PIERINA

 

Di tutto quello che cucinavi tu

io faccio solo il ragù

mia madre credo abbia imparato

le lasagne

mio padre da buon osservatore

è di poche parole..

Se mangiassimo assieme

in questo Natale

io e il papà ci limiteremmo

a riso in bianco

e pollo

deludendoti

molto

e pensa che quando

faccio il ragù

nemmeno lo posso mangiare

lo servo

come facevi tu

anche se non rimango in piedi

come facevi tu

mi siedo e parlo

parlo

quanto parlo

nonna

di letteratura

delle canzoni

e di religione

 

Prego anche

come facevi tu

e accendo le candele

non nella chiesa

ma in un terreiro di Umbanda

e adesso non ci riesco a

spiegarti cos´è

Ci credo come ci credevi tu

con la stessa ingenuità

con la stessa superstizione

con quel tuo piede sinistro

curvo verso l´interno

che camminavi piccina

piccina

e starti affianco

era uno dei piaceri

della vita

Lo so

lo sai

che mi manchi

tanto ci sentiamo spesso

proteggici nonna

lo hai fatto col babbo

che è svenuto

ha perso 3 litri di sangue

nella tua casa

ed è sopravvissuto

proteggimi nonna

che sono ancora

il tuo nipotino

quello coi riccioli d´oro

sensibile e intelligentissimo

almeno lo credevi

lo credevate tu e il nonno

il nonno bestemmia

dall´altra parte?

Vi vedete spesso?

Parlate in dialetto?

Sei ancora tu che cucini?

Hai rivisto tua sorella?

Avete litigato?

Lo so

dovrei pregare di più

facciamolo insieme allora

ma non adesso

adesso una signora coi capelli corti

è entrata in cucina

ha trovato una combriccola di milanesi

strafatti

ha detto

volete le pizzette?

con una voce così dolce

con un amore

così naturale

 

**

 

 

 

 

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Dalla Rocinha

Scriverò una serie di post nel blog vivereinbrasile.com che avranno come tema le visite e il turismo nella favela. Intervisterò abitanti della Rocinha che lavorano nell’ambito del turismo e  preservano la memoria del posto. Girerò con un amico per i vicoli, visiterò organizzazioni non governative e scuole di calcio. Io non sono buono a fare foto ma un amico le farà col cellulare. E vediamo cosa ne viene.

fiabe

 

dalla raccolta “Favelado”

Juventus – Real Madrid  4 –  1

 

Dopo il primo gol di Dybala, di tacco, su tocco in profondità di Higuain e splendido velo di Cuadrado, Nino e Lorenzo, i due italiani che stavano guardando la partita nel baretto della Roupa Suja, nella favela Rocinha, a Rio, sono esplosi di gioia. Nessuno si aspettava un gol dopo cinque minuti di gioco, e non se lo aspettavano nemmeno Nino, venuto dalla Sardegna, a Rio ormai da un pezzo, e il suo amico Lorenzo che tra poco tornerà in Italia, a Torino, dove vive e dove, per lavoro, ha seguito le partite della Juve allo Juventus Stadium.

Hanno gridato davanti a una televisione dignitosa con una buona riproduzione dell’immagine, circondati dalla bella americana che li accompagna dappertutto e da un’amica svizzera innamorata come loro del Brasile; circondati, quasi accerchiati dal proprietario del bar che li aspetta ansioso perché sa che durante una partita di Champions si bevono in media sei, sette birre a testa, circondati, quasi accerchiati dai vicini curiosi e, ormai, tifosi come loro della Juve. A Rio le preferenze di chi segue la Champions sono rivolte, nella stragrande maggioranza, verso Barcellona e Real Madrid ma in questa piccola porzione della favela, in questi vicoli stretti e sporchi, tra questa gente sudata, indaffarata e felice è nato una specie di Juventus Fan Club. Si ritrovano sempre gli stessi a seguire le partite della Champions e Lorenzo, che è un po’ paranoico, li ha costretti a vestire magliette sempre degli stessi colori (lui stesso la maglietta originale della Juve, regalatagli da Bonucci dopo un derby, non la lava dalla partita di andata degli ottavi, contro il Porto). Si siedono sempre con la stessa disposizione, la televisione sul bancone, il barista affianco alla tivù, l’americana, i due italiani, la svizzera e dietro i cinque, sei inquilini delle casette del vicolo del bar nella Roupa Suja. Ed erano seduti così quando, al ventesimo del primo tempo, quel fanatico di Cristiano Ronaldo ha pareggiato: uno a uno. Un gol in netto fuorigioco ma si sa: gli arbitri favoriscono sempre il Real. Lorenzo e Nino hanno imprecato assieme a Buffon, hanno imprecato le loro amiche, i clienti del bar, “Dai che ce la facciamo” ha poi detto Nino con un forte accento sardo. E’ un bel ragazzo dalla faccia pulita, pieno di buoni sentimenti. Lorenzo è più scuro, è figlio di calabresi, ha i lineamenti da immigrato. In favela stanno lavorando come cooperanti presso varie organizzazioni non governative, insegnano inglese, si interessano ai problemi della gente e Nino sembra ormai uno del posto. Quando cammina tra i vicoli lo salutano tutti, sta simpatico a tutti ed ha anche dimostrato di essere un ottimo centravanti durante le partite a calcetto nel campetto della Villa Verde. Nino si è innamorato della favela e non vorrebbe andarsene più. Qui ha trovato ciò che cercava: una ragione per credere negli esseri umani. E forse un’opzione per il suo futuro, chissà una carriera un giorno di cooperante internazionale … Oppure no, nessuna carriera ma tantissime amicizie, qualche amore e viaggi, viaggi, viaggi; ha girato praticamente tutta l’America Latina e vorrebbe conoscere l’Africa … Lorenzo non sa cosa gli succederà al ritorno in Italia dopo questi pochi mesi in Brasile, non sa se riprenderà la sua vecchia routine, se tornerà allo Juventus Stadium a fare la cronaca delle partite per un sito degli Emirati Arabi che lo pagava da un conto belga, non sa se morirà di nostalgia per il Brasile, se vorrà trasferirsi qui come ha fatto Nino … Ma nemmeno Nino sa quello che farà e poi perché bisogna sempre pensare a tutto, non è meglio lasciarsi vivere?

Calcio di rigore: Higuain, dopo un incredibile, un meraviglioso tunnel a Sergio Ramos, viene atterrato da Varane. Siamo al secondo minuto di recupero, è fondamentale, è importantissimo metterla dentro e chiudere il primo tempo in vantaggio. Dal dischetto lui: Paulo Dybala. E’ calmo, è freddo, è argentino ma non sembra un argentino. Il portiere del Real si tuffa e lui, alla fine del primo tempo della sua prima finale di Champions League, con un sontuoso tiro a cucchiaio la mette dentro. La Juventus torna in vantaggio. Dybala sorride, anzi sogghigna; Navas, che prima di accingersi a parare ha alzato le mani al cielo e ha pronunciato un Padre Nostro, ha lo sguardo torvo. E’ incazzato nero. Si sente preso per il culo dal ragazzino Dybala. Ma è così che il mondo gira, Navas!

Lorenzo stappa l’ennesima birra, l’americana gli dà un bacio in bocca, la svizzera (che segretamente ama Nino; è timida: non lo ammetterà mai) abbraccia il suo Nino e grida: “Forza Juve!”. Il barista grida “Forza Juve”, i clienti in bermuda, con e senza le magliette, sudati, accaldati gridano “Forza Juve”. E’ l’urlo di guerra, di lotta, di gioia di questo pomeriggio nella Roupa Suja, cioè nello Juventus Fan Club della favela.

 

Durante l’intervallo tra primo e secondo tempo, Nino è corso all’ostello Roupa Feliz, nel quale ha soggiornato per quasi un anno, per prendere uno zaino che si era dimenticato. Nello zaino c’erano delle foto un po’ compromettenti che lo vedevano abbracciato a una bella tedesca bionda che aveva conosciuto ad una festa. Non sa chi gliel’ha scattata la foto più compromettente, quella nella quale lui e la tedesca si baciavano, fatto sta che qualcuno gliel’ha messa sotto il cuscino e lui un giorno, tutto meravigliato, si è svegliato e si è trovato questa e altre foto tra le mani.

Lorenzo è rimasto al bar a bere e a commentare le prodezze di Buffon che ha salvato il risultato in due occasioni. Prima su un colpo di testa di Sergio Ramos e poi su un tiro ravvicinato di Toni Kross, stranamente a centro area. “Grande Gigi!” commenta il calabrese, infervorato.

Ciò che è successo nel secondo tempo è di dominio pubblico: Buffon ha parato un rigore (inesistente) di Cristiano Ronaldo, Khedira ha siglato il tre a uno con un tiraccio dal limite e Dybala, letteralmente mostruoso alla sua prima finale di Champions, ha segnato il quattro a uno su calcio piazzato. Poi si è tolto la maglietta ed è corso sotto alla curva dei tifosi del Real ai quali ha mostrato la maglietta col suo numero e col suo nome scritti sopra, come aveva fatto Lionel Messi nell’ultimo scontro diretto tra Real e Barcellona.

Atto simbolico di Dybala, atto di fede nei confronti di Messi e dell’Argentina. Atto di sfida verso i tifosi del Real. Gli juventini a Cardiff hanno cominciato una festa che è poi continuata a Torino e che oggi, dieci giorni dopo, non è ancora finita. Ancora si parla in Italia della vittoria in Champions League della Juventus, la terza vittoria su nove finali disputate, sicuramente quella più bella a coronamento di un’annata perfetta.

Anche nella Roupa Suja si parla della Juventus e delle follie dei due italiani che la notte della finale l’hanno passata nella palestra della scuola di samba della Rocinha dove hanno ballato il funky della favela come due favelados, hanno distribuito sorrisi, buon umore, gioia di vivere e hanno diffuso una bellissima immagine del nostro Paese.

 

 

 

“La notte è lunga, João” – primi capitoli di un romanzo in cerca di editore

tiriri

uno

 

Atrás das Grades era pieno di carceri, di istituti di riabilitazione, di ospedali psichiatrici. Di socio educatori, psicologi, guardie carcerarie, infermiere, poliziotti.

Mediunidade era pieno di medium e di scuole che preparavano i medium del futuro. Lì, l’unico interesse era la comunicazione dei morti. Pagine annerite e penne tra le dita di uomini e donne che si dedicavano ad una sola attività. Attorno a un tavolo, sorvegliati da altri adepti, sguardi semi aperti o quasi sempre chiusi, i bambini avevano l’obbligo di raccontare i sogni fatti durante la notte. L’interpretazione degli adulti serviva a capire cosa avrebbero comunicato gli spiriti nel pomeriggio. I testi dei medium erano comparati ai sogni dei bambini per avere certezza che gli spiriti non li stessero ingannando e fossero chi dicevano di essere.

Liberdade rappresentava la libertà, lì tutti potevano amarsi, odiarsi o annoiarsi senza costrizioni, impicci o preoccupazioni. Era la vita che siamo abituati a vivere. João vi abitava ed era un paese di erba, sabbia e mare; il padre lavorava in una delle aziende più importanti mentre la madre insegnava in una scuola vicino al centro direzionale nel quale il padre aveva il suo ufficio.

João andava a scuola e frequentava l’oratorio della chiesa, dietro casa. Era uno dei pilastri della squadra di calcio dell’oratorio e un giocatore niente male della squadra di pallamano della sua classe. Un giorno, fu accompagnato dal padre in Atrás des Grades, per visitare la famiglia dello zio e restare qualche tempo con i suoi cugini. Gli avevano detto che si trattava di un periodo, solo di un periodo. Ma lui sentiva che era per sempre. L’aveva capito dall’unica lacrima caduta dall’azzurrissima iride di sua madre.

Per entrare nel quartiere di Atrás das Grades dovettero passare per la prigione. L’unica istituzione. João e suo padre Marcus furono perquisiti da due guardie armate fino ai denti.

-Possono andare- disse uno all’altro.

-Anche il vecchio?-  rispose quello.

-Ho detto che possono passare- ripeté il primo. Il secondo s’innervosì e, mentre João e Marcus varcavano la soglia, nella fattispecie un cancello, i due poliziotti si picchiavano. Si erano gettati a terra, si tiravano pugni, calci. Parevano ciechi nell’intelletto, perché quei calci avrebbero provocato delle fratture. Sembrava non importargli niente del dolore.

-Papà, dove andiamo?

-In un luogo che possa darti un futuro- si era lasciato sfuggire Marcus.
-Vuoi dire che non tornerò più a casa?

-Certo che tornerai. Ma prima dovrai studiare.

-Mi state punendo perché vado male in matematica?

-Non ti stiamo punendo. Ti stiamo portando dai tuoi cugini, te li ricordi?

João disse di sì, e il padre sorrise.

Lo adorava, suo padre. Quei riccioli scomposti, lo sguardo buono. Sapeva che qualsiasi decisione avesse preso sarebbe stata per il suo bene. Si tranquillizzò, nonostante lo schieramento di poliziotti e l’enorme palazzo che pareva un ospedale.

-Dove è la casa dei miei cugini?

-In fondo a questa strada, dopo quel palazzo.

-Che edificio è quello?

-Un manicomio.

-A cosa serve?

-I carcerati alle volte impazziscono e vengono mandati lì.

-Che significa impazziscono?

-Significa che urlano e dicono che sono Napoleone o di aver poteri magici.

-E anche io impazzirò?

-A te non potrà succedere – disse Marcus, con la mano destra tra i capelli neri -perché tuo zio, oltre ad essere un noto psicanalista, è il direttore del manicomio.

 

due

 

Lo zio di João non era nè alto nè basso. Un po’ grasso, forse. Intelligente, parlava tante lingue. Non faceva niente, non si stancava più. Era il direttore, ma al manicomio non ci andava mai. Passava il giorno intero seduto sopra una sedia sdraio. Servito e riverito.

Il padre di João aveva preparato il figlio. Gli aveva detto che lo zio era un tipo suscettibile, che andava preso per il verso giusto. Non andava contraddetto, andava ascoltato. Si sentiva solo, gli aveva detto il padre, e un cenno di assenso, una buona parola gli avrebbero fatto piacere.

João continuava a chiedersi perché non c’era un futuro per lui nella sua bella cittadina coi cipressi, l’asfalto regolare, la segnaletica stradale nuova di zecca. Ma in fondo l’aveva capito. Il padre e la madre non avevano denaro sufficiente per pagargli gli studi e credevano che con i cugini, in Atrás das Grades, avrebbe trovato una scuola migliore.

Ma ne vale la pena?

Un allontanamento, una separazione. Mia madre e mio padre non mi amano più, constatò amaro, mentre Marcus salutava il fratello che non si era alzato dalla sedia sdraio. Aveva allungato la mano e Marcus si era inginocchiato per baciargliela.

Attorno allo zio c’erano altre quattro o cinque persone e il padre di João aveva faticato per farsi spazio. Lo zio rideva e suo fratello gli aveva detto che era un buon segno, perché di solito era serio. D’altronde, con tutti i matti che era obbligato a sopportare! Cioè, lui non li frequentava, i matti, ma leggeva le relazioni scritte dagli piscologi e dai sociologi e ascoltava le lamentele degli infermieri e delle infermiere e le constatazioni delle guardie.

Suo padre e suo zio confabularono a bassissima voce. Dopo avergli baciato la mano, Marcus avvicinò la bocca alla guancia e gli diede un bacio anche lì.

João se ne stava in disparte. La cartella penzolante verso sinistra, stracarica di libri, la camicia a righe, i pantaloni sporchi e laceri sulle caviglie.

-Adesso ti saluto, figlio mio. Ci vedremo prestissimo- disse il papà e lo abbandonò come se fosse un comportamento normale, quello di un padre che lascia il figlio coi cugini perché possa studiare.

Uscì dal cancello e João non fece neanche in tempo a girarsi che era sparito. Colpa della cartella, che limitava i suoi movimenti.

Si voltò dall’altra parte e vide lo zio.

-Vieni- disse quello ossequioso, mostrando i pochissimi capelli attorno alla testa, gli occhi umidi e una cerimoniosità che a João parve eccessiva. Gli occhi erano così umidi che, se fossero scoppiati in un pianto sfrenato, a João sarebbe parso normale.

-E così mi sei venuto a trovare– affermò, aspettandosi una risposta che non venne. -Non avere paura, con noi starai benissimo. Te li ricordi i tuoi cugini, vero?- João non rispose. -Bene, sono contento per te. Poche parole, molti pensieri. Molti pensieri, un futuro radioso o… un ricovero in manicomio- rise, e gli diede una pacca sulla spalla. -Ridi, João, che se non lo fai la vita è triste!- e rise più forte. -Che divertente mattinata! Che bella sorpresa mi ha fatto tuo padre. Sai, io e tuo padre non siamo mai stati davvero amici, ma adesso un favore ho deciso di farglielo perché mio nipote si merita di studiare nelle migliori scuole del paese. Pensa: potrai diventare psicologo, sociologo, infermiere, poliziotto oppure… c’è sempre il manicomio!-rise ancora. -Tuo zio è il direttore e ti darà una stanza speciale. Ma non affrettiamo i tempi. Vediamo prima se sotto questa camicia a righe, se dentro questi pantaloni vecchi sorretti da bretelle, c’è un uomo vero o soltanto un pazzo– disse, felicissimo per un motivo che João non riusciva a capire.. João ricordò la nonna, la madre di suo padre. Coi capelli scuri, la vestaglia da casa, le ciabatte marroni, i piedi curvi verso l’interno. -Purtin d’la nona- diceva, – cosa vuoi da mangiare, la pizza? La nonna te la va a comprare. Oppure vuoi gli gnocchi? La nonna li ha preparati ieri e le sono venuti bene- diceva, amorevole.. João si rese conto che i ricordi nessuno glieli poteva togliere, allora si rassegnò.. che avevano fatto in fondo suo padre e sua madre? L’avevano mandato a studiare in una città che non era la sua. La stessa cosa deve essere capitata ad altri bambini.

Lo zio gridò il nome dei suoi figli. Mosse la gamba sinistra, battè con le dita sui braccioli della sedia. Ma non si alzò. I figli arrivarono in ritardo e lui si arrabbiò perché pretendeva che le regole fossero rispettate, in famiglia come nel manicomio.

La più giovane aveva i capelli fino alle ginocchia e fumava una sigaretta masticando chewing gum. Magrissima, occhiaie di chi non dorme da un mese. Orecchini alle orecchie e al naso, scarpe militari.

Gli altri due erano obesi. Dieci taglie più di João. Erano già adulti, le guance appoggiate allo sterno, gli occhi due fessure tra le ciglia. Capelli folti, nerissimi. Gemelli, si vestivano allo stesso modo. Magliette sudate e jeans sporchi. João rise e pensò che forse si sarebbe divertito.

Lo zio parve leggergli nel pensiero.

-Sono contento che ti piacciano i tuoi cugini. Quanti anni avevi? Due, tre? Sei rimasto un mese da noi quando tua madre stava con tuo nonno, in ospedale. I miei figli ti hanno accudito, lavato e… c’è chi dice che abbiano fatto delle altre cose, col tuo pistolino!– rise. -Moglie!- gridò,-Ho fame, portatemi da mangiare, adesso. Moglie, moglie!

La figlia gli ruttò il fumo in faccia e i gemelli corsero verso la cucina ma inciamparono uno nell’altro e caddero a terra. E poi arrivò la zia. Magra, alta, i capelli castani fino al collo, una gonna al ginocchio.

-È pronto, vecchio stronzo – disse. Si avvicinò alla sedia sdraio e porse un vassoio al marito, che ne approfittò per leccarle il braccio.

La donna fissò João, che non si era mosso da quando il padre l’aveva portato lì.

-Cosa fai, impalato? Entra!- urlò.

I primi capitoli di un romanzo scritto una decina di anni fa (e ancora alla ricerca di un editore)

pavone

1.

Le piacevano gli anelli d’oro, i bracciali e le collane di diamanti, gli abiti  e gli occhiali firmati. Le piaceva essere notata quando entrava nei locali alla moda di Milano. Frequentava Le Trottoir in Porta Ticinese ed era amica dello scrittore di romanzi gialli che fumava il sigaro, quello che tutti avrebbero voluto conoscere e che nessuno riusciva a intercettare. Lei invece aveva il suo numero di telefono e non ne era l’amante solo perché non si sarebbe trovata a suo agio in mezzo alle altre. Ma avrebbe potuto esserlo se lo avesse desiderato, avrebbe potuto essere e avere tutto ciò che sognava. Le bastava chiudere gli occhi, credere in se stessa e l’oggetto dei desideri le si materializzava davanti. Era questo uno specialissimo e magico potere di cui lei non parlava con nessuno. Costanza aveva la fortuna di vedere realizzati i propri sogni non nell’esatto momento nel quale li sognava, ma alcune ore, talvolta giorni, a volte anni dopo.

La sua occupazione principale era quindi allenare la fantasia alla ricerca di sempre nuove soddisfazioni che la rendessero felice e che potessero fare felici le persone che amava. Non era un’egoista o almeno non lo era all’inizio della sua parabola quando, a soli vent’anni, gestiva la ditta di pompe funebri lasciatele in eredità dai genitori. Era un lavoraccio vestirsi elegantemente per presentarsi ai funerali, dover osservare la faccia, i tratti, l’abito impeccabile del morto o della morta. Alle volte Costanza fremeva d’invidia perché non sopportava di vedere un bellissimo vestito Armani o Missoni finire per sempre sotto terra, dentro una fredda tomba. Ma che poteva farci lei, costretta a mantenere un atteggiamento tra il serioso e il triste dentro agli impeccabili pantaloni, nascosta nel suo cashmere di primissima qualità, sorridendo con pietà mentre si faceva il segno della croce.

Riceveva gli assegni nell’esatto momento in cui il parente del defunto iniziava le procedure. Il cliente poteva scegliere tra differenti bare proposte in un dettagliato catalogo fotografico. Il prezzo del funerale variava a seconda della qualità dei fiori, della cilindrata della macchina e, soprattutto, del materiale della cassa e del numero e della preziosità delle incisioni. Fin da piccola, seguendo il padre, si era abituata a vivere a stretto contatto con la morte e tutte quelle lacrime e tutto quel dolore non la turbavano affatto. Lei poi aveva il suo segretissimo potere magico. Più di una volta le era capitato di fantasticare desideri inconfessabili proprio durante una cerimonia. Più di una volta aveva trovato il neo vedovo assurdamente attraente, si era invaghita di più di un figlio divenuto improvvisamente orfano e, spesso, c’era andata a letto. Non si innamorava mai di nessuno. A lei gli uomini piaceva usarli o almeno le piacque finché non incontrò Fabrizio. Prima di Fabrizio la sua vita era segnata dall’alternarsi di lavoro e piacere, la parte del piacere però era davvero senza limiti. Il meglio di sé lo diede quando desiderò a tal punto il marito della defunta Clarissa che l’uomo avvertì lo stesso impulso, accarezzandole la vista con gli occhi ancora pieni di lacrime. I due camminarono parlottando tra le lapidi, lei nascosta nel tailleur perfetto, lui rigidamente contenuto dalla giacca e dalla cravatta. La sera cenarono assieme mentre il telefono dell’uomo suonava e lui non rispondeva. La notte dormirono nello stesso letto in uno squallido motel, il giorno dopo le lacrime al signore si erano seccate, Costanza gli aveva fatto un gran favore. Lo aveva cullato, amato, lo aveva accudito come un figlio, gli si era concessa più per pietà che per amore finché il sogno s’era avverato, il desiderio realizzato e il suo imperioso corpo femminile s’era placato. Del resto, dei possibili commenti cioè, delle ripercussioni sociali e dei sentimenti del marito di Clarissa, non le importava nulla.

2.

Costanza era nata in una piccola città bagnata dal mare Adriatico. Lei adorava il mare e i continui viaggi che era costretta a fare tra Pesaro e Milano non le piacevano affatto. Il padre e la madre si erano separati quando la loro bambina aveva compiuto otto anni, fino a quel momento avevano vissuto in un clima di unità rassicurante, il divorzio fu un fulmine a ciel sereno che cadde sulla famiglia come una maledizione. La madre di Costanza non pensava che il suo uomo potesse tradirla, si fidava di lui, era un buon padre e un buon marito, accudiva e vigilava i figli come fossero di porcellana, li seguiva nelle loro iniziative e interveniva quando c’erano dei problemi. Con lei poi era affettuoso e tenero, premuroso le regalava un mazzo di rose ogni venerdì notte quando tornava a casa dopo la pesante settimana, passata lavorando presso la succursale dell’impresa di pompe funebri che avevano aperto a Milano. Nonostante la distanza, questo pensava la madre, moglie e marito si amavano. Lui trascorreva il week end con lei dimostrando una certa passione, portava i figli al mare quando a Pesaro splendeva il sole dell’estate o si rintanava con loro in casa durante i freddi dell’inverno. Quando la moglie ricevette la stranissima telefonata anonima che le comunicò, telegraficamente, “Tuo marito ti tradisce”, non seppe bene a cosa credere e da principio pensò ad  uno scherzo. Lei gestiva le pompe funebri pesaresi, è  vero, lui le milanesi, stavano insieme solo il venerdì sera, il sabato e la domenica fino a mezzogiorno, al massimo le due quando lui prendeva la macchina e si dirigeva verso l’autostrada. Ma loro si amavano, s’erano giurati eterno amore davanti all’altare e a Don Morucci nella piccola e accogliente chiesetta del Cristo Bambino. Dalle panche, annusando bene, si sentiva l’odore del mare, salmastro e intenso come la sincerità che avrebbe marcato la loro relazione. E invece? E invece adesso questa telefonata. Silvana, la mamma di Costanza Giardini, rimase esterrefatta e, di primo acchito, pensò che fosse una stupidaggine. Coi piedi però fortemente attaccati al suolo e conoscitrice di ciò che si celava nei meandri più reconditi dell’animo umano, decise di indagare. Aspettò una domenica che il marito fosse partito dopo averla baciata come sempre e averle detto che l’amava e che, senza di lei, i giorni e le notti sarebbero trascorsi grigi come la nebbia d’autunno. Incontrò la   vicina e le chiese di occuparsi dei tre figli (oltre a Costanza c’erano Ludovica e Paolino) e disse che questioni imprescindibili legate al lavoro la obbligavano ad andare a Cesena. Si diresse invece alla stazione, prese il primo treno per Milano e, cinque ore dopo, raggiunse il piccolo appartamento che Edgardo aveva comprato a San Giuliano Milanese, nella provincia sud, e che usava come base per gli spostamenti e per trascorrere, secondo lui, le solitarie notti vicino all’agenzia di pompe funebri. Silvana Serafini in Giardini suonò al citofono del numero undici di via Cortellesi e nessuno rispose. Provò ancora e niente, s’incollò all’apparecchio, s’accanì senza staccare il dito, ci pigiò sopra il palmo, poi il polso, poi il gomito e niente. Entrò in panico, inspiegabilmente. Edgardo poteva aver incontrato un contrattempo che aveva ostacolato il viaggio verso il nord Italia, qualcuno poteva averlo avvisato tramite l’apparecchio radio della macchina di un impegno improvviso. Non poteva cercarlo al telefono perché non aveva con sé il numero dell’agenzia, che peraltro non ricordava mai. Decise di andarci a piedi, all´agenzia. Passò per il Parco Nord, incontrò qualche corridore instancabile, qualche mamma che ancora giocava coi figli, alcuni giovani che bevevano. Passò sopra il fiumiciattolo, era tesa, stressata, chi glielo aveva fatto fare, dare credito a una telefonata anonima non era da lei. I figli in casa con la vicina chissà come stavano adesso e cosa avrebbero pensato della sua partenza improvvisa. Avevano forse dubitato di lei? Le luci dell’agenzia erano accese nonostante fosse domenica. Delle quattro stanze solo una era illuminata, la finestra verde avrebbe però reso difficile ogni tentativo di sbirciare dentro. Silvana era piena di passione e di apprensione, una stupida telefonata l’aveva portata fino a lì. S’avvicinò e scoprì, con sua profonda sorpresa, che le persiane erano solo accostate, Sei proprio un idiota Edgardo, pensò, ormai sicura di trovarlo con un’altra donna a fare all’amore in mezzo ai drappeggi viola. La stanza invece era vuota, le luci accese e la stanza vuota, la villetta di un solo piano le mise paura. Spinse il vetro e quello s’aprì. Silvana come un gatto o un ladro entrò nell’Agenzia Pompe Funebri Giardini e Soci, pensando d’un tratto che forse era un malvivente colui che avrebbe incontrato lì dentro e non il marito. Voci soffuse, quasi sospirate, provenivano dall’ufficio semioscuro data l’ora serale e il parco utilizzo dell’energia elettrica. Silvana s’acquattò dietro la porta dell’unica stanza illuminata ed ascoltò timidamente e perversamente la conversazione tra il marito e la segretaria che se ne stavano praticamente al buio. “Non puoi tenerlo, pensa alla mia famiglia” (le voci erano basse, fioche come neve che ha paura di cadere), “Ma io ti amo ed ho anche telefonato a tua moglie”, “Cosa hai fatto?”, “Ho telefonato alla signora Giardini, non le ho detto chi ero,  ma le ho detto che sei un traditore”, “Tu sei pazza”, “Io non ce la faccio più a vivere in questa situazione, sono anni che fingo, che dico buongiorno e buonasera ma io voglio stare con te, voglio che tu ammetta davanti a tutti che sono io la tua donna”, “Va bene se vuoi lo dirò davanti a tutti ma tu non devi tenere questo figlio, è troppo presto, io non sono pronto”, disse Edgardo. “Come fai a non essere pronto se hai già tre figli?”, rispose la segretaria, “Con Silvana è diverso, io e lei ci siamo sposati in chiesa, stiamo insieme da tanti anni, abbiamo fatto tutto insieme, abbiamo accettato di condividere questo lavoro e non è stato facile, perché alle volte un lavoro come questo è meglio perderlo che trovarlo e io, obbligato ai funerali fin da adolescente, a vent’anni già non ne potevo più, Silvana però è rimasta incinta e allora ho deciso di impegnarmi nell’azienda e lei mi ha aiutato e mi è stata vicino, senza di lei non saremmo mai riusciti a comprare la quota di mio zio e aprire questa agenzia a Milano, è stata lei a farmi capire che c’era qualcosa di etico in quello che facevamo, che stavamo offrendo alle persone un importante servizio, seppur doloroso, che l’abito scuro era la nostra divisa e non dovevamo vergognarcene, che era per mezzo di questo lavoro che avremmo mantenuto ed educato i nostri figli”. “Se era così diverso con Silvana”, incalzò la segretaria, “perché mi hai sedotto? Ricordi Edgardo, ricordi quando abbiamo fatto all’amore al cimitero, di notte, sulla lapide di un giovane appena morto di cancro, ricordi quella volta che ci siamo chiusi dentro una bara e siamo rimasti così, uniti come in un abbraccio eterno, e poi tu hai goduto dentro di me e io ho abortito per la prima volta”. Silvana non credeva alle proprie orecchie. I due dovevano essere seduti per terra ma lei non riusciva a scorgerli. Un lume intermittente, forse una candela mossa dal vento, proiettava un bagliore sinistro contro la parete. Lei si chiese se, visti i loro discutibili gusti, si stessero appoggiando alle incisioni marmoree o ai gualdrappi neri o forse, come passatempo, si pungessero con le rose bianche sempre presenti nei loro uffici. Le veniva da vomitare, si trattenne, voleva andarsene, per un attimo pensò di tornare a Pesaro, di mentire ai figli, di aspettare il marito fino al week end successivo, di preparargli una cenetta deliziosa e di amarlo come se non fosse successo niente. “Adesso che hai telefonato a Silvana non avrò più il coraggio di guardarla in faccia”, disse Edgardo, “Sono dieci anni che la guardi in faccia mentendole, non credo che questo dettaglio possa cambiare qualcosa”, rispose la segretaria, “Io non voglio avere un figlio da te, non adesso”, “Ma io stavo scherzando” disse lei con voce birichina e quasi inudibile tanto che Silvana dovette tendere il collo assumendo una posizione che immediatamente giudicò grottesca. “Non sto aspettando nessun figlio, l’ho detto per farti arrabbiare”, Edgardo sospirò e Silvana riconobbe, senza vederla, l’espressione di sollievo che gli si stava dipingendo sul viso. “Lo facciamo sulla scrivania o sopra il crocifisso?” disse lui, “Oggi mi sento puttana, ti voglio sulla scrivania”. Silvana si stava mettendo a ridere ma si contenne pensando a dove era e al fatto che non si trattava di un imbecille qualsiasi ma di suo marito, del padre dei suoi figli. Raggiunse silenziosamente la finestra e mentre usciva, agile come un colpevole, pensò al caso che aveva voluto che la persiana fosse accostata e la finestra aperta e si ricordò d’aver immaginato Edgardo che faceva all’amore dentro a una cassa da morto e poi l’aveva trovato quasi nello stesso modo in cui lo aveva immaginato.

Di nuovo sul fiumiciattolo pensò che era stato tutto un sogno, che il marito non la tradiva con la segretaria, che lei si era inventata tutto. Passò la notte nella stazione di Rogoredo ad osservare i barboni e gli accattoni, si stupì nell’attribuirgli tratti familiari. Durante il viaggio di ritorno finalmente avvertì la disperazione e la voglia di piangere. Non erano ancora le dieci di mattina quando passò per Cesena e pensò di scendere e di gettarsi sotto il treno successivo. Non era lei quella che era stata tradita per più di dieci anni dal marito con la segretaria, non era lei quella che, dopo una strana telefonata, era andata a Milano e aveva trovato Edgardo, il suo Edgardo, che si dilettava in discorsi dolci e controversi con il suo amore, che non era lei. Pensò che sarebbe impazzita e che, al ritorno a Pesaro, l’avrebbero rinchiusa in manicomio. Il fatto d’aver prima immaginato il marito e l’amante tra i drappeggi funebri e poi di averli realmente trovati lì la riempì d’angoscia. Credette d’essere una veggente. Si sentì una fallita. Non avvertì dentro di sé né orgoglio né amor proprio. Scese alla stazione di Pesaro senza capire come aveva fatto a riconoscere il suo borgo natio, tanto era stordita. Camminò confusa tra la sala d’aspetto e i binari, sembrava aver perso qualcosa o averla inaspettatamente e malauguratamente trovata. Un poliziotto le si avvicinò e le chiese: “Ha bisogno di aiuto?”, lei gli cadde tra le braccia ma non svenne. Non riusciva a parlare, “Di dove è, cosa fa qui?”, s’informarono, un passante disse: “Io questa signora la conosco, è quella delle pompe funebri”, “Lei è quella delle pompe funebri?”, domandò il poliziotto, ma Silvana pareva aver perso l’uso della voce.

 

 

 

 

 

 

pavone

procurando uma editora brasileira…

O amigo (traduzido por Paulo Braga)

 

 

Depois da morte da ativista negra Marielle Franco, do PSOL – Socialismo e Liberdade – polícia, procuradores e políticos todos eles proclamaram aos quatro ventos que os culpados seriam encontrados e o caso elucidado no menor tempo possível.
Parece estar claro agora que ela foi morta pela banda podre da polícia mas ninguém foi acusado ainda e parece plausível pensar que a polícia nunca vai investigar a polícia, que as fronteiras entre a banda podre, os corruptos e os membros honestos e empenhados da polícia sejam demasiado tênues, demasiado difusas. Já se passaram três meses, pouco aconteceu além de declarações de intenção e a tentativa de inculpar (midiaticamente, não judicialmente) um colega de Marielle na Câmara Municipal que teria mantido contatos com um representante da banda podre – um ex-comissário de polícia, atualmente preso, que teria planejado o atentado da prisão; entretanto esse indivíduo, entrevistado por jornalistas por intermédio do advogado, teria declarado ser um bode expiatório: na falta de provas concretas que levem aos verdadeiros culpados, pretende-se atribuir a culpa a um malfeitor o qual confessou outros crimes, mas não este.
Ao longo desses meses descobriu-se que a vereadora que representava as favelas e os desprovidos foi morta com uma metralhadora (o tipo da arma foi determinado por meio da análise dos projéteis) usada pelo exército e pelas polícias. Nesses meses a namorada de Marielle tem lutado, aparecido na televisão, tem procurado manter de pé a atenção sobre o crime e sobre a vontade dos parentes, amigos e da sociedade civil para que se chegue à verdade. Mas a sensação é que a incômoda verdade sobre a morte de Marielle nunca será conhecida.
O Estado entretanto – fortalecido pela intervenção militar no Rio de Janeiro, cidade fora de controle por causa da guerra, da disputa do território e dos espaços da droga por parte de duas facções criminosas (uma delas apoiada pelo Terceiro Comando da Capital, de S. Paulo, grupo mais bem organizado que os do Rio) – o Estado se apresenta na favela por meio dos rostos e armas da polícia em uniforme camuflado.
Na favela da Rocinha têm morrido três, quatro pessoas por semana por causa das balas perdidas. A polícia invade, o exército ajuda, os traficantes são surpreendidos armados enquanto vendem cocaína, ocorre um tiroteio nos becos em que cachorros magros espalham fezes ressecadas nas calçadas e nas pedras ao longo da sarjeta do Valão ou entre os becos, o bar e os prédios estreitíssimos da Rua Um, nos quais os pelotões especiais irrompem executando movimentos e cadências precisas como num ritual, muito parecidas com as do filme Tropa de Elite do diretor Zé Padilha.
O eco dos disparos repercute em toda parte, as cenas de guerrilha são imediatamente filmadas e os vídeos circulam no YouTube e WhatsApp, o pânico cresce e muitos se perguntam por que o Estado intervém desse modo quando está claro que, morto um chefe, o narcotráfico imediatamente escolherá um outro, morto um soldado do narcotráfico outros cinco, seis adolescente ficarão felicíssimos para assumir o posto e o salário. Qual o motivo das repetidas incursões? A Polícia Militar, os grupos especiais e o Exército de fato invadem a favela porque querem acabar com o narcotráfico? Ou será que estão (conscientemente ou nem tanto, neste caso sendo usados, manipulados por quem está acima deles) tentando ajudar a facção Amigos dos Amigos a derrotar o Comando Vermelho (atual ocupante das bocas de fumo, pontos de venda de cocaína e maconha)? Ou mesmo alguns membros das polícias estariam entrando na favela para pedir dinheiro aos narcotraficantes em troca de conivência na venda de droga? Ou é tudo uma grande campanha eleitoral em vista das eleições de outubro de dois mil e dezoito – o governo querendo fazer crer a nós residentes que está se esforçando para restabelecer a ordem na cidade?
O Rio de Janeiro está no caos e Don Matteo bem sabe disso enquanto fala via Skype com sua mãe em San Giuliano Milanese. Ele, padre missionário na favela da Rocinha, que caiu ultimamente na dependência de fumo e álcool, gestor e organizador de um belo curso preparatório para ingresso na universidade voltado para adolescentes dispostos da favela, todo barbeado e com as duas mechas que lhe restam na cabeça por fim penteadas, está sentado na mesinha azulada da cozinha minúscula de seu miniapartamento na Via Apia, rua de acesso, a principal da favela. De fora, além do barulho das motos, dos táxis, das máquinas e o vozerio habitual, se soma o eco dos tiros que, no entanto, não vêm da própria Via Apia, mas da Rua Um, lá em cima, perto da Estrada da Gávea. Nada para se preocupar demasiado.
– Diga, mamãe…
– Te digo, Matteo, que anteontem estive visitando teu amigo Timoteo (sempre gostei que, com esse teu nome de apóstolo, você fosse amigo do Timoteo, cujo nome lembra o do braço direito de S. Paulo e seu seguidor mais fiel) e achei que ele está muito bem; ele se casou, tem dois filhos, fazem uma família perfeita. Teu amigo, como você sabe, leciona nas escolas de San Giuliano e tem um horário que o ocupa mas nem tanto, pensa que poderá dedicar-se também à música.
– Fico contente por ele, mamãe. E fico contente de saber que você sai e que visita meus amigos. Que se mantém ativa.
– Modera com os cumprimentos, você não sabe por que eu me encontrei com ele.
– Por que você se encontrou?
– Porque você é um desgraçado que abandonou sua mãe. E seus irmãos são piores que você e não se importam comigo apesar de morarem a dois passos daqui!
A aparência da mulher na tela é boa. Rosto afilado, magro, olhos vivazes como de costume.
– Timoteo me viu, me encontrou sentada num banco da Piazza Italia, chorando, e parou. Foi muito gentil. Me convidou para comer uma fatia de torta na sua casa. Estava voltando da escola.
– E por que você estava chorando?
– Porque sinto sua falta, Matteo. Você sabe que é meu filho preferido, nunca fiz mistério disso, e não entendo porque você decidiu se dedicar aos pobres do Brasil e não tenha querido se dedicar à sua pobre mãe. E o que seus conhecidos me dizem é que você não está bem no Brasil. E não entendo por que você não se decide a voltar.
– Quem te disse isso e com que base? Eu estou muito bem!
– Não minta para sua mãe, Matteo. Você está com as duas olheiras mais fundas que eu já vi. Para uma mãe não custa muito perceber que o filho começou de novo a beber.
– Quem te disse?
– Os teus colegas da Cúria me disseram. Me contaram que você os deixou, decidiu arriscar a vida e dedicar-se a um projeto novo mesmo contra os conselhos deles. E alguém da favela mandou para eles um email contando suas proezas no bar, à noite.
– Mamãe, agora eu sou grande, sou adulto, sei cuidar de mim mesmo!
– Pelo que me contaram, não fiquei muito certa disso. É por isso que eu estava chorando, estava chorando por mim e não por você, porque não é justo que em plenos oitenta anos ainda tenha que me preocupar com meu filho que, do outro lado do mundo, se comporta como um adolescente.
– Não te pedi para se preocupar comigo.
– Mas me preocupo e fico mal ao imaginar você sozinho num bar fumando e bebendo. Você sabe que te faz mal, ainda mais beber, os médicos te disseram quando fez os exames. Seu fígado estava inchado.
– Mamãe, por favor, para, você faz com que eu me sinta ridículo.
– Ridícula me senti eu quando seu amigo me pegou chorando. Desabafei com ele, disse o que está acontecendo no Brasil, mas ele respondeu que te conhece bem, que você é forte e que vai superar tudo isso também.
– E depois?
– Depois bebemos uma tisana de pêssego, muito boa. E comemos uma bela fatia de torta. Me senti bem com ele, muito melhor que nos fins de semana quando teus irmãos vêm me ver e fingem gostar de mim.
– Não seja má, mamãe. Eles de fato gostam de você.
– Sim, como gostaria um cachorro ao qual eu sempre desse comida. O afeto deles é automático, eles não imaginam, não pensam como me sinto. Vêm me encontrar só para economizar numa refeição e ainda deixam comigo coisas  para lavar. E eu penso: mas suas mulheres em casa não lavam a roupa?

Terminada a conversa, desligado o computador, Matteo, com o rosto entre as mãos, ouve os sons da favela, as motos, os vendedores de hamburger e carne assada, as crianças que correm perigosamente entre os mototáxis e as que usam skates enquanto lá no alto, na Rua Um, como se não fosse nada, narcotraficantes e polícia se enfrentam a tiros e rajadas de metralhadora.
 

 

L’amico

rio

Dopo la morte dell’attivista negra Marielle Franco, del partito PSOL, Socialismo e Libertà, la Polizia, i Procuratori e i Politici tutti avevano gridato ai quattro venti che i colpevoli sarebbero stati trovati e il caso risolto nel più breve tempo possibile. Sembra ormai acquisito che a uccidere la donna siano stati i reparti deviati della Polizia ma non ci sono ancora imputati e pare plausibile pensare che la Polizia non investigherà mai la Polizia e che il confine tra reparti deviati, corrotti e membri onesti ed effettivi delle forze dell’ordine sia troppo labile, troppo sfumato. Sono passati tre mesi, poco è successo a parte le dichiarazioni di intenti, il tentativo di colpevolizzare (mediaticamente e non giudizialmente) un collega di Marielle alla Camera di Rio de Janeiro che avrebbe mantenuto rapporti con un rappresentante dei reparti deviati, un ex commissario di Polizia, oggi in carcere, il quale avrebbe progettato l’agguato a Marielle dalla prigione; questo individuo però, intervistato dai giornalisti per mezzo dell’avvocato, avrebbe dichiarato di essere un capro espiatorio: non essendoci prove concrete che portino ai veri colpevoli, si vuole attribuire la colpa a un malfattore che si è attribuito altri crimini ma non questo.

In questi mesi si è scoperto che la donna che rappresentava le favelas e i diseredati è stata uccisa con una mitragliatrice (il tipo di arma è stato individuato attraverso l’analisi delle capsule dei proiettili) in dotazione all’esercito e alle forze dell’ordine. In questi mesi la fidanzata di Marielle si è battuta, si è fatta vedere in televisione, ha cercato di tenere alta l’attenzione sul crimine e sulla volontà dei parenti, degli amici e della società civile di arrivare alla verità. La sensazione però è che la scomoda verità sulla morte di Marielle Franco non la conosceremo mai.

Lo Stato intanto, forte dell’intervento militare a Rio de Janeiro, città fuori controllo a causa della guerra, della disputa del territorio e dello spaccio della droga da parte di due fazioni criminali (una delle quali è supportata da Terceiro Comando da Capital di San Paolo, gruppo maggiormente organizzato rispetto a quelli di Rio) lo Stato si presenta in favela attraverso i volti e le armi di uomini dell’ordine in tuta mimetica. Nella favela Rocinha stanno morendo tre, quattro persone a settimana a causa delle pallottole vaganti. La Polizia invade, l’esercito aiuta, i narcotrafficanti vengono sorpresi armati mentre vendono cocaina, c’è una sparatoria tra i vicoli dove cani troppo magri depositano feci disseccate sul selciato e sulle pietre lungo il rigagnolo del Valao o tra i vicoli, i bar e gli edifici strettissimi della Rua Um nei quali i reparti speciali irrompono compiendo movimenti e cadenze precisi come in un rituale, e molto simili a quelli del film Tropa de Elite del regista Ze’ Padilha.

L’eco degli spari rimbomba dappertutto, le scene di guerriglia vengono immediatamente filmate, i video girano su youtube e whatsapp, il panico cresce e in molti si chiedono perché lo Stato intervenga in questo modo quando è palese che, morto un capo, il narcotraffico ne eleggerà subito un altro, morto un soldato del narcotraffico ci saranno altri cinque, sei adolescenti felicissimi di prenderne il posto e lo stipendio. Qual è il motivo delle ripetute incursioni? La Polizia Militare, i Reparti Speciali e l’Esercito davvero invadono la favela perché vogliono sconfiggere il narcotraffico? Oppure stanno (consapevolmente o meno, in questo caso sarebbero usati, manipolati da chi sta sopra a loro) cercando di aiutare la fazione Amigos dos Amigos a sconfiggere Comando Vermelho (attuale occupante della Rocinha e gestore delle Bocas de Fumo, punti di spaccio di cocaina e marijuana)? O addirittura qualche membro delle forze dell’ordine starebbe entrando in favela per chiedere soldi ai narcotrafficanti in cambio della connivenza nella vendita di droga? O è tutta una grande campagna elettorale in vista delle elezioni nel mese di ottobre duemiladiciotto, il governo cioè vorrebbe far credere a noi residenti che si sta sforzando per ristabilire l’ordine nella città?

Rio de Janeiro è nel caos e lo sa bene Don Matteo mentre parla via skype con la mamma a San Giuliano Milanese. Lui, prete missionario nella favela Rocinha, caduto ultimamente nella dipendenza da fumo e alcol, gestore e organizzatore di un bel corso propedeutico all’ingresso in università da parte di adolescenti volenterosi della favela, tutto sbarbato e coi due ciuffi che gli sono rimasti in testa finalmente pettinati, è seduto al tavolaccio azzurrognolo nella minuscola cucina del suo mini appartamento nella via Apia, via d’accesso, via principale della favela. Dall’esterno, oltre al rumore delle moto, dei taxi, delle macchine e il solito vociare, giunge l’eco degli spari che però non provengono direttamente dalla via Apia, ma dalla Rua Um, là sopra, vicino all’Estrada da Gavea. Niente di cui preoccuparsi eccessivamente.

  • Dicevi, mamma…
  • Dicevo, Matteo, che l’altro ieri sono andata a visitare il tuo amico Timoteo (mi è sempre piaciuto che tu col tuo nome di evangelista fossi amico di Timoteo, il cui nome ci ricorda il braccio destro di San Paolo, il suo più fedele seguace) e l’ho visto proprio bene; adesso ha una moglie, due figli, loro sono una famiglia perfetta. Il tuo amico, come sai, insegna nelle scuole di San Giuliano ed ha un orario che lo impegna ma non troppo, pensa che riesce a dedicarsi anche alla musica.
  • Mi fa piacere per lui, mamma. E sono contento di sapere che ti muovi e che visiti i miei amici. Ti tieni attiva.
  • Aspetta a felicitarti, non sai ancora perché sono andata da lui.
  • Perché ci sei andata?
  • Perché tu sei un disgraziato e hai abbandonato tua madre. E i tuoi fratelli sono peggio di te e non mi vogliono bene anche se abitano qui a due passi!

L’apparenza della donna attraverso il monitor è buona. Viso aguzzo, scavato, occhi spiritati come al solito.

  • Timoteo mi ha vista, mi ha incontrata seduta da sola sulla panchina di Piazza Italia che piangevo, e si è fermato. E’ stato molto carino. Mi ha invitata a mangiare una fetta di torta a casa sua. Stava tornando da scuola.
  • E perché piangevi?
  • Perché mi manchi, Matteo. Tu lo sai che sei il mio figlio preferito, non ne ho mai fatto mistero, e io non capisco perché tu abbia deciso di dedicarti ai poveretti del Brasile e non ti sia voluto dedicare a quella poveretta di tua madre. Da quello che mi dicono su di te pare poi che in Brasile non ci stai bene. E io non capisco perché non ti decidi a tornare.
  • Chi è che ti ha parlato e con quale coraggio? Io sto benissimo!
  • Non mentire a tua madre, Matteo. Hai le due occhiaie più profonde che ti abbia mai visto. A una madre non ci vuole molto a capire che il figlio ha ripreso a bere.
  • Chi te lo ha detto?
  • I tuoi colleghi della Curia me lo hanno detto. Mi hanno raccontato che li hai scaricati, hai deciso di rischiare la vita e di dedicarti a un progetto nuovo anche se loro te l’avevano sconsigliato. E qualcuno della favela ha inviato una e mail alla Curia raccontando le tue prodezze nei bar, la sera.
  • Mamma, sono grande ormai, sono adulto, so badare a me stesso!
  • Da quello che mi hanno raccontato, io non ne sarei troppo sicura. Per questo piangevo, piangevo per me e non per te, perché non mi pare giusto che io a ottant’anni suonati debba ancora preoccuparmi per mio figlio che dall’altra parte del mondo si comporta come un adolescente.
  • Io non ti ho chiesto di preoccuparti per me.
  • Ma io mi preoccupo e sto male a pensarti da solo in un bar a fumare e a bere. Lo sai che ti fa male, soprattutto bere, te lo hanno detto i medici quando hai fatto i controlli. Il tuo fegato è ingrossato.
  • Mamma, per favore, smettila, mi fai sentire ridicolo.
  • Ridicola mi sono sentita io quando il tuo amico mi ha sorpresa che piangevo. Mi sono sfogata con lui, gli ho detto cosa ti sta succedendo in Brasile, lui mi ha risposto che ti conosce bene, che sei forte e supererai anche questa.
  • E poi?
  • Poi abbiamo bevuto un the’ buonissimo, alla pesca. E abbiamo mangiato una bella fetta di torta. Sono stata bene con lui, molto meglio di quando durante i fine settimana i tuoi fratelli mi vengono a trovare e fingono di volermi bene.
  • Non essere crudele, mamma. Loro ti vogliono bene davvero.
  • Sì, come potrebbe volermene un cane a cui ho sempre dato da mangiare. Il loro affetto è automatico, loro non riflettono, non pensano a come mi sento io. Vengono a trovarmi solo per risparmiare sul pranzo e mi lasciano ancora le cose da lavare. E io penso ma le loro donne a casa i panni non li lavano?

 

Finita la conversazione, spento il computer, Matteo, con la testa tra le mani, ascolta i suoni della favela, le moto, i venditori di hamburger e carne alla griglia, i bambini che corrono pericolosamente tra i moto taxi e quelli che usano uno skate mentre in alto, nella Rua Um, come se niente fosse, come se ormai fosse normale, narcotrafficanti e polizia si affrontano a pistolettate e a raffiche di mitragliatrice.