates sono così intelligenti da aver previsto quello che di lì a poco sarebbe accaduto o… sapevano!

Oppure si tratta di una coincidenza, conferenze come quella, denominata “Event 201” – trovate tutto su internet – erano già state allestite ma il caso ha voluto…

Pochi giorni fa su Repubblica ho letto un’intervista a Enrico Letta, noto esponente dei Radical Chic di Sinistra Italiani, il quale auspicava una “alleanza mondiale contro il virus” e poi un “governo mondiale”.

Che sia questo l’obiettivo, un governo che ci controlli intimamente, che sappia dove siamo, con chi e limiti le nostre libertà?

Un governo mondiale apparentemente democratico, rispettoso della Natura e in realtà dittatoriale?

Non so rispondere, io come mia zia auspicherei che questo caos fosse di origini casuali o “volute da Dio” e che il virus davvero è nato nel mercato di Wuhan nel novembre scorso (quando gli atleti dei Mondiali di Atletica per Militari già se n’erano andati) nelle cellule di un pipistrello, io vorrei credere all’ipotesi “naturalista” e considerare, come fa lei, infermiera del Pronto Soccorso di Toledo Lodigiano, il dolore che sentiamo come un’occasione, un momento di riflessione in vista di un futuro migliore.

Se penso al futuro però lo vedo militarizzato, con meno libertà e ancora più globalizzato.

Spero comunque che sia io a dire una cazzata e non la zia; voglio credere a Milena (Milena Sansevero è il nome di mia zia, come la mamma di origini napoletane) quando parla concitata in sala davanti a noi –  la luce fioca del sole di questo marzo pazzerello le illumina la faccia stanca per i turni impossibili in ospedale – voglio sentire l’ottimismo che sente lei, la sua stessa fiducia nel futuro, voglio provare lo stesso orgoglio che lei prova di combattere la giusta battaglia, dalla parte giusta, invece l’ammiro sì, la invidio e sogno di essere lì con lei, in prima linea, di aiutarla a salvare vite al posto di vivere recluso nella stessa cameretta che usavo da bambino, a chattare mentre mamma prepara ossessivamente da mangiare… l’ascolto ma credo che lei, mamma, io, tutti noi in questo momento siamo manipolati, usati, strumentalizzati per strani e oscuri scopi che non capiamo.

Invidio chi ha fiducia in Dio e prego che abbia ragione, che siano Dio e la Natura a volere che succeda ciò che sta succedendo.

Perché se in questo caos c’è lo zampino dell’uomo… allora siamo fottuti!

Due

Io mi sveglio tutti i giorni e sento che sto per andare a combattere. Ormai sono diventata un soldato, mi prende l’inquietudine quando mi sdraio la sera e penso al numero di morti a Bergamo, Bresso, a Milano e a quelli che sono passati a miglior vita nel nostro ospedale – affogano, sì, affogano e ti guardano implorandoti di donar loro ancora un ultimo respiro per aiutarli a trovare refrigerio, lo slancio… Penso all’inquinamento e mi chiedo se questo virus non sia stato prodotto dalla nostra abitudine malsana di consumare tutto, consumare l’aria, consumare l’ossigeno.

L’ospedale di Toledo Lodigiano è in una bella struttura. Il Pronto Soccorso è composto da uno stabilimento di un solo piano, fuori, davanti al palazzo principale.

Ci lavoro da anni ormai e credevo di essermi abituata a tutto.

Ho visto morire parecchia gente, soprattutto malati di cancro, vari incidentati, uno o due sieropositivi che non sapevano di esserlo, una volta addirittura una bambina di dieci anni.

Ho visto guarire molta gente, ho seguito gli sforzi di più di un parente che aveva perso le speranze ed invece una buona chemioterapia e un po’ di fortuna li ha rimessi in sesto.

Ho cambiato quattro reparti, le colleghe tra di loro mi chiamano Il Jolly perché mi offro sempre di provare la routine di un piano diverso da quello nel quale mi hanno inserita, sono curiosa, amo il mio lavoro e quando mi hanno proposto di trasferirmi al Pronto Soccorso, ho subito accettato.

All’inizio è andata bene, turni stressanti ma non troppo (lasciamo le ore piccole ai più giovani e agli ultimi arrivati) ossa rotte, stomaci ulcerosi, qualche infarto, niente di che.

I colleghi, le colleghe… tutti simpatici anche Mario, il barbone, che ci ha subito provato (tra di loro io so che mi chiamano La Zitellona e fanno a gara a chi riuscirà a conquistarmi – ci rido su e penso che in giro potrebbero farsi una strana idea di me se sapessero che in reparto sono “Il Jolly” e tra i più intimi “La Zitellona”) io gli ho detto di no ma non ho nascosto d’essere rimasta lusingata; Mario non è niente male, chissà che più avanti, quando e se questo casino finirà, ci ripensi.

Era tutto tranquillo, solita routine, giornate in ospedale, serate in casa con mia sorella e con quello scapestrato di mio nipote che, con la scusa che il padre l’ha abbandonato da piccolo, nella vita ha deciso di non fare nulla, di non lavorare e di passare ore al computer alla presa con fantomatici siti e pseudo concorsi per progetti web, che non vincerà mai.

La sera io e Monica Sansevero, mia sorella, chiacchieravamo, annoiandoci anche un po’, davanti alla televisione, a quei programmi nei quali devi indovinare le risposte ai quiz o al festival di Sanremo (quando era? Febbraio scorso, ma sembra passato un anno!) con la polemica tra quei due cantanti i cui nomi non ricordo, uno era Bugo, forse, l’altro Morgan.

Monica è così diversa da me, lei si è sposata, ci ha creduto, si è messa con un milanese (noi quando eravamo piccole siamo emigrate da Napoli, dal rione) ci ha fatto un figlio (Alessandro Ferrari, “l’inutile Alessandro” per le amiche) e, quando Monica e il marito si sono separati, mi ha chiesto di andare a vivere con lei, di farle compagnia e aiutarla nell’educazione di Alessandro che a scuola faceva disperare le professoresse; era intelligente ma non studiava, disturbava… Qui a Toledo Lodigiano sono tutti perfettini, ci tengono al decoro, alle apparenze e un figlio di cui gli insegnanti parlano male è un problema serio. E poi lui ha pochi amici, un’amica forse di cui è segretamente innamorato…

La sera io e Monica chiacchieravamo davanti alla televisione e al quadro enorme – lei lo ha fatto appendere nel suo bellissimo salotto – che rappresenta un forno a legna e ti dà l’illusione di startene seduta davanti al camino in un trilocale al terzo piano di una moderna palazzina in Via dei Glicini al diciotto. Si tratta di un condominio costruito da poco; mia sorella ci ha investito tutti i risparmi accumulati in anni di carriera da avvocatessa divorzista; da quello stronzo del marito non ha voluto nemmeno un soldo ed ha accettato che lui li spendesse con la sua puttana latino americana (dove sono andati? In Brasile, sì!).

Insomma la mia scialba vita anaffettiva, improntata sul mio lavoro da infermiera, sul ruolo di zia educatrice di un uomo pigro e solo (tendenzialmente depresso) e su un bellissimo rapporto d’amicizia con una sorella napoletana come me, procedeva senza scossoni quando al Pronto Soccorso sono aumentati i casi di polmonite. Durante l’inverno italiano (anche se ultimamente gli inverni sono miti) è normale morire di polmonite soprattutto quando il paziente ha più di ottanta anni. Ma cinque decessi in cinque giorni erano troppi. Ce ne siamo accorti subito; qualcosa non andava. Ed è arrivato l’avviso da Codogno, qui vicino: il Covid 19, lo stesso virus che ne aveva ammazzati 4mila in Cina, stava circolando nel nord Italia, nel milanese.

Siamo corsi ai ripari, abbiamo intubato i pazienti, ci siamo muniti di mascherine. I malati aumentavano – ed erano tutti anziani residenti nelle vicinanze (tra di loro il signor Toni, un vecchiettino che giocava a carte con mio padre al Bar Italia, prima che il papà ce lo portasse via un tumore) – e noi li stendevamo a pancia in giù, proni sui letti e lettini, se necessario li ventilavamo, cercavamo di farli smettere di tossire, di farli respirare.

Nella prima settimana di epidemia io ho pensato si trattasse di una normale influenza.

Lo dissi ad Alessandro che mi fissava preoccupato (lui è ipocondriaco).

  • Sì, abbiamo qualche decesso, non molti in più di un’influenza di stagione. E poi vuoi vedere che molti vecchietti non si sono nemmeno vaccinati? Fanno sempre di testa loro!
  • Sei sicura che non ci sono rischi di contagio?
  • Quelli ci sono sempre ma io prendo le mie precauzioni. C’è troppo allarmismo in giro, la televisione ne parla troppo. Ieri sono andata all’Esselunga e la gente stava assaltando gli scaffali come fossimo all’inizio di una guerra. Calma, ragazzi! Tanto ci siamo noi, i dottori, le dottoresse, le infermiere e gli infermieri di Toledo!

Alessandro mi squadrò pieno di ammirazione e io per un attimo pensai che magari, invece di restare tutto il giorno al computer, avrebbe potuto studiare e diventare medico, infermiere, un brillante avvocato come la madre o un… imprenditore come il padre! (In realtà il padre non fa un cazzo, ha ereditato un gruzzoletto dai suoi genitori, nonni di mio nipote, ha lasciato un “suo uomo” a lavorare al posto suo nell’azienda di famiglia nel Lodigiano ed è scappato in Sud America).

Dopo dieci giorni però i pazienti continuavano ad arrivare sempre con gli stessi sintomi (tosse, crisi respiratorie, febbre e affanno) e io cominciai davvero a preoccuparmi.

Se il ritmo dei ricoveri e quello dei contagi non fosse diminuito, avremmo dovuto chiudere il Pronto Soccorso per mancanza di letti e di risorse umane.

Due piani interi dell’ospedale vennero trasformati in “lazzaretti” – così li chiamiamo tra di noi – per pazienti Covid. Il direttore decise di isolare, di mantenere “pulito” solo l’ultimo piano, riservato ai malati in dialisi. I piani restanti sono metà Covid – metà non Covid e questa è stata un’idea di merda, causa principale dei contagi tra i colleghi. Un medico dei nostri è in coma, il dottor Masera, infettivologo 60enne, personaggio ricco di buona famiglia che se avesse voluto, visto l’andazzo, sarebbe potuto scappare in Australia o alle Maldive, invece lui ha deciso di restare e, se continua così, di morire a Toledo Lodigiano.

In televisione il Presidente del Consiglio ha fatto prima uno, poi un secondo bel discorso col suo accento del sud e io l’ho visto che parlava, l’ho ascoltato assieme a Monica e Alessandro e tutti e tre abbiamo pianto come gli imbecilli, abbiamo pianto perché l’Italia è l’Italia, cazzo e non si può ridurre in questo Stato.

Ma è colpa loro, è colpa dei politici di destra e di sinistra e dei tagli alle spese per la Sanità. E’ inutile che ci giriamo attorno: se, al giorno d’oggi, domenica 22 marzo 2020, in Germania il tasso di mortalità per questa malattia è dello 0,3% un motivo ci sarà, no?

Quando sono iniziate le restrizioni, “State a casa” hanno cominciato a scrivere su internet e in pochi rispettavano le regole. Piazza Trieste qui a Toledo era sempre piena di vecchietti che giocavano a carte seduti ai tavolini, il parchetto era stracolmo di bambini i cui genitori si sentivano in vacanza.

In pochi credevano alla morte, le televisioni hanno intervistato medici e infermieri, ricordo la foto di una collega stremata, addormentata sulla tastiera del computer e di un collega col viso piagato dalla mascherina e poi appelli dei direttori sanitari tipo quello dell’ospedale Sacco di Milano, ma la gente non ci credeva.

Ci applaudiva sì alla finestra, inneggiava a medici e infermieri ma non rinunciava ad una festa da amici, alla corsetta serale… e faceva bene, come dargli torto, come accettare che un nemico invisibile ti possa rendere asociale.

Eppure in reparto e al Pronto Soccorso moriva un sacco di gente e non erano più solo i vecchi a crepare ma i malati di tumore devastati dalla polmonite interstiziale, erano i diabetici, gli ipertesi e anche signori e signore di cinquanta, sessant’anni apparentemente forti e sani, che reagivano male alla nuova malattia e affondavano giorno dopo giorno nei lenzuoli come risucchiati da una vortice abissale.

Morì anche Toni, amico di papà, tra le mie braccia. Mi fissò con i suoi occhi tristi, liquorosi mentre io gli sussurravo “Non è niente, non ti preoccupare” e gli soffiavo sulla faccia sudata, stanca.

Tra le braccia me ne sono morti tre. Una era una ragazza di anni 37 affetta da sindrome di Down, una ragazza che a Toledo conoscevano tutti perché lei simpaticamente, quando entrava nel bar di Piazza Trieste, dava il cinque al barista gridando “E allora?”.

Era un’interista sfegatata, quando poteva nella bella e nella brutta stagione vestiva la maglietta sbiadita e sporca di Zamorano (che forse era appartenuta al padre).

“Quest’anno vinciamo, quest’anno è nostro” aveva detto al bar, qualche settimana prima di entrare in coma, mentre io bevevo il mio caffè ristretto, e avevamo riso tutti convinti che a Torino alla Juve gliele avrebbero fatte vedere (io sono una moderata tifosa del Napoli) invece l’Inter a Torino ha perso in una partita giocata a porte chiuse e lei si è ammalata di Covid 19.

Non voleva morire, non era rassegnata come certi vecchi, ci teneva a continuare a tifare Inter, a lavorare nella mensa della scuola, a vedere il suo fidanzato, un ragazzo Down che abbiamo fatto fatica a trattenere fuori dall’entrata del Pronto Soccorso.

Una sera, mentre tornavo a casa a piedi l’ho visto, seduto sui gradini della chiesa di Santa Barbara, quella con la guglia in finto oro che ci invidiano in tutta la Lombardia. Mi sono fermata, gli ho detto:

  • Che ci fai qui? Non lo sai che Conte ha messo il coprifuoco? Dai, vai a casa!
  • Preferivo Conte l’allenatore dell’Inter a Conte Presidente del Consiglio!
  • Anche tu sei un ultras?
  • Io e Annalisa siamo della Curva Nord. Andiamo al Meazza tutte le domeniche.

Fissai i suoi capelli scarmigliati e con amarezza mi resi conto che non ricordavo il nome di lei. Se lui non l’avesse pronunciato, io forse non l’avrei mai saputo (ci sono così tanti pazienti che a volte  è difficile ricordare i nomi).

  • Dottoressa? – disse il ragazzo e io gli avevo già voltato le spalle.

Mi girai anche se sapevo di non essere una dottoressa, il fatto però che lui pensasse che potessi svolgere quel ruolo mi lusingava.

  • Sì?
  • Ce la farà?
  • Certo che ce la farà. Vedrai, è forte – lo confortai.

Però non ce la fece. Esalò l’ultimo respiro davanti a me, a meno di mezzo metro dai miei occhi. Anzi l’ultimo respiro non lo esalò affatto, ci provò ma non trovò più ossigeno.

Tre

Se non ci fosse mia zia che va e viene dall’ospedale, mi sembrerebbe d’esser diventato il personaggio di un videogame, mi sembrerebbe tutto falso.

Dite che non ci avete pensato!

Dite che non avete pensato che questa pandemia è utilissima al Potere che finalmente può limitare al massimo le nostre libertà: per uscire dobbiamo autocertificarci, a due passi da casa ci ferma la Polizia, se ci ammaliamo dobbiamo scaricare una app che ci controllerà ancora più da vicino per chissà quanto tempo, se prendiamo la macchina e superiamo i confini del rione, ce la sequestrano.

E poi, analizzando il DOPO se ci sarà un DOPO – a me preoccupa il DURANTE che diventerà DOPO e continuerà DURANTE – come sarà?

Sarà così: tra un mese finirà l’emergenza in Italia, non il contagio ma l’emergenza; meno persone all’ospedale, le terapie intensive saranno meno affollate, ci sarà qualche morto ma non così tanti come in questi giorni. A tutti noi, anche alle autorità, verrà un po’ d’ansia di normalità. Eppure l’epidemia continuerà in Europa, Sudamerica, Africa… in Italia si discuterà sul da farsi. Si aspetterà. Quando anche Spagna, Francia e altri miglioreranno si deciderà di tornare a una vita più spensierata, verranno aperte le frontiere, verrà concessa maggiore mobilità. E ciò avverrà in tutti i Paesi del mondo a tempi alterni, cioè quando i contagi diminuiranno, quando ci saranno meno malati negli ospedali. Frontiere aperte = circolazione di persone, ritorno di connazionali dall’estero (mio padre lo sto sentendo tutti i giorni dal Brasile e lui, nonostante la puttana latino americana – così la chiamano mamma e zia – non vede l’ora di vedermi) = momenti di felicità, meno paura l’uno dell’altro = nuovi contagi, nuove morti, problemi nelle terapie intensive. Morale: chiuderanno tutto di nuovo, ci obbligheranno a stare in casa di nuovo, a non allontanarci dalla via nella quale abitiamo, ad infossarci nella nostra cameretta (la mia è la stessa di quando sono nato, in questi giorni ho la sensazione di essere retrocesso alla prima adolescenza – anche prima ci vivevo, ci dormivo e ci passavo gran parte del mio tempo ma… ogni tanto uscivo!).

Quasi tutti i Paesi affronteranno le fasi “Apri chiudi” “Chiudi apri”. Come si coordineranno tra di loro? Verrà proposta la creazione di un Governo Mondiale di pochissimi “illuminati”, “addetti a salvarci dalla morte, dal contagio ecc”. I nostri cellulari saranno lo strumento attraverso il quale ci terranno al guinzaglio, come i cani. I nostri desideri, le nostre opinioni non conteranno nulla, solo importerà l’opinione comune che sarà “Questo virus è nato da un pipistrello infetto – la Comunità Scientifica ha deciso che il problema principale è la relazione dell’uomo con la Natura e con i suoi simili (state tutti troppo appiccicati!) – per risolverlo, voi dovete obbedirci – se non ci obbedite, vi manderemo Polizia e Esercito e, nella peggiore delle ipotesi, vi obblighiamo in casa e vi escludiamo dalla Rete, dai Social, dal contatto con gli Altri”.

Ci sarà un nuovo Piano Marshall (io la Storia la conosco ma non mi sono laureato e la zia è convinta che sia un buono a nulla – anche la mamma, a dire il vero, ma entrambe mi amano da impazzire e mi lasciano fare ciò che voglio, cioè studiare per i cazzi miei).

Ci sarà un nuovo prestito bancario proveniente dagli Stati Uniti d’America e indirizzato a mezza Europa e a tutto il Sudamerica, si creeranno nuovi equilibri – verrà imposto un nuovo e più specifico, più limitante controllo sociale.

E il vaccino?

Ecco, tutto gira attorno al vaccino, a quando, e se, sarà scoperto e da chi. Chiaro che se dovesse essere sintetizzato da un laboratorio legato alla famiglia Gates, a interessi cinesi, russi o nord americani…

Sarebbe meraviglioso che a scoprire il vaccino fossero medici e biologi australiani, cubani o indiani ma io sospetto che non sarà questo lo scenario… Ce lo inietteranno (chi lo produrrà guadagnerà cifre mostruose) costringeranno tutti gli abitanti del mondo a vaccinarsi, chi si rifiuterà… se la vedrà con l’Esercito, la Polizia… E poi chissà, forse nascerà un nuovo Corona, prodotto da un rapporto squilibrato dell’uomo con la Natura e con i suoi simili, rapporto che deve essere raddrizzato, bonificato e affinché ciò succeda c’è bisogno di un Governo di Uomini e Donne Superiori e di un esteso e profondo controllo delle nostre menti, delle nostre azioni…

Se non fosse per mia zia che va e viene dall’ospedale e mi racconta della sofferenza dei suoi pazienti e delle bare, dei letti pieni, dei ventilatori che adesso si sono sdoppiati (ci hanno attaccato due tubi e uno funziona per due persone) della sala silenziosa, spaziosa nella quale sono riposti i corpi, della mancanza d’aria, del panico degli infermieri, delle infermiere e dei dottori di essere contagiati, delle cento volte giornaliere nelle quali si lavano le mani, dei polsi che ormai brillano da quanto sono puliti, della pelle rarefatta, se non fosse per mia zia io crederei di essere diventato il personaggio di un videogioco nel quale lo scopo del Potere è quello di creare un Governo di Dittatori Planetari che si fingono amanti della Scienza e delle Questioni Ambientali e lo scopo di noi reclusi nelle nostre case è quello di aggregarci in una nuova Resistenza.

Quattro

Mio nipote è un complottista imbecille ma noi, io (Milena) e mia sorella Monica Sansevero lo tolleriamo perché gli vogliamo bene. Però leggiamo le cazzate che scrive nel suo Blog e gli rispondiamo a dovere – gli rispondo io per tutte e due – con queste poche righe.

Invece di delirare navigando nel web, dovrebbe leggere il libro “Spillover” di David Quammen e chiarirsi una volta per tutte le idee:

il termine Spillover indica il momento in cui un virus passa dal suo “ospite” non umano (un animale) al primo “ospite” umano. Il primo ospite umano è il paziente zero. Le malattie infettive che seguono questo processo si chiamano zoonosi.

Il Coronavirus è una zoonosi pericolosissima perché, essendo meno letale della Sars ma molto più contagiosa a causa del grande numero di pazienti asintomatici (40 per cento) e del fatto che i sintomi ci mettano più tempo a manifestarsi, si diffonde rapidamente, è difficile da fermare, distrugge i polmoni più vulnerabili, paralizza l’economia di un Paese e ci obbliga all’isolamento.

Quammen aveva scritto qualche anno fa che una possibile pandemia sarebbe nata tra le cellule di un pipistrello e non l’aveva fatto perché “sapeva” (come direbbe subito Alessandro) ma perché i pipistrelli hanno ospitato altre malattie (forse anche l’Ebola) essendo mammiferi come noi – i virus che si adattano a loro hanno più probabilità di adeguarsi a noi rispetto a un virus che è in un rettile o in una pianta – i pipistrelli rappresentano un quarto di tutte le specie di mammiferi del pianeta, vivono a lungo e tendono a rintanarsi in enormi aggregazioni; in una grotta potrebbero esserci anche 60mila esemplari.

Quindi, se doveva nascere un virus e se doveva attaccare la Cina, l’Italia e il resto del mondo era probabile che sorgesse nelle cellule di un pipistrello in cattività – come ha scritto Alessandro? “Stressato” sì, stressato! – perché lo stress aiuta, fomenta, incoraggia l’insorgere del Male. Quale posto sarebbe stato migliore del mercato di Wuhan nel quale gli animali sono venduti in gabbie, ammucchiati e mal alimentati?

E’ ironico, sarcastico, è difficile accettare che il mondo intero sia stato messo in ginocchio da un cinese che ha mangiato la zuppa sbagliata (lo dico senza razzismo e senza voler colpevolizzare nessuno ma per enfatizzare il ruolo del Caso, del Destino in questa storia) ma è vero.

Quindi… nessun complotto, Alessandro, per l’amor di Dio…

Tu sai, nipote, quante volte arrivando a piedi fino al parcheggio dell’ospedale, di fianco alla chiesa di Santa Barbara qui a Toledo Lodigiano, ho pensato che avrei voluto andarmene, sarei voluta scappare?

Centinaia.

Gli sguardi dei miei colleghi e colleghe, degli addetti alle pulizie e di chi cammina nelle adiacenze rivelano paure. Non vorremmo essere qui, non vorremmo entrare nella palazzina del Pronto Soccorso; in ascensore, nell’altro palazzo, quasi nessuno pigia col dito sul numero del piano perché quel pulsante potrebbe essere infetto. Chi lo fa, chi non sale a piedi, ha la sensazione di flirtare con la morte.  

Ci temiamo, ci osserviamo e cerchiamo di capire chi sarà il prossimo a cadere, chi manifesterà per primo i sintomi.

Abbiamo paura di morire come tutti, come voi che state a casa e abbiamo già amaramente constatato che non eravamo pronti per questa pandemia non solo dal punto di vista pubblico-sanitario ma anche psicologico.

La nostra sofferenza fino a un mese e mezzo fa era astratta, ci preoccupava la presenza di troppi stranieri sul territorio (loro non si ammalano, letteralmente: non si ammalano!) credevamo ci potessero rubare il lavoro, i diritti e privilegi, ci lamentavamo per quisquilie.

Forse questo Coronavirus è l’Ebola dei ricchi, venuto a ricordarci quali sono le priorità.

Quando mi preparo nello spogliatoio prima di entrare nel Pronto Soccorso, tutto è impegnativo, tutto è difficile; riporre le chiavi in un sacchetto e il cellulare nel cassetto richiede uno sforzo meticoloso – a fine turno poi mi devo ricordare di disinfettare lo schermo dell’apparecchio e il cassetto stesso.

Sia noi che i medici ci laviamo le mani con attenzione maniacale almeno 30 volte al giorno, praticamente ogni venti minuti. Non ci vogliamo ammalare, non vogliamo diventare come i pazienti che arrivano a frotte, disperati, negli occhi le espressioni di chi non se l’aspettava, non credeva che potesse capitargli… A me i loro sguardi ricordano quelli dei prigionieri di Auschwitz Birkenau immortalati dalle foto scattate dai russi quando li liberarono e la visita che feci a diciott’anni nel campo di sterminio assieme a Katia, la mia amica del cuore – io e lei a braccetto nello stanzone sentimmo un rumore, un sibilo ed erano gli spiriti, sì, erano gli spiriti dei reclusi…

I pazienti sono così, inermi, ormai convinti d’essere destinati al macello e a non rivedere più i loro cari perché abbiamo dovuto isolarli, gli abbiamo presi i cellulari perché loro sono incoscienti o semi coscienti; gli infermieri che maneggiano coi loro corpi usano tuta, guanti, mascherine, copriscarpe che alla fine del turno gettano in un sacco.

Speriamo che gli sforzi servano a qualcosa.

In quel viaggio io e Katia facemmo dei progetti, io le dissi “Voglio essere infermiera” e ce la feci, studiai, feci il tirocinio al Policlinico di Melegnano e poi entrai a Toledo Lodigiano, vicino a casa.

Katia voleva diventare estetista, aveva imparato durante un viaggio in India non so quale tipo di massaggio con aggeggi che parevano ventose (lei li chiamava Campane Tibetane).

Ad Auschwitz ci impressionò il museo con i denti, spazzole, capelli, resti di scarpe e le uniformi a righe simili a pigiami ammucchiati dai tedeschi quando i prigionieri arrivavano per la visita e non sapevano che molti di loro, i prescelti, sarebbero finiti nei forni crematori.

Qui a Toledo invece i pazienti sanno, ce lo hanno scritto negli occhi, sanno, conoscono l’orrore che li aspetta che in realtà non è greve come quello di una guerra in Siria, di una epidemia in Africa Occidentale o una lotta fratricida nel Ruanda ma, come ho detto prima, noi in Lombardia non eravamo preparati, la morte l’avevamo scordata, credevamo d’essere diversi, privilegiati.

Incipit di “Questo sì che è amore”, lungo racconto inedito

Segue l’incipit, la prima parte, intera (per farvi capire davvero dove la storia va a parare):

 

questo sì che è....          **

Sono nuda.

Davanti a me la webcam del mio cellulare.

Sono bella, le mie forme ti faranno eccitare. Ho i capelli corti, rasati a zero, i miei occhi sono verdi, le guance paffute di una ragazzina, i seni, mio Dio che seni, appuntiti, turgidi, li vuoi leccare?

Non puoi, ma puoi vederli attraverso la webcam. Vai in bagno, ti ripeto, vai in bagno, è ora.

Sei andato in bagno? Tieni il cellulare in mano? Sei nudo pure tu? Dove sei seduto?

Siediti per terra, meglio se nel box doccia. Ce l’hai uno sgabello? Siediti sullo sgabello, se vuoi ti puoi toccare… Mi vedi?

La vedi la mia bocca e la mia lingua che mi lecca le labbra?

Mi chiamo Helena, ho venticinque anni, sono di Rio de Janeiro.

Mi sono laureata in Legge proprio quest’anno, mio padre è orgoglioso di me; io un po’ meno, mi annoio, sai, e non so che fare della mia vita.

Io mi voglio divertire. Ti vuoi divertire anche tu?

Ecco, adesso ti mostro la pancia e il sesso, depilato.

Ti stai toccando? Bravo, toccati almeno mi fai sentire utile, mi sembra di servire a qualcosa.

Io voglio farti sborrare. E’ bello quando vieni pensando a me. E’ qualcosa di simile all’amore, non credi?

Hai mai amato qualcuno? Io sì: Francisco. Era il ragazzo più bello del quartiere, il padre lavorava per una multinazionale, la mamma era casalinga. Abitavamo a Barra da Tijuca, in un condominio e Cisco era il mio compagno di giochi, da bambina.

Ho perso la verginità con lui, nella sauna del condominio. Se qualcuno ci avesse visti, l’avrebbe detto ai nostri genitori. Certo, è possibile che le telecamere ci abbiano filmato ma nessuno si è lamentato.

Cisco era delicato, si preoccupava di farmi godere, era lento nel sesso nonostante fosse molto giovane, era paziente.

Quella volta mi prese da dietro, io tenevo le mani contro la parete, un piede appoggiato sul ripiano in legno della sauna, l’altro sul pavimento scivoloso. La mia preoccupazione maggiore fu quella di non cadere e di non fargli capire che mi stava facendo male. Volevo essere sua, volevo che mi scopasse che mi fottesse volevo essere la sua cagna la sua pecora e lui lo sapeva, aveva capito che per me il sesso e l’amore non avevano senso se non mi facevano male.

Mamma e papà mi hanno amato molto, cosa credi? Ancora ricordo al mattino il babbo in giacca e cravatta; dalla finestra del quattordicesimo piano nel quale abitavamo entravano i raggi ustionanti del sole di Barra da Tijuca, la mamma in piedi ai fornelli preparava del pane abbrustolito con burro spalmato sopra, la spremuta d’arancia di un litro era nell’apposita caraffa a centro tavola, i biscottini al cioccolato in un piattino, eravamo una famiglia perfetta, lo siamo stati  a lungo, cioè fino a quel maledetto giorno nel quale, zaino in spalla, dissi alla mamma:

  • Oggi dopo scuola vado a giocare a pallavolo in spiaggia. Per te è ok?
  • Certo, Helena. Fare sport è una cosa buona.

Aveva gli occhi tristi, la mamma.

Quel pomeriggio ero poi andata in spiaggia, avevo lasciato il cellulare nello zaino. Ero sudata e sporca, mi ero divertita un sacco, presi il cel e vidi le chiamate, da uno stesso numero. Ebbi come una premonizione o era soltanto panico. Corsi a casa e prima che mi abbracciassero e coprissero gli occhi con le mani la vidi, la vidi sul selciato, la testa in una posizione innaturale, vidi le ambulanze, i vicini, i vigili del fuoco e il babbo che piangeva.

  • E’ la prima volta che piangi – commentai e davvero non lo avevo mai visto piangere.

La zia subito mi spinse verso i campi da tennis e le piscine, nessuno voleva che vedessi ma cosa c’era di male ad osservare la propria madre, il corpo che ti ha partorito improvvisamente morto?

La seppellirono tre giorni dopo.

Il babbo al cimitero tenne il capo chino, fissò i sassi, le pietrine della ghiaia. Io vestivo una gonna blu, una maglietta bianca, fu davanti alla bara con dentro la mia mamma che decisi di rasarmi. E avevo capelli lunghi coi boccoli, alla mamma piacevano tanto, pettinarmeli era uno dei suoi passatempi.

Perché lo aveva fatto? Perché si era buttata dalla nostra finestra, dal quattordicesimo piano?

Sei ancora lì? Lo vedi che mi sono messa una mano tra le cosce? Dimmelo che vorresti che fosse la tua! Lo sarà, se farai il bravo passeremo dal virtuale al reale, basta che fingi di innamorarti di me. E che mi paghi.

Il primo a pagamento è stato un amico di mio padre. Avevo sedici anni, era passato un anno dalla morte della mamma e il babbo era diventato un altro uomo, taciturno, scorbutico, depresso, viaggiava in continuazione e mi lasciava in casa con la Neuza, la domestica. Lei, poverina, non si è accorta di niente. Io invece l’avevo notato il signore del tredicesimo piano che mi guardava le tette, nell’ascensore. E mi sorrideva, io ricambiavo, che altro potevo fare? Non mi piaceva piangermi addosso come faceva il babbo, giudicarmi una sfigata perché mia madre si era suicidata, il mondo è pieno di mamme che si buttano dalle rampe delle scale o dai tetti, i figli dei suicidi non possono, non devono sentirsi in colpa!

Una sera di un fine settimana nel quale il babbo era a Brasilia e Neuza a casa a Belfort Roxo con il figlio che aveva la febbre, io rimasi da sola e invece di chiamare gli amici, le amiche e Francisco che era il mio fidanzatino, quando l’amico del babbo mi fissò sfacciatamente le tette, lo guardai dritto negli occhi (eravamo soli, nell’ascensore).

  • Le vuoi toccare? – chiesi a bruciapelo.

Quello deglutì. Fece cenno di sì abbassando due volte la fronte.

  • Allora, vieni – continuai. Mi seguì dentro casa, io chiusi la porta e lo lasciai fare, lui mi mise le mani addosso, io mi feci sfilare la maglietta, rimasi in piedi (capelli rasati a zero, occhi verdi e reggiseno nero) davanti a quell’uomo.
  • Caro il mio dottore, questa scopata ti costerà 500 reais – dissi riconoscendo dentro di me un coraggio e una sfacciataggine che non sapevo di avere.

Lui mi osservò, era perplesso. Io gli passai le dita sulle labbra, una gliela infilai in bocca.

  • Adesso scendi, vai al bancomat qui sotto e prendi i soldi. Io ti aspetto a letto, pronta. Potrai abusare di me, farmi quello che vuoi. Però mi devi pagare.
  • Certo, certo – balbettò il dottore, un uomo con la pancia sui cinquanta; una moglie, due figli e un cane ad aspettarlo a casa.

 

Dopo di lui ce ne furono altri, davvero molti, ma non tutti a pagamento. Francisco per avermi non dovette pagarmi mai. Però si insospettì e siccome era amico di uno degli addetti alla sicurezza del condominio, si fece dare la registrazione delle immagini prodotte durante un fine settimana dalle telecamere del quattordicesimo piano. Il via vai di uomini attempati fuori e dentro la nostra porta lo fece riflettere, io poi gli avevo detto che quel week end non potevo stare con lui perché avevo la febbre.

  • Cosa sono venuti a fare quei tizi da te? – mi chiese a brutto muso.

Cosa potevo rispondergli?

Non sono mai stata brava a dire le bugie, le bugie le devono dire le mogli ai mariti ma io sono una puttana e le puttane dicono la verità.

Tanto il peggio doveva ancora succedere e successe quando lo venne a sapere mio padre. Fu una doccia gelata, il babbo ascoltò al bar del condominio una conversazione tra il suo amico medico e un signore, il medico non si era avveduto della presenza di mio padre al tavolo di fianco e, ridendo, smargiasso, aveva detto:

  • Abbiamo una zoccola qui nel condominio. Una ragazza gostosissima.
  • Sì, e chi è? – gli aveva risposto l’altro.
  • E’ la figlia di quello del quattordicesimo e di quella che si è ammazzata.
  • Ne ho sentito parlare, sì… E’ davvero bella come dicono?
  • Di più, di più. E’ molto meglio di quello che dicono. A me ha fatto perdere la testa.
  • Vorrei provarla anch’io.
  • Te la consiglio. Vale ogni centesimo che spenderai!

Il babbo reagì nell’unico modo in cui sapeva reagire. Non mi punì, punì la Neuza con il licenziamento poi decise che lui aveva già lavorato troppo, chiese le dimissioni e  affermò che si sarebbe occupato di me. Mi controllò, mi sequestrò il cellulare, mi iscrisse all’università; per un anno intero, in cui non riuscii a scopare con nessuno, gli dimostrai che se volevo mi impegnavo e studiavo, presi ottimi voti, lui ne fu orgoglioso, tornò a fidarsi di me. D’altronde sapeva quanto avevo sofferto per la morte della mamma e pensava che le mie scelte fossero conseguenza del dolore.

Per un anno intero, passato tra l’università e il nostro appartamento a studiare i manuali del Diritto, riflettei su due episodi: il dialogo con Cisco quando mi aveva sbattuto in faccia le immagini di me che aprivo e chiudevo la porta lasciando entrare e uscire così tanti uomini e quello col babbo che aveva appena saputo che sua figlia era una troia.

Cisco era un ragazzino, aveva perso la verginità con me e mi amava, quando mi rinfacciò le frequentazioni da puttana gli tremò il labbro inferiore, gli sudarono le mani che io tenevo strette alle mie. Avrei voluto dirgli “Non devi amarmi perché non valgo niente” ma nemmeno io sapevo perché facevo quelle cose, stavo meglio se mi sentivo desiderata, è questo che mi spinge oggi a chiederti se mi desideri.

Ti stai toccando?

Guardami, guardami, mi sto passando la mano sulle tette, mi strizzo il capezzolo destro con le dita della mano sinistra!

Il cazzo è duro? Fremo di desiderio a pensare al tuo cazzo duro tra le mie cosce, nel mio culo e tu, giovane stallone, a fottermi da dietro, sono la tua vacca, sono la tua vacca, ti griderò, e tu non riuscirai a credere all’enorme dose di piacere che ti invaderà le tempie, non riuscirai nemmeno a immaginare di passare anche solo un mese senza fottermi.

Io sono così, sono irresistibile. Cisco era geloso e aveva tutte le ragioni ma come potevo dirgli (sono uguale alle altre, mento) che a me fottere con quei cinquantenni arrapati e veloci a letto era piaciuto, cioè non mi era piaciuto il sesso che lasciava a desiderare (con Francisco era centomila volte meglio), mi era piaciuta la sensazione di potere, la stessa che mi fa godere adesso davanti alla webcam a pensare che il tuo cazzo è duro perché stai pensando a me.

Fare eccitare gli uomini è segnale di bellezza, farli godere è il nostro servizio, essere pagate è soltanto giusto. E poi, diciamoci la verità, i mariti non le pagano le mogli a cui comprano vestiti, macchine, gioielli, a cui intestano le case, terreni, titoli in banca, i mariti non pagano profumatamente ogni goccia di sperma versato nei preservativi o dentro alle vagine lubrificate delle consorti?

Io però queste cose al bel Francisco dai capelli lunghi e neri non le potevo dire, non le avrebbe capite, non le avrebbe accettate, lui sognava di costruire una famiglia con me, di fare dei figli, di seguire gli esempi dei suoi genitori e dei miei. Si dimenticava però che mia madre si era ammazzata buttandosi dalla finestra della cucina, mia madre che fino a quel giorno era stata un esempio di perfetta mogliettina, si era sacrificata, aveva detto basta ai pensieri da depressa che la convivenza con me e con il papà le aveva causato nella testa.

Questo pensavo e non potei rivelarlo nemmeno al babbo quando con lo sguardo bonariamente rivolto a me e il pensiero fisso al ricordo della moglie mi fece sedere in uno dei divani della nostra sala.

La sala del nostro appartamento a Barra da Tijuca era ampia, illuminata da tre grandi finestre dalle quali si vedevano in basso i campi da tennis e, sopra, i palazzi degli altri condomini, era accogliente, soffici erano le pelli dei divani, invitanti i cuscini, da piccola su quei cuscini, su quel divano mi ero addormentata più di una volta e la mamma mi aveva preso in braccio quando il film della sera era finito e lei e il papà andavano a riposare. Su quel divano avevo anche fatto all’amore un paio di volte con Francisco e, se non ricordo male, anche con uno dei portinai del nostro palazzo. La voce intorno alle mie prestazioni sessuali si era ormai diffusa e il signor Aguille, un messicano immigrato in Brasile una decina di anni prima, si era presentato alla mia porta con un mazzetto di banconote da dieci e da cinquanta.

  • Sono per lei – aveva dichiarato.

(Mi parve così timido!)

  • Grazie, Aguille – gli risposi – Non doveva disturbarsi. Se me lo avesse chiesto gli avrei fatto uno sconto, ma siccome non me l’ha chiesto…

Avevo comprato una mini cassaforte con combinazione e appena il portinaio mi diede i soldi io corsi in camera a metterli via. Stavo ormai sognando ad occhi aperti, lo facevo da quando era morta la mamma, forse sognavo per non pensare pensieri sgradevoli. Volevo viaggiare, mettere da parte un po’ di soldi e viaggiare, magari scappare per sempre e non tornare più a Rio, la città nella quale la mamma aveva preferito morire.

Quando tornai in sala mi catapultai sul cazzo di Aguille, un cazzo puzzolente di un portinaio sudato, gli sbottonai i pantaloni e glielo presi in bocca; l’esperienza e un certo talento naturale mi avevano insegnato come fare un buon pompino.

Regola numero uno: baciare il pene come se fosse una bocca, guardarlo fissamente come se davanti a noi ci fossero due occhi, come se il pene fosse lo strumento attraverso il quale il nostro interlocutore ci comunicherà che ci ama.

Regola numero due: non aggredire il pene, non intimidirlo, offrirgli quindi le nostre labbra, la nostra lingua poco a poco, con discrezione cominciare a succhiarlo prima come se fosse un ghiacciolo, succhiarlo come se da quel movimento, da quell’atto dipendesse il nostro refrigerio, poi come se fosse un gelato, quindi con piacere, assaporandolo col pensiero rivolto agli ingredienti usati per ottenere quel gusto inconfondibile (cioè il sapore “Cazzo di portinaio sudato”). Regola numero tre: mantenere un certo ritmo, non accelerare né decelerare, essere costanti nel muovere bocca e lingua, né troppo rapidi né troppo lenti. Regola numero quattro: fare qualche pausa strategica per riprendere il fiato e scappellare il pene del cliente con le dita mentre gli neghiamo la bocca, appena il fiato si è ripreso dobbiamo però cacciarci il cazzo tutto in gola e fare eccitare il cliente, dobbiamo farlo sentire potente come un toro.

Regola numero cinque: quando ci siamo rotte i coglioni dobbiamo succhiarlo con voracità facendogli credere che la nostra bocca è una vagina e che lui ci sta fottendo, dobbiamo fargli perdere il controllo di se stesso, farlo “ringhiare”, solo così si ricorderà di noi per sempre.

Regola numero sei: quando viene non dobbiamo allontanarlo, anzi dobbiamo tenergli le palle tra le dita e inchiodarci il suo pene in gola, dobbiamo farlo con rassegnazione sentendoci un po’ come Gesù in croce.

Regola numero sette: dobbiamo ingoiare lo sperma del cliente facendogli credere che lo stiamo facendo per lui, perché lo stimiamo e gli vogliamo bene. Poi dobbiamo sorridergli, riconoscenti.

Quando feci il pompino ad Aguille non ricordo se seguii tutte le regole. Ricordo bene però la sua espressione sfinita. Era in piedi accanto al sofà,  io me ne stavo seduta e giocherellavo col suo giocattolino. Sul tavolino avevo poggiato un pacchetto di Kleenex, che gli porsi. Lui mi fissò stralunato, consapevole di aver speso bene i propri risparmi.

Ero seduta nello stesso posto quando il babbo mi disse che sapeva che mi stavo prostituendo, la voce girava nel condominio e pareva che lo sapessero tutti.

Mio padre è una persona perbene che ha fatto una vita perbene, è nato in una buona famiglia, in un buon quartiere, Leblon, pieno di possibilità; chi è venuta dal basso è la mamma (che non c’è più), la mamma è venuta dalla Bahia.

I miei si sono conosciuti a una festa, durante il carnevale, al Copacabana Palace. Forse è per questo che io amo quell’hotel che da fuori pare una torta di panna montata con le bandierine di Francia, Italia, Germania, Usa, Messico e Argentina piantate sopra (e di altri paesi tra i quali Angola e Arabia Saudita), forse lo amo perché mi ricorda l’incontro tra mamma e papà. Lui in giacca e cravatta, laureato in economia già lavorava nel consiglio di amministrazione della banca (poi si è licenziato e ha rischiato il capitale nel mercato finanziario), lei era una cameriera. Il babbo mi ha detto che fu amore a prima vista. Lei con quei capelli raccolti dietro in treccine, la divisa con la gonna blu, le dita affusolate e il sorriso disarmante; prima di andarsene già mezzo ubriaco lui le chiese un appuntamento. Si scambiarono i numeri di telefono.

Io al Copacabana Palace ci sono stata con alcuni clienti. Ne ricordo uno, un arabo con i capelli bianchi. Lui aveva chiamato l’agenzia per ballerine che si occupava ai quei tempi di arruolarci e la signora, la Rosa Cristal, mi aveva telefonato; aveva detto:

  • C’è un arabo che vuole ragazze molto magre per passare la notte con lui. Dovrete ballare, fare lo spogliarello. Ti interessa?

Ero appena rientrata nel giro, mi prostituivo per arrotondare (il papà mi dava la paghetta) e per divertirmi un po’. Stavo studiando all’università Estacio di Barra da Tijuca, avevo dato degli esami tra i quali Diritto Civile, Filosofia del Diritto, avevo la mezza idea di diventare una criminologa.

Rosa Cristal mandò un van a prendermi. Io intanto mi ero chiusa in bagno, mi stavo truccando; sul ripiano del lavandino avevo appoggiato la borsetta dorata con le paillettes, mi stavo passando il nero sulle ciglia davanti allo specchio che per anni aveva riflesso l’immagine della mamma, quando bussarono. Era il papà.

  • Esci stasera? – chiese.
  • Sì, esco con le mie amiche! – gridai.
  • Dove andate?
  • C’è una festa a Copacabana, andiamo a casa di quel mio amico che abita davanti al mare.
  • A che ora tornerete?
  • Per non farti preoccupare ho chiesto a Paula di farmi dormire da lei. Prima di andare a letto comunque ti mando un messaggio.
  • Helena, mi devo fidare? – disse il papà dall’altra parte della porta. Lui non ebbe il coraggio di aprirla e di guardarmi in faccia e io non ebbi il coraggio di mentirgli fissandolo cinicamente negli occhi.
  • Certo, babbo, vado solo a una festa. Non berrò nemmeno molti drink – risposi.

Nel cellulare era arrivato un messaggio, il van mi stava aspettando sotto casa.

Prima di uscire mi fermai un istante con la mano sulla maniglia della porta di casa, quella blindata, curvai il collo e i miei occhi captarono lo sguardo ingenuo di mio padre.

  • Sei bellissima – sussurrò lui – Sei uguale a tua madre.

Mentre aspettavo l’ascensore  nel pianerottolo del quattordicesimo piano  pensai a quelle parole e al fatto che anche io forse un giorno mi sarei ammazzata come mia madre. Forse era quello che volevo, quello a cui anelavo, era lo spirito di autodistruzione che mi spingeva a fottere con uomini di cui non me ne fregava niente.

Mi sentii in colpa. Mio padre aveva fatto di tutto per me e io lo ricambiavo ingannandolo.

Adesso ero dentro all’ascensore e mi osservavo allo specchio: minigonna oro con le paillettes, molto simile alla borsetta, scarpe appuntite coi tacchi (per ballare e fare lo spogliarello me le sarei tolte). Ma ciò che destava attenzione, ciò che attraeva e mi rendeva fatale erano i capelli rasati e gli occhi verdi. Ero diversa da tutte, ero unica, lo sono ancora, almeno spero di esserlo adesso che ho già venticinque anni e sono stata con tantissimi uomini (e qualche donna), adesso che vivo da sola in un monolocale a Copacabana che mi devo pagare con i soldi delle marchette, adesso che di giorno lavoro come tirocinante in uno studio legale e il week end mi diverto in giro per la città, adesso che il babbo non mi dà più soldi e, con le lacrime agli occhi, mi ha cacciata di casa e mi ha gridato che io non lo merito, né io né mia madre lo abbiamo mai meritato, è colpa della mamma, secondo lui, se la mia tendenza alla deviazione, alla trasgressione è esplosa e si è impossessata di me, della mia vita.

Almeno tu non mi abbandonare.

Faccio quello che vuoi, tu però non mi abbandonare. Lo so che ci sei, la luce verde della webcam continua accesa, significa che mi stai osservando, mi stai ascoltando.

Sono nuda davanti alla telecamera. Sono seduta ma adesso mi alzo, li vedi i miei seni? Sono piccoli e sodi, gli uomini impazziscono se gli avvicino i capezzoli alla bocca, li succhiano come se io fossi la mamma e dal nettare che stilla dal mio petto dipendesse il futuro più immediato. Ti annoiano questi discorsi?

Cosa vuoi che faccia? Vuoi che mi masturbi, che mi metta a gridare? Non posso, questo è un monolocale in un palazzo popolare pieno di gente e di spifferi, se gridassi mi sentirebbero tutti. Ma se vuoi, se ti fa piacere io lo faccio. Per te farei qualsiasi cosa.

Perché non parli? Perché non mi dici che ci sei, perché non ti mostri, perché non mi racconti un po’ di te? Perché non mi mostri il tuo cazzo che deve essere enorme e io lo so che è enorme e duro, non sai quanto mi piacerebbe tenerlo tutto in bocca e passarci sopra la lingua, leccartelo, morderlo delicatamente senza farti male e, quando vieni, assaggiarlo, degustarlo come un biscotto inzuppato nel latte. Sì, decisamente mi piacerebbe un casino farti un pompino. Ma tu hai pagato per spiarmi attraverso la webcam e per starmi ad ascoltare mentre io ti faccio eccitare. Dimmelo però per favore se non ti eccito, se ti annoio, sai, ultimamente mi sento insicura perché non ho più vent’anni, quando avevo vent’anni mi sentivo invincibile, immortale, ero così bella, il mio culo era così perfetto che tutti, proprio tutti gli uomini (e anche qualche donna) si fermavano a fissarlo quando camminavo per strada con gli short attillati. Adesso però i fianchi si sono allargati… Sei ancora lì? Ti dicevo dell’arabo… Il van ci lasciò davanti al Copacabana Palace. Scendemmo in tre, io, Jocilene e Sandra (il nome Paula che avevo pronunciato davanti a mio padre non me l’ero inventato, Paula esisteva, era una compagna di corso all’università, il babbo l’aveva incontrata qualche volta in casa; Paula mi copriva, era l’unica all’università a “sapere”).

Jocilene era una studentessa come me, lei però era povera, veniva dalla favela e moriva di paura che la madre scoprisse cosa faceva di notte; Sandra invece era tranquilla; più vecchia di noi non parlava mai di sé, era una vera professionista.

Entrammo attraverso la porta girevole, scortate dagli sguardi dei buttafuori. Il Copacabana Palace ci accolse come donnicciole invitate all’ultimo momento al ballo dello straniero, del petroliere.

Lui era in piscina. Noi varcammo la porta a vetri che separava lo spazio adibito a feste, convegni e colazioni dall’area della piscina. I tavolini erano ricoperti da tovaglie sgargianti, c’erano camerieri (tutti uomini) in livrea; coktail ricolmi di frutta erano distribuiti agli ospiti.

Ci indicarono un tavolo ai bordi dell’acqua. Fui la prima a sedermi, accavallai le gambe. Le mie compagne mi imitarono. Eravamo nervose.

Chi era questo arabo, ci chiedevamo, e ridevamo al pensiero del suo pene che doveva essere così piccolo… Ne avevamo già parlato tra noi via cel dopo la telefonata di Rosa Cristal, ci eravamo dette che gli arabi a letto erano una frana, “Meglio per noi” aveva commentato Sandra, “così finiamo in fretta e torniamo a casa a dormire”.

Quando uscì dall’acqua e si sedette sul bordo della piscina, un uomo in giacca e cravatta gli si avvicinò e ci indicò. Lui ci osservò e noi sentimmo i suoi occhi scuri sul petto, sulle gambe, tra le labbra. L’arabo si soffermò a lungo su di me e io capii che gli ero piaciuta.

Quella notte ci fece ballare mentre lui, sdraiato nella suite con balcone e vista Oceano Atlantico, nudo, col cazzo in tiro, ci fissava. Comunicammo un po’a gesti un po’ in inglese. Io l’inglese l’avevo studiato all’università e nelle scuole private che il babbo mi aveva pagato a Barra da Tijuca ma la lingua e le parole di quell’uomo erano difficili da decifrare. Capimmo comunque quando ci disse di bere e bevemmo soprattutto caipirinha ma anche birra e vodka liscia da bicchieri che lui stesso ci riempì. Ci voleva ubriacare e noi lo assecondammo e ridemmo, quanto ridemmo mentre ci spogliavamo e poi nude ballammo, sambammo davanti a lui. L’arabo gridava”Samba, samba!” e noi a passo di samba sfilavamo davanti al suo letto enorme come se fossimo in una passerella o nel Sambodromo della Sapucai’ (chi davvero sambava da dea era Jocilene della Rocinha, la mulatta, lei sì che ci sapeva fare, io e Sandra al confronto eravamo delle principianti ma per quell’uomo, per il gringo andavamo più che bene).

Lui non beveva, non fumava, gridava ogni tanto strane parole, quasi dei versi e, con il pene in mano, ci fissava seduto sul letto.

  • You kiss her and she kiss you. This way, this way – disse il cliente con le braccia aperte a mimare un grande abbraccio.

Capii al volo e fui la prima ad assecondarlo (ero sempre la più disinibita), presi il mento di Jocilene tra le dita e le diedi un sonoro bacio in bocca. Lei mi fissò, sorpresa (non parlava bene l’inglese e non aveva inteso le parole dell’arabo) ma non si sottrasse e quando le offrii la lingua mi lasciò fare, mi abbracciò, la mia lingua dentro la sua bocca, la sua lingua dentro la mia, le accarezzai un seno, lei mi mise una mano tra le gambe, inserì il suo dito nella mia fighettina, io divaricai le ginocchia e fu allora che mi accorsi che l’uomo si era alzato e, in piedi dietro di me, voleva che mi curvassi. Lo assecondai. Sandra però gli si era avvicinata. “Devi metterti un preservativo” gli disse in portoghese, quello non capì o fece finta di non capire. “No sex without condom” ripetei io, a novanta gradi col busto curvo nella direzione del balcone; “No condom, no condom” replicò lui e mi spinse contro la parete. L’arabo mi spinse con una certa violenza e quando mi trovai fuori, sul balcone, con le mani sul davanzale e quell’uomo piccoletto dietro che voleva mettermelo nel culo mi aspettai che le mie colleghe facessero qualcosa, mi difendessero o corressero  nella hall per avvisare qualcuno. Invece sparirono nel nulla e quella fu l’ultima notte in cui lavorammo insieme.  Anche dopo, mentre il cliente mi violentava all’aria aperta sotto il chiaro di luna davanti a una vista mozzafiato (il mare, le onde, le piattaforme e i pescherecci) io continuai a sperare che Jocilene e Sandra apparissero alla porta della stanza con la polizia o un buttafuori; nel delirio di quei momenti pensai che uno specialista in diritti umani o un professore di sociologia avrebbe fatto irruzione e insegnato all’arabo le buone maniere. Invece nessuno venne in mio aiuto e lui, mani sulle natiche, unghie dentro alla mia carne, lui mi penetrò per minuti che mi parvero ore col suo pene grande e grosso e mentre lo faceva grugniva come un porco e io a ogni spinta emettevo un grido che poteva sembrare di piacere ma era di dolore.

China a novanta gradi, le mani sulla sponda del balcone non guardavo più il mare ma i ghirigori sul pavimento e speravo che lui finisse il più rapidamente possibile. Quello però mi stantuffava facendomi sentire una cavalla, e non finiva mai.

Io accolsi il suo pene dentro al mio ano con ripugnanza, con odio verso me stessa e pensai alla mamma che da una finestra accanto a un balcone come quello (a un piano più alto di quello) si era buttata.

Quando lui eiaculò, rimasi nella stessa posizione cercando di recuperare le forze. Il mio ano sanguinava, me ne accorsi passandoci una mano sopra. E’ mai possibile che nessuno in spiaggia o per strada si è accorto di noi? Perché non hanno avvisato la polizia? E’ possibile che nessuno si è accorto che mi ha violentata?

Rientrai nella stanza camminando a gambe larghe e grande fu la sorpresa di trovarlo lì, ai bordi del letto, ancora in erezione. Quell’arabo aveva preso una pastiglia.

Mi avrebbe distrutta.

Pretese infatti di fare del sesso canonico, sul letto, lui sopra e io sotto, senza preservativo. Per farlo venire finsi di godere, finsi che mi piaceva ma non ci fu verso, lui fu lento e inesorabile, mantenne per mezz’ora sempre lo stesso ritmo.

Riuscii ad abbandonare la sua stanza e il Copacabana Palace alle quattro del mattino. Un taxi mi portò a casa della mia amica Paula, a Barra da Tijuca. Durante il tragitto verso l’Avenida das Americas provai a concentrarmi sulla spiaggia, sui colori scuri della notte e a non pensare.

Paula per fortuna si accorse di quanto stavo male e mi lasciò dormire con lei, nel lettone. Mi lasciò piangere, mi tenne la testa tra le braccia e io pensai che ero un orfana, quello ero, una puttana orfana di madre.

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