IL COMMERCIALISTA HA PERSO LA TESTA

testa

 

L’hanno preso, era il gestore dei conti della fazione rivale, conosciuto per essersi arricchito assai, col narcotraffico. Era in mezzo al gruppo degli invasori, tutti sterminati alle soglie del Chicao, il fiumiciattolo pieno di escrementi che segna la parte est della favela, fiumiciattolo accanto al quale, nei giorni di calma, i narcos vendono la droga. Gli attuali occupanti della favela (in attesa dell’ufficializzazione dell’alleanza santa con la fazione di Mato Grosso) attendevano appostati chi sdraiato in terra, chi con la canna del mitra esposta fuori dalla finestra di una delle casettine colorate, costruite, appollaiate come animali sgangherati sui negozi dei rivenditori di pollame. L’attuale fazione per niente sorpresa aspettava, aveva atteso l’intera notte, tra whisky e cocaina, l’arrivo dei nemici. C’è stato qualcuno che ha pure ballato, canna alta del fucile a bella vista, ostentando una falsa calma, un’illusoria superiorità. A tutti ribolliva in cuore l’odio. E quando al mattino l’esercito invasore composto da cento valenti soldati tra i quali l’ex commercialista, l’ex gestore dei proventi della vendita di droga, è arrivato, sono iniziati gli scontri, numerose le battaglie nella via Del Sole, traversa Firenze, nella Rua Dezessete, nella Rua Quinze, nell’Estrada Do Colibri’ e, naturalmente, nel Chicao.

I soldati in attesa hanno sparato centinaia di migliaia di proiettili che hanno decimato numerosi membri del manipolo dell’esercito nemico, alcuni feriti hanno raggiunto il bar nel quale erano nascosti gli occupanti, cioè coloro i quali hanno espropriato la favela quando il vecchio capo è stato incarcerato. Sono iniziate le lotte corpo a corpo, all’arma bianca, coltelli, bottiglie, il calcio dei fucili sulle teste, morsi, denti aguzzi, denti falsi, denti marci dentro alle carni bianche, mulatte e nere. E spari, molti spari, dappertutto, numerosi i feriti tra gli abitanti, tra gli onesti lavoratori della favela ma i narcotrafficanti hanno proibito di parlarne, hanno sequestrato i cellulari di quelli che avevano scattato delle foto per non macchiare l’immagine, costruita a fatica, di amici, protettori della comunità.

Nel Chicao, Carlinhos, il nuovo capo, quello che secondo Fernandao, il vecchio capo, gli avrebbe usurpato il potere, ha vinto lo scontro; i venti, trenta invasori del Chicao (l’esercito invasore si è sparpagliato nei diversi quartieri della favela e oggi la maggior parte è nascosta nella foresta) sono stati uccisi, fortunati quelli che sono morti subito e non sono stati torturati. Le torture sono state pubbliche. Tra il bar verde azzurrognolo, i rivenditori di pollame e i mercatini con un po’ di tutto che, durante le mattine e i pomeriggi di pace, accolgono gente vivace, felice di vivere, piena zeppa di vitalità. Era mezzogiorno di un giorno soleggiato quando i primi malcapitati sono stati bruciati vivi davanti agli occhi esterrefatti degli abitanti, degli inquilini degli stabili adiacenti. Che l’esempio insegni: non ci si ribella. Le regole sono regole, chi detiene il potere ha il diritto di vendere la droga. E il potere lo detiene chi è più forte e più crudele.

L’ex gestore, l’ex commercialista della fazione rivale gridava a più non posso, chiedeva perdono, prometteva di diventare fedele ai suoi nuovi padroni, ma non c’è stato niente da fare. E’ stato picchiato da due nerboruti che ridevano bevendo whisky (mezz’ora prima avevano obbligato due soldati dell’esercito nemico a scavarsi le fosse nelle quali sarebbero stati buttati i loro corpi). I due esponenti della fazione temporaneamente vincitrice hanno sprangato il commercialista rivale e l’hanno obbligato a rimanere in piedi a centro piazza, di fronte al rivenditore di polli arrosto rimasto chiuso, nonostante l’ora di pranzo e l’appetito della comunità. Il più magro dei due gli ha sparato a una gamba e quello si è inginocchiato, gridando. Si è accasciato. L’altro allora si è fatto dare da uno scagnozzo una lunga scimitarra, un cimelio sicuramente, e, con cura certosina, con un colpo secco ha reciso di netto la testa  al malcapitato che, come un serpente, ha mosso il solo corpo mozzo, strisciando sulla sabbia, mentre la testa manteneva gli occhi aperti che imploravano pietà. Nessuna pietà, in questo gioco vince chi ne ha meno.

I banditi hanno organizzato una partita di pallone, lì sul posto, il pallone era la testa dell’ex commercialista della fazione nemica. Le porte erano i sandali, erano scatole, erano borsoni. I narcos vittoriosi scalciavano il capo sanguinolento del rivale da una parte all’altra del campetto improvvisato. E questo nessuno lo ha filmato.

 

 

 

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ANCHE I PRETI HANNO LA MAMMA

narcos

 

La Rocinha, la favela della mia amica Marzia, è in guerra, di nuovo. Questa volta la causa è l’invasione da parte di narcotrafficanti amici dell’ex capo Ney (si chiama come il marito di Marzia, ma non è lui) che vogliono sconfiggere, uccidere il nuovo capo (nuovo, ma in realtà al potere già da un po’) di nome Rogerio, ex guardaspalle di Ney, al suo fianco fino a quando l’allora numero uno venne arrestato. Questi nomi non vi dicono molto, rappresentano però comandanti di fazioni criminali potenti e simili, nell’efferatezza e in certi modi spicci di intendere il potere, alle cosche, ai clan italiani. Ney infatti è un leader della fazione ADA, Amici Degli Amici, e comanda il suo manipolo di scagnozzi usando il cellulare, dalla prigione. Rogerio gli era fedele poi però ha cambiato idea e si è alleato a una gang agguerritissima di San Paolo che sta prepotentemente entrando nel business degli stupefacenti a Rio. Il mulatto Rogerio ha fatto uccidere tutti quanti all’interno della favela fossero ancora fedeli al vecchio capo. E Ney, dalla prigione, ha comandato l’invasione. La polizia, previamente avvisata, ha abbandonato la favela, ha allontanato tutte le vetture, ha chiuso porte e finestre della caserma (rimasta vuota). Ha deciso insomma di lasciare che i narcotrafficanti si scannassero da soli.

E così, alle sei di una domenica mattina, mentre Don Matteo, missionario italiano avido lettore del Vangelo, si preparava il caffè nella stanzetta che si è affittato proprio all’entrata della favela, è cominciata una sparatoria che è durata più di un’ora. Il religioso italiano aveva appena acceso il computer e l’aveva sintonizzato su skype per chiacchierare, come di consueto, con la madre vecchietta che abita nella periferia di Milano. Gli spari erano così forti e così vicini che lui si è buttato per terra senza nemmeno spegnere il gas. Un proiettile è entrato in casa e ha spaccato due vetri, quelli delle finestre che danno, una, sull’angolo tra la via Apia e la traversa Roma, e l’altra direttamente sulla via Apia. Non è comune che una sparatoria avvenga proprio all’entrata della Rocinha, di solito i narcos dirimono le controversie nelle parti meno accessibili anche per evitare d’essere visti dalla polizia. Ma oggi della polizia non c’è traccia. Don Matteo, occhi spalancati dal terrore, assiste all’invasione, all’intrusione di un’enorme quantità di proiettili che letteralmente devastano la porta del frigorifero. Sullo schermo intanto l’icona di skype ha cominciato a brillare, la suoneria sta suonando, è la madre di Matteo, la signora Giuseppina, povera vecchiettina di San Giuliano Milanese. Se Matteo non risponde subito lei ci rimane male, lei si preoccupa, lui non è l’unico figlio ma sicuramente il più amato, il più coccolato, quello dal quale la signora si aspettava eterna dedizione. Ed invece lui è partito, se n’è andato, gli è venuto quest’istinto missionario, l’assurda idea di seguire alla lettera il Vangelo. Matteo si alza mentre le finestre, entrambe, quella sulla via Apia e quella sulla traversa Roma, esplodono. Il religioso raggiunge il tavolo, prende il computer con le due mani, veloce come un gatto innamorato trascina il computer con sé a terra, lo appoggia sul pavimento, appoggia il mento sul dorso delle mani. Clicca sull’icona verde della risposta e cerca di inventarsi l’espressione adatta per parlare con la mamma. Improvvisamente si ricorda di un mattino di un centinaio di anni prima, quando si era bloccato dentro all’ascensore …

  • Allora, figliuolo, come va?

Il rumore è assordante, sono gli spari di una mitragliatrice così precisi e potenti che sembrano provenire dalla casa di fianco alla sua. Lui però è sdraiato a terra e non può verificare.

  • Tutto bene, mamma. Il progetto è cominciato. Se continuiamo così, salveremo molti giovani dal narco …

PAM! PAM! TARATARATAM! PAM!PAM! TARATARATAM!

  • Cos’è tutto questo casino?

La vecchiettina ha l’espressione serafica di sempre e il prete, già che è domenica mattina, se la immagina che è uscita da poco dalla funzione, dalla messa della chiesa di San Donato. E’ un bel pezzetto, a piedi, ma lei è una gran camminatrice.

  • Fuochi d’artificio, mamma. Qui è già cominciato il carnevale.
  • Che Paese allegro, il vostro. L’Italia è così triste …
  • So che il papà ti manca ma non ti devi rattristare. E mantieniti salda e forte nella fede in …

TARATARATAM! TATTARATTATAM!PAM!PAM!

E’ una scarica più forte. Sono scoppiate le due lampade e il ventilatore ha smesso di ventilare. Sembra la fine del mondo.

  • Che carnevale agitato il vostro. E oggi cosa farai, continuerai a lavorare o ti unirai alla festa?
  • Oggi vado a ballare, mamma. Anche noi preti ogni tanto meritiamo qualche svago.
  • Senti, Matteo. Quando torni per l’estate ti prego portami un regalo. L’anno scorso sei venuto a mani vuote e io ci sono rimasta malissimo.

Giuseppina non perde l’occasione di rinfacciargli le sue mancanze di figlio. Da troppo tempo Matteo vive lontano da sua mamma; nonostante l’approssimazione realizzata grazie a skype, loro si incontrano una, al massimo due volte l’anno. E lui si dimentica delle date, e dei regali.

  • Certo, cara. Ma anche tu, mi raccomando, prendi le medicine. E prega per i miei fratelli, per l’anima del babbo, e per me.
  • Tu non ne hai bisogno. Sei un sacerdote, e conosci Dio.

Lei se ne esce sempre con certi discorsi …

PA!PA!TATTARATTATAM!PA!PARAPARAPA!

  • Mamma, ti saluto che i rumori del carnevale oggi sono insopportabili. Ti richiamo appena posso, appena la situazione è più tranquilla.
  • Certo, figlio mio, ricordati che la mamma ti ama.
  • Anche io ti amo, mamma.

 

Il religioso appoggia gli occhi sui dorsi della mani e piange. Ha paura. I banditi sembra non abbiano intenzione di smettere di sparare. Oggi non potrà uscire di casa, non potrà incontrare i suoi adolescenti, l’amico Fra Bernardo o Marzia, la direttrice dell’organizzazione non governativa. Ma tra poco, non appena i colpi di mitra smetteranno, telefonerà un po’ in giro per capire cosa sta succedendo nella favela. Le lacrime intanto scendono copiose sulle mani e sul pavimento. Si sente solo, Don Matteo, si sente come quella volta che rimase chiuso dentro all’ascensore e, nonostante ci avesse provato per ore e ore, non trovò un modo per comunicare il suo dolore alla sua mamma che stava lavorando nel negozio col papà, e non rispose alle telefonate dei soccorritori.

 

 

 

BOLLETTINO DI GUERRA

cavallo

  • Il minimo che puoi guadagnare è un buon salario mensile e poi, giorno dopo giorno, ti puoi conquistare la fiducia dei capi, del caporale, del maggiore, del sergente e capire come puoi fare per seguire, conquistare l’accesso a una carriera e la carriera è tutto, nel mondo militare.
  • Sua figlia – è il signor Matteo Gennari, giusto? – Sua figlia è caduta durante la gita scolastica, s’era appesa a un albero manco fosse una scimmia, da chi avrà preso? Si è appesa a un albero ed è caduta, cadendo ha sbattuto il gomito, il braccio non si è rotto né si è gonfiato ma lei si sta lamentando, dice che le fa male, lei, signor Matteo, può venire a prenderla e magari portarla in ospedale?
  • Matteo – dice il direttore dell’azienda nella quale lavoro dal duemilacinque – io me ne vado a metà ottobre e non potrò più garantire il tuo ingresso, non ti potrò più fornire un badge che ti ha permesso durante questi anni di organizzare le tue lezioni private.

E il cane, lo yorkshire, si è rotto una gamba (in realtà non ne siamo certi), comunque zoppica e la veterinaria dice che, nel caso la lastra confermasse che la gamba davvero si è rotta,  forse si dovrà operare.

A casa mia c’è l’amico di quel militare del mio figlio acquisito, l’amico Herique, la cui madre è morta un mese fa di tumore. E’ di buon umore, beve birra con mio figlio, io li ho invitati entrambi a bere con me in un bar.

Intanto una fazione criminale chiamata Terzo Commando ha deciso di riciclare il denaro del crimine in istituzioni religiose evangeliche dentro e nei dintorni delle favelas, e gli adepti dell’Umbanda e del Candomble’ di quelle zone sono espulsi o costretti a distruggere le loro statue in cambio dell’incolumità (se si rifiutano vengono picchiati).

Il sindaco di Rio, il pastore Marcello Crivella, forse finanzia la fazione o ne appoggia l’operato.

La Chiesa Evangelica cioè, sostenuta dal narcotraffico e dal Comune di Rio, finalmente realizza il suo sogno di consumo: allontanare gli spiritisti ovvero, nella loro opinione, i seguaci del demonio, allontanarli dalle favelas e dalle periferie. I narcotrafficanti del Terzo Commando adesso picchiano, bruciano, uccidono con la Bibbia in mano e non semplicemente perché sono fanatici, no, ma perché gli conviene. E’ molto più redditizio riciclare il denaro nella costruzione e nelle attività di una chiesa, è più semplice (ed esentasse).

La madre di Herique aveva già avuto un tumore alcuni anni fa in un’altra parte del corpo. Quando era guarita, il figlio s’era ammalato (tumore della pelle), ha perso l’anno scolastico ma poi lui si è salvato. Lei invece ha avuto una ricaduta ed è deceduta. Nel frattempo è morto anche il loro gatto, di leucemia. Il capofamiglia è diventato il figlio minore che dice che ormai è abituato ad occuparsi del fratello maggiore che è fragile e insicuro (ma, fortunatamente, lavora).

Dopo essere stato accanto alla madre, dopo aver passato numerosi sabati sera a guardare la televisione e a farle prendere le medicine, a darle da mangiare, dopo aver organizzato il suo funerale, adesso Herique il sabato esce con gli amici, tra i quali mio figlio.

Lui dice che da grande vuole fare il medico e che l’esperienza con la madre l’aiuterà nella sua missione che sarà quella di salvare vite. Mostra una freddezza impressionante, e io non capisco se è autocontrollo, accettazione del destino o una specie di schizofrenia. Non l’ho visto piangere mai. Lui dice che è il fratello che piange, lui no, perché qualcuno deve rimanere forte, in famiglia. Quando lo incontro, io svolgo un po’ una funzione paterna, lui infatti il padre non lo vede da anni, da quando il genitore e la moglie si sono separati perché il marito la picchiava. Herique ha sempre difeso la madre, e del padre non ne vuole sapere anche se pare abbia qualche soldo e un appartamento. Io gli ho consigliato di cercarsi un avvocato, uno di quelli della favela che fanno del lavoro volontario, e di farsi dare, attraverso le vie legali, ciò che gli spetta.

 

 

 

 

 

 

INEZIE

bahia

Il Preto Velho dice che per parlare con lui (in realtà lui parla e io lo ascolto) devo sedermi sotto un bell’albero (non importa che sia grande) e gettare il fumo della sigaretta o della pipa verso l’alto. Gli occhi posso chiuderli o tenerli bene aperti, l’importante è che sia disposto ad ascoltare. Lui riesce a entrare misteriosamente nei miei pensieri e a farmi riflettere su certi aspetti, su questo o quel dettaglio, sulle sfumature …

La prima volta che l’ho incontrato ero a Bahia, a casa di amici e il mio amico Celio, baiano caffelatte coi baffetti da furbetto e un occhio con una piccola macchia rossa che sembra sangue, il mio amico Celio era “incorporato”, seduto sul letto, vestito di un asciugamano bianco. In quell’occasione mi disse che se sentivo i brividi sul collo era perché anche io sono un medium, ho cioè una certa facilità a percepire, ad assorbire le presenze spirituali dell’ambiente nel quale mi trovo. Mi confidò anche, apertamente, davanti ai presenti, cioè a sua moglie, a mia moglie e a Julia, mia figlia che aveva da poco compiuto un anno e che proprio nella sua casa aveva cominciato a camminare, il Preto Velho mi disse “Abbi pazienza perché, prima o poi, ce la farai, vincerai la tua battaglia”. Poi, come un prete, strinse le mani mie e di mia moglie tra le sue e predicò unione. Si congedò raccomandandoci quella notte di non mischiarci alla folla che danzava per le vie della città, non era una buona notte, quella, per danzare.

Un anno dopo riapparve nel salotto della stessa casa, eravamo radunati in circolo io, Maria, mia moglie, la moglie di Celio, i bambini e la sua vicina, una signora che dice che tutto quello che ha lo deve al Preto Velho. Non in termini materiali, ma spirituali, nel senso che deve al Preto Velho se sta ancora in piedi, se sta bene, se, nonostante tutto, ce la fa ancora. Quella volta io e Maria avevamo litigato di brutto e io le avevo tirato una rivista di moda in faccia. Il giorno seguente un cane per le vie della piccola città baiana mi aveva morso una caviglia e io avevo attraversato mezzo paese con il piede sanguinante e l’animale alle costole, fino al pronto soccorso, all’antitetanica, l’antirabbica non me la fecero, era impegnativa e inutile perché il cane un padrone ce l’aveva. In quell’occasione il Preto Velho disse che non dovevo permettermi di trattare sua figlia (figlia di spirito) a quel modo e che ne avevo pagate le conseguenze, il morso del cane era la risposta degli spiriti della città al mio atto vandalico di tirare una rivista di moda in faccia a una delle donne della città. Lo spirito mi consigliò anche di moderare l’uso di bevande alcoliche, lui intuiva che non stavo bene di stomaco e dovevo stare attento.

Io però mi sentivo benissimo e continuai nei mesi seguenti a ubriacarmi tutti i fine settimana fino a quando, durante un viaggio in Italia, venni preso da un attacco di diarrea che pareva non finire mai e scoprii che il mio stomaco e l’intestino erano lacerati da ferite preoccupanti. In Italia, mentre l’infermiere mi infilava il tubo della colonscopia nel culo, ripensai allo spirito baiano, i miei sentimenti erano un mix di rabbia e nostalgia.

L’ho rivisto poi un anno fa e non mi ha rivelato niente di trascendentale, il nostro è stato piuttosto un incontro tra vecchi amici, tra vecchi lupi di mare, abbiamo fumato insieme, chi è stata sottoposta a una specie di interrogatorio è stata mia moglie e ci è mancato poco che non si prendesse una bastonata in faccia tanto lo spirito era contrariato dall’ostinazione di Maria a non credergli.

Maria ha però cambiato atteggiamento quando, mesi dopo, è stata costretta a viaggiare da sola a Bahia perché la madre naturale, che non aveva ancora conosciuto, stava per morire e aveva espresso il desiderio di vedere almeno per una volta una delle quattro figlie che aveva abbandonate, giovanissime, col padre. In quell’occasione il Preto Velho è “incorporato” nel mio amico Celio appena mia moglie ha messo piede nella sua casa. E ha rivelato alla baiana cose che nessuno poteva sapere perché lei non le aveva raccontate a nessuno. Le sue resistenze sono crollate e gli ha creduto. Lui ha lasciato un messaggio anche per me. Ha detto che io durante questi anni di frequentazione del Terreiro di Aboliçao, a Rio, mi ero affidato smodatamente a Exu, l’energia un po’ demoniaca che segna (e supera a volte) il limite, la demarcazione, la frontiera tra il bene e il male. Le ha detto che mi aveva visto quando mi ero recato davanti al cimitero per lasciarvi la gallina e i resti del “lavoro” che era stato fatto nel Terreiro, e che mi proibiva di reiterare quel tipo di comportamento. Non avevo, non ho la struttura per certe frequentazioni spirituali. Devo moderarmi. Avevo anche portato a casa troppi ammennicoli, troppi oggetti, troppi amuleti del Terreiro e non era un caso che mia figlia aveva avuto la polmonite, non era un caso che con il mio stipendio non arrivavamo mai a fine mese, non erano un caso i litigi senza soste degli ultimi mesi. Se dovevamo lasciarci, che ci lasciassimo ma senza interferenze occulte. Mentre Maria era a Bahia io avevo anche rischiato di bruciare la casa, avevo lasciato una candela che tenevo sempre accesa ed ero andato a correre, non fosse stato per Milena, la mia figlia acquisita, che s’era svegliata e aveva sentito la puzza di fumo, la casa avrebbe davvero preso fuoco. Quando Maria è tornata io l’ho ascoltata ed ho riportato indietro tutto quanto dal Terreiro avevo preso, conchiglie, cachaça, rose profumate, sacchetti di stoffa, panni, ciondoli e collane. Quando Maria è tornata e mi ha parlato io ho ripensato il mio rapporto con la religione. Non ho abbandonato l’Umbanda ma ho cercato, e sto cercando, un modo per non farmi coinvolgere e travolgere. Anche se, durante varie sessioni, più di uno spirito mi ha avvicinato e mi ha detto che era giunto il momento di seguire individualmente la mia strada, che sarei stato meglio, che sarei finalmente diventato me stesso se avessi abbandonato la famiglia. Io gli ho risposto che nemmeno Che Guevara è stato davvero se stesso, e forse nemmeno Jim Morrison o Carmelo Bene, ma in cuor mio pensavo al mio Preto Velho baiano di cui non conosco il nome e del quale ormai mi fido come se fosse mio fratello. Questo è un argomento delicato e non ho una risposta al quesito postomi da più di uno spirito, al fatto cioè che mi sto sobbarcando pesi troppo gravi che potrebbero spezzarmi. Non ho risposte ma credo nel destino, in Gesù Cristo e ai consigli del Preto Velho baiano. Il Terreiro però lo frequento ancora, non più alla ricerca di rivelazioni o di risposte ma forse di una pace spirituale che, grazie a Dio, non troverò mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CIVETTA

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La vita scorre nel quartiere come panna, come schiuma dentro a un caffè bollente, l’amalgama non è mai perfetto, tutto si mischia ma fino a un certo punto. Ed allora è appena entrato il ragazzo che consegna le pizze ed ha suonato due volte al citofono, io ero seduto in un canto e stavo fumando la pipa pensando al mio Preto Velho preferito, uno spirito che vive nella Bahia (almeno credo) e io lo invoco qui a Rio sperando che, in una serata scura come questa, si ricordi di me.

Il ragazzo delle pizze ha suonato al trecentouno o trecentodue e gli hanno aperto due volte il portone (il primo click non aveva sortito gli effetti previsti), io ero seduto in un canto, sul muretto, e fumavo la pipa pensando alla litigata che avevo appena avuto con la mia figlia acquisita. Quando sono nervoso mi sfogo con lei perché ha insistito tanto per avere un cane e mi ha fatto credere alle sue promesse invece non lo porta mai fuori a pisciare. Devo ripeterglielo, devo urlare e lei alza le spalle, fa “spallucce” e mi fa sentire doppiamente coglione, primo perché le ho creduto, secondo perché insisto a chiederle, per favore, di rispettare quel patto che non ha mai mantenuto.

Il tipo aveva una pizza in mano, sopra all’involucro della pizza teneva la macchinetta della carta di credito, nell’altra mano un sacchetto di plastica con due bottiglie di coca cola, io ero seduto in un angolo sotto al mio albero preferito, affianco alle piantine di un verde argento, illuminati, io e le piante, da una luce artificiale così misteriosa. Mi fa pensare che davvero lo spirito baiano mi veda, mi stia ad ascoltare e sappia che oggi mentre facevo lezione mia figlia naturale mi ha telefonato e piangeva, gridava che aveva la febbre e il mal di testa e la madre era a lavorare, la sorella la trattava male (per questo poi la sera ci ho litigato, il cane era una scusa) e lei aveva bisogno di me. Ho abbandonato gli alunni e la lezione (la seconda volta in poco tempo, da quando mia moglie ha ricominciato a lavorare le cose qui in casa sono cambiate), sono corso alla fermata, poi ho preso l’autobus e il metrò, poi sono entrato in casa, le ho dato da mangiare (da sola o con la sorella mangia poco o niente), poi siamo passati insieme dal dottore.

Stasera sarei dovuto andare al Terreiro di Umbanda e mi avrebbe fatto bene, mi sarei ripulito delle scorie spirituali, da questo senso di tramonto, di caduta libera in un abisso senza fondo. Invece sono rimasto a casa e sono sceso a fumare e mentre fumavo è arrivato un tipo che consegna le pizze qui nel quartiere, uno dei tanti, uno delle tante pizzerie e nessuna che faccia una pizza decente.

  • Chi è? – hanno detto al citofono.
  • Pizzeria – ha risposto lui.
  • Chi? – la tipa ha aperto.
  • Pizzeria – ha detto lui, di nuovo e si è fatto aprire una seconda volta.

Mi è passato davanti.

  • Buonasera – gli ho detto.
  • Buonasera – ha risposto.

 

Non è un abisso, lo so, e il fondo esiste. Non è il tramonto, lo so. E’ come la panna in una tazza di cioccolato bollente. Vorremmo che il connubio, l’amalgama fosse perfetto ma non lo è mai. Guardate l’altro mio figlio acquisito che si impegna al servizio militare e ci prova e poi torna a casa e gioca a sparare nei videogame. E mia moglie che non si ferma più un secondo e per parlarci dobbiamo prendere appuntamento … Ci vuole tempo e una dose di amore gigante. Quante volte io e lei abbiamo pensato di mollare tutto e ricostruirci una carriera, un’identità da un’altra parte, poi siamo tornati, ci siamo detti che le persone non si incontrano per caso, che un destino esiste e che se quella volta che lei ha preso l’autobus per Bahia (e pareva davvero fosse tutto finito) davanti a noi sulla panchina che a fatica ci davamo un bacio, se quella volta sulla panchina invece di un piccione si è posata una civetta e ci ha squadrati coi suoi occhioni dorati, se quella volta quella civetta così intensamente ci ha guardati e inquadrati quando meno ce l’aspettavamo, deve significare qualcosa.

 

 

NOIA

noia

 

Mia moglie ha la faccia stanca. I giorni si ripetono tutti uguali e lei ha la faccia stanca. Si sveglia alle cinque e quarantacinque del mattino e prepara il pranzo che io porterò al lavoro. Alle sette e trenta esce di casa e va a lavorare. Al pomeriggio o torna qui nel nostro appartamento o gestisce, amministra e pulisce l’appartamento che la sua amica le ha dato da affittare ai turisti. Mia moglie poi la sera va a studiare, sta finendo la terza media, e viene a dormire verso le dieci, le undici.

Anche io ho la faccia stanca e ricomincio ad accusare, come ai vecchi tempi, problemi con l’alcool. Durante il giorno insegno, scrivo o traduco, la sera cucino per i bambini, faccio i compiti con Julia, dirimo le scorribande tra Julia e Milena, sento cosa c’ha Gabriel da raccontare adesso che sta facendo il militare.

Il fine settimana io e Maria tendenzialmente ci ubriachiamo. Meglio se ballando, meglio se in favela. Quando non ci ubriachiamo in ambienti curiosi o singolari, ecco che insorgono i problemi, ecco che cresce la noia. Ciò che più mi annoia sono le cene con un gruppo di agenti del fisco amici di amici, tutti notoriamente corrotti, i quali davanti a me e Maria, forse perché ci considerano due idioti, dicono di non esserlo e fanno l’elenco dei casi nei quali hanno rifiutato una bustarella. Intanto però viaggiano tre volte all’anno in America o in Europa e investono in borsa i soldi che nessuno stipendio da agente del fisco onesto gli consentirebbe di investire. Mi causano rabbia i mariti e soprattutto le mogli. Una moglie, principalmente: Raquel. Una signora carina sulla cinquantina che a tavola parla solo di gelosie e tradimenti. E poi se ne esce con frasi come questa:

  • Ti ricordi quella volta che ti hanno fatto fiscalizzare un postribolo e tu non ti sei fatto corrompere?

 

E il marito prosegue raccontando di quando è entrato in una sala termale (a Rio le terme sono coperture, in realtà sono dei bordelli) e il proprietario doveva pagare le tasse, allora ha tentato di pagare meno e lui … Parla come se la prostituzione fosse legalizzata, come se fosse normale il suo lavoro di agente del fisco in un bordello e come se anche le sedie non sapessero che il tenutario gli ha dato un cospicuo incentivo in cambio della sua discrezione e parsimonia nella riscossione. E gli astanti che, come me, sanno come vanno le cose, fingono di non saperlo e sorridono perché l’agente del fisco è un tipo brillante ed è sempre meglio tenerselo amico. Anche Maria, mia moglie, si incazzerebbe se io gli dicessi la verità, cioè che so che i soldi li ha fatti perché è corrotto ma non me ne curo perché tanto ci sono abituato e, soprattutto, non lo giudico. Però che la smetta di trattarmi come un imbecille. Ecco io queste cose non gliele posso dire perché mia moglie ci rimarrebbe male, Sergio (questo è il nome del fiscale) è così amico del marito della sua migliore amica … Io allora mi annoio, e bevo.

E bevo anche alle feste, alle grigliate organizzate in occasione dei compleanni dei bambini, bevo mentre questo e quella raccontano dell’ultimo viaggio in Europa o di come l’Europa o l’America siano meglio del Brasile, bevo perché non ho il coraggio di dire allora vattene o smettila di preoccuparti di cose inutili, pensa a chi qui è costretto a rimanerci come i miei amici periferici, e tutti i giorni a svegliarsi tra armi, spacciatori e poliziotti corrotti … Ma io non sono un periferico, non sono della favela, sono un italiano bianco e di classe media, quindi dovrei condividere i racconti sui viaggi e compiacermi dei posti che ho visitato, delle considerazioni intelligenti che ho fatto. Bevo. Non dico niente, non dico quello che penso perché mia moglie ci rimarrebbe male, rovinerei il giro di amicizie che ci siamo costruiti a fatica, tra una birra e l’altra.

Quando torniamo a casa io e Maria di queste cose non parliamo ma io so che lei pensa più o meno quello che penso io. E, potendo, farebbe volentieri a meno di certi incontri, di certi appuntamenti. Ma, cosa vuoi, i bambini devono vedere i loro amici e noi i genitori degli amici. Non si può vivere solo in favela o nella Macumba!

Così ci calmiamo, se necessario smaltiamo la sbronza con litri di acqua e qualche tè e ci prepariamo per il risveglio del lunedì, alle cinque e quarantacinque del mattino; in fondo in cuor nostro ringraziamo Dio per avere un lavoro, che è un lusso, di questi tempi, ma la noia, la noia non la possiamo cancellare, la noia ci corrode, mi corrode come ha sempre fatto e come faceva quando vivevo a Milano. Ai vecchi tempi vinsi la noia cambiando tutto, cambiando radicalmente vita, ma adesso cosa posso fare?

 

 

 

 

 

 

IL CAOS

obaluae

 

Nel Terreiro, durante un rituale per Obaluae’, io solo pensavo a mia figlia. Julia infatti era con la sorella, la madre stava lavorando e sarebbe tornata molto tardi, era quasi mezzanotte … I medium nel rettangolo ampio e piastrellato nel quale si svolgono i lavori spirituali erano posseduti dalle entità, cioè da quell’unico Orixa’ che è Obaluae’, signore del passaggio dalla morte alla vita, dalla vita alla morte, signore delle malattie e delle guarigioni. E’, questa, un’ “incorporazione” forte: gli uomini e le donne posseduti si piegano a novanta gradi e camminano piano, muovendo le mani; dopo averle poste una sopra l’altra simulano la presa di qualcosa, forse di un bastone o di uno strumento di lavoro. Le loro schiene e teste vengono ricoperte da un bianco lenzuolo perché nessuno può vedere Obaluae’ in faccia. Piegati a questo modo, vestiti di bianco, agitando le mani, i medium e le medium ringhiano, emettono cioè un verso rauco, rabbioso che pare quello di un animale o di un essere umano che si lamenta. Nel rettangolo che configura la parte centrale del Terreiro di Aboliçao, vicino a Meier, ringhiavano in venti. E quando lo spirito se ne è andato, in venti sono caduti a terra e noi che non eravamo posseduti gli abbiamo tenuto le teste sollevate dal pavimento. Alcuni dopo l’incorporazione di Obaluae’ vomitano, ma fortunatamente nessuno ha vomitato l’altra sera anche se Taina’, una delle spiritiste più sensibili, dopo la sessione è stata male … Mentre succedevano queste cose, io entravo e uscivo dal rettangolo di gioco, salivo le scale col telefono in mano per chiamare prima a casa, poi mia moglie.

  • Allora le sono venute a prendere alla festa?
  • Non ti preoccupare. La mia amica le riporta indietro.

Ero preoccupato per Julia e per la mia figlia acquisita Milena che, senza che la madre fosse in casa, dovevano tornare da una festa, aprire la porta, andare a dormire e aspettare me che ero al Terreiro per l’incorporazione di Obaluae’. Sentivo i tamburi, gli schiamazzi, le mani che battevano, i medium che, posseduti, ringhiavano e aspettavo che al telefono di casa rispondesse qualcuno. Julia e Milena infatti non hanno il cellulare e io non avevo il numero dell’amica di mia moglie che le stava accompagnando e avrebbe aspettato che fossero entrate. Nel Terreiro mi sono chinato per reggere la testa di Guilherme ed evitare che si facesse male nel momento di quasi svenimento che segue l’uscita dello spirito dal rettangolo di gioco (e dal suo corpo). Nel Terreiro ho retto Elaine che s’era lanciata all’indietro con le mani alle tempie, tutta sudata dopo che l’energia, lo spirito di Obaluae’ se n’era andato. Poi sono corso di nuovo al secondo piano a telefonare a casa e finalmente ho sentito la vocina di Julia, che un po’ mi ricorda la vocina che aveva mia nonna, al telefono.

Il giorno dopo sono andato ad una festa in favela, con mia moglie. Nella favela Rocinha, quartiere Villa Verde, per arrivarci devi salire dieci minuti di scale tra spazzatura e cani magri. La luce è soffusa, fragile, ci sono baretti ai lati della stradina, qualche ubriaco, qualche bevitore del sabato sera. Dietro l’angolo, nel muro c’è scritto “qui i proiettili sono vaganti”. Scale ritorte, scalette, scalini sdrucciolevoli e cani sempre troppo magri ci hanno accompagnato fino alla casa dell’amica. Io non dovevo bere, non potevo bere. E mi ero ripromesso di fumare meno, magari di smettere. Ma la festa era bella, la gente simpatica, le canzoni aggressive, tutti danzavano tranne me e Charles, un figlio di cearenses (del nord est brasiliano), un tipo bianco di pelle e calmo, la cui moglie si sballottava tra il popolo danzante su e giù, giù e su, assieme alla mia. Ho lasciato Charles da solo e sono andato a ballare, male, come al solito, ma ho ballato. E fumato, e bevuto. Mi sono divertito e la notte si è trasformata in uno splendido incontro a tu per tu con Maria, un incontro simile a quelli che ci concedevamo più di dieci anni fa, quando in favela ci vivevamo anche noi. Quando ci conoscevamo da poco (e non eravamo ancora sposati).

Nelle poche ore in cui ho dormito ho poi sognato che ero a San Donato nella provincia di Milano, dove sono nato. Ero in via Primavera davanti alla villetta che era stata di Lorenzo e Francesca, due fratelli, miei amici. Una bella villetta a due piani con giardino. Una casa accogliente nella quale oggi non vivono più i miei amici, non ci vive nemmeno loro sorella, la villetta infatti è un ostello frequentato soprattutto dai parenti dei pazienti ricoverati nel Policlinico di San Donato, uno degli ospedali più specializzati d’Europa (per operarsi al cuore ci vengono anche dalla Svezia).

Ero davanti a quella casa che per me ha significato tante speranze, sogni, qualche amore, ma soprattutto una grande, bellissima amicizia. Ero davanti all’ostello e cercavo i miei amici ma sapevo che loro non c’erano perché Lorenzo lavora in Turchia e Francesca ha seguito il marito in Cina. Mi mancavano, mi mancava l’atmosfera accogliente di quella casa e loro madre che con me e con tutti era sempre gentile. Era la più bella casa di San Donato, la porta dello scantinato per noi della combriccola era sempre aperta. Ma oggi, se ci tornassi, troverei un ostello, solamente, perché Lorenzo è in Turchia e Francesca in Cina (e la terza sorella, Giulia, quella che conosco meno e quando è nata l’annusavo e Francesca mi diceva che ero pazzo – o forse si preoccupava che potessi farla cadere dal lettino – Giulia è in Scozia dove ha appena concluso gli studi di psicologia).